Blogintervista a Giuseppe Granieri

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4 marzo, 2013 - 15:08

Prove tecniche di connessione per continuare a riscrivere Blog generation, il saggio Laterza uscito il 3 marzo scorso.

Intervistare un autore che leggi tutti i giorni in rete?

Appena tenti di buttar giù la prima domanda, ti sembra di averla già sentita da qualche parte. E in effetti è così perché il saggio di Granieri, Blog generation, stampato da Laterza sei mesi fa - e già alla seconda edizione - ha ricevuto centinaia di pagine di commento on line.

Come dire che, ancora una volta, ha ragione Granieri: la blogosfera cambia le regole del gioco, attiva processi cognitivi che inducono alla collaborazione, all’apprezzamento delle idee altrui, a far crescere una mente collettiva. O meglio una mente connettiva: nel senso che, in primo luogo, ricevi e scambi idee grazie alla presenza di un ambiente informale, ricco di originalità, trasversale ai saperi, e perciò altamente creativo. In secondo luogo, perché trovi già messi in rete molti spunti, anzi un vero e proprio archivio di riflessioni, una memoria collettiva che puoi riattivare quando vuoi. In pochi secondi .

In sei mesi il saggio di Granieri è diventato, in rete, un testo che continua a scriversi. Oltre l’autore. Anzi assieme a lui, visto che, a quanto pare, Granieri con il suoBlog Notes è sempre presente e connesso.

Un testo che continua. A scriversi, appunto.

Dalla A alla Z, ventuno domande che ripercorrono trame già intessute da altrettanti blogger per ritornare ad approfondire i temi di Blog generation. Sei mesi dopo. Un’era geologica per la blogosfera. Un tempo fin troppo breve per digerire un testo — complesso come quello di Granieri — nel mondo dei libri con le pagine di carta.

 

  1. A come… anonimo

Chi scrive un blog va in una direzione diversa dai percorsi inaugurati dalle chat. Non ci sarebbe più la maschera, la fluidificazione e il decentramento identitario - Sherry Turkle insegna — ma, anzi, la blogosfera favorirebbe il rafforzamento identitario basato sulla credibilità della persona che scrive post o commenta i post altrui.

Lo spiega in poche ma significative righe Consigli § Sconsigli in un post che merita davvero leggere::

"I weblog come nota acutamente Granieri divengono infatti, una specie di prolungamento informatico del "sé" degli autori. In Rete si costruisce la propria personalità e un weblog può diventare il segno più forte della propria presenza, quello che dà il tono alle altre tracce sparse e ricompattate dagli "spider" dei motori di ricerca. I blog sono una specie di "doppio" informatico dell'autore, un gemello testuale che abita la Rete".

Domanda:

Nel tuo saggio spieghi bene l’affacciarsi, nel sistema blog, del rafforzamento identitario ( blog come point of presence stabile della persona, come spazio per l’individuo che può esprimere pubblicamente il suo punto di vista sul mondo ). 
Il blog andrebbe quindi in una direzione diversa dalla chat in cui prevalente era la fluidificazione identitaria, croce e delizia degli psicologi?

Risposta:

Il processo per cui si guadagna visibilità, con un blog (ma vale per tutti i nodi di tutti i network) è l’acquisizione di link. In Rete l’accesso alla conoscenza è determinato dal numero di relazioni: più link puntano ad una pagina, più quella pagina è accessibile.

Il blog è un "point of presence" dell’individuo, che quotidianamente guadagna (o perde) consenso in base al suo comportamento, al modo in cui le sue idee sono recepite, alla sua capacità di argomentare.

Se in una chat io cambio nickname, non ho costi di "riavvio" dell’identità. Se cambio identità con un blog, devo ricominciare tutto da zero e riguadagnare tutti i link. I costi di ricostruzione di una reputazione sarebbero elevatissimi. Per dirla con Danah Boyd, "i blog sono la faccia digitale dei blogger, nel senso in cui l’avrebbe intesa Goffman".

2) B come… Beppe Grillo

Anche lui, Beppe Grillo, che, tempo fa, finiva i suoi spettacoli facendo a pezzi un computer, adesso si è arreso… e ha aperto un suo, già affollatissimo, blog. Chi non ha la possibilità di andare a teatro, può comunque ritornare a fare cortocircuito con le sue imprevedibili provocazioni e prendere parte alle sue iniziative di democrazia diretta. Appuntamento, tutti i giorni, a qualsiasi ora, quando si vuole. Sul suo blog. Ovvio.

Domanda: nel tuo saggio analizzi nel dettaglio la diversità tra chi è connesso e chi non lo è. Chi non lo è, se ho ben capito, è destinato a restare ai margini, a esporsi "passivamente" e "casualmente" all’informazione, a non sfruttare le potenzialità di uno strumento che consente di pensare, condividere le proprie idee, confrontarsi, esprimerle e arrivare, alla fine, a contare anche come opinione pubblica. Arrivare insomma a farsi ascoltare. Questo è già realtà negli States: ma in Italia? Cosa manca perché ciò avvenga?

Risposta:

E’ solo un "ritardo", non una differenza. I network sono efficaci oltre una certa soglia minima di nodi e la Rete in lingua italiana ha i numeri di un piccolo quartiere di periferia all’interno di una grande megalopoli. Ma questa più che una variabile importante, è un alibi. C’è sempre in atto un "processo di traduzione" (culturale e sociale, oltre che linguistica) tra le varie aree locali della Rete. Io mi spingerei a dire che questo ritardo italiano è persino minore di quello che sembra, è solo sopravvalutato dal fatto che i punti di ritardo sono quelli del potere.

Molti processi codificati negli States sono osservabili anche in Italia, solo che non siamo capaci di riconoscerli e quindi non li accettiamo socialmente. Questo accade perché tutta la ricerca in merito (dalla fisica alla semiotica) è in lingua inglese e i nostri centri di potere semplicemente la ignorano e tendono a riferirsi ad Internet con aspettative tipiche dei media tradizionali. Se la gente che racconta la Rete (editori e giornalisti) e quella che decide sullo sviluppo avesse consapevolezza di alcune osservazioni (che in lingua inglese sono già passate dalla fase di ricerca a quella di divulgazione) l’atteggiamento e il giudizio sarebbero diversi. Non necessariamente ci sarebbe più entusiasmo (perché la Rete mette in crisi molti ruoli tradizionali e comunque porta problemi nuovi) ma almeno non si discuterebbe "ancora" sul fatto che sia o meno una infrastuttura centrale delle nostre società.

Anche questo è un processo codificato: si chiama Tecnomiopia

3) C come… Contaminazioni

Tra le recensioni che sottoscrivo quella di Contaminazioni

che, tra l’altro, dice: "C'e' molta passione nelle parole  di Granieri: passione per la conoscenza, per un'informazione che possa, prima o poi, ritrovare un'eticità e una trasparenza apparentemente smarrite, per una civile conversazione fra individui pensanti e capaci di critica, per un'idea forte di partecipazione politica dei cittadini. C'è autentico umanesimo nell'interpretazione del mondo weblog come la più evidente manifestazione di quella intelligenza collettiva  già auspicata e prevista all'epoca del primo affermarsi di Internet. La "società delle menti" a cui Granieri pensa e' evidentemente aperta, responsabile, matura, in grado di utilizzare intelligentemente la tecnologia a disposizione per uno scambio realmente produttivo di informazioni e conoscenza e per un efficace controllo "dal basso" delle logiche di  potere  sia politico che mediatico: un network animato dalla curiosità e dalla generosità intellettuale, dal desiderio di sapere e di partecipare".

Domanda: Società delle menti, dunque. "E’ solo un’utopia", dice chi non ci crede. Che ne pensi?

Risposta:

Io la vedo come una sfida più che un’utopia. Le infrastrutture di relazione le abbiamo e possiamo svilupparle ancora. La Rete è una grande "comunità di pratiche" in cui si affermano i modelli maggiormente condivisi. Quello che ne faremo dipenderà da noi. Ma è anche una responsabilità, che noi tutti esercitiamo ogni giorno. Per dirla con Sterling, l’occasione c’è, ma non bisogna dimenticare che avremo l’Internet che ci meritiamo.

4) D come… Delymyth

Idea che penso sia venuta a parecchi quella ben espressa da Delymyth : "Una specie di "riassuntino" del libro e’ impossibile, dal momento che è un trattato su Blog e Blogger, e come ogni altri trattato è impossibile riassumerne il contenuto senza quasi scopiazzare tutto il libro (cosa che non mi sembrerebbe nemmeno carino fare).
Ad ogni modo, i punti piu’ importanti (secondo me, ovviamente) del libro sono quelli riguardanti le "potenzialita’" dei Blog".

Domanda: Niente riassuntini, ok. C’è qualcosa che vorresti aggiungere al libro? Un’idea che ti è rimasta sulla tastiera?

Risposta:

Più che un’idea, la voglia di esaminare un livello più profondo, che è quello di cui i blog sono il sintomo ma che i blog non esauriscono. Costruire un ragionamento completo sui processi che governano i network e che per la nostra società sono una novità assoluta. Ci sto provando in un saggio che dovrebbe uscire in primavera, sempre per Laterza.

5) E come… eternità

Sottoscrivo anche tutto ciò che ha già detto Inkiostro, anche se dall’uscita della prima edizione di Blog Generation sono passati, oggi, sei mesi: molto più di … un’eternità! Scriveva allora Inkiostro; "E' passata una settimana dalla sua uscita nelle librerie (un'eternità, per i tempi di un blog), e ancora pochi ne hanno parlato. Di per sè la cosa è strana, ma a ben guardare non stupisce affatto; perché Blog generation di Giuseppe Granieri, pubblicato il 3 Marzo nei Saggi Tascabili Laterza, non è il solito libro sui blog […]" .

Domanda: Tempi di connessione, tempi di riflessione. Tempi immediati della comunicazione orale, tempi diluiti della comunicazione scritta. I post della blogosfera — i messaggi scritti pubblicati on line e immediatamente commentati sui blog — dove stanno? Tra l’immediatezza emotiva e la diluizione riflessiva, c’è una zona di frontiera?

Risposta:

Naturalmente. La constatazione che la Rete è "memoria collettiva" ed è ricercabile descrive benissimo questa apparente frontiera, che in realtà è il terreno su cui esercitiamo la conoscenza ogni giorno. Lo stanno imparando le multinazionali per prime, confrontandosi con la bidirezionalità della comunicazione di mercato. Milioni di utenti, ad esempio, oggi prima di comprare qualcosa leggono in rete le opinioni di chi quel prodotto lo ha usato. E decidono di conseguenza, mentre prima avevano a disposizione solo ciò che diceva la pubblicità. E’ solo un esempio: io per esempio prima di avere rapporti con chiunque digito su Google il nome della persona. Così come faccio prima di scegliere un libro o prima di farmi un’idea sull’affidabilità di una fonte.

Ma come scriveva Beppe Caravita in questi giorni, questa memoria ricercabile è anche una unità di misura dei temi sociali: "Ogni parola, ogni concetto espresso da un miliardo di persone, su Google o su altri, ha un numerino accanto. Peak Oil vale 13 milioni di link oggi, un anno fa valeva 4 milioni di link. In un anno è più che raddoppiato il concetto. Il suo peso relativo nella conversazione in rete."

6) F… come facilità di consultazione

"Il libro è certamente un buon acquisto (per "wannabe", blogger, giornalisti, docenti...) e una pubblicazione miliare dell'epoca in cui "siamo più connessi che in qualsiasi altro momento della storia" (Joe Trippi) e il web (anche con i wiki) tende a equilibrare la facilità di consultazione dei contenuti con quella di produzione, come nei sogni di Tim Berners Lee.". Scritto su blogitalia

Domanda:

Facilità di consultazione e di produzione dei contenuti. Va bene: come avere una memoria al di fuori di sé. Un serbatoio pieno di idee e saperi che però dobbiamo saper interrogare. Più che di risposte, il futuro sarà fatto di domande?

Risposta:

Più che altro sarà fatto di "information literacy". Imparare a "navigare nella conoscenza" e imparare a scrivere "testi ricercabili". Sembra un apparente paradosso, ma la soluzione all’information overload non è ridurre le informazioni, ma aggiungerne. Dobbiamo imparare a classificare con metadati i testi che scriviamo e dobbiamo familiarizzare con la semiotica. L’ "information literacy" è l’alfabetizzazione del terzo millennio. O almeno, dell’inizio del terzo millennio.

7) G come… generation

Blog generation. Titolo, presumo, imposto dall’editore (o no?). Sicuramente d’effetto, ma che, forse, può trarre in inganno.

Domanda: c’è davvero una generazione blog? E quali caratteristiche ha?

Risposta:

E’ una semplificazione analitica se legata al termine blog. Ma potrebbe avere senso se parlassimo di prima generazione abilitata a "redistribuire" le informazioni.

8) H come… heteronymos

Pausa pubblicità.

Pol-it ospita la recensione scritta da Mario Galzigna (nella sua rubrica "Libri") al saggio di Granieri : recensione replicata nel blog diheteronymos .

9) I come… intelligenza

Domanda:Pierre Levy , ama definirla intelligenza collettiva mentre Derrick De Kerckhove l’ha ribattezzata intelligenza connettiva .
E tu?

Risposta:

C’è un interessante confronto tra Derrick e Lévy su questo tema, da quello che so ancora ne discutono. Io credo che siano state due intuizioni fondamentali, nei primi anni novanta, per guidare una riflessione sulla Rete. Oggi abbiamo superato la fase della teoria previsionale e siamo in quella della "letteratura di descrizione", quindi sappiamo come e perché avvengano determinati processi. Sebbene si tratti di teorie complesse, potremmo semplificare dicendo che l’impostazione di Lèvy è più segnata da una visione etica e quella di De Kerckhove da una individuazione dei processi, sebbene non priva di una aspirazione etica. Il concetto di intelligenza connettiva si avvicina oggi molto di più alla realtà mentre quello di intelligenza collettiva rimane ancorato ad una ambizione la cui popolarità è tutta da verificare ancora.

10) L come libro "serio"

Uno dei primi commenti che ho letto in rete è stato quello su Manteblog che è stato poi ripreso e citato da più parti .

"La prima considerazione è che si tratta di un libro "serio", con tutte le complicazioni del caso."

Domanda:

Manca, alle volte, quando ci si vuole avvicinare a Internet o alla blogosfera, la disponibilità ad abbandonare semplificazioni, banalizzazioni e luoghi comuni. Si tratta in realtà di un mondo complesso… con, appunto, tutte le complicazioni del caso. Qual è stato uno dei nodi più difficili da sciogliere nella stesura dei sei capitoli del tuo saggio?

Risposta:

L’argomentazione, costruita appunto per dialogare con quella che io chiamo "l’obiezione del semplicista". Siamo portati a considerare la Rete senza chiederci nulla sua complessità e ci aspettiamo dalla Rete reazioni semplici, del tipo "post hoc ergo propter hoc". Come sanno gli studiosi, questo tipo di reazioni non sono attendibili nemmeno in natura, figuriamoci in un sistema come quello delle telecomunicazioni moderne, condizionate da migliaia di variabili.

Milioni di persone che si esprimono producono una complessità che non si supera con le classificazioni né con l’osservazione empirica di porzioni limitate. Per capire Internet oggi è necessario destreggiarsi tra ricerche di fisica, dati matematici, valutazioni semiotiche, riflessioni cognitive, considerazioni tecniche e contributi di mille altre discipline. Inoltre la rete dialoga costantemente con la vita reale, i mass media, il mercato e la formazione di opinioni politiche. Si può descrivere solo attraverso i processi, non attraverso i fatti (che rimangono pertinenza dei cronisti, ma che nulla aggiungono alla comprensione del medium).

11) M come… metamorfosi

Domanda:

Per Elias Canetti, lo scrittore doveva essere animato dalla passione della metamorfosi, dall’amore del cambiamento. La rappresentazione di sé — preoccupazione fondamentale del blogger — non corre forse il rischio di irrigidire l’icona identitaria, lasciando in ombra contraddizioni, mutamenti, inversioni di rotta…?

Risposta:

Se Internet fosse comunicazione monodirezionale priva di contraddittorio, potremmo discuterne. Ma è assolutamente impossibile in un regime di confronto continuo con l’altro e con la diversità, come accade oggi in Rete. Non credi?

Anzi, io direi che l’utilizzo della Rete porterà (nel tempo) a valorizzare le differenze e la tolleranza. Oggi ancora non tutti ne siamo capaci, e spesso le tensioni nascono da questa disabitudine. Questo confronto continuo, a questi livelli e con queste frequenze, è una novità assoluta per la storia delle comunicazioni umane. Solo qualche decina di anni fa l’unica occasione di confrontarsi con modi e pensieri diversi era "fare il militare a Cuneo", prima di tornare al paesello. Mi sembra un buon passo avanti..

12) N come… narrazione

Di narrazione Giuseppe Granieri se ne intende (vedi per esempio Vincere per knock out in AA.VV ,Istruzioni per un racconto).

Domanda: La narrazione di sé o delle proprie idee è costitutiva per la crescita di una persona. In che modo il mondo dei blogger può aiutare (ma anche ostacolare) questo percorso?

Risposta:

Per collegarmi alla domanda precedente, la comunicazione in Rete, attraverso il confronto. ci sta riabituando ad argomentare, attitudine che la scuola (come me la ricordo io) e la televisione avevano sopito quasi completamente. A me capita spesso di consigliare alle aziende, per esempio, di utilizzare i blog come sistema di comunicazione interno. Oltre a creare una "narrativa delle decisioni" (più utile di dati schematici), avere un blog aiuta a codificare meglio il proprio pensiero (cui l’espressione scritta perdona spesso confusioni e salti mortali) ed a condividerlo con gli altri. Se in un post i nessi logici saltano, nei primi due commenti me lo faranno notare. E in breve si impara.

13) O come… ornitorinco

Scrive remixmedia : "Gran bel libro questo di Granieri, di quelli che ti aiutano a capire le cose. Lo leggi anche troppo freneticamente, lo sottolinei a ogni pagina e poi ti tocca ricominciare da capo perché senti di esserti perso qualcosa. Io ora lo sto rileggendo e torno a sottolineare, a scaricare e leggere i documenti che vengono via via suggeriti. Insomma sono partito dal libro e, tirando un filo alla volta, sto costruendo un articolatissimo ipertesto.
E dire che non era un compito facile. Innanzitutto per il tema stesso: magma puro, niente di solido su cui poggiare i piedi e in continua ebollizione ( è il problema dell'ornitorinco come Granieri stesso lo ha definito: "La rete ci obbliga a riadattare di continuo le nostre categorie di interpretazione") ".

Domanda: Non è proprio questo uno dei possibili freni a coloro che preferiscono non entrare nell’ambiente della blogosfera? Il non essere in grado di mettersi continuamente in discussione? Il non volere o il non riuscire ad accettare di rivedere le proprie categorie interpretative, di dismettere gli occhiali con i quali si guarda al mondo?

Risposta:

Io preferisco segnalare l’ineluttabilità del processo. E’ inutile nascondere la testa e credere che il cambiamento non esista. Negli Stati Uniti, Hewitt lo definisce "la sindrome di Leone X."

14) P come… proprietà

Se ne è discusso in varie occasioni in rete e il problema non sembra di facile soluzione.

Domanda: Che fine ha fatto l’autore? E poi: ma davvero c’è ancora e soltanto un autore in un ambiente in cui l’intelligenza è collettiva o connettiva?

Risposta:

Il concetto di autore non viene messo in discussione ma si modifica, come è naturale. La Rete è un processo collettivo di lettura, la cui sintesi è tratta da diverse fonti e che prevede il contraddittorio (a volte persino l’esegesi) poiché il lettore è abilitato a scrivere e completare. Ma questa è una novità relativa. Sappiamo dai tempi di Roland Barthes che il lettore completa il senso del testo, oggi possiamo confrontarci con "completamenti" che sono a loro volta testi a margine del testo. Per chi volesse approfondire, consiglio il "Manuale di Semiotica" di Ugo Volli .

A margine, per molti sembrerà strano, ma proprio in questo manuale di semiotica (e non in un testo tecnico) ho trovato una delle definizioni migliori di Internet: "Piuttosto che una rete di computer, Internet è una forma specifica di comunicazione, molto più complessa e culturalmente determinata dalla mera base tecnologica che la rende possibile." (p. 223)

15) Q come… quotidianamente

Ha fatto il giro del web la vicenda dell’ "apri- sospendi e riapri" del blog di Prodi. Per ricostruire l’inizio di una lunga vicenda si può partire da qui .

Domanda: Ma qual è il problema? Ci vuole un sacco di tempo per gestire un blog? Oppure: non è forse, piuttosto che una questione di tempo — ci sono splendidi blog che non necessariamente vengono aggiornati quotidianamente — una questione di idee?

Risposta:

Io ho un’opinione difficile da sostenere in poche righe. Una volta aperto, il blog diventa una "attitudine di interpretazione". Reso disponibile un canale di comunicazione immediata, si comincia a pensare in maniera editorializzata, la nostra mente comincia a filtrare la realtà in base al modo di raccontarla, ora che può raccontarla. I post nascono per strada, tra la gente, a casa, leggendo un libro. Poi, per pubblicarli, è sufficiente il mero tempo di digitazione per scrivere e metterli online.

16) R come… rinvio

Credo che Paolo Valdemarin abbia interpretato il pensiero di molti rinviando semplicemente ",,, alla recensione di Sergio Maistrello da condividere al 100 per cento". Come dire: inutile ripetere se già le cose principali e condivisibili sono state già scritte.

Domanda: Il link, il rinvio agli altri, l’invito a leggere quanto hanno pensato altre teste, è dato per scontato tra blogger. Il giocovale per tutti e perciò, prima o poi, a propria volta si viene citati, linkati, ecc…
Non ti è mai capitato di non scrivere qualcosa sul tuo blog e di pensare… "no meglio che questa idea me la tenga per me… altrimenti me la copiano?"

Risposta:

La domanda apre tre questioni. Una, quella di esprimersi sempre con parole proprie. E’ spesso una scelta estetica e in merito io condivido la visione di Antonio Machado, che all’inizio del ‘900 scriveva: "se qualcuno ha detto una cosa meglio di come la diresti tu, è inutile ripeterla"
La seconda questione, riguarda l’architettura della conoscenza nel Web. Segnalare, linkando, un testo interessante, ne aumenta la visibilità quindi aiuta tutti (e segnalare risorse è parte integrante dell’attività di blogging).
La terza è più complessa. Si dice in Rete che la differenza tra le idee e le monete è semplice: "se io do a te una moneta e tu ne dai una a me, abbiamo entrambi una moneta. Se io do a te un’idea e tu ne dai una a me, abbiamo entrambi due idee". Io ho sempre condiviso le mie idee (prima che diventassero articoli o libri) e ne ho sempre guadagnato: ciò che poi pubblicavo era migliore, perché ho imparato dal confronto, ho arricchito la visione, ho corretto errori. Nel mio blog (se escludiamo una nota di copyright che appare nei feed RSS solo perché mi dimentico sempre di toglierla) non c’è alcuna indicazione di proprietà dei diritti morali o materiali di autore. Nemmeno una licenza Creative Commons perché interpreto il blog come patrimonio collettivo. So per certo che molti miei post sono finiti in libri, tesine o tesi di laurea (me lo hanno anche raccontato) e non mi preoccupo minimamente di andare a verificare se la fonte è stata citata. Se dovessi valutare quanti input ho ricevuto da post di altri blog, sarei comunque in debito. Resta la questione di stile (io cito sempre la fonte) ma non è una questione sostanziale. Se i blogger che leggo (o che non leggo ma che in una ricerca potrei cercare) smettessero di bloggare, sarei impoverito. Da questo punto di vista il mio blog è il "parziale" contributo che io offro al sistema in cambio di quello che mi regala. 
In fondo chi è in rete oggi vive in una doppia cittadinanza, quella del sistema di regole del Paese in cui vive e quella della società digitale. La prima è una società in cui un importante editore milanese vuole una mia consulenza, mi paga il viaggio aereo e tutto ciò che appare normale. E io sono contento. La seconda è quella in cui un altrettanto importante editore milanese vuole il mio parere, mi manda un messaggio su ICQ e la ottiene senza pagarmi ma io sono contento lo stesso. Se a qualcuno sfugge perché io nel secondo caso sono ancora contento, ha qualcosa da chiedersi sulla Rete e su come costruisce relazioni, valore e conoscenza.

 

17) S come… spugna

Una delle prime recensioni pubblicate su "Blog generation" è quella appunto di Sergio Maistrello che tra l’altro scrive: "Ciascuno di noi ha formato il nocciolo duro della propria visione del mondo per lo più in quello che a me piace chiamare il "periodo spugna", un momento di massima apertura mentale (in genere una fase avanzata dell’adolescenza, per molti il periodo universitario) in cui si è particolarmente predisposti a cogliere le vibrazioni profonde che un autore è capace di nascondere tra le pagine. Gli scrittori preferiti, soprattutto in fatto di saggi, te li scegli non soltanto per il libro in sé, ma per quel misto di contenuti, stile e coincidenza d’intenti che per qualche istante dà l’impressione che le due sensibilità, quella del lettore e quella dell’autore, vibrino all’unisono. Io, per esempio, sento di dovere molto di quello che sono oggi alla capacità di andare oltre alle categorie acquisite di autori come Furio Colombo, Franco Fileni, Pierre Lévy, Howard Rheingold, Gregory Bateson, Roland Barthes e vari altri, oltre che per le intuizioni di Justin Hall, un ragazzino (oggi giornalista e divulgatore) che nel 1995 metteva nero su bianco molte delle conquiste a cui i blog sarebbero giunti una decina di anni dopo.

Ecco, l’augurio che mi piace fare a Giuseppe Granieri e al suo Blog generation non è tanto di vendere molte copie, ma di trovare tutte le giovani spugne a cui è predestinato."

Domanda: A sei mesi dalla pubblicazione, hai avuto riscontri tra i giovani?

Risposta:

Mentirei se non dicessi che ho avuto molte soddisfazioni e che non apprezzo tutto quello che tantissime persone ne hanno scritto, spesso emozionandomi. Mentirei, però, anche se dicessi che me le aspettavo, che le ho avute solo dai giovani e che siano tutte merito mio. Io ho un rapporto un po’ delicato con la scrittura e soprattutto con l’argomentazione, che considero una sfida molto complicata, una specie di "sport della scrittura di un saggio". In questo mi aiutano molto gli articoli sulle riviste (ripubblicandoli sul blog per avere il feedback), ma soprattutto il blog e i post di conversazione. Ad esempio oggi, lavorando al prossimo libro, è fondamentale per me testare i singoli passaggi e le diverse interpretazioni, che devono maturare attraverso il contributo di tanti. Da questo punto di vista anche Blog Generation deve moltissimo alla Rete.

18) T come T & T

Giuseppe Granieri, per non tediare con il suo saggio coloro ai quali non interessa, ha pensato bene di far commentare il suo libro in una pagina a parte dove si può leggere l’esperienza di uno studente diventato blogger : "Ho cominciato a leggere Blog Generation perchè "costretto" (se voglio dare l'esame di T&T del giornalismo on-line devo per forza leggerlo). Devo farle i complimenti: il testo mi ha appassionato molto, insieme ad altri due studenti abbiamo aperto un blog (anche questo era obbligatorio), e siamo entrati con entusiasmo nella blogosfera. Probabilmente non ne usciremo più..."

Domanda: Ecco qui una nuova trappola! La blogosfera ingabbia, non se ne esce più, crea dipendenze, chissà quale sindromesta già proliferando tra i giovani blogger… : - )))
Scherzo, ovviamente. Non credi, però, che andrebbero studiate — come è avvenuto e avviene per gli altri media e per ogni spazio che veicola informazioni — anche le modalità per cui un utente consapevole possa difendersi criticamente dall’indubbio potere di seduzione e persuasione del weblog?

Risposta:

La mia è una risposta serena. La società digitale (il cui punto di presenza personale è il blog, ma che il blog non esaurisce) ha maggiori attrattive di quella post industriale in cui viviamo se non partecipiamo alla Rete. Internet non è un paradiso (ha i suoi difetti e a noi tutti sta lavorare per svilupparla), ma sicuramente farne parte migliora la nostra esistenza. La chiave è l’educazione, che negli anni si adeguerà e ci insegnerà come utilizzare questo nuovo strumento di relazione.

19) U come… umanesimo

Per riprendere uno spunto letto su vocativo: "Sembra chiaro che l’autore veda il web come un ulteriore sviluppo dell’umanesimo, in qualche modo la sua punta estrema, grazie al suo potere associativo, e non come il compimento di quella società delle macchine che molti sociologi e massmediologi vedono profilarsi. Insomma, nessun catastrofismo e nessuna apocalisse all’orizzonte. Una visione troppo ottimistica? Sarà il tempo a dircelo"

Domanda: Troppo ottimismo?

Risposta:

Diciamolo francamente. Se c’è una categoria che mi appare come un canone di valutazione errato è quella dell’ottimismo. Nel 1996, quando scrissi il mio primo articolo sulla Rete, lo focalizzai sulla diatriba tra catastrofisti e ottimisti. Lo ammetto. Ma oggi la questione mi pare superata. La società digitale pone problemi nuovi, non c’è dubbio, e molti di questi ancora non li conosciamo. Ma ha ormai delle caratteristiche chiare che non sono più negabili e che toccano nel profondo gli assetti sociali tradizionali perché incidono sulla conoscenza e sulla relazione.

20) V come… Voce ( Lello Voce ).

Merita leggere tutta l’intervista realizzata da Lello Voce per l’Unità della quale riporto per intero una delle domande e la relativa risposta di Giuseppe Granieri

Domanda: Parlare di weblog significa parlare di comunicazione e socialità. Ti faccio una domanda, magari scontata, ma ineludibile: non credi che infine la socialità digitale, incorporea, che sta sostituendosi a quella materiale, di corpi, odori, ecc., possa rivelarsi, a conti fatti, un passo indietro rispetto alla realtà? Si può vivere solo di comunicazioni e socializzazioni 'digitali'?

Risposta: A meno che tu - via e-mail - non stia intervistando un ologramma, direi che le nostre vite rimangono reali pur dotandosi di ulteriori strumenti di comunicazione. Dirò di più, il confronto incorporeo "dentro" internet è un processo di formazione delle opinioni che poi ciascuno di noi si porta dietro parlando con la nonna o col vicino di casa. Nella campagna elettorale del 2004 tutti i candidati che hanno utilizzato la Rete hanno finito per scoprire che le "opinioni virtuali" dei cittadini spesso diventavano banchetti da campagna elettorale davanti i garage delle case.

21) Z come… Zelig

Dalla A alla Z. Dall’anonimo, a Zelig. Torniamo sul nodo dell’identità. Come nel film di Woody Allen, non c’è la tentazione, pur di essere linkati e di avere un blog seguito, di trasformarsi in Zelig il personaggio camaleonte che si adatta a qualsiasi situazione e interlocutore pur di piacere?

Domanda: La blogosfera contiene in sé uno o più antidoti alla frammentazione identitaria?

Risposta:

Sebbene creda, con Pessoa, che ciascuno di noi sia un baule pieno di gente, vedo molto improbabile il rischio Zelig. Quando qualcuno di noi scrive ha in mente un suo pubblico, sul cui linguaggio e sul cui registro tara la scrittura. Se poi, nei commenti ad un testo, ci si rende conto che il messaggio non è passato come si voleva, si riaggiusta il tiro al prossimo post. E fin qui è "crescita", non metamorfosi, perché attiene l’efficacia della comunicazione. In fondo, come molti riconoscono, la personalità è il vero "asset" del blogger.

 

*L’intervista di Maria Maddalena Mapelli è stata realizzata grazie alle idee di tutti i blogger citati.

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