LE MANI IN PASTA
Psicologie, Psichiatrie e dintorni. Informazione, divulgazione, orientamento e anche disinformazione, errori, dabbenaggini.
di Rolando Ciofi

I miei colleghi-clenti. Sono uno psicologo, un counselor (degli psicologi) o un avvocato abusivo?

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2 ottobre, 2015 - 17:17
di Rolando Ciofi

Oggi ho passato la giornata ad occuparmi della difesa di tre colleghi in tre diversi procedimenti disciplinari in tre diverse Regioni d'Italia. 

Che ci siano procedimenti disciplinari all'interno di una comunità professionale è normale ed anzi positivo... significa che quella comunità è viva. 

Anche positivo il fatto che qualunque incolpato possa trovare un difensore.

Ciò che mi lascia perplesso è che due su tre dei casi da me affrontati oggi riguardavano violazioni di norme che poco hanno a che fare con il rispetto dei clienti e molto invece con le regole infrante nei confronti della "corporazione".
In un caso si sta sostenendo che un collega psicologo si sarebbe pubblicizzato in modo ambiguo, lasciando intendere di essere psicoterapeuta.... Certo se ne può discutere ed è giusto avere nei confronti dei clienti la massima chiarezza... ma spesso si dimentica che uno psicologo di base, pur non specializzato, ha tra le sue competenze l'abilitazione la riabilitazione ed il sostegno oltre che la diagnosi... in sostanza una funzione terapeutica di base...... 
Nel secondo caso si contesta ad un collega ultrasettantenne (psicologo, laureato in psicologia, ed ovviamente iscritto all'Ordine) di dichiararsi psicoanalista nonostante il fatto che tutta la sua vita sia stata spesa nel mondo della psicoanalisi... oggi pare possa dirsi psicoanalista solo chi ha fatto un corso di formazione quadriennale dopo la laurea in una scuola ad orientamento psicodinamico... Percorso recente che chi oggi ha settanta anni certo non ha potuto seguire... ma anche percorso in contraddizione con ogni consolidata prassi di formazione psicoanalitica...
Di fronte a questi casi che dal mio punto di vista dimostrano solo come la corporazione sia autocentrata, mi sento spesso un poco a disagio. Non nei confronti dei colleghi che difendo ma nei confronti delle poco illuminate istituzioni che dovrebbero rappresentare la comunità cui appartengo e che ritengono di impiegare così le loro energie
Vabbè è il mio lavoro... fortunatamente solo una parte... il terzo caso di cui mi sto occupando è più serio e riguarda un controverso rapporto tra una collega ed una sua cliente.... Questione complessa e con varie sfaccettature ma che almeno ha il pregio di essere centrata sulla professione praticata e non sulle diatribe interne alla corporazione....

Dopodichè mi interrogo sul mio ruolo all'interno della professione... appena due giorni or sono mi sono impegnato in questa interessante, ed un poco kafkiana querelle 

L'Ordine degli Psicologi dell'Emilia Romagna mi invia una (garbata) diffida. (Garbatamente) rispondo. A qualcuno non piace che il MoPI fornisca gratuitamente ai propri associati l'aggiornamento permanente ECM

Ed infinite sono le situazioni nelle qualipiù che quello di psicologo svolgo il ruolo di counselor, o di consulente legale

Certo non mi dispiace essere di aiuto alla mia comunità professionale attraverso questo tipo di attività (non eccessivamente apprezzate dalle nostre istituzioni professionali). 

Ogni tanto sono preso però da "sensi di colpa". Che psicologo è chi ha più clenti tra i suoi colleghi che tradizionali "pazienti"?

Poi mi dico (ognuno racconta la sua storia e se la sistema nel modo migliore) che in ogni ambito professionale vi sia la necessità di qualcuno che si occupi di "pensare la professione". Ed alla fine questo è diventato il mio principale lavoro.

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