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di Mario Galzigna

ALESSANDRO PAGNINI: GALZIGNA E LE RIVOLTE DEL PENSIERO

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27 novembre, 2014 - 16:42
di Mario Galzigna

[ ospitio in anteprima questo intervento di ALESSANDRO PAGINI - prof. di Storia della Filosofia contemporanea all'Università di Firenze - che verrà pubblicato nel prossimo numero della Rivista "Medicina e Storia" ]

GALZIGNA E LE RIVOLTE DEL PENSIERO
di ALESSANDRO PAGNINI (Professore di Storia della filosofia contemporanea – Università di Firenze)
 
Mario Galzigna, Rivolte del pensiero. Dopo Foucault, per riaprire il tempo, Bollati Boringhieri, Torino 2013, 174 pp.

Il retroterra culturale di Mario Galzigna è in quel laboratorio di idee che sta, negli anni ’80, tra le diverse direzioni prese dal cosiddetto post-strutturalismo, la psicoanalisi, l’anti-psichiatria, la psicopatologia fenomenologica, l’epistemologia storica francese e la marxiana critica dell’ideologia. Retroterra che in Galzigna diventa occasione di un continuo ripensamento che lo porta, agli inizi, a soluzioni in linea con la “nuova alleanza” tra scienze biologiche e scienze umane prospettata da alcuni esiti della “crisi della ragione” (da ricordare la pionieristica proposta che Galzigna fece con la rivista «Biologica» per l’editore Transeuropa), e poi, progressivamente, alla messa a punto metodologica e epistemologica, nonché all’applicazione, di una razionalità che, nell’aderire a una impostazione kantiana-foucaultiana, resta attenta a quanto le scienze (antropologiche e cognitive su tutte) vi possano apportare di “naturalistico”. Dico “applicazione” per indicare che in Galzigna è sempre stato forte il richiamo della formazione terapeutica, del counseling, dell’impegno nella medicina sociale; ma il termine può falsare la natura del suo pensiero, che dichiaratamente parte dall’esperienza e si nutre di esperienza, rifiutando la dimensione “teoricentrica” e astratta di tanta epistemologia, anche post-empirista, non intendendo la conoscenza e l’etica come mondi di idee che plasmano il reale e informano le discipline da un’altezza metafisica; e perseguendo invece uno stile filosofico che ha qui soprattutto il secondo Foucault, l’”antropologia della memoria” e alcuni assunti della recente ubiqua “svolta narrativistica” nelle scienze umane come orizzonti di una ricerca mai disgiunta dal vissuto.
Un pensiero, dunque,  aderente sia al bios sia alla “politica” in senso alto o, se vogliamo, una “filosofia pratica” che non sia solo programma e dichiarazione di intenti, ma che si esplichi nel trattare e risolvere “casi”: dai casi clinici ai casi che la letteratura o le arti figurative pongono a un’attenzione fluttuante e cólta, informata ora dalla psicoanalisi, ora dal privilegiamento metodologico del “significante”, ora dal gusto per le genealogie, ma mai riduttiva, mai prevaricante il testo (davvero fine la lettura “panofskyana” del pannello Costruzione di un edificio di Piero di Cosimo che Galzigna propone nel Prologo). E, insieme, una forma di storia e esegesi culturale, di “cultural study”, sensibile all’implicito, a un a priori che determina, ma che non è soltanto costrizione (come ci dicono gli interessanti appunti che in proposito Galzigna muove a Lèvi-Strauss) e che deve sempre comportare una assunzione responsabile da parte del soggetto, un’autopoiesi e un’antropopoiesi. Tutta la metariflessione teorica e metodologica, che costituisce una sorta di filo rosso nella serie di esempi che Galzigna intreccia in questo libro, si gioca sul dualismo costituito/costituente, assoggettamento/soggettivizzazione, nel riconoscimento di una ineludibile circolarità (che semmai prelude a una kantiana sintesi disgiuntiva, più che a una dialettica) tra i due poli; dove però il soggetto ha l’obbligo epistemologico e morale di assumersi «il coraggio di dire la verità all’analisi delle sue condizioni e delle sue strutture formali» (p. 48).
I casi trattati sono i più diversi: dalle passioni perverse dei libertini alle soglie della moderna nosologia psichiatrica, alle derive del senso nell’Artaud paziente di Lacan, all’uso della poesia e della prosa poetica in Laing, all’unheimliche (jentscheano-freudiano) che, in Magritte, diventa elemento che scompagina i modi figurativi ma anche quelli simbolisti della rappresentazione. E poi i casi clinici. Qui è il “guaritore ferito” che parla, insofferente verso le pratiche istituzionali che trasformano il “paziente in cosa medica” (p. 39), disposto all’ascolto, a “pensare” attraverso l’altro, in una forma di empatia che non trascura i gesti e i silenzi, che percepisce il corpo “vivente” del paziente, e che alla fine trasforma la cura in un evento di condivisione e di trasformazione reciproca. Nella cura, nel prendersi cura, Galzigna, epistemologo consulente in un Dipartimento di Salute Mentale, vede fondersi le dimensioni del soggetto e dell’“oggetto”, ma anche della societas e della communitas, in un “tutto” che preserva le differenze al fine di una sua comprensione (ancora una volta il “giudizio disgiuntivo” di Kant), ma che non è precedente la comprensione stessa, e ne è punto asintotico, esito possibile di una “costruzione” di convergenze.
Di grande significato teorico e politico è anche l’attenzione che Galzigna dedica al Brasile, esaltando la “sfida antropologica” di Darcy Ribeiro, antropologo e poeta ma anche politico e ministro dell’Educazione prima del golpe militare del ’64, e raccontando di un periodo che Galzigna stesso ha trascorso da visiting scholar a Rio de Janeiro. Un eminente filologo romanzo, Maurizio Perugi, ha sentenziato di recente che il Brasile, e non soltanto per la lingua, è la terra più interessante da studiare per capire il futuro di quell’occidente che sarà sempre più “meticcio” e globalizzato. Sembra ribadirlo Galzigna che, tra i rituali degli Indios Guaraní, trova gli elementi per “un nuovo reincantamento del mondo, all’insegna di una logica della pluralità e di una riattivazione del politeismo” (p. 106) e per “guarire” quelle vere e proprie patologie del mondo occidentale, come le definiva Gregory Bateson, che sono i dualismi mente/corpo, natura/cultura, immanenza/trascendenza; senza che la fascinazione per i “tristi tropici” diventi ideologica sfida alla scienza e alla tecnologia, ma che, anzi, diventi un’utile  risorsa per conviverci nell’accettazione delle diversità e nella persuasione. Perché la “rivolta” del pensiero che raccomanda Galzigna non è una delle tante tabulae rasae contro la tradizione, né una forma di sciamanismo filosofico unicamente votato alla sovversione per la sovversione, ed è invece metafora politica per dire che il vero pensiero critico deve sempre sapersi mettere in discussione (e Galzigna esemplifica come) senza remore né tabu.
Il problema teorico di Galzigna, detto lapidariamente, è il grande tema che ha attraversato tutta la cultura del Novecento e che è in attesa di una sintesi che venga da una visione non dicotomica: conciliare “il pensiero dell’essere e della struttura con il pensiero del divenire e della trasformazione” (p. 105). Il contributo di questo libro va nella direzione, oggi attualissima, di una messa a punto epistemologica dei problemi delle scienze umane in una prospettiva trascendentalista e  “costruttivista” che, pur concedendo all’etica e alla politica una priorità sulla metodologia e sulla teoria della conoscenza, riesca a scongiurare gli esiti scettici di un relativismo radicale.
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