DOPO IL DELITTO
Il supporto psicologico alle famiglie delle vittime
di Rossana Putignano

Raptus o volontarietà omicidaria? La prospettiva neuroscientifica

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18 febbraio, 2015 - 21:57
di Rossana Putignano

Stamane, parlando con una collega, si discuteva di uno dei numerosissimi casi di cronaca che vedono come vittime le donne, ricevendo spesso l’etichetta di “femminicidio”. Personalmente non amo utilizzare questo termine anche perché presumo che l’uxoricidio e comportamenti come lo stalking siano sempre esistiti, magari sotto un’altra etichetta e meno enfatizzati dai media.
Purtroppo oggi lo sgomento è tanto, i media comunicano che ogni due giorni una donna viene assassinata e che gli autori di questi omicidi efferati sono spesso partners o ex amanti.
Ma qual’è il limite tra la psicopatologia e la capacità di intendere e di volere? come si inserisce la “Teoria del raptus” all’interno di una situazione familiare apparentemente tranquilla e priva di precedenti di violenza?
In questo articolo che inaugura la mia rubrica e il mio impegno nell’ambito del sostegno delle famiglie delle vittime, affrontiamo con molto coraggio questo dilemma. E’ interessante la distinzione tra due tipi di delitti contenuta nell’avvincente e stimolante monografia di Ugo Fornari. “Delitti Folli, delitti di Folli” rappresenta un’ interessante casisistica di crimini in cui gli assassini  hanno una storia psichiatrica, tuttavia, essi non ricevono l’infermità mentale, bensì, l’ergastolo. Le Sezioni Unite di Cassazione con pronuncia n. 9163 del 25 gennaio 2005, hanno però stabilito delle attenuanti per i disturbi di personalità  “purché caratterizzati da una gravità ed intensità tali da elidere o diminuire sensibilmente la capacità del reo”. Per Fornari, “ i delitti folli sono quelli caratterizzati da aspetti di crudeltà, efferatezza, cattiveria tali da farli ritenere tali; invece, quelli dei folli si connotano per un funzionamento mentale gravemente alterato che si manifesta attraverso sintomi e comportamenti, non ultimo il passaggio all’atto” (Fornari, U., 2012). Fin qui ci siamo, ma nessuna valutazione forense, psichiatrica e clinica può prescindere dal contesto socio-culturale che può aver inciso sulla genesi e nella dinamica dei delitti.
Infatti, secondo Fornari, la solitudine, l’isolamento e le paure, spesso irrazionali, incidono sulla nostra omeostasi interna. Inoltre, l’iperstimolazione sensoriale e il “narcisismo secondario”, di cui si parla da qualche anno nei convegni di psicoterapia medica, hanno condotto a uno spegnimento della solidarietà e l’interesse per gli altri si è offuscato da bisogni individuali del tipo “tutto e subito”; il rispetto per l’Altro si è ridotto e la chiusura autistica nel privato e nel soggettivo non sono altro che una difesa dal sociale vissuto in maniera sempre piu’ anonima e insignificante.
E’ cambiata anche la percezione dei delitti: sono sempre gli altri le persone cattive. In questa maniera si evita di riconoscere alcune parti malate di sé proiettandole negli assassini e si garantisce la propria integrità dell’Io.
A svelare il lato oscuro delle persone è lo psichiatra forense Robert Simon (2013), il quale  racconta come si è soliti attribuire a “pazzi psicopatici” gli efferati delitti, per sentirsi virtuosi e immuni dai cattivi pensieri.
Per dirla in soldoni, siamo tutti potenziali assassini. Abbiamo però dimenticato per un attimo quei padri di famiglia, remissivi lavoratori, sottomessi dalle proprie donne moderne, grintose e con forte capacità decisionale. Parlo di gente rispettabilissima, incensurata, senza alcun precendete per episodi di violenza; questi uomini possono perdere il controllo di sé in qualsiasi momento anche per futili motivi e uccidere la propria moglie. E’ vero anche il contrario: vi sono donne che assassinano i propri compagni di vita, ma non occorre nessuna statistica per dimostrare che gli uomini assassinano i propri partners più di quanto facciano le donne.
L’ennesima tragedia è avvenuta a Gioia del Colle in Provincia di Bari il 15 Febbraio scorso. Antonia  Cirasola di 55 anni è deceduta sotto il piccone brandito dal marito durante una lite per futili motivi. L’uomo si è reso conto subito dopo di quel che è fatto e ha cercato aiuto per strada.
Purtroppo per la donna non c’è stato nulla da fare. I carabinieri parlano di “raptus” e sembra che la coppia non abbia mai avuto grossi problemi coniugali; ma come si inserisce il raptus nella vita quotidiana delle persone? in tutte le famiglie avvengono liti, più o meno accese, ma qual è il confine, la variabile, il tratto o meglio, la sede anatomica che può portare l’individuo ad eliminare un proprio conspecifico?  
In  diritto penale e in psichiatria forense  viene definito “raptus” la carenza di controllo degli impulsi che può essere considerata condizione di momentanea incapacità di intendere e di volere; sostanze psicotrope, come alcool e stupefacenti possono aumentare l’espressione dell’aggressività nell’agito violento.
Molti psichiatri, tuttavia, sono in disaccordo con questa teoria, vista come attenuante per la commissione di reati o necessaria, a livello legale, per cammuffare una lucida intenzione omicidaria. Io invece vorrei richiamare l’attenzione sull’utilità delle neuroscienze nella misurazione del metabolismo del cervello e della sua funzionalità, soprattutto sulla loro possibilità di individuare le alterazioni cerebrali nelle aree temporale e limbica, come l’ippocampo, l’amigdala e il lobo frontale.
A tale scopo, la neuroanatomia utilizza sofisticati strumenti di visualizzazione cerebrale (neuroimaging) come la TAC, la SPECT, la fMRI. la MEG e le numerosissime conoscenze sull’attività neurotrasmettitoriale, neuromodulatoria e le scoperte di neurobiologia molecolare. Questa nuova frontiera ha portato ad abbandonare l’idea della psicosi come l’unico disturbo degno di infermità mentale;  ora anche nei disturbi atipici (denominati fino a poco tempo fa come disturbi funzionali in contrapposizione ai disturbi organici), sono stati evidenziati i correlati neuronali e quindi la loro base genetica.
Allo stato dell’arte è possibile, quasi per ogni disturbo psichico, riscontrare  un’alterazione cerebrale che può essere di tipo strutturale o di tipo funzionale. Con l’esame del lobo frontale (specie le aree orbitali o ventromediane della corteccia anteriore), è possibile valutare i correlati neuronali della coscienza, determinanti per la pianificazione dell’atto o il controllo degli impulsi.
Lo dimostrano i risultati ottenuti con la misurazione del flusso ematico cerebrale regionale mediante la PET, ma anche la limitata capacità critica, di giudizio e, in generale, di controllo del proprio comportamento riscontrata in pazienti con lesioni traumatiche o con patologie degenerative in questa zona del cervello. Si tratta, dunque, di individui con la capacità di intendere non compromessa  ma che non riescono a controllare i propri impulsi a causa di un’anomalia o lesione che li rende insensibili e incapaci di comprendere le emozioni altrui. Nello specifico, le ricerche sui “neuroni specchio” consentirebbero di anticipare e capire non solo gli atti motori e fattori razionali, ma anche le emozioni. Le tecniche di neuroimaging, in definitiva, sarebbero in grado di individuare le componenti neurobiologiche del comportamento decisionale e comportamentale di tipo automatico e involontario,, ma anche di riscontrare una base neuronale persino nel giudizio morale. In altri termini, nel cervello del soggetto sano e in quello del soggetto disturbato queste funzioni opererebbero in modo diverso, per cui il secondo non riuscirebbe a bloccare le risposte automatiche. Accade, pertanto, che soggetti con un lobo frontale mal funzionante possano più facilmente commettere illeciti, anche se non esposti ad ambienti particolarmente sfavorevoli, ovvero che, in presenza di una certa componente genetica, eventi traumatici possano generare reazioni aggressive altrimenti non verificabili  (Collica, M. T., 2012).
Concludendo, le neuroscienze potrebbero, a mio avviso, essere l’unica disciplina in grado di spiegare alcuni comportamenti violenti e improvvisi, etichettati spesso come “raptus”, a cui pesso le famiglie non riescono a  dare una spiegazione.

Bibliografia
Fornari, U., “Delitti folli, delitti di folli” , Espress Edizioni Srl, Torino, 2012
Simon, R., I., “I buoni lo sognano, i cattivi lo fanno”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2013
Collica, M.T.Il riconoscimento del ruolo delle neuroscienze nel giudizio di imputabilità”, Diritto Penale Contemporaneo, Editore Luca Santa Maria, 2012)
 

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