Portrait of an artist as Bruce Labruce

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5 maggio, 2015 - 13:53
Dal 23 Aprile al 2 Maggio, il MoMa (Museum of Modern Art) di New York, uno dei più importanti musei di arte contemporanea del mondo, ha dedicato un’ampia retrospettiva dell’opera del regista canadese Bruce La Bruce, presente ad ogni proiezione per il dibattito con il pubblico.Prestigiosa occasione per approfondire, o per conoscere soprattutto nel caso del visitatore italiano che ha meno dimestichezza con La Bruce, la filmografia, lo stile e la “filosofia” poetica di un cineasta attivo sulle scene da vent’anni, noto soprattutto in Canada, Stati Uniti e Germania, rigoroso e coerente, un esploratore che percorso generi e confini, ma sempre all’interno di una cifra stilistica molto personale. Alla rassegna, che conta nove film, compresi i corti,  è stato presentato anche l’ultimo film di La Bruce, Pierrot Lunaire (Germania, 2014).
A partire  dall’esordio con No Skin Off My Ass del 1990, che lo segnalò prepotentemente alle scene come uno dei primi film del cosiddetto filone “gay punk romantico”, da allora La Bruce, oggi maturo e profondo regista cinquantenne, non ha smesso di provocare, stupire e talvolta scioccare il pubblico, con il suo stile unico nel panorama del cinema gay, quel ‘sottogenere’, non molto diffuso in Italia, che prende il queer (cui appartengono soprattutto registi canadesi e americani, ma anche europei, quali il primo Almodovar).
I film di La Bruce, però, non si limitano a questo: la sua filmografia, così come il suo pensiero, sono complessi e con ben precise radici culturali di cui una irrinunciabile, è la psicoanalisi, di cui il regista ha vasta e profonda conoscenza, avendola anche studiata durante la sua formazione a Toronto. Da vent’anni, in una progressiva crescita che lo ha portato dalle campagne dell’Ontario, dove è nato, a Festival internazionali come Venezia nel 2013 (dove presentò il suo unico, purtroppo, film accessibile in italiano, il bellissimo Gerontophilia) e all’odierna rassegna al MoMa, La Bruce è da un lato rimasto fedele alla sua identità di regista gay (assolutamente inscindibile dalla sua poetica), dall’altro ha saputo esprimerla attraverso vari generi, dall’underground dei primi tempi, al queer, a rivisitazioni di temi classici e operistici, come appunto in Pierrot Lunaire, alle varie declinazioni dell’amore gay (Gerontophilia), e altro ancora.
Sperimentatore, abbiamo detto, autore che percorre i confini, contamina i generi, sempre nel terreno di un ben preciso stile identitario, che lui stesso definisce “politico”: l’omosessualità è sempre politica, nella visione ‘pasoliniana’ di La Bruce, è sempre di rottura, il messaggio dell’artista è quindi sempre politico ed etico insieme, nella misura in cui denuncia il Potere contro ogni minoranza e ogni costrizione borghese.   
 
Come ascolteremo nel video, La Bruce nasce in una fattoria dell’Ontario, gli inizi non sono facili: si scopre precocemente omosessuale, diverso dai ragazzini del suo contesto rurale, e presto si trasferisce a Toronto per gli studi di cinema e psicoanalisi. La passione per il cinema è precocissima, e salvifica per il piccolo La Bruce: nonostante l’ambiente rurale, i genitori sono appassionati di cinema hollywoodiano degli anni ’60, ’70, e il ricordo della sua infanzia (ricordo che non rinnega affatto, anzi) è illuminato dallo scenario di sogno, di fuga, di possibilità espressiva che il cinema viene presto a rappresentare. Diventa anche fotografo, giornalista, scrittore ma il cinema, confessa, resta il primo dei suoi interessi.
L’attraversamento di generi magari ostici per il grande pubblico, come il cosiddetto “porno” non devono trarre in inganno: il cinema di La Bruce è cinema colto, che niente ha a che vedere con l’intrattenimento pornografico, ma che usa il corpo (come da riferimento al maestro Pasolini) come metafora e allegoria della condizione umana, dell’abuso di Potere, della castrazione, del feticcio e della mancanza, tutti temi che si ripropongono, in varia forma, nell’opera di questo versatile regista. Il corpo, insomma, è sempre simbolico, è sempre segno con cui incidiamo la nostra identità nel mondo.
Ampio, per concludere, lo scenario in cui riconosce i suoi maestri: dal cinema italiano col Neorealismo, Antonioni, l’avanguardia francese con Godard, il cinema giapponese, i classici americani e autori quali Cassavates, Costa-Gravas, il cinema tedesco (molto legato alla Germania) con Fassbinder e molti altri; primo fra tutti, come detto, il debito a Pier Paolo Pasolini.
 
Questi temi ‘forti’ non inducano ad immaginare un uomo cupo e duro; al contrario, di La Bruce ci ha colpito la dolcezza, l’ampia cultura cinematografica e psicoanalitica, il coraggio contro ogni tentazione politcally correct, il rigore del pensiero insieme alla grande cortesia umana e alla disponibilità al confronto. Attraverso il corpo, i suoi film, fino a Pierrot Lunaire, parlano dei fantasmi dell’inconscio umano, e sono pertanto universali.
Pol-it lo ha incontrato, e questo è il frutto del nostro incontro.

L'intervista si è svolta tra il MoMa dove Bruce aveva la sua rassegna e l'appartamento in lower Manhattan dove era ospite in questo suo periodo newyorkese.

I contenuti dell'intervista sono stati divisi in nove video per faciltarne la fruizione.

Il titolo della serie è:

PORTRAIT OF AN ARTIST AS BRUCE LA BRUCE
 

 VIDEO 1: CHAPTER ONE: Bruce before Labruce


VIDEO 2 : CHAPTER TWO: Pasolini, Warhol and my other masters


VIDEO 3 : CHAPTER THREE:To represent the unrepresentable, Pierrot Lunaire


VIDEO 4 : CHAPTER FOUR:  Pornography, Fetish and Philosophy of Homosexuality


VIDEO 5 : CHAPTER FIVE: From underground filmmaking to Gerontophilia


VIDEO 6 : CHAPTER SIX: About LBGT social movements


VIDEO 7: CHAPTER SEVEN: About Queercore Cinema


VIDEO 8: CHAPTER EIGHT: Between Berlin and Los Angeles


VIDEO 9: THE END: The Devil in Mr. Labruce

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