Nuove forme del sintomo: la dipendenza da Internet

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12 febbraio, 2016 - 17:59
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Abstract

L’Internet Addiction si presenta come una sintomatologia attuale, legata alla rapida e recente evoluzione della tecnologia; inoltre in essa si rilevano molti punti in comune con le nuove forme emergenti del disagio psichico della società contemporanea, come anoressia, bulimia, obesità e neodipendenze.
Il testo inizia con un’analisi della situazione della società moderna, al fine di inquadrare il contesto sociale e l’humus culturale che hanno permesso la nascita e lo sviluppo dell’Internet Addiction; quindi, saranno affrontate analiticamente le principali produzioni sintomatologiche associate all’Internet Addiction, al fine di evidenziare i tratti comuni alle prevalenti forme delle manifestazioni psicopatologiche attuali: aspetti legati alla dipendenza e alla tossicomania, e tratti narcisistici, perversi e psicotici delle nuove forme del sintomo.
Attenzione particolare è rivolta alle fasce d’età più a rischio, ovvero quelle dell’infanzia e dell’adolescenza, per due ordini di ragioni: per il fatto che l’infanzia, ma soprattutto l’adolescenza, sono due fasi dell’età evolutiva in cui il processo di maturazione psichica non è ancora compiuto e, pertanto, i soggetti sono maggiormente vulnerabili alle turbolenze emotive; e per il fatto che, le nuove generazioni, da subito immerse nelle tecnologie, fanno fatica a concepire una realtà e un mondo sprovvisti di Internet.
In seguito, verrà presentata un’analisi dei più importanti contributi presenti nella letteratura clinica, inerenti all’inquadramento diagnostico dell’Internet Addiction e, nella stessa sezione, verranno riportati i principali strumenti di
valutazione sull’argomento e i risultati dei principali studi in merito all’estensione del fenomeno e alla cormobidità con altri disturbi.
Infine, saranno esposti i risultati di ricerche neuropsicologiche, che attestano come l’utilizzo di Internet abbia conseguenze dirette sul cervello.
 
Abstract
Internet Addiction presents itself as a current symptomatology, linked to the rapid and recent technological evolution. Moreover, Internet Addiction, presents many commonalities with the emerging psychological problems of the modern society, such as anorexia, bulimia, obesity and modern addictions. The thesis begins with the analysis of the situation in modern society, to frame the social context and cultural background that led to the emergence and the development of Internet Addiction. Subsequently, the main symptoms associated to the development of Internet Addiction, will be addressed analytically, in order to highlight the common features of the prevailing forms of emergent psychopathological symptoms, such as the aspects of dependence and addiction. The narcissistic, perverse and psychotic traits linked to the new forms of the symptom are treated as well. Particular attention is paid to age groups at risk, such as childhood and adolescence, for two reasons. First childhood, but especially adolescence, are two developmental stages in which the process of psychic maturation is not yet complete and, therefore, individuals are more vulnerable to emotional turmoil. Secondly, the new generations, immediately immersed in technology, find it difficult to conceive a reality without Internet.
In what follows an analysis of the most important contributions in the clinical literature will be presented, with a focus on the diagnostic classification of Internet Addiction. In the same section, the main assessment tools on the subject and the results of the main studies on extent of the phenomenon and its comorbidity with other disorders are presented.
Finally, the results of neuropsychological research on the topic will be exhibited, which demonstrate that the use of the Internet has a direct impact on the brain.


Introduzione
La vita odierna è sempre più condizionata dalle tecnologie informatiche, e gran parte del nostro agire quotidiano, dalle nostre attività ludiche, pragmatiche, burocratiche (mentre sto scrivendo questa introduzione, grazie al computer, David Bowie diffonde una canzone per il suo compleanno su Internet; la documentazione stessa necessaria alla stesura di questa tesi proviene dalla rete in una misura non trascurabile), finanche alle relazioni significative, sono vissute e portate avanti con i social network.
Internet è senza ombra di dubbio uno strumento utile, efficace e in certi casi ormai indispensabile, ma accade che sempre più persone, come dimostrano gli studi epidemiologici, smarriscano il confine tra “realtà reale” e “realtà virtuale”, facendo emergere nuove sintomatologie che trovano il loro “soddisfacimento” online.
L’Internet Addiction, nata nel 1995 come una parodia della rigidità nosografica del DSM, da parte dello psichiatra Ivan Goldberg, che coniò il termine e per il quale rilevò i criteri diagnostici, verrà in realtà presa sul serio e diventerà negli anni successivi oggetto di interesse per numerosi studiosi.
La stesura di questa tesi nasce pertanto dall’obiettivo di evidenziare quelli che sono gli aspetti negativi dell’uso di Internet e le manifestazioni psicopatologiche ad essi associati.
Per inquadrare al meglio il fenomeno, ho ritenuto utile fare preventivamente un’analisi di quelle che sono le dinamiche della società attuale, partendo dal presupposto che “la psicologia individuale è sin dall’inizio psicologia sociale” (Freud, 1921): cosa che comporta che i concetti di normalità e di psicopatologia varino in funzione del contesto preso in considerazione.
Il modello teorico di riferimento della mia analisi sulla società attuale, è quello Lacaniano, che, rispetto all’approccio Freudiano, affronta non più un disagio psichico a matrice nevrotica, quanto piuttosto aspetti legati alla dipendenza e a tratti narcisistici, psicotici e perversi.
Successivamente a questa disamina, verranno approfonditi proprio questi punti, il cui tratto comune risiede in dinamiche sintomatiche che si smarcano dall’incontro soggettivo con il proprio inconscio e che non sono più caratterizzate dal binomio “rimosso-ritorno del rimosso”, ma da quello di “angoscia-difesa”.
Viene, pertanto, sottolineato come l’utilizzo patologico di Internet dimostri di avere numerosi tratti in comune sia con la dipendenza tossicomanica, sia con le “neodipendenze”, ovvero dipendenze non indotte da sostanze, in cui, in primo piano, si profila un godimento solitario, autistico, che si defila rispetto all’incontro con l’Altro.
Per quanto riguarda gli altri aspetti, verrà innanzitutto evidenziata una tendenza moderna di funzionamento di tipo psicotico, per la quale, alla base, non vi è più la rottura del soggetto con la realtà esterna come nella psicosi classica, ma al contrario, si palesa un’alienazione rispetto agli oggetti d’identificazione, per la quale il soggetto sembra rompere con la propria realtà interiore.
I tratti narcisistici esaltano la tendenza moderna alla volontà di godimento immediato, all’incapacità crescente di rinunciare a o di procrastinare l’appagamento delle pulsioni.
Infine, i tratti perversi riflettono la dinamica di negazione della castrazione, di evitamento dell’angoscia che produce l’incontro con la mancanza, con l’imperfezione dell’altro.
Attenzione particolare verrà posta per le fasce d’età dell’infanzia e dell’adolescenza, per due ordini di ragione. Il primo, riguarda il fatto che esse sono due fasce d’età a rischio: in quanto, in entrambe, il processo di maturazione non è ancora compiuto, la stabilità psichica è inferiore rispetto all’età adulta e, quindi, i soggetti sono maggiormente influenzabili; inoltre, gli adolescenti, sono sottoposti alle turbolenze emotive proprie di questa fascia d’età.
Per quanto riguarda la seconda ragione, occorre considerare, che i bambini e gli adolescenti di oggi, sono soggetti che sono nati e vivono immersi in un mondo in cui Internet e i relativi dispositivi tecnologici esistono da sempre: non a caso sono stati battezzati come “nativi digitali” (Prensky, 2001). Questo comporta due elementi di criticità su cui riflettere: il fatto che essi non abbiano esperito una realtà alternativa sprovvista di Internet, per cui esso è il loro mondo, e il fatto che, molto spesso, essi vivano Internet “allo sbaraglio”, essendo sprovvisti di adulti di riferimento che fungano da esempio sull’uso corretto di tale tecnologia.
A seguire, verrà esposta la recente storia della clinica dell’Internet Addiction e i tentativi di inquadramento diagnostico da parte degli studiosi del settore. Saranno dunque presentati i principali criteri diagnostici e test presenti nella letteratura sull’argomento, oltre agli studi sulla comorbidità e sull’epidemiologia relativa al fenomeno.
Infine, l’argomento sarà approfondito dal punto di vista neuropsicologico, attraverso l’esposizione di studi che si sono focalizzati sull’individuazione e la modificazione dei circuiti neurali implicati nell’uso di Internet, e sull’analogia tra i circuiti neurali implicati nella dipendenza da Internet e nelle altre forme di dipendenza.
L’esigenza di questo approfondimento deriva dall’osservazione che “La Psicoanalisi non dimentica mai che lo psichico poggia sull’organico”(Freud, 1910a). Ciò equivale a dire, necessariamente, che bisogna tenere in considerazione il fatto che, una modificazione del funzionamento cerebrale comporta, direttamente o indirettamente, anche una modificazione del funzionamento psichico del soggetto.

1 - Aspetti sociali
1.1 - La psicologia individuale è psicologia sociale
Per avere un quadro più esaustivo e chiaro del fenomeno delle neodipendenze, ed in particolare dell’utilizzo patologico di Internet, occorre, per forza di cose, un’analisi della società e dei cambiamenti avvenuti in essa col tempo. Già Freud, nel 1921, riflettendo sulla psicologia sociale, diceva che la “psicologia individuale verte sull’uomo singolo e mira a scoprire per quali tramiti questo cerca di conseguire il soddisfacimento dei propri moti pulsionali, ma solo raramente, in determinate condizioni eccezionali, riesce a prescindere dalle relazioni di tale singolo con altri individui. Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto, in quest’accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è anche, fin dall’inizio, psicologia sociale” (Freud, 1921). Pertanto, “tutte le relazioni finora divenute materia precipua della ricerca psicoanalitica, possono legittimamente venir considerate alla stregua di fenomeni sociali, e contrapposti quindi a taluni altri processi, da noi chiamati ‘narcisistici’, nei quali il soddisfacimento delle pulsioni elude o rifiuta l’influsso di altre persone. La contrapposizione tra atti psichici sociali e atti narcisistici [...] rientra quindi per intero nell’ambito della psicologia individuale e non consente di separare questa dalla psicologia sociale o delle masse” (Ivi). Queste argomentazioni comportano due osservazioni strettamente interconnesse: innanzitutto, ad un livello per così dire “micro”, lo sviluppo psichico di ogni soggetto, viene chiaramente influenzato dagli altri
significativi che costituiscono la sua famiglia. Ad un secondo livello, “macro”, i nuclei familiari e, quindi, imprescindibilmente, anche il singolo, vengono influenzati dalla società di cui fanno parte.
Come rimarca, infatti, Lacan (1938), la famiglia nucleare, intesa come composta da padre, madre e figlio, non presenta alcunché di biologico, bensì si caratterizza, a partire dalla cultura, come una delle possibili configurazioni di legame familiare. In effetti, sia considerando i differenti momenti storici, sia le differenti culture contemporanee, si possono riscontrare profonde differenze nel modo di far legame, come ad esempio nelle le società patriarcali e nelle società matriarcali, oppure nelle culture monogamiche e in quelle poligamiche.
La causa di questa eterogeneità è da ricondursi all’esistenza del linguaggio, del registro simbolico: nella crescita del singolo è quindi più opportuno parlare di processi, piuttosto che di sviluppo, poiché non vi sono tappe universali, prefissate e prestabilite, ma processi che avvengono attraverso lo scambio simbolico, fondato sulla struttura del linguaggio, nell’incontro particolare con l’Altro.
1.2 - La formazione del soggetto
Lacan, in riferimento a questo processo, isola tre complessi: il primo, il “complesso di svezzamento” (Lacan, 1938), si caratterizza per la defusione dell’infante dalla simbiosi materna, provocando la prima perdita oggettuale, la perdita della Cosa materna. Nel secondo, il complesso di “intrusione” (Ibidem), il soggetto si trova a dover accettare la condivisione dell’oggetto d’amore con un altro: ha quindi a che fare con il simile. Infine, nel terzo, il complesso di “Edipo” (Ibidem), si ha l’identificazione sessualee il soggetto indirizza verso l’altro sesso il proprio investimento oggettuale. Lacan puntualizzerà che questi complessi non sono da intendersi come cronologicamente consequenziali, ma sincronici, perché è l’Edipo stesso a includere il soggetto (dell’inconscio) nel campo del simbolico, coincidendo con esso: gli stati che precedono l’Edipo “non sono inesistenti, ma analiticamente impensabili” (Lacan, 1955/1956b); esiste dunque un soggetto solo nel momento dell’istituzione dell’Edipo. Gli stati precedenti, tuttavia, “ricevono il proprio ordinamento in funzione della retroazione dell’Edipo” (Ibidem).
L’iscrizione del soggetto nel simbolico, attraverso l’uccisione della Cosa materna, lo spoglia del godimento, facendo emergere il desiderio: ma nell’istituzione del linguaggio, rimane un residuo di godimento, che Lacan nomina oggetto (a), evidenza del fatto che non tutto il reale può essere posto sotto il registro simbolico e diventare significante, che diventa in tal modo l’oggetto causa di desiderio, residuo di quel godimento perduto che è esso stesso irraggiungibile.
1.3 - Il Padre
L’elemento che lega il simbolico alla spoliazione di godimento e alla nascita del desiderio e del soggetto dell’inconscio, viene rintracciato nella funzione paterna, reinterpretata da Lacan, rispetto alle teorizzazioni di Freud. Se nella concezione freudiana, infatti, il padre è essenzialmente veicolo della proibizione dell’incesto, e, quindi, conseguentemente, della castrazione, delineando una visione pressoché univoca del padre, Lacan rintraccia, nella stessa figura, una natura poliedrica, polimorfa e in un certo qual modo antinomica. Per capire appieno questa differenza interpretativa, occorre anzitutto evidenziare la scissione che Lacan opera, rispetto alla figura paterna, tra le tre declinazioni del padre simbolico, del padre immaginario e di quello reale. Il Nome-del-Padre è il modo con cui Lacan nomina il significante della funzione paterna, sul versante simbolico, che non coincide con il padre reale: è l’agente della proibizione, della castrazione, ciò che spoglia dal godimento e che introduce un “no!”: in esso “dobbiamo riconoscere il supporto della funzione simbolica, che dal sorgere dei tempi storici identifica la propria persona con la figura della legge” (Lacan, 1953). Il Nome-del-Padre istituisce dunque la legge simbolica: “costituisce la legge del significante” (Lacan, 1955/1956b). La “vera identità del Nome-del-Padre è il linguaggio” (Lacan, Le partenaire symptôme, lezione del 14 gennaio 1988, inedito), “principio di separazione” (Lacan, 1964b).
Questa funzione è necessaria per separare la diade madre-bambino dalla fusione nella quale, il bambino, incarnando il fallo, incarnando l’enigmatico significante unico “Desiderio della Madre” (Ibidem), non sperimenta la condizione, imprescindibile, di assenza della madre, che permetterebbe l’avvio della simbolizzazione. Un’altra definizione che infatti viene data del Nome-del-Padre è quella di “posto primitivamente simbolizzato dall'operazione dell'assenza della madre” (Ibidem).
Per quanto riguarda il padre immaginario, “abbiamo sempre a che fare” (Lacan, 1956/1957) con lui. “È a lui che più comunemente fa riferimento tutta la dialettica, quella dell’aggressività, quella dell’identificazione, quella dell’idealizzazione tramite cui il soggetto accede all’identificazione con il padre. Tutto ciò avviene a livello del padre immaginario. Lo chiamiamo immaginario anche perché è integrato alla relazione immaginaria che forma il supporto psicologico delle relazioni con il simile [...J. È il padre spaventoso che conosciamo alla base di tante esperienze nevrotiche e che non ha assolutamente, in maniera necessaria, nessuna relazione con il padre reale del bambino” (Ivi). Questi due padri coincidono sostanzialmente con la lettura che dà Freud dell’Edipo.
L’originalità di Lacan, consiste nel dare rilievo, in una prospettiva inedita, al padre reale. Nel Seminario V, Lacan fa riferimento ad un padre che dona, contrapposto al padre che proibisce, che ammette la trasgressione della regola, l’eccezione, il caso particolare rispetto alla legge, (che è condizione dell’iscrizione dell’Ideale dell’Io). Miller sostiene, per l’appunto, rispetto al padre lacaniano, che oltre a proibire, oltre a dire di no, “dice di sì: il padre lacaniano, contrariamente a quel che si dice, è il padre che dice di sì. E in fondo il suo sì è molto più importante [...J del suo no” (Miller, 2003).
Quest’ambivalenza della figura paterna si può ritrovare anche nell’analisi che Lacan, ne I complessi familiari, fa rispetto alle differenze fra le società patriarcali e quelle matriarcali. In queste ultime, le funzioni paterne vengono suddivise tra le figure maschili della famiglia materna, come lo zio, aventi il ruolo dell’autorità, della proibizione, dell’instaurazione della legge, e il padre reale, che ha il ruolo di trasmissione degli ideali. In questo tipo di società, emerge una soggettività più armonica, ma allo stesso tempo maggiormente basata sulla repressione, piuttosto che sulla sublimazione. Il fatto che nelle società patriarcali queste funzioni antitetiche siano integrate, porta ad una soggettività maggiormente conflittuale, ma allo stesso tempo meno esposta alla repressione.
È questo il punto fondamentale dello scostamento da parte di Lacan nei confronti di Freud per quanto riguarda la concezione della figura paterna. Infatti, poiché “rappresentata da una sola persona, la funzione paterna concentra in sé relazioni immaginarie e reali, sempre più o meno inadeguate alla relazione simbolica che la costituisce essenzialmente” (Lacan, 1953). Questa considerazione comporta due riflessioni: la prima riguarda il fatto che non è necessario un padre reale perché si istituisca il significante Nome-del-Padre, la legge, l’ordine del simbolico, quanto, più che altro, il fatto che il desiderio materno non si esaurisca nel bambino, ma che vi sia desiderio d’Altro. La seconda concerne invece il fatto che il padre reale non debba totalmente coincidere con il padre simbolico, agente della castrazione, ma veicolare il bambino verso “un desiderio che non sia anonimo. È secondo tale necessità che si valutano le funzioni del [...J padre: per il fatto che il suo nome è il vettore di un’incarnazione della Legge nel desiderio” (Lacan, 1969). Lacan, ritiene il padre reale, soltanto l’agente della castrazione, ma non colui che la determina, per l’appunto, perché per quello è sufficiente il linguaggio: il simbolo riguarda qualcosa che è simbolizzato proprio perché assente ed in effetti Lacan ci dice che il “padre simbolico non è da nessuna parte [...J. Totem e tabù è fatto per dirci che, perché sussistano dei padri, bisogna che il vero padre, l’unico padre, il padre unico, sia prima della storia, e che sia il padre morto” (Lacan, 1956/1957). Ma è pur sempre agente della castrazione, poiché, lui stesso castrato, dona la castrazione al figlio, dandogli la possibilità di accedere ad un utilizzo del linguaggio, dell’ordine simbolico, della Legge, che sia compatibile con il desiderio: “la vera funzione del Padre, [...J fondamentalmente è quella di unire (e non di opporre) un desiderio con la Legge” (Lacan, 1960)
1.4 - Dal Nome-del-Padre a S1
In “Una questione preliminare”, Lacan introduce la definizione del Nome­del-Padre, come il ”significante che nell’Altro, in quanto luogo del significante, è il significante dell’Altro, in quanto luogo della legge” (Lacan, 1955/1956b). Questo paradosso, riguardante il fatto che il Nome­del-Padre è sia il nome dell’insieme, sia un elemento dell’insieme, e pertanto, è il significante dell’Altro dell’Altro, porterà Lacan ad introdurre nella sua teorizzazione il significante dell’inesistenza dell’Altro dell’Altro, rimarcando il fatto che c’è un vuoto costituente in seno al linguaggio, ovvero non tutto può essere posto sotto l’incidenza significante, ma qualcosa rimane, l’oggetto (a) di godimento. Il Nome-del-Padre non esaurisce la struttura del linguaggio e pertanto smette di essere significante privilegiato, per diventare uno fra tanti Nomi-del-Padre: tale pluralizzazione introduce una serie di significanti padroni che assolveranno alla funzione di indurre e determinare la castrazione, istituendo la Legge. Il Nome-del-Padre diventa pertanto un S1.
La catena significante dunque si articolerà a partire dal significante dell’inesistenza dell’Altro dell’Altro, “per, pour, il quale tutti gli altri significanti rappresentano il soggetto: cioè in mancanza di questo significante tutti gli altri significanti non rappresenterebbero niente” (Lacan, 1960). Se si considera l’Altro, come il luogo del significante, ciascun “enunciato d’autorità non trova in esso altra garanzia che la sua stessa enunciazione, perché è vano che la cerchi in un altro significante, che in nessun modo potrebbe apparire fuori da questo luogo. Cosa che formuliamo col dire che non c’è un metalinguaggio che possa esser parlato o, più aforisticamente, che non c’è Altro dell’Altro” (Ibidem).
1.5 - Dal discorso del padrone al discorso del capitalista
Andando avanti con il percorso tracciato, nella logica dei discorsi, introdotta da Lacan nel Seminario XVII, il significante padrone, in posizione di agente, introducendo la legge simbolica e conseguentemente spogliando dal godimento, porta ad un soggetto diviso e alla produzione dell’oggetto (a), causa del desiderio, comportando l’iscrizione simbolica del soggetto nel discorso della Civiltà. Il soggetto si trova in tal modo inserito nel discorso sociale a partire dal significante padrone, dall’S1 agente di un’identificazione idealizzante.
Il discorso del capitalista, viene introdotto da Lacan, in una conferenza tenutasi a Milano nel 1972, come discorso dominante della società attuale, che ha preso il posto del discorso del padrone. Secondo questo nuovo discorso, alla base del legame sociale non vi sono più l’identificazione idealizzante ai significanti padroni, la rinuncia pulsionale, l’esaltazione della virtù o del sacrificio, ma esso si identifica come un discorso che promuove la spinta incessante al godimento a scapito di qualsiasi forma di legame. In questo tipo di discorso, la mancanza costitutiva del soggetto, invece di far sorgere il desiderio, si tramuta in un vuoto anatomico che induce ad una logica di consumo finalizzata all’annichilimento dell’incidenza significante attraverso la continua offerta di oggetti di godimento proposta sul mercato.
In posizione di agente, non vi sarà più l’S1, ma il soggetto diviso: non sarà più l’Ideale a fondare il legame sociale, interdicendo al godimento, ma la spinta al godimento stesso, promossa illusoriamente come elemento in grado di ricucire la divisione del soggetto dalla logica capitalista che, attraverso l’introduzione costante di oggetti-gadget sul mercato, che alimentano incessantemente la domanda, anziché placarla. La funzione dell’Ideale è in questo modo sostituita dalla fantasia che non esista più alcun padrone, e quindi nessuna castrazione, al di fuori del consumatore, che ha in questo modo l’assoluta libertà al godimento. Nella società attuale “non c’è più un limite simbolico: non c’è più «non lo faccio perché non si fa», c’è piuttosto «non lo faccio perché non riesco»” (Recalcati, 2011). Questa osservazione è sintetizzata nel concetto di “principio di prestazione” (Ibidem): non è più in gioco il principio di realtà che limita il principio di piacere, ma questo nuovo principio che ordina alla prestazione come imperativo, anche se, e nonostante, la prestazione non sia in antitesi alla rinuncia pulsionale; anzi, il principio di prestazione favorito dalla logica capitalista, è legato ad una prestazione di godimento. È facilmente intuibile come questo tipo di discorso, anziché fare legame sociale, anziché indurre a sforzi per unire il desiderio al godimento, incentivi invece il solo godimento, slegando il soggetto da qualsiasi forma di relazione con l’Altro. Occorre altresì sottolineare che ciò non porta ad una disalienazione nei confronti dei significanti padroni, quanto più che altro ad una nuova forma di schiavitù: il tempo ipermoderno assume connotati totalitari, piuttosto che democratici. Infatti, la trasformazione della mancanza, che causa desiderio, in un vuoto da colmare, induce alla ricerca sfrenata dell’oggetto, che rimane in tal modo perpetuamente contiguo al soggetto: il soggetto è dunque schiavo degli oggetti, dai quali, più che consumarli, viene consumato. È questo il senso della definizione di “desublimazione repressiva” (Marcuse, 1964), che sta a significare che questa corsa al godimento illimitato, spegnendo il desiderio e illudendo sulla possibilità di sganciarsi dall’Altro, rende succubi degli oggetti, tramutando il soggetto in un “oggetto nel mondo degli oggetti” (Bollas, 1987). Pasolini, del resto, affermò che “il potere ipermoderno non ha bisogno di sudditi, ma di liberi consumatori” (Pasolini, 2001). Fromm, che fa un’analisi dell’uso del linguaggio, evidenzia come sia in atto, un mutamento idiomatico, tale per il quale si fa sempre un maggior uso, erroneo, di sostantivi, a scapito dei verbi, legato alla logica dell’avere. Per esempio, invece di dire “sono preoccupato”, si tenderà a dire “ho un problema”; oppure, invece di dire “non riesco a dormire”, si dirà “ho l’insonnia”. Il commento che ne fa Fromm è che questa tendenza “di recente introduzione, rivela l’alto grado di alienazione cui oggi siamo arrivati” (Fromm, 1976). Così facendo “si viene a togliere di mezzo l’esperienza soggettiva; l’io dell’esperienza è sostituito dall’impersonalità del possesso” (Ivi). “La modalità dell’esistenza secondo l’avere non è stabilita da un processo vivente, produttivo tra soggetto e oggetto; essa rende cose sia il soggetto sia l’oggetto. Il rapporto è di morte, non di vita” (Ibidem).
Il prodotto principale del discorso del capitalista è dunque l’insoddisfazione, ma non più legata alla dialettica fra Legge e desiderio, al tentativo di unire godimento e desiderio, poiché questo nuovo tipo di discorso, come già sottolineato, tende ad annichilire la funzione degli Ideali e il desiderio e, di conseguenza, la ricerca di nuovi legami con l’Altro. Tale insoddisfazione è invece indotta al fine di indurre compulsivamente alla ricerca del godimento incessante alla base della logica di mercato, promuovendo pseudomancanze da riempire costantemente con nuovi oggetti-gadget, presentati come soluzioni. “L’oggetto, anziché soddisfare o tendere a soddisfare, genera sempre nuove pseudomancanze” (Recalcati, 2011).
1.6 - L’evaporazione del padre
In Nota sul padre e l’universalismo, Lacan parla del concetto di “evaporazione del padre” (Lacan, 1968), che si rivelerà estremamente indicativo del disagio della civiltà ipermoderna. In questa nota, lo psicoanalista francese afferma che “nella nostra epoca la traccia [...J dell’evaporazione del padre è quella che potremmo mettere sotto [...J il titolo generale della segregazione. Noi pensiamo che l’universalismo, la comunicazione della nostra civiltà omogeneizzi i rapporti tra gli uomini. Al contrario, io penso che ciò che caratterizza la nostra era [...J è una segregazione ramificata, rinforzata, che fa intersezioni a tutti i livelli e che non fa che moltiplicare le barriere” (Ivi).
Il padre a cui fa riferimento Lacan non è il padre reale, nel senso che il suo riferimento non è alla crisi attuale dei padri reali, quanto piuttosto al padre del Nome-del-Padre, ovvero è il Padre che istituisce l’ordine simbolico, e con esso il fondamento dei legami sociali, è il padre dell’identificazione idealizzante che “rappresenta il significante del luogo dell‘Altro in quanto tale” (Recalcati, 2010). Al posto della funzione verticale dell’Ideale, s’impone l’affermazione dell’universalismo orizzontale degli oggetti promossi e resi disponibili dalla macchina capitalistica globalizzante. Questo universalismo però non agisce in senso liberatorio, o democratico, ma in realtà produce segregazioni ramificate: la spinta ad un godimento (uguale) per tutti, non porta che alla spegnimento del desiderio e quindi alla dissoluzione del legame sociale, al narcisismo, all’isolamento e all’indifferenza rispetto all’Altro, all’omogeneizzazione delle identificazioni, non più sostenute da un Ideale, ma dagli oggetti di consumo prodotti su scala mondiale dalla globalizzazione. La rete “mostra così paradossalmente [...J un crollo della mediazione simbolica, proprio nella misura in cui realizza la pura struttura della proibizione/mediazione simbolica senza il ‘piccolo pezzo di reale’, senza quella figura che le dà corpo” (Žižek, 2000), ovvero la figura paterna. Senza il padre, “rimarrebbe una pura e mostruosa funzione simbolica, vorace e reale nella sua invisibilità veramente spettrale” (Ibidem): “il problema dell’’Edipo online’ è proprio la mancanza di questa funzione ‘pacificante’della figura paterna” (Ivi).
1.7 - La modificazione del Super-Io
Nell’epoca ipermoderna del soddisfacimento sfrenato di ogni pulsione, della rincorsa al godimento, si instaura anche una nuova forma di Super-Io sociale. Innanzitutto, il Super-Io è da concepirsi non come un’istanza per così dire moralizzante, ma rappresenta il lato osceno della Legge, che nasce dal fatto che la Legge, fondante l’ideale dell’Io, non è completa, esaustiva, c’è qualcosa che sfugge ad essa, come per il linguaggio. Se la Legge ha a che fare con l’ordine simbolico, il Super-Io ha a che fare con il godimento. “Ciò che ‘tiene insieme’ più profondamente una comunità, non è tanto l’identificazione con una legge, ma piuttosto l’identificazione con [...] una forma specifica di godimento” (Žižek, 2000). È evidente il ruolo dell’Altro, che dietro il Super-Io si nasconde per godere attraverso il soggetto, puntando alla sua mancanza, ad una sua divisione interna. “Nel tentativo di far consistere l'Altro in forma di Super-Io, il soggetto [...] lo fa godere attraverso il proprio vacillamento. Il Super-Io ordinerebbe, quindi, al soggetto di godere nel farlo godere, nel far godere quell'Altro di cui Il Super-Io è il rappresentante” (Tognassi, humantrainer.com). Lacan stesso aveva intuito che l’interdizione al godimento provoca un rafforzamento dell’interdizione stessa. Il Super-Io non si placa, ma esige sempre di più, assolutizzando la legge, è un imperativo sadico. “Niente costringe qualcuno a godere, tranne il Super-Io. Il Super-Io è l’imperativo del godimento – Godi!“ (Lacan, 1972/1973). “Il Super-Io ordina di godere nel fare ciò che bisogna fare” (Zizek, 1998). In “Kant con Sade”, Lacan evidenzia questo aspetto del Super-Io, ovvero mostra il fatto che le idee dei due autori si basano entrambe sul presupposto che tutti debbano avere gli stessi diritti: Kant sul versante dell’interdizione al godimento, Sade con l’appagamento per tutti del godimento. Ed è questo il cambiamento avvenuto a livello del Super-Io: la civiltà ipermoderna è passata da un Super-Io sociale eminentemente kantiano, basato sull’imperativo categorico della rinuncia, ad uno sadiano, il cui imperativo è “Godi!”. Il Super-Io rappresenta dunque una legge mortifera, ed è infatti considerato come “uno dei nomi [...J della pulsione di morte freudiana” (Recalcati, a cura di Colombo, 1999). In questo senso ritornano centrali la figura del padre e della sua evaporazione: il ruolo del padre è di “trasmettere un modo di sottomettersi alla legge che non sia sadico, cieco. Colui che sa all’occasione fare delle deroghe” (Ivi). La “dimensione imperativa” (a cura di Recalcati, 2007) del Super-Io, che proviene dall’Altro, “contrasta radicalmente con l’imperativo etico del desiderio, il quale [...J esige [...J di essere assunto soggettivamente” (Ivi).
1.8 - Il supporto tecnico-scientifico al capitalismo
Il capitalismo trova supporto nella scienza e nel correlativo apparato tecnico cosiccome vengono concepiti dal discorso sociale odierno.
La tecnica è sia “l’universo dei mezzi (le tecnologie) che nel loro insieme compongono l’apparato tecnico, sia la razionalità che presiede al loro impiego in termini di funzionalità ed efficienza. Con questi caratteri la tecnica è nata non come espressione dello ‘spirito umano’, ma come ‘rimedio alla sua insufficienza biologica” (Galimberti, 1999). L’uomo, che a differenza degli altri animali si trova a fare i conti con una carenza istintuale, si serve dell’agire tecnico sul mondo per la sua sopravvivenza. Per questo è possibile dire che “la tecnica è l’essenza dell’uomo, [...] perché, sfruttando quella plasticità di adattamento che gli deriva dalla genericità e non rigidità dei suoi istinti, ha potuto” (Ibidem), attraverso la tecnica, “raggiungere ‘culturalmente’ quella selettività e stabilità che l’animale possiede ‘per natura’” (Ivi). La tecnica è dunque indissolubilmente legata ai concetti di scienza e di potenza: innanzitutto la scienza è da intendersi come quell’insieme di conoscenze accumulate attraverso l’operare tecnico e attraverso cui operare tecnicamente, poiché non vi è tecnica che si possa applicare senza la sua conoscenza e allo stesso tempo non vi è conoscenza scientifica senza un operare tecnico. Per quanto riguarda la potenza, non si dà operare tecnico, senza la possibilità della sua attuazione; Socrate chiede infatti ad Ippia: “Si potrebbe fare qualcosa che né si sa, né si ha la potenza alcuna per farla?” (Platone, Ippia Maggiore). La frase “scientia est potentia” (Bacone, Novum Organum) illustra in maniera esemplare questo concetto.
Se quindi la tecnica nasce al fine di dominare gli eventi naturali, necessita di un controllo sugli eventi, che alla lunga, dovrà assumere connotati totalitari: “perché sia efficace è necessario che si costituisca come controllo planetario, perché è proprio del controllo l’esser totale o il non essere un vero controllo. La tendenza all’espansione planetaria appartiene dunque all’essenza stessa della tecnica. Dire questo significa dire che la tecnica, nella sua espressione moderna, diventa quell’orizzonte ultimo a partire dal quale si dischiudono tutti i campi di esperienza. Non più l’esperienza che, reiterata, mette capo alla procedura tecnica, ma la tecnica come condizione che decide il modo di fare esperienza. Qui assistiamo a un capovolgimento della soggettività: non più l’uomo soggetto e la tecnica strumento a sua disposizione, ma la tecnica che dispone della natura come suo fondo e dell’uomo come suo funzionario” (Galimberti, 1999). Questo ribaltamento rispecchia anche il capovolgimento della tecnica da mezzo a fine: infatti, finché la tecnica esprimeva una padronanza appena sufficiente a soddisfare le esigenze e i bisogni umani, essa si caratterizzava come mezzo. Ma quando l’aumento quantitativo della capacità tecnica porta a potersi prefiggere qualsiasi scopo, si ha anche una modificazione qualitativa, per la quale la tecnica da mezzo diventa fine, non tanto perché l’operare tecnico si prefigga un qualche finalità, ma perché non si dà fine che possa essere perseguito senza la tecnica.”Gli strumenti sono mezzi per la realizzazione di scopi. Ma hanno la tendenza a diventare scopi essi stessi. Inizialmente, il denaro è un mezzo per entrare in possesso di merci – e tale possesso, e il relativo consumo, sono lo scopo del processo economico; in seguito, il denaro diventa lo scopo di tale processo cioè la produzione di merci diventa il mezzo per possedere quantità sempre maggiori di denaro” (Severino, 1989).
Questo processo a cui è stato sottoposto l’Occidente, affonda le sue radici nell’avvento giudaico-cristiano. Precedentemente, infatti, la tradizione filosofica greca, aveva una concezione del mondo cosmologica: “Questo cosmo, che è di fronte a noi e che è lo stesso per tutti, non lo fece nessuno degli dei né degli uomini, ma fu sempre, ed è, e sarà fuoco sempre vivente, che divampa secondo misure e si spegne secondo misure” (Eraclito, I presocratici. Testimonianze e frammenti). Tutto ciò significa sostanzialmente due cose: innanzitutto non si dà conoscenza tecnica senza conoscenza delle leggi naturali. In secondo luogo, la tecnica non è in grado di dominare per intero la natura, se essa è di per se stessa immutabile: “Questa è la ragione per cui nella cosmologia greca, la tecnica è [...] pensata non come dominio sulla natura, ma come suo svelamento” (Galimberti, 1999).
Se dunque la concezione scientifico-tecnica della tradizione greca sanciva il primato della natura sull’uomo, l’avvento giudaico cristiano conduce ad ribaltamento di questo primato. Se il mondo è non più “eterna ripetizione” (Ibidem), ma l’opera del Dio creatore, cruciale sarà per l’essere umano, non il suo rapporto con il mondo, ma il suo rapporto con Dio, dal quale è stato creato a sua immagine e somiglianza. Il mondo perde il suo senso cosmico e il suo primato sull’uomo, per diventare una proprietà da dominare e di cui servirsi. La Sacra Bibbia, infatti, recita così, a proposito degli uomini: “Prolificate, moltiplicatevi e riempite il mondo, assoggettatelo e dominate” (Genesi, La Sacra Bibbia). “Iddio, che aveva formato [...] tutti gli animali [...], li condusse da Adamo per vedere con quale nome li avrebbe chiamati; perché il nome che egli avrebbe imposto ad ogni animale vivente, quello doveva essere il suo vero nome” (Ibidem). Al centro del mondo creato da Dio vi è dunque l’uomo. Il tempo, da eterna rivoluzione cosmica, diventa storia, e con essa nasce l’idea del progresso. La verità allora non è più “nell’accezione greca di alétheia, che significa ‘svelamento’, ma [...] nell’accezione ebraica di ‘emet, che significa ‘fare’ ciò che Dio ha prescritto all’uomo” (Galimberti, 1999).
Il processo di modificazione secondo una deriva teologica a matrice giudaico-cristiana della scienza e della tecnica, trova compimento nel pensiero di Bacone e di Cartesio. Il primo, attua un tentativo di iscrivere la scienza e la tecnica, all’interno dell’orizzonte teologico: “In seguito al peccato originale, l’uomo decadde dal suo stato di innocenza, e dal suo dominio sulle cose create. Ma entrambe le cose si possono recuperare, almeno in parte, in questa vita. La prima mediante la religione e la fede, la seconda mediante le tecniche e le scienze” (Bacone, Novum Organum). Con il cogito cartesiano, si attua definitivamente il passaggio della scienza e della tecnica sotto una concezione biblica. “Fra le idee innate ospitate dal cogito ci sono quelle matematiche, necessarie per l’assoggettamento della natura, e quella di un essere assoluto e perfetto che l’uomo, [...], non può essersi dato da sé, ma che deve aver ricevuto” (Galimberti, 1999) da Dio. La natura non è, come nella tradizione greca, originaria, ma “la disposizione e l’ordine che Dio ha stabilito per le cose create” (Descartes, Discorso sul metodo).
In questo tentativo di subordinare la scienza e la tecnica all’ordine divino, affondano paradossalmente le radici dell’ateismo moderno: Cartesio, infatti, pone Dio a fondamento del cogito, per cui, l’affermazione di Dio equivale a porre l’uomo stesso come divino. L’uomo, provvisto “della ragione matematica, a cui Cartesio attribuisce un valore assoluto, perché matematico è anche il pensiero di Dio” (Galimberti, 1999), ha in sé il potere di diventare “padrone e possessore del mondo” (Descartes, Discorso sul metodo). Ma successivamente, “Dio, che nel sistema cartesiano era servito soltanto alla forma pura dell’argomentazione, [...] fu del tutto eliminato perché la ragione aveva ormai acquistato fiducia in se stessa, e perché, in fondo, per una ragione assoluta, un Dio era fin dall’inizio del tutto superfluo” (Jaspers, 1937, in Galimberti, 1999). “La conseguenza è che la natura, che la speculazione medioevale, aveva ricondotto [...] alla volontà di Dio, nell’epoca moderna si manifesta come mathesis prodotta dalla mente dell’uomo al servizio della sua volontà” (Galimberti, 1999). Anche Lacan sottolinea questo ribaltamento del discorso della scienza con Cartesio. Egli infatti sostiene che lo “statuto del sapere indica come tale che c’è già un sapere, che si trova nell’Altro e che è da prendere. Ecco perché il sapere è fatto di apprendere” (Lacan, 1972/1973). Questa concezione del sapere da apprendere, è chiaramente in contrasto con il sapere da fare del discorso della scienza moderno: “Che un computer pensi, lo ammetto volentieri. Ma chi dirà mai che sa?” (Ivi). Già nel Seminario XVII, nell’ottica della logica dei discorsi, parla della scienza attuale, nella quale S2, quel sapere che nel discorso del padrone è nella posizione del servo al servizio del padrone, per produrre (a), si sposta in posizione dominante. Se dunque in posizione di verità, nel discorso del padrone, vi è il soggetto diviso che cerca di ottenere dall’Altro l’oggetto piccolo (a), nel discorso universitario in posizione di verità c’è il significante-padrone (S1) che cerca di ottenere un soggetto diviso. Il commento di Lacan è che “È impossibile non obbedire al comandamento che è lì, al posto della verità della scienza – Continua. Cammina. Continua a saperne sempre di più” (Lacan, 1969/1970), che, nel contesto capitalistico (supportato dell’apparato tecnico-scientifico) equivale a dire: “Continua a consumare sempre di più”.
In quest’ottica, la natura si risolve nella natura dominata dall’uomo: ciò vuol dire che la verità è fondata sulle ipotesi scientifiche e sulle capacità tecniche operanti, e che la tecnica non è solo un conseguimento della scienza, ma è presupposto necessario per la scienza. Ridurre la natura alla scienza e alla tecnica, significa aprire la via ad un operare sul mondo naturale e umano, secondo le disposizioni della ragione: “Nell’imperialismo planetario dell’uomo tecnicamente organizzato, il soggettivismo dell’uomo raggiunge quel culmine da cui non scenderà che per adagiarsi sul piano dell’uniformità organizzata e per installarsi in essa. Questa uniformità è infatti lo strumento più sicuro del dominio completo, cioè tecnico, della Terra” (Heidegger, 1938). La scienza si tramuta in tecnica, in “scienza in qualche modo oggettivata” (Lacan, 1972/1973), poiché, da teoria si trasforma in produzione: ma se quindi soggetto e oggetto “acquistano significato solo a partire” dalla produzione dell’”operazionismo tecnico, l’universo tecnologico si configura come quell’universo intrascendibile responsabile di tutte le possibili significazioni, perché al di là di esso non se ne danno” (Galimberti, 1999). Lo stesso concetto è evidenziato da Castells, quando sostiene che siamo in una fase “in cui la cultura rimanda alla cultura, dato che la natura è stata soppiantata al punto da dover essere fatta rivivere artificialmente” (Castells, 2002). Ancora una volta si palesa il carattere totalitario del tempo ipermoderno.
È a questo punto evidente il nesso tra l’operare scientifico-tecnico al soldo del capitalismo e i concetti di “universalismo” e “segregazione” di Lacan. In questo scenario, il discorso del capitalista si fa tecnico-scientifico, poiché “lo scopo del capitalismo, (il profitto), non deve ostacolare l’efficienza dello strumento che ha il compito di realizzare tale scopo [...]. Non essere di ostacolo significa adeguarsi, cioè subordinarsi all’efficienza di ciò che dunque, subordinando a sé lo scopo del capitalismo, diventa il vero scopo primario [...]. Si profila cioè una situazione in cui il capitalismo è costretto ad assumere come scopo primario non più il profitto, ma la continua innovazione tecnologica che ha il compito di garantirlo” (Severino, 1993). Questo “è capitalismo solo in apparenza, mentre in realtà è tecnocrazia, è cioè l’agire che si propone come scopo l’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi” (Ivi), al di là della volontà di perseguire uno scopo piuttosto che un altro.
La tecnica crea un uomo, che si relaziona a se stesso, che crea legami (o per lo meno cerca di crearli) non più rispetto alla sua soggettività, ma rispetto alla sua funzione; allo stesso modo è il rapporto sociale, mediato al giorno d’oggi più che mai dalla tecnica, che si basa sull’incontro di persone rappresentanti funzioni. Lo stesso linguaggio, sotto il gioco della funzionalità operativa, si fa tecnico, tautologico, e quindi non dialettico e non simbolico. In un contesto dove non si entra in relazione tra soggetti, ma tra prestazioni, la libertà personale non è più da intendersi come indipendenza dall’Altro, come possibilità di separazione dall’Altro, ma come non dipendenza, come isolamento sviscerato dai legami: se non vi è un incontro fra soggetti, non vi è nessuno a cui rivendicare la propria libertà personale. Questo ripiegamento narcisistico su se stessi, porta a “confondere la libertà con l’impossibilità di uscire dall’orizzonte dell’Io” (Galimberti, 1999), le cui conseguenze sono l’impoverimento del legame sociale e l’alienazione nell’Altro o, al contrario, una separazione non dialettica.
1.9 - Il virtuale come massima espressione della tecnica
Il virtuale è la massima espressione della tecnica, anzi, si potrebbe definire come l’essenza stessa della tecnica. Infatti, il virtuale è da concepirsi una potenzialità, ma che non è da contrapporre al reale, poiché non de-realizza, quanto piuttosto all’attuale: è ciò che è possibile, che si contrappone al reale, poiché si può realizzare in una serie finita di casi di eventuali realizzazioni; il virtuale è invece aperto ad una serie infinita di attualizzazioni. Il motivo che porta a confonderli, risiede nel fatto che possibile e virtuale sono entrambi non manifesti, latenti. Ma l’”attualizzazione è un evento, [...J un atto che non era predefinito in alcun luogo” (Levy, 1995), la “realizzazione, invece, opera una selezione tra dei possibili predeterminati, già definiti” (Ivi). Uno degli esempi che fa Levy è il seguente: “La tecnica non virtualizza solo i corpi” (come in internet) “e le azioni” (come gli utensili: uno degli esempi può essere la ruota come virtualizzazione della camminata), “ma anche le cose. Prima che gli esseri umani avessero imparato a sfregare delle schegge di selce sopra un mucchietto di materia infiammabile, essi conoscevano il fuoco solo come presenza o assenza” (nell’ordine dunque del possibile) (Ibidem). “ Da quando sono state inventate le tecniche di accensione il fuoco può anche essere virtuale. È virtuale ovunque ci siano dei fiammiferi” (Ivi). Il virtuale è, per questo motivo, l’essenza stessa della tecnica, poiché, attraverso di esso, la potenzialità tecnica si fa illimitata, poiché illimitate sono le possibilità di attualizzazione, uscendo dall’orizzonte degli scopi e della finalità da perseguire: secondo l’esempio fatto, un fiammifero può essere usato per qualsiasi scopo, per accendere un fuoco per scaldarsi e cucinare o per appiccare un incendio doloso.
1.10 - La realtà virtuale
La Rete, all’interno di questo discorso, appare dunque, senza ombra di dubbio, come il culmine, l’apice, il trionfo, del processo di virtualizzazione ad opera dell’apparato tecnico-scientifico: si propone di virtualizzare la realtà stessa e, pertanto, risulta lo strumento privilegiato per l’applicazione del discorso del capitalista. Se si passano in carrellata i principali sintomi del disagio della Civiltà ipermoderna (universalismo che produce nuove segregazioni, annichilimento del legame sociale, tramonto della metafora paterna, estinzione dell’inconscio, tratti narcisistici, perversi e psicotici delle nuove forme del sintomo, identificazioni adesive, dispersione, moltiplicazione o irrigidimento dell’identità, comando superegoico alla prestazione di godimento), essi trovano un fecondo terreno di coltura all’interno della Rete. È opportuno sottolineare che la Rete nasce all’interno di questo humus culturale: non lo crea; come sostiene infatti Castells a proposito della società, “il nuovo modello dominante sembra essere costruito su [...] comunità personalizzate incarnate su network iocentrati. [...] Non è Internet a creare un modello di individualismo in rete, ma è lo sviluppo di Internet a fornire un supporto materiale adeguato per la diffusione dell’individualismo in rete come forma dominante di socialità” (Castells, 2001). Internet è dunque la cartina al tornasole delle dinamiche sociali contemporanee. Dimostrazione è il fatto, che oltre ad un Internet Addiction “pura”, ovvero una problematica legata all’uso di Internet in sé, e a manifestazioni specifiche per lo strumento (come l’information overload), si manifestano sintomatologie già esistenti, ma virtualizzate: il gioco d’azzardo patologico e la dipendenza da pornografia ne sono due esempi prototipici. In Internet si presenta dunque, dal lato sociale, l’impoverimento del legame, che ben lungi dal connotarsi con quel carattere di universalismo, propagandato sotto l’insegna della globalizzazione, finisce per incubare moltitudini di individui isolati, che si riuniscono in gruppi accomunati dagli stessi consumi (mediatici e non), mentre, anziché mitigare, moltiplica e accentua le differenze culturali. Dall’altro lato, il soggetto si trova a dover fare i conti con dinamiche sociali che, dominate dal discorso del capitalista, alimentato dall’apparato tecnico-scientifico, portano a dover produrre, pubblicizzare e vendere la propria identità, basata sulla funzione, sulla popolarità e sul tipo e sulla capacità di prestazione di godimento consumistico, per esistere all’interno della realtà virtuale. Per un soggetto che entra nella realtà virtuale, “il limite tra l’attualizzazione e la reificazione commerciale [...] non è mai tracciato in modo definito” (Levy, 1995). Questo succede perché molto spesso la “Realtà Virtuale viene vissuta come realtà senza esserlo. Quel che tuttavia ci attende alla fine di questa virtualizzazione è che cominciamo a percepire la stessa ‘realtà reale’ come un’entità virtuale” (Žižek, 2002).
1.11 - Dal lato della società: le comunità in rete
Bauman al Festival della Mente di Sarzana del 2011, osserva il fatto che, in Internet, si parli di comunità, che sono, in realtà, solamente delle reti. In una comunità, caratterizzata da “legami forti” (Tónnies, 1887), è difficile, sia essere accettato, e quindi entrarvi, sia uscirne, in quanto è il soggetto che appartiene alla comunità: al contrario, entrare e uscire da una rete, è molto semplice; inoltre, è il network ad appartenere al soggetto. Il social network, in questo senso, propone un modello di legame sociale, basato sull’uso e consumo delle relazioni. La conclusione che dà Bauman rispetto al passaggio dal “fare comunità” a “fare rete” è chiaramente un indebolimento dei legami e dell’intimità, rispecchiando il carattere funzionale dell’operare tecnico, e il carattere consumistico del discorso del capitalista. Le amicizie con gli altri utenti si baseranno in maniera preponderante sulla funzionalità e godibilità dell’amicizia, poiché, laddove dovesse esserci qualche difficoltà, la rete permette estrema facilità per la fruizione di un altro prodotto/amico, più consono alle nostre esigenze. Questa dinamica provoca non solo l’indebolimento del legame sociale, ma anche, l’annichilimento dell’inconscio: la scelta di una “«comunità di simili» non è solo un segnale di allontanamento dall’alterità esterna, ma anche della rinuncia a impegnarsi in una vivace ma turbolenta [...] interazione interna” (Bauman, 2006). “L’illusione della disponibilità illimitata e immediata è ciò che allontana da una messa in questione soggettiva, da un interrogazione sul proprio desiderio” (Giorgetti Fumel, 2010). Alla base “l’idea è che la direzione è giusta perché un gran numero di persone la segue, e di certo tutte quelle persone non potrebbero essere ingannate. La sicurezza dello sciame è un efficace sostituto del leader” (Bauman, 2007).
Questa dinamica, non favorisce un processo globalizzante, apre al contrario le porte a maggiori differenze culturali, a gruppi chiusi, a “un ritorno delle identità locali, talora con risvolti che toccano l’integralismo identitario” (Ibidem): le comunità virtuali, a causa dell’”alto grado di omogeneità, sono comunità con scarsa dinamica interna. E non di rado si comportano come vere sette, in cui l’esacerbazione del senso di appartenenza conduce [...] a escludere qualsiasi differenza d’opinione tra i suoi membri” (Maldonado, 1997): “in questo monologo collettivo, l’esperienza della comunicazione crolla, perché è abolita la differenza specifica tra le esperienze personali del mondo che sono alla base di ogni bisogno comunicativo” (Galimberti, 1999) e, allo stesso tempo, “sempre più identico è il mondo a tutti fornito dai media, così come sempre più identiche sono le parole stesse a disposizione per descriverlo” (Ibidem). A tutto ciò contribuisce anche il fatto che la “ricerca dell’approvazione e del ‘successo di pubblico’ porta [...] a privilegiare l’omogeneità invece che la differenza, lo stereotipo facilmente riconoscibile invece che l’individualità originale” (Vittadini, a cura di Giaccardi, 2010). E quindi, i soggetti si pubblicizzano per esistere, ma in forma anonima, in quanto essi stessi potranno trovare le comunità migliori nelle quali potersi rispecchiare.
1.12 - Il totalitarismo tecnico-capitalistico
La Rete non è dunque un luogo aprioristicamente democratico, anzi, rispecchia la tendenza ipermoderna al totalitarismo dell’oggetto, che si basa su due aspetti: quello cinico-pragmatico, che “impone il totalitarismo del sapere specialistico” (a cura di Recalcati, 2007), alla base dell’operare tecnico, e quello asettico-valutativo, che impone il “totalitarismo dell’oggetto di godimento” (Ivi), proprio del discorso del capitalista. Dal lato dell’operare tecnico-scientifico, esso è totalitario in quanto si prefigge di fornire prescrizioni per qualsiasi aspetto della realtà: l’errore è ammesso solo nell’ottica di una progressiva accumulazione di sapere specialistico, di potere tecnico. Sul lato del capitalismo, il totalitarismo si caratterizza, attraverso la promozione consumistica, nella “rimozione della verità del soggetto, del desiderio inconscio e della responsabilità soggettiva” (Galimberti, a cura di Recalcati, 2007). “La ricchezza delle informazioni, la varietà delle merci sul mercato non sono un omaggio alla libertà, ma un luogo di scelta dove”, l’apparato tecnico-scientifico, “verifica se stesso nell’indice di gradimento, per cui, lungi dall’essere utenti dell’informazione o fruitori del mercato, gli uomini sono semplicemente ridotti a schermi di lettura” (Galimberti, 1999). Risulta difficile dunque “sottrarsi alle regole di un linguaggio mediatico ed informatico che ci vuole distanti ed isolati, per poter adempiere alla missione di perfetti consumatori, ma contemporaneamente partecipativi della pulsazione globale di quest’orgia consumistica” (Giorgetti Fumel, 2010). L’unica condizione per sentirsi all’interno della società, non risiede più, quindi, nell’affidarsi a un Ideale, ma nel sincronizzarsi all’apparato tecnico. Ciò comporta la riduzione del soggetto in un “puro elemento significante, in una semplice unità quantitativa, in qualcosa di calcolabile a livello statistico e probabilistico” (Galimberti, a cura di Recalcati, 2007). D’altro canto, anche un esperto di mass media come McLuhan, osserva che la società umana è “determinata dalla tecnica della frammentazione che è l’essenza della tecnologia della macchina” (McLuhan, Fiore, 1967).
Nel pratico, a fronte dell’illusorio potere democratizzante di Internet, attraverso la condivisione di programmi con l’open source, di documenti con il file sharing, e un allargamento del mercato attraverso l’imprenditoria dot.com e le startups, “il mercato è tornato a essere dominato da poche imprese giganti (Google su tutte), che controllano e colonizzano il mondo delle società emergenti, acquistandole prima che possano diventare concorrenziali” (Formenti, 2008). Lo stesso “ordinamento gerarchico delle risposte che riceviamo ogniqualvolta interroghiamo Google non ha nulla di ‘oggettivo’, nel senso che rappresenta, [...] una popolarità che, a sua volta, misura rapporti di potere economici e politici, nonché pregiudizi sociali e culturali di ogni sorta, più che la qualità, l’attendibilità e l’autorevolezza dei contenuti indicizzati” (Ibidem). “Ecco il paradosso: per piacere alle reti devi mercificare i tuoi gusti. Da un lato, ciò espande la visibilità di un gruppo culturale, mentre, d’altro canto, i settori di pubblico che non hanno un valore economico riconosciuto vengono ignorati” (Jenkins, 2006). La stessa Marissa Mayer, attuale amministratore delegato di Yahoo, e, ai tempi, dirigente di Google, dichiarò che uno degli obiettivi perseguiti da Google era quello di “rendere le parole meno umane e più simili a elementi del macchinario” (Holson, 28/02/2009). Del resto, come sottolinea Magatti, “la cronaca quotidiana tratta sistematicamente questioni che derivano dagli apparati tecnici [...J: dai problemi energetici alle mutate possibilità terapeutiche, dalle code in autostrada all’inquinamento dell’aria, dalla crisi finanziaria ai virus informatici” (Magatti, 2009). È in un contesto come questo che si incontra la differenza tra realtà e Reale: “’realtà’ è la realtà sociale delle persone effettive coinvolte nell’interazione e nei processi produttivi, mentre il Reale è la logica inesorabile, ‘astratta’, spettrale del capitale, che determina ciò che accade nella realtà sociale. Questo scarto è palpabile nel modo in cui la situazione economica di una nazione è ritenuta buona e stabile dagli esperti finanziari internazionali, anche quando la stragrande maggioranza della popolazione vive peggio di prima: la realtà non conta, conta la situazione del capitale. [...J I fenomeni generalmente definiti ‘capitalismo virtuale’ [...J non lasciano forse intravedere il regno dell’astrazione reale allo stato puro?” (Žižek, 2000).
Molti degli stessi governi nazionali hanno intuito il potenziale di Internet: “A differenza di Mubarak in Egitto e di Ben Ali in Tunisia, i governi di Mosca e di Pechino (e, con qualche riserva, si potrebbe aggiungere anche Teheran) hanno afferrato l'importanza strategica di Internet, e per impedire ai loro cittadini di abbracciare Facebook e Twitter - che sfuggono al controllo delle autorità locali - hanno fatto di tutto per promuovere i loro campioni nazionali, tipo Baidu, Yandex e Vkontakte, che si rivelano molto più facili da manipolare e da oscurare non appena si avvertono, anche sul loro suolo, le prime avvisaglie di una Primavera araba” (Morozov, 03/11/2011, corriere.it). Questo non vuole ingenuamente escludere da questa dinamica i governi occidentali. Un articolo che parla dei tentativi di boicottaggio cinesi rispetto alla premiazione di Liu Xiaobo con il Nobel per la pace nel 2010, afferma: “oggi è il giorno di Liu Xiaobo e tutto il mondo occidentale sembra sdegnato per il comportamento dittatoriale e anti democratico della Cina, che calpesta ogni libertà fondamentale dell'uomo. Ma ‘domani è un altro giorno’ e gli stessi governi oggi così profondamente indignati ricominceranno i loro rapporti economici con Pechino e magari continueranno anche a oscurare e perseguitare Julian Assange e WikiLeaks, in nome dell'ipocrisia mondiale” (Santi, 10/12/2010, mainfatti.it)
1.13 - Dal lato del soggetto
Bauman, portando ad esempio Facebook, spiega come i social network, promettano di essere in grado di superare la dicotomia fra i bisogni dell’uomo, contrastanti fra loro: l’essere umano ha bisogno sia di sicurezza, che di libertà: di poter esprimere la propria soggettività in autonomia, ma anche di potersi sentire riconosciuto all’interno di un rapporto; pertanto, dato il fatto che appartenere ad un gruppo è un qualcosa che da una parte attrae, dall’altra è percepito come pericoloso, i social network offrono questa possibilità di appartenenza “senza doverne poi troppo pagare le conseguenze” (Bauman, 02/09/2011). I social network “sono veramente in sintonia con lo spirito dei nostri tempi: ci assicurano amicizie, contatti, relazioni, rapporti, senza sforzo, con il massimo della praticità, della convenienza, della rapidità, e calzano bene a una situazione in cui molti di noi non apprezzano più le difficoltà della vita, [...] gli sforzi, [...], non apprezzano più soprattutto di veder rinviato al lungo il momento in cui otterranno il soddisfacimento dei loro desideri [...]. Insomma, calzano bene a una situazione dove tutti siamo protesi verso una[...] soddisfazione istantanea” (Ibidem). Nel discorso attuale, l’imporsi del linguaggio della macchina che abroga quello del soggetto, “disgiunge la parola dal desiderio svuotandola, riducendola a una replica esteriore del codice del grande Altro” (a cura di Recalcati, 2007): “la parola dialogica si insedia nel cuore stesso della produzione capitalistica” (Virno, a cura di Zanini, Fadini, 2001). In linea con ciò, l’esistenza all’interno della realtà virtuale si fonda sull’operare tecnico-capitalistico, sul fare, e ciò che si fa, l’oggetto di produzione, è la propria identità: per esistere online si deve dunque produrre e vetrinizzare se stessi; la tecnica, inesorabilmente, assorbe “tutta la potenza intellettuale dell’uomo [...] per nutrire la cultura oggettivata delle cose rispetto alla cultura soggettiva degli individui” (Granelli, 2006). “Da questo punto di vista, la nuova sfera pubblica non sarebbe altro che lo spazio generato dal processo di ‘pubblicizzazione’ della moltitudine degli spazi privati” (Formenti, 2008). In questo contesto, “la spettacolarizzazione dell’esistenza [...] è divenuto l’indice supremo della tangibilità stessa dell’esistenza umana” (Giorgetti Fumel, 2010). Quindi l’”identità prende concretamente forma attraverso narrazioni (e metanarrazioni), che, private dalla dipendenza dalle variabili di contesto e dalla stessa ingombrante corporeità fisica, si scoprono come libere e ricentrabili sulla base dei desideri o delle esigenze individuali” (Marinelli, 2004).
In uno scenario dove la tecnica, ammette l’errore solo in ottica di ottimizzazione funzionale, l’unica logica di significazione possibile avviene all’interno dell’orizzonte del continuo divenire: “i significati non possono essere stabili e devono essere disponibili a una continua trasformazione” (Magatti, 2009), data la loro sempre più rapida obsolescenza. È un contesto nel quale “l’esperienza individuale sembra annullarsi a favore di una non esperienza collettiva” (Puccio, 2001).
Al centro dell’esistenza, del riconoscimento dell’Altro, online, si staglia dunque l’immagine del corpo, che diventa la verità del soggetto. “Quel che c’è e compare, è tale in quanto oggetto-esposto, il corpo è questa reificazione, in quanto merce o oggetto-feticcio, sempre potenzialmente disponibile” (Romanò, a cura di Recalcati, 2007): del resto siamo sempre più “bombardati da una tale quantità di immagini da non sapere più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi” (Calvino, 1988). “Il virtuale, d’altra parte, non simula solo il reale, ma può costruire anche un’esperienza di simulazione dell’immaginario” (Tonioni, 2011), come accade per quanto riguarda i videogiochi. La propria immagine può essere continuamente revisionata, resa sempre più funzionale, per apparire al massimo a fronte delle continue revisioni dei meccanismi della rete: agire secondo tali meccanismi, in un continuo andirvieni dal reale al virtuale, “porta alla moltiplicazione delle identità” (Riva, 2010). Un esempio concreto che riporta Turkle è quella di un giocatore di MUD, che dice: “Puoi essere chiunque tu voglia essere [...]. Come ti pare. Puoi essere proprio chi vuoi essere, davvero, chiunque tu sia in grado di interpretare. Non devi preoccuparti delle caselle in cui gli altri ti inquadrano. È facile cambiare il modo di essere percepito, perché gli altri vedono solo quel che tu mostri loro” (Turkle, 1996). L’esibizione delle immagini, il dover apparire per esistere, annullano la classica dicotomia tra uomo pubblico e uomo privato, nel senso che l’uomo privato “è sempre più di pubblico dominio” (Magatti, 2005): “Il vero risultato del ritorno al privato sono le confessioni pubbliche dei segreti intimi nei talk show televisivi” (Žižek, 2002). Questa osservazione è ancor più lecita se si tiene in conto la recente moltiplicazione “dei dispositivi mobili e dispersi nel mondo fisico” (Marinelli, 2004). L’annientamento della dicotomia tra sociale e individuale, tra pubblico e privato, “rendono obsoleto il concetto di massa come concentrazione di molti, e attuale quello di massificazione come qualità di milioni di singoli” (Galimberti, 1999).
 
2 - Dipendenza da Internet come tossicomania, estinzione dell’inconscio e le tre declinazioni
2.1 - L’uso della Rete come tossicomania
Freud, in “Psicologia delle masse e analisi dell’io”, sostiene che “nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente, come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto, [...] la psicologia individuale è anche, fin dall’inizio, psicologia sociale. [...] La contrapposizione tra atti psichici sociali e atti narcisistici [...] rientra quindi per intero nell’ambito della psicologia individuale e non consente di separare questa dalla psicologia sociale o delle masse” (Freud, 1921). Questo significa che le manifestazioni del disagio psichico rispecchieranno i particolari aspetti della società in cui si palesano e, quindi, anche per quel che riguarda l’utilizzo di sostanze, si possono riscontrare delle specificità d’uso e abuso. Infatti, se ne si considera l’utilizzo in altre società (nel tempo e nello spazio), rispetto alla società capitalista contemporanea, si può notare una differenza fondamentale, che riguarda, in primo luogo, la presenza dell’Altro. Zuccardi Merli (a cura di Recalcati, 2011) spiega che l’utilizzo romantico delle droghe, definibile come “mistico” (portando come esempio Baudelaire), rifletteva la ricerca di andare al di là del limite imposto dal Nome-del-Padre, superando in tal modo le limitazioni date dalla civiltà. Si evince il tentativo di separazione del soggetto dal fatto che, nel suo uso delle sostanze, ricercava l’isolamento dal campo sociale per godere da solo: questa dinamica si manifestava comunque con il riconoscimento della non autosufficienza del soggetto, nel tentativo d’incontro con un Altro, appunto, mistico.
L’utilizzo sciamanico della sostanza riguarda invece la ricerca della verità: attraverso di essa si cerca di reperire “una rotta per la vita attraverso [...] un linguaggio scritto nella natura e decifrabile dallo sciamano” (Ibidem). In questo caso non vi è separazione sociale dell’individuo, poiché l’utilizzo della sostanza è socialmente prescritto ed è dunque implicato l’incontro con l’Altro.
Nella società ipermoderna, incentrata sul discorso del capitalista, l’uso della sostanza, la tossicomania, la dipendenza, riflettono le caratteristiche della società e s’impongono come prototipi delle manifestazioni del disagio psichico e di un tentativo di risolverlo o di sedarlo: sostanza come oggetto per riempire un vuoto, come medicamento, come difesa.
Recalcati (2010) avanza tre considerazioni da evidenziare, rispetto a questo punto: la tossicomania è innanzitutto in linea con la promozione incessante del culto del consumo dell’oggetto. Il godimento tossicomanico è pertanto un godimento solitario, chiuso all’incontro con l’Altro sesso, che rifiuta il limite, la castrazione simbolica; non a caso Lacan dice che l’oggetto-droga permette di “rompere il matrimonio con il pisellino” (Lacan, 13/04/1975a). L’esempio più trasparente, da questo punto di vista, riguarda il fenomeno dell’I-dose: una vera e propria droga virtuale. L’I-dose si basa sul meccanismo dei suoni binaurali: stimolando i due canali uditivi con onde sonore di frequenza differente, si percepisce un terzo suono che porta ad un cambiamento nell’attività bioelettrica del cervello, a causa del fenomeno della risonanza. L’Altro è visibilmente assente, la tecnica di godimento dell’I-dose stessa lo prevede: la modalità di somministrazione caldeggiata dai siti che la propongono, deve infatti avvenire “attraverso una cuffia stereofonica, in condizioni ottimali di quiete ambientale e di isolamento acustico ed eliminando il più possibile qualsiasi fattore di disturbo interno ed esterno” (La Barbera et al., 2010). La dipendenza da Internet riflette in maniera calzante l’aspetto del ritiro autistico del godimento: infatti, anche laddove si può parlare di scambio relazionale, come nelle sex chat room o nei MUD, non si può parlare di uno scambio simbolico, poiché, nel secondo caso si tratta di una relazione immaginaria ad un Avatar, mentre nel primo lo scambio non mette in gioco il desiderio, quanto piuttosto un “godimento senza amore” (Recalcati, 2010), attraverso un rapporto anch’esso puramente immaginario, con un effetto “narcisistico-narcotizzante” nel quale l’Altro “risulta virtualmente lo Stesso, l’alterità viene annullata dalla macchina” (Giorgetti Fumel, 2010). Se con Lacan si può dire che l’amore è donare la propria mancanza e il desiderio d’amore è desiderio della mancanza dell’Altro, è chiaro come questi rapporti siano su un versante totalmente opposto, dove è possibile mettere in scena il proprio Io ideale e dove, se la situazione inaspettatamente si complica, è possibile, in maniera immediata, cercare un nuovo partner, come in una ricerca, più che verso un Altro Ideale, verso un Uno di godimento. Su Internet “il soggetto scarta la contingenza dell’incontro con l’Altro per assicurarsi [...] l’annullamento della mancanza che l’Altro inevitabilmente introduce” (Recalcati, 2002).
La seconda considerazione riguarda il fatto che, in una società dove il godimento si è sostituito all’Ideale, il soggetto, smarrito, privo di una bussola fallica, ritroverà una bussola nel godimento tossicomanico, una maschera identificatoria, “il fondamento materiale di una nuova nominazione sociale” (Recalcati, 2010). Per Kohut (1971), nel riferirsi in particolare all’uso di eroina (anche se il concetto risulta ascrivibile alla tossicomania in generale), l’oggetto-sostanza non sostituirebbe in tutti in casi l’oggetto d’amore, ma in alcuni casi, la stessa struttura mentale del soggetto. Sulla medesima lunghezza d’onda sono le considerazioni di Kernberg (1975): “gli oggetti sono interiorizzati ma non metabolizzati, per cui il sé non risulta integrato ma si esprime di volta in volta con atteggiamenti che non presentano una continuità fra loro” (Marcucci, Boscaro, 2007). Olievenstein riprende lo stadio dello specchio di Lacan per dire che “di fronte alla drammatica uscita dalla fase fusionale nel primo movimento della differenziazione e dell’individuazione, c’è un inizio di flash della scoperta dell’immagine di sé” (Olievenstein, 1981) e “in quell’istante preciso lo specchio si spezza, rimanda un’immagine, ma un’immagine spezzata [...]. La funzione della sostanza-droga è quella di piazzarsi proprio là, in luogo ed al posto della frattura dello specchio, annullando proprio questo momento e consentendo un temporaneo ripristino della propria interezza, nel ritorno al momento precedente alla fase dello specchio, il momento della fusione indistinta con il Sé materno” (Ibidem). Questo secondo aspetto emerge chiaramente in numerosi casi rintracciabili nella letteratura relativa all’argomento. Ad esempio, nel caso di Alberto, descritto da Vallario in “Naufraghi nella Rete”: attraverso l’esposizione del caso da parte dell’autore, si evince come questo ragazzo, sentendosi troppo ordinario, troppo anonimo, ricerca nella Rete la possibilità di un rimando identitario, di un riscatto sociale. Diventandone esperto, Alberto si sente utile e ricercato dagli altri amici/utenti in difficoltà: egli stesso dice che “era il mezzo per essere qualcuno” (Vallario, 2008). Un altro caso, descritto da Sherry Turkle, riguarda Adam, un quarantatreenne che non riesce a distaccarsi dall’uso dei videogame: “Adam preferisce la persona che è in Quake” (sparatutto in prima persona), “rispetto alla persona che è nella vita reale. [...] Oltre alla soddisfazione di diventare un esperto, i giochi offrono ad Adam l’opportunità di recitare ruoli a suo parere nobilitanti” (Turkle, 2011). Come viene infatti esplicitato dalle sue stesse parole, passando in Civilization (gioco di strategia a turni) dal dispotismo alla monarchia, “ti senti un essere umano” (Ibidem). Per quanto riguarda i social media, essi “chiedono di rappresentarci in modi semplificati; poi, quando ci troviamo di fronte a un pubblico, sentiamo la pressione a conformarci a quelle semplificazioni” (Ibidem). Questa pressione d’identificazione alle marche sociale emerge dalle parole di Brad: “devi stare attento a inserire la band ‘giusta’ o a non inserire il romanzo polacco che nessuno ha letto. [...J il punto è che nel mondo di Facebook conta eccome. Quei minimi dettagli contano eccome” (Ibidem). Sempre la stessa autrice, riporta le parole di Audrey, studentessa di sedici anni, che dice “Mi piace sapere che la mia vita è sul sito” e più avanti “Se Facebook venisse cancellata, verrei cancellata anch’io. [...J È la mia gemellina su Internet” (Ibidem).
L’ultima osservazione in riferimento alla tossicomania, decisamente correlata alle precedenti, riguarda il fatto che essa s’impone come prototipo del disagio contemporaneo poiché non si configura, come nella psicopatologia classica delle nevrosi, attraverso il binomio rimosso-ritorno del rimosso, quanto piuttosto sul binomio angoscia-difesa. Per comprendere appieno questa considerazione, occorre sottolineare il fatto che vi sono due aspetti costitutivi del desiderio inconscio: innanzitutto, esso “è sempre desiderio d’Altro, dunque irriducibile, [...J al bisogno” (Recalcati, 2002), poiché non può essere saturato da nessun oggetto reale e nasce dalla mancanza ad essere, costitutiva del soggetto; può essere assunto soggettivamente solo attraverso il riconoscimento di questa mancanza. Inoltre, il desiderio “è sempre desiderio dell’Altro” (Lacan, 1953/1954), che significa che non può essere soddisfatto individualmente, ma ha sempre bisogno, più che di qualcos’altro, di qualcun altro. Con il discorso del capitalista, viene attuata una modificazione, attraverso la quale la mancanza viene ridotta ad un vuoto reale, che tale discorso promette falsamente di poter riempire attraverso la promozione illimitata di oggetti
(a) di godimento: il nuovo Super-Io sociale esige il godimento. Ciò non permette l’assunzione soggettiva del proprio desiderio inconscio, lasciando spazio solo al godimento dell’Uno. Anche Bergeret (1982) sostiene che il tossicomane abbia la tendenza ad agire, nel corpo e sul corpo, per incapacità di servirsi della dimensione simbolica-fantasmatica e perciò, per incapacità di trasformare il bisogno in desiderio, il vuoto in mancanza. L’angoscia, per Miller, è un “segnale del reale” (Miller, 2005), è un segnale cioè, di un godimento precedente al desiderio e necessario alla sua costituzione. Ma con la caduta del registro simbolico, senza il taglio significante che rende possibile l’uccisione della Cosa e la nascita dell’oggetto piccolo (a) nel campo dell’Altro, causa del desiderio, senza conflitto quindi tra Legge e desiderio, l’immaginario si frammenta e il reale s’impone. Lacan ribalta la questione dell’angoscia, rispetto a Freud, dicendo, infatti, che “l’angoscia non è senza oggetto” (Lacan, 1969-1970): anzi, è una mancanza della mancanza, una troppa contiguità all’oggetto, un “trovarsi davanti all’Altro senza il supporto dell’oggetto, di quell’oggetto” piccolo (a), “che il ‘non senza’ non designa” (Miletto, ali-to.it). Rosenfeld (1965), ritiene che attraverso la tossicomania sono possibili “fantasie di gratificazione allucinatoria in funzione difensiva contro l’angoscia, allo stesso modo del bambino che allucina, succhiando le proprie dita, la gratificazione desiderata dalla madre assente” (Cotrufo et al. 2004). L’angoscia si manifesta, dunque, in presenza di un “troppo di godimento”, del “reale di godimento” e la difesa da essa riguarderà pertanto, da una parte, la problematica relativa alla difficoltà d’assunzione del proprio desiderio, e dall’altra, il tentativo di porre una barriera, di arginare, di temperare, un “godimento dell’Altro” percepito come “maligno e persecutorio” (Recalcati, 2010).
Sentirsi sicuri in quanto oggetto del desiderio (perché l’altro può immaginarci come la perfetta incarnazione del suo desiderio) è uno dei grandi piaceri della vita su Internet” (Turkle, 2011). Il computer si pone come argine nei confronti del godimento dell’Altro e permette nel caso della sedicenne Hannah, raccontato in “Insieme ma soli”, di poter flirtare nel virtuale, poiché nella vita reale ciò viene vissuto in maniera troppo minacciosa per le pressioni sociali; analogo è il caso di Meredith, che percepisce come un bene il fatto che sia venuta a scoprire attraverso un IM (Istant Message) che una sua amica era morta, piuttosto che di persona. Tonioni (2011) parla di Angelica, una ragazza che ha trovato in Facebook una difesa nei confronti delle pressioni genitoriali, i quali, non permettendo alternative di scelta, hanno reso impossibile l’accesso al desiderio. Ancora la Turkle racconta di Darren, un ragazzo i cui genitori prendono e impongono qualsiasi decisione per lui, il quale trova nei siti-confessionale la possibilità di esprimersi liberamente, dove “gridare quello che provo” (Turkle, 2011) ed esprimere le proprie “posizioni irrazionali” (Ivi); il ragazzo approverebbe addirittura l’uso di un robot o di un programma informatico in qualità di confidente, perché, e qui il paradosso risulta evidente, potrebbe così “tirar fuori dei sentimenti autentici” (Ivi), visto che questi dispositivi non avrebbero “pregiudizi morali” (Ivi), a differenza dei genitori. Ciò che traspare in maniera lampante in tutti questi esempi è il fatto che questi ragazzi, senza “agenti separatori” (Giorgetti Fumel, 2010), utilizzano Internet come difesa dall’angoscia; da un lato, relativamente alla difficoltà di riuscire a soggettivare il proprio desiderio e dall’altro, per temperare il godimento dell’Altro.
Questi tre aspetti dell’utilizzo della Rete come esperienza tossicomanica, sviluppati a partire dalle considerazioni di Recalcati, in merito alla clinica del vuoto e al disagio della civiltà ipermoderna, influenzato dal discorso del capitalista, trovano riscontro nelle considerazioni di Ricci legate all’utilizzo di Internet da parte degli Hikikomori in Giappone. Occorre innanzitutto considerare che, per quanto riguarda l’autrice, l’uso di Internet e l’evoluzione della tecnologia in generale, non debbano essere considerati diretti responsabili dell’auto-segregazione attuata dagli Hikikomori, quanto piuttosto strumenti funzionali “all’esperienza della segregazione” (Ricci, 2008), al tentativo di fare Uno. Come primo punto, l’uso di Internet dà la possibilità di attuare “pratiche ludiche che hanno lo scopo di permettere un’occupazione del tempo senza che il senso del vuoto sia troppo incombente” (Ibidem); è qui evidente l’effetto “narcisistico-narcotizzante” (Giorgetti Fumel, 2010) del godimento solitario che scarta l’incontro con l’Altro. Il secondo aspetto riguarda il fatto che la maschera identificatoria tossicomanica in Rete, “consente l’assunzione di personalità fasulle (immaginarie) senza che esse corrano il rischio di essere sottoposte a svergognamento da parte di nessuno”, attraverso “una serie differenti di Sé, sottratti al confronto con l’altro” (e l’Altro) (Ricci, 2008). Infine, l’uso di Internet permette “di conservare una parvenza di parola [...] all’interno di una dimensione immaginaria narcisistica senza che essa scivoli completamente nel campo della follia o del comportamento autodistruttivo” (Ivi); in altre parole è un tentativo di difesa dall’angoscia di un “troppo mortifero di godimento”, di un “godimento acefalo”, sconnesso dal desiderio e quindi privo di un’effettiva triangolazione simbolica.
Bisogna infine considerare il fatto che la tossicomania non è una struttura di personalità, anzi, tende più che altro a mascherarla. Nella clinica contemporanea ciò che si evidenzia è un disagio che non si fonda sulla categoria di desiderio, ma su quella di godimento, e ad essa si associano caratteristiche proprie della psicosi, del narcisismo e della perversione. Occorre altresì sottolineare che ciò non vuol dire che il sintomo
contemporaneo si fonda di base su queste tre strutture di personalità, ma che vi sono elementi peculiari di ciascuna delle tre strutture, per le quali le caratteristiche accomunanti riguardano la negazione della castrazione, la negazione dell’altro in quanto Altro. Anzi, da questo punto di vista, e specificatamente riguardo al rapporto tra psicosi e tossicomania, Miller parla di “Débranchement” (a cura di IRMA, 1999): il soggetto ipermoderno funziona attraverso identificazioni immaginarie e iper­adesione al campo sociale, ma è allo stesso tempo ne è distaccato, privo di relazione simbolica, di “particolarità soggettiva, [...] di adesione al desiderio” (Zuccardi Merli, a cura di Recalcati, 2011). Pur non presentando strutture di personalità psicotiche, si presentano quadri misti, nei quali, “soggetti con sintomi nevrotici [...] presentano rotture, break-down psicotici” (Ibidem). Si può dunque affermare che il sintomo contemporaneo, invece che esprimere il desiderio particolare del soggetto, la sua divisione interna, riguardi un compattamento che nasconde la struttura, il desiderio, il proprio inconscio, attraverso una dinamica di esclusione, di negazione dell’Altro: i soggetti divisi dal loro desiderio particolare, sono stati sostituiti dalle categorie “degli «scollegati», [...] dei robotizzati, dei normalizzati, dei «tutti uguali», dei massificati” (Ivi).
La mancanza d’intenzionalità significante all’interno del sintomo è ciò che porta a riferirsi, in clinica, ai gruppi monosintomatici: l’utilizzo del prefisso mono sta ad indicare sia la solitudine del godimento, sia la similitudine dei sintomi, che, infatti, al posto di far emergere la particolarità del soggetto, la negano, attraverso identificazioni immaginarie agli oggetti di consumo che nominano monoliticamente il soggetto.
La società ipermoderna, pertanto, attraverso prescrizioni di godimento, “da un lato spinge all’omogeneizzazione delle differenze, dall’altro satura il sociale di identificazioni orizzontali basate su oggetti di consumo e su comportamenti commerciali” (Ibidem).
2.2 - L’annichilimento dell’inconscio
Nell’intraprendere un discorso sulle caratteristiche della Rete e le specifiche modalità di utilizzo, non si possono non evidenziare forti somiglianze con le considerazioni sviluppate da Recalcati in merito al Discorso del Capitalista e alla Civiltà Ipermoderna; allo stesso tempo, l’utilizzo “tossicomanico” di Internet, diagnosticato in clinica come Internet Addiction Disorder (IAD), dimostra di avere diverse similitudini con le espressioni sintomatiche oggi prevalenti, ossia, anoressia, bulimia, tossicomania e neodipendenze e, più in generale, con i tratti psicotici, narcisistici e perversi della nuova clinica.
Ciò cui si assiste, in prima analisi, è un conflitto fra il Discorso del Capitalista della Civiltà Ipermoderna e l’esperienza del soggetto dell’inconscio, che si ritrova al rischio di soppressione a causa della sua inammissibilità all’interno del discorso odierno.
Innanzitutto, se si segue Lacan, il quale afferma che il desiderio, che esprime la verità dell’inconscio e il suo carattere irriducibile e indistruttibile, potrebbe essere misurato solo come infinito, si assiste ad un cambiamento nei termini di quantificazione oggettiva e scientifica: tutto diventa numero, tutto diventa misurabile, pertanto il desiderio stesso viene considerato misurabile; non solo, si ha interesse ad incentivare tale considerazione, in un’ottica capitalistica di gadgettizzazione della vita, di mercificazione del desiderio. L’utilizzo di Internet s’inserisce perfettamente in questo discorso: il numero di utenti con cui si è in contatto all’interno di un social network quantifica la propria popolarità e la propria desiderabilità (considerato il fatto che il desiderio è sempre desiderio dell’Altro); il numero di link a cui è collegata una pagina è l’indice dell’affidabilità della pagina stessa; l’importanza della pubblicazione di un link, o, più in generale, di un contenuto, è focalizzata più sulla frequenza di pubblicazione, all’interno di un modus operandi volto all’esserci costantemente, per non rischiare di essere tagliato fuori, piuttosto che sulla salienza del contenuto stesso.
Uno dei paradossi di questo discorso riguarda il fatto che, se da un lato tutto diventa misurabile, dall’altro promuove una spinta al godimento senza limiti. Questo godimento assoluto è quindi slegato da ogni vincolo, da ogni limite, dalla rinuncia pulsionale, rimanendo pertanto non sublimato, estraniato dal registro del simbolico.
Come insegnano Freud e Lacan, il desiderio nasce dalla mancanza ad essere del soggetto, dalla sua divisione costitutiva, divisione che nasce dal conflitto tra il principio di piacere ed il principio di realtà. Questo vuol dire che non bisogna considerare il desiderio e la Legge come in antitesi fra loro, piuttosto come in tensione reciproca: in altre parole, il desiderio non potrebbe esistere senza la Legge: non si può parlare di desiderio se non in relazione alla Legge. Il cambiamento avvenuto a questo livello nella civiltà Ipermoderna, riguarda il passaggio da un Super-Io Kantiano che impone la rinuncia pulsionale, il dovere morale, ad un Super-Io Sadiano che al contrario esige il godimento senza costrizioni, senza limiti, in un passaggio dal “Devi Rinunciare!” al “Devi Godere!”: “non c’è più il carattere oppressivo del limite, ma la sua assenza” (Recalcati, 2011). La possibilità di godimento illimitato annulla il desiderio poiché, il fatto che venga a mancare la castrazione simbolica, significa necessariamente l’annullamento del desiderio dell’Altro (e quindi dell’importanza che può avere per un soggetto il desiderio di essere desiderati dall’Altro): “il simbolo si fonda sull’assenza della Cosa (Bion), sull’uccisione della Cosa (Lacan), la dipendenza dalla presenza e dal consumo infinito dell’oggetto”, invece, “uccide il simbolo” (a cura di Grando, 1999). Marcuse, in “L’uomo a una dimensione” (Marcuse, 1964), chiama questo fenomeno “desublimazione repressiva”: la possibilità di godimento illimitato, sganciato pertanto dal registro simbolico, non è liberatorio, perché, promettendoci falsamente la liberazione dall’Altro, ci rende solo più succubi dalle cose. Recalcati (2010), in quest’ottica, parla del tempo Ipermoderno come del tempo del “cinismo della monade di godimento”.
L’utente al computer è una perfetta metafora di questo cambiamento: aperto alla liquidità online, immerso nel flusso di link e connessioni, ma chiuso autisticamente nella propria stanza o, più in generale, ipnotizzato con gli occhi fissi sullo schermo. Gli incontri in Rete e le “amicizie” nei vari social network e blog, ma più in generale qualsiasi contatto o connessione, in caso di comportamenti di dipendenza, servono spesso da rinforzo narcisistico. Non si pongono sul versante del simbolico, quanto piuttosto su quello del registro immaginario e non indicano necessariamente un incontro con l’Altro, anzi, permettono l’estraniamento dalla relazione e di poter godere in solitaria, in un meccanismo di reificazione dell’Altro e della relazione con l’altro, che trova in Internet uno dei modelli prototipici di espressione. In questo modo, infatti, è possibile godere senza mettere in gioco e rischiare rispetto al proprio desiderio, poiché una nuova relazione può sostituirne in maniera quasi automatica una precedente, sbaragliando i limiti dello spazio e del tempo, potendo connettersi dalla propria postazione (ma oramai ovunque, grazie ai dispositivi mobili d’accesso come cellulari e tablet) in qualsiasi momento, evitando i limiti che imprescindibili che scaturiscono dal mettersi in relazione con l’altro. A rafforzare la sensazione di assenza di limite è l’idea, che spesso trova riscontro effettivo nella realtà dei fatti, che all’interno del web si possa trovare qualsiasi cosa si stia cercando: una conoscenza o un’informazione, rispetto a un dato argomento qualsiasi, può essere cercata e ricercata all’infinito in Internet, finché non si sarà trovata quella che fornisce ciò che può essere conforme al gradimento (godimento) e all’aspettativa iniziale. La Rete permette di poter ricercare qualsiasi cosa nella quale ci si possa e ci si voglia identificare, ma solo in quanto già identico a sé, attraverso un’identificazione immaginaria, idealizzante, piuttosto che simbolica: e così nascono i siti pro-anoressia, i gruppi di estremismi politici, di complottisti, di ufologi e via dicendo.
Un ulteriore cambiamento, a cui già si è accennato, riguarda il tempo, che nella Civiltà Ipermoderna è sempre più accelerato, maniacalizzato: una corsa nella quale gli stimoli sono presentati al soggetto senza soluzione di continuità, in contrasto con il tempo di elaborazione del pensiero, che deve essere necessariamente un tempo più “lungo” perché si possa promuovere nel soggetto l’esperienza dell’inconscio. Abbiamo, quindi, da un lato, una continua stimolazione che si rispecchia nel consumo costante di nuove sensazioni e nuovi oggetti di consumo, che permettono di negare la mancanza ad essere, costitutiva del soggetto, attraverso una modalità evidentemente perversa, e dall’altro, un effetto d’intasamento psichico, di difficoltà all’elaborazione simbolica, a causa di un eccesso di stimoli.
Ad avvalorare quest’ultima considerazione, rispetto all’utilizzo di Internet, vengono in aiuto gli studi di neuroscienze che attestano come le iperstimolazioni cui si è soggetti sul web ostacolino l’elaborazione del pensiero (come gli studi di Zhu e di Nielsen che verranno successivamente esposti).
Per quanto riguarda invece il lato perverso di questo cambiamento, non è difficile pensare alla Rete come ad un luogo (seppur virtuale), dove si possa essere costantemente alla ricerca del contenuto o dell’attività che più aggrada, perdendosi nel fiume dei link, dove potersi metamorfosare in maniera continua e perpetua, giorno dopo giorno e attimo dopo attimo, per essere sempre all’altezza rispetto alle indicazioni e alle aspettative imposte dalla società, dove poter trovare un oggetto di godimento che scarti il problema della mancanza dell’Altro.
Passaggio dalla mancanza al vuoto, annichilimento del desiderio inconscio, pratiche di esclusione dell’Altro: sono queste le caratteristiche della clinica del vuoto che riflettono i tratti tossicomanici, narcisistici, psicotici e perversi del sintomo contemporaneo.
2.3 - La matrice psicotica del disagio Ipermoderno
La dipendenza da Internet richiama prepotentemente numerose analogie con le considerazioni di Recalcati ne “L’uomo senza inconscio” (2010), a proposito dello slittamento del disagio della Civiltà e delle nuove forme psicopatologiche da una matrice nevrotica ad una psicotica. Questo non significa che la struttura di personalità dei soggetti con manifestazioni psicopatologiche sia necessariamente psicotica, quanto, più che altro, che possano esserlo le manifestazioni stesse.
Nella Civiltà freudiana, il disagio nasce da un’incompatibilità fondamentale fra principio di piacere e principio di realtà. Rispetto al principio di piacere, lo stesso Freud dice che esso “domina l’operare dell’apparato psichico fin dall’inizio; [...J eppure il suo programma è in conflitto con il mondo intero. [...J È assolutamente irrealizzabile” (Freud, 1929). Gli uomini pertanto, schiacciati dal peso del principio di realtà,
rinunciano ad una quota di piacere, per guadagnare sicurezza, entrando a far parte della civiltà. Il disagio, per Freud, dunque, nasce da quel dissidio fra i due programmi che emerge nell’impossibilità di realizzare compiutamente il programma del principio di piacere sotto il peso incessante della realtà esterna. Le formazioni nevrotiche, in questa dinamica, si formano come ritorno del rimosso, definibile come ciò che risulta incompatibile rispetto alla propria rappresentazione ideale, in relazione al programma della civiltà, sotto forma di desiderio. Queste produzioni sono pertanto il risultato del rimosso che, tornando, inesorabilmente, crea quella tensione reciproca fra Legge e desiderio, che non esisterebbe senza la presenza della Legge stessa. In questo senso il desiderio è nell’ordine del simbolico, visto che per esistere ha bisogno dell’Altro. In effetti, come Lacan afferma, l’inconscio è strutturato come un linguaggio e le sue modalità di espressione, come sintomi, lapsus e via dicendo, sono formazioni di linguaggio: sono quindi sotto l’egemonia del registro simbolico.
Le manifestazioni psicotiche, al contrario, non avvengono come espressione del conflitto tra Legge e desiderio, bensì come un rifiuto della realtà, come afferma lo stesso Freud, ne “La perdita della realtà nella nevrosi e nella psicosi” (1924), quando dice che nella psicosi, ciò che avviene non è la rimozione del desiderio inconscio, come nella nevrosi, piuttosto la rimozione a livello della realtà stessa. La libertà di cui vuole godere lo psicotico è una libertà che vuole essere totale, assoluta. Si ha quindi una separazione dai vincoli e dai legami sociali che, invece di riconoscere il debito simbolico e, conseguentemente, mettendosi in dialettica rispetto all’alienazione, viene agita sul piano del reale. Si ha un collasso del registro simbolico, poiché lo “strapotere dell’Es” non permette vincoli e limiti imposti dalla realtà esterna, o mediazioni simboliche con essa; pertanto, al posto di una manifestazione simbolica di linguaggio, avremmo un passaggio all’atto, una scarica pulsionale direttamente sul piano del reale.
Alla luce di queste osservazioni, il disagio della Civiltà Ipermoderna può essere inquadrato prendendo come riferimento le considerazioni teoriche di Lacan e dei successivi studiosi che hanno seguito questo filone di analisi e ricerca rispetto al cosiddetto Discorso del Capitalista. Come già spiegato in precedenza, è stato attuato un cambiamento nella società che si riflette nel Super-Io contemporaneo, che non esige la rinuncia, anzi, sprona al godimento illimitato. Questo godimento, per l’appunto, per risultare illimitato, deve superare ogni ostacolo e impedimento che può derivare dal legame sociale, diventando così monadico, solitario. L’individualismo che è fondamento di questo discorso viene falsamente proposto come la liberazione, la disalienazione da ogni tipo di schiavitù, ma invece di essere soggetti ai padroni (ai significanti padroni dell’Altro) si finisce con il diventare assoggettati alle cose. Questo discorso si propone la negazione del taglio significante, della mancanza ad essere costitutiva del soggetto e, pertanto, utilizzando i matemi lacaniani, l’oggetto piccolo (a), oggetto perduto ed irraggiungibile, viene illusoriamente proposto come sempre disponibile: gli oggetti, le cose, si propongono di saturare la mancanza del soggetto, rimanendo contiguo al soggetto in un continuo consumo di nuovi oggetti. Se l’oggetto che causa il desiderio è, per Lacan, irraggiungibile e proprio per questo orienta il cammino del desiderio inconscio del soggetto, la sua perpetua contiguità al soggetto stesso, non può che soffocare il desiderio, lasciando spazio solamente al godimento afinalistico dell’oggetto. Queste osservazioni richiamano alla mente nuovamente ed in maniera puntuale il concetto di desublimazione repressiva di Marcuse. Si ha una caduta del desiderio, dei legami sociali, del registro simbolico, della funzione dialettica della parola, perché di essenziale vi sono solo i prodotti ed il loro consumo: come sosteneva Pasolini, in effetti, “il potere ipermoderno non ha bisogno di sudditi, ma di liberi consumatori” (Pasolini, 2001), attraverso una “smania, per così dire, cosmica, di attuare fino in fondo lo ‘Sviluppo’: produrre e consumare” (Pasolini, 2001).
Come si può facilmente notare, questo cambiamento sociale sposta il fondo su cui si stagliano le manifestazioni psicopatologiche verso una matrice psicotica: la perdita d’importanza del legame sociale e dei suoi vincoli, che diventano antagonisti allo strapotere dell’Es, il quale esige il consumo sfrenato, illimitato, senza mediazione alcuna, provoca la caduta del registro simbolico e si assiste al consumo dell’oggetto, agito sul piano del reale.
In questo scenario si assiste però ad un ribaltamento prospettico, rispetto a quella che si potrebbe definire una psicosi “classica”: se, infatti, la separazione psicotica classica è una separazione non simbolizzata e, quindi, “agita, non pensata, senza alcuna dialettica con l’alienazione” (Recalcati, 2010), attraverso un movimento di negazione della realtà esterna, nelle nuove forme si manifesta piuttosto una negazione che non riguarda la realtà esterna, ma il mondo soggettivo, la propria realtà interiore. Questo sta a significare che invece di separazione, si tratterà di un’alienazione totalizzante, anch’essa non simbolizzata e dunque senza alcuna dialettica con la separazione, che possa condurre verso il proprio desiderio inconscio. “Il grande Altro del linguaggio, le regole educative, la Legge, il Padre, [...] sono [...] ‘agenti separatori’, in grado cioè di separare il soggetto da un troppo mortifero di godimento. [...] c’è alienazione quando l’incontro è reso impossibile per una situazione di coincidenza patologica con l’Altro” (Giorgetti Fumel, 2010). Seguendo le considerazioni di Miller in “Della natura dei sembianti”, la forclusione del Nome-del-Padre, la mancata iscrizione nell’inconscio del significante primo, che dà avvio alla catena significante e, conseguentemente, all’articolazione simbolica, può portare ad una compensazione identificatoria, immaginaria, che evita in tal modo un crollo, una slatentizzazione della psicosi, dando una sorta equilibrio al soggetto. Lacan, rispetto a questo aspetto, parlerà di sinthomo. Esso si differenzia dal sintomo nevrotico, in quanto non ha valore di metafora, ma emerge da un reale refrattario al simbolico, che si ripete sotto la spinta incessante del godimento: “il sinthomo è una supplenza [...] alla mancanza dell’Altro: il sinthomo – come il Nome-del-Padre, ha ufficio di coprire il buco del simbolico” (Recalcati, Di Ciaccia, 2000). Questa compensazione viene d’altra parte teorizzata da Lacan nel “Seminario III” (1955/1956a): una stampella immaginaria, di chi non è in grado di promuovere un’effettiva triangolazione simbolica e che porta il soggetto ad essere “prigioniero della relazione speculare” (Recalcati, 2002), ad avere un’identità “priva di una soggettivazione effettiva essendo il prodotto di un’identificazione narcisistica al simile posto come Io ideale. Di qui il carattere rigido e massivo di questa identificazione che non è, come nell’isteria, l’identificazione ad un tratto ma piuttosto un’identificazione mimetica, generalizzata che tende a riprodurre integralmente, senza alcuno scarto, l’oggetto dell’identificazione” (Ibidem). Questa è una situazione che emerge ad esempio dalle parole di Claudio, protagonista di un caso esposto da Vallario: “Non ho un’identità vera e propria, prendo atto che non è quella che avrei voluta, non ho confronto con il resto del mondo” (Vallario, 2008). Ciò che dunque accomuna le psicosi deliranti e le psicosi “sociali”, come le definirebbe Lacan, emerge nell’incapacità ad accedere e soggettivare il proprio desiderio inconscio, attraverso la triangolazione simbolica. L’adeguamento passivo alla realtà consiste nell’assoggettamento al nuovo principio di prestazione, che viene visto da Recalcati, differentemente da Marcuse, non come un nuovo paradigma del principio di realtà, per il quale i soggetti devono rinunciare ai propri desideri, a causa della spinta incessante del profitto e della produzione capitalista, non come un’alternativa al godimento, bensì come una prestazione di godimento. In uno scenario nel quale la trasgressione diventa funzione normativa, il Super-Io sociale esige che il godimento diventi modello orientativo di ogni prestazione. Si tratta d’identificazioni solide, solidamente ancorate ai sembianti sociali, “compatibili con il buon ordine” (Lacan, 1955/1956b), nelle quali, in riferimento a Winnicott, il falso sé aderisce così tanto alla realtà, al mondo oggettivo, da annichilire il proprio mondo interiore: l’irrigidimento alla maschera sociale avviene per una fusione, un’identificazione adesiva, dell’essere al sembiante. Il soggetto aderisce adesivamente alle disposizioni della civiltà: “la patologia altro non è che la versione potenziata della normalità” (Lasch, 1979). Lacan, nel “Seminario XVIII”, dice che il “soggetto non può essere nient’altro se non il prodotto dell’articolazione significante” (Lacan, 1971), pertanto non può coincidere totalmente, non può aderire immaginariamente ad un significante, ma, questo significante, rinvierà sempre ad un altro significante, che rappresenterà il soggetto nel luogo dell’Altro: “il simbolo vale solo se lo si organizza in un mondo di simboli” (Lacan, 1953/1954). Lo stesso Lacan, nel “Seminario XI”, introdurrà il concetto di olofrase, che è “il nome dato da Lacan all’assenza della dimensione di metafora” (Laurent, 1983). Per quanto riguarda la spiegazione che ne fornisce, l’olofrase è la solidificazione dei significanti S1-S2. La nascita del soggetto necessita di almeno due significanti, poiché un significante deve necessariamente rinviare a un altro, e la loro non coincidenza permette la metafora, che riguarda l’utilizzo di un significante al posto di un altro, e la metonimia, che riguarda lo slittamento tra significanti. Questa non coincidenza provoca la mancanza costitutiva del soggetto, che sarà causa del desiderio inconscio. Nell’olofrase invece la coppia di significanti non lascia alcuno spazio, ma si solidifica. “Il soggetto non appare più come mancanza ma come monolito, in cui la significazione è uguale al messaggio enunciato. La mancanza di intervallo tra S1-S2 significa che il desiderio dell’Altro non appare al soggetto nella mancanza in cui sarebbe interrogabile e non lascia al soggetto alcuna chance di modellarvi il proprio desiderio. Mancando così la dimensione del desiderio nell’Altro rimane solo il godimento di cui il soggetto non può che ridursi ad essere l’oggetto” (Purgato, 2010). Il disagio ipermoderno incarna dunque la difficoltà che nasce a causa del discorso del capitalista che promuove l’incessante spinta al consumo, al godimento, che “impedisce al soggetto di tracciare la lettera singolare del proprio desiderio che rimane perciò in balia delle determinazioni dell’Altro” (Terminio, 2010). Il soggetto non si pone più come diviso, come spiazzato dal ritorno del rimosso [...], quanto piuttosto come identificato monoliticamente (olofrasticamente) alla propria pseudo identità” (Recalcati, 2010): è quello che Lacan presenta come “tratto uniano” (Lacan, 1974a), ovvero il tentativo di realizzarsi come Uno prescindendo dall’Altro, di godere chiuso in se stesso, del godere dell’Uno senza l’Altro. Helene Deutsch (1942) parla di personalità “come se”, Christopher Bollas (1987) di personalità “normotica”, Evelyne Kestemberg (2001) di “psicosi fredde”: ciò che accomuna tali considerazioni teoriche è il rintracciare, in questo contesto, sintomi che non sono sul lato della divisione, del ritorno del desiderio inconscio rimosso, della dialettica con l’Altro, della triangolazione simbolica, come nella nevrosi, quanto piuttosto sul lato dell’irrigidimento narcisistico, della difesa dall’angoscia attraverso un irrigidimento dell’identità, un “congelamento libidico del soggetto” (Kestemberg, 1972), un tentativo di alienazione tale per cui “il soggetto tenta inconsciamente di diventare un oggetto nel mondo degli oggetti
(Bollas, 1987). Appare lecito allora chiamare in causa le teorizzazioni di Bion in merito al funzionamento del pensiero (1962), poiché sembrerebbe elicitarsi un disfunzionamento della funzione alfa, che di conseguenza porterebbe il soggetto a buttarsi nel mondo degli oggetti, per evitare l’angoscia del proprio vuoto.
Se si torna ora alla questione della Dipendenza da Internet, risulta chiaro come essa si possa a ragione inquadrare all’interno del campo delle considerazioni teoriche appena sviluppate. Innanzitutto, da una parte, abbiamo il tema della sregolazione pulsionale, dello “strapotere dell’Es”, che, esigendo godimento illimitato, annichilisce il desiderio. Prendendo come riferimento le distinzioni proposte nel campo della psicologia clinica, per quanto riguarda le particolari tipologie di dipendenza, si nota come in tutti i casi descritti, vi sia una difficoltà evidente nel controllo delle pulsioni: questo è effettivamente un trait d’union che lega dipendenza da sesso virtuale, netgaming, shopping compulsivo online, gioco d’azzardo patologico online e information overload (patologie da sovraccarico cognitivo). È evidente, infatti, di primo impatto, la difficoltà a disconnettersi, a staccarsi da un godimento mortifero, tossicomanico, in una spirale che, sotto la spinta della pulsione di morte, esige solamente la perpetua ripetizione di godimento.
Nella dipendenza cybersessuale, la difficoltà a staccarsi dall’attività, l’incapacità a regolare il proprio assetto pulsionale, porta ad un disinvestimento per quanto riguarda l’attività sessuale sul piano della realtà, in quanto limitante, insignificante: spesso, questi soggetti ammettono che, per loro, sia preferibile la masturbazione attraverso la visione di immagini pornografiche, piuttosto che un incontro sessuale nella realtà, adducendo come motivazione il fatto che, col computer, possa avvenire un incontro nel quale si possa esser liberi di fare ciò che si vuole.
È evidente come lo “strapotere dell’Es”, esiga solamente il suo appagamento, senza quei vincoli, restrizioni e rischi, che l’entrare nel campo dell’Altro porta con sé. La caduta del simbolico traspare dal rapporto immaginario che s’instaura con le immagini pornografiche, un rapporto che in fin dei conti non esiste, risultando piuttosto un incontro speculare con se stessi, privo com’è di una vera triangolazione simbolica. “La mancanza della relazione tra i corpi facilita le cose, non si rischia nessuna perdita di godimento” (Bellini, 2012, fonte privata). Inoltre, la disponibilità su Internet di un quantitativo pressoché illimitato di materiale, di qualsiasi categoria pornografica, illegale e non, permette di poter soddisfare all’istante qualsiasi pulsione.
Considerazioni analoghe possono essere portate avanti per le altre categorie di dipendenza. Per quanto riguarda il gioco d’azzardo patologico, che trova in Internet un perfetto campo di applicazione, già Freud, nel 1927, osserva che il giocatore d’azzardo non punta a vincere, ma a “giocare per il gioco” (Freud, 1927): egli dunque non gioca fino a che non vince, ma fino a quando non ha più niente con cui poter scommettere. Il circuito tossicomanico veicolato dallo schermo, emblematico nel caso delle slot machine, porta ad un “riempimento costante dove non si può lasciare nessuno spazio. C’è un’abbuffata telematica dove il distacco fisico [...] a volte è realmente impossibile” (Gottardis, a cura di Recalcati, 2011). Il gambler, grazie ad Internet, ha la possibilità di giocare a qualsiasi ora del giorno, ininterrottamente, stando comodamente a casa, riuscendo a eludere gli orari delle sale da gioco reali, potendo “sedere” a più tavoli contemporaneamente e, ad esempio, in Italia, riuscendo a giocare la notte in diretta con gli Stati Uniti, dove il fenomeno è ancora più radicato che nel nostro contesto nazionale.
Le stesse osservazioni appena descritte rispetto all’incapacità di regolazione pulsionale possono essere riferite allo shopping compulsivo, poiché attraverso il computer è possibile ordinare qualsiasi prodotto si voglia in ogni momento, avendo a disposizione un mercato diventato ormai globale, e partecipare a svariate aste in tempo reale a qualsiasi ora del giorno. In effetti, il “giocare per il gioco”, può essere esteso all’“acquistare per l’acquisto”, non per usufruire del prodotto, poiché dopo l’iniziale eccitamento, ne consegue un rapido senso di vuoto, che spinge a comprare un nuovo prodotto, secondo una dinamica di consumo per il consumo in sé. A rinforzare questa dinamica vi è da considerare anche il fatto che i prezzi sui siti online continuano a variare freneticamente, costringendo l’utente a rimanere online, per una caccia all’offerta irrinunciabile: un articolo del Wall Street Journal (online.wsj.com, 05/09/2012), evidenzia come, ad esempio, il prezzo di un forno a microonde può variare anche di nove volte in un giorno. Nell’information overload, soprannominato non a caso, nei paesi anglosassoni, infobesity, i soggetti s’immergono nella liquidità del web, passando continuamente da un sito all’altro senza la capacità di fermarsi e cercando di accumulare informazioni che non verranno ricordate per, come ha detto a L’Espresso Umberto Eco (espresso.repubblica.it, 21/08/2012), “una sorta di ‘censura per eccesso di rumore’”. La continuazione incessante a navigare nel web è indice di difficoltà di controllo pulsionale, e l’incapacità a ricordare le informazioni richiama nuovamente le considerazioni di Bion riguardo alla teoria delle funzioni: la membrana di contatto sembrerebbe distrutta a causa del bombardamento di elementi beta. Questo porta a un deficit della funzione alfa e alla formazione dello schermo beta: la proliferazione di elementi beta si riflette, infatti, in una tendenza ad agire, per incapacità di simbolizzazione e, quindi, continuare a navigare, senza fare esperienza delle informazioni che si presentano. “La tecnologia, messa al servizio di comunicazione ininterrotta, velocità telegrafica e brevità, ha cambiato le regole del vivere; [...] Il mondo della risposta rapida non rende impossibile l’introspezione, ma fa ben poco per incoraggiarla”. Se poi, oltretutto, “gli scambi personali sono riformattati per il piccolo schermo e sintetizzati nell’iconografia degli emoticon, le semplificazioni sono inevitabili” (Turkle, 2011).
Allo stesso modo, nella dipendenza da netgaming traspare la stessa incapacità a smettere l’attività, che si evince per esempio dalle parole di una madre di un ragazzo schiavo dei videogiochi (inchieste.repubblica.it, 30/01/2012), che racconta delle ore trascorse dal figlio a giocare online e l’aggressività suscitata in lui in seguito al tentativo di allontanamento dallo schermo.
Il comportamento di dipendenza viene rinforzato dai videogiochi online principalmente per due ragioni: innanzitutto, grazie alla possibilità di ricominciare le partite a piacimento, ma anche perché molti giochi online proseguono nonostante ci si sia sconnessi; essere offline equivale a lasciare continuare che il gioco vada avanti senza di sé.
Federico Tonioni, responsabile dell’ambulatorio per le dipendenze da Internet del policlinico Gemelli di Roma, afferma in un’intervista sul Corriere della Sera (corriere.it, 30/01/2012), che “molti ragazzi hanno smesso di andare a scuola. C’è chi naviga ininterrottamente anche per diciotto ore e chi punta la sveglia pur di alzarsi a notte fonda e giocare con gli amici in rete”. Nello stesso articolo, è riportata la testimonianza di un ragazzo che dice: “restavo a casa incollato al pc invece di andare a scuola. Giocavo fino a notte fonda e non mi staccavo neanche per andare in bagno” (Ivi). Occorre infine notare che molti giochi sono programmati in modo da riprodurre, in virtuale, esperienze di vita “fuori dal limite”, come gli innumerevoli “sparatutto” o i giochi di lotta: Carmageddon, videogame di corse in auto, ha come modalità fra le altre, per ultimare le corse, quella di investire un numero prefissato di pedoni; si possono menzionare anche giochi sullo stile di GTA (Grand Theft Auto), dove si impersonifica un malvivente che deve portare a termine delle “missioni”, aventi come scopo il farsi strada all’interno della malavita. All’interno invece dei MUD (Multi-User Domains), la difficoltà a staccarsi traspare nel fatto che “se posso dire e fare ciò che voglio, con conseguenze praticamente inesistenti per ogni mio atto, [...] perché devo vivere esclusivamente la vita reale calcando il suo percorso lastricato di difficoltà e sofferenze?” (Giorgetti Fumel, 2010).
La dipendenza da Internet riflette anche il particolare aspetto alienante, identificatorio, della matrice psicotica della società ipermoderna. Nathan Jurgenson (corriere.it, 09/01/2012) scrive: “il nostro cervello è sempre alla ricerca delle occasioni in cui il volatile momento dell’esperienza vissuta possa essere meglio tradotto in un post su Facebook, in un messaggio che possa attrarre il maggior numero di commenti e di gradimenti. Facebook fissa sempre il presente come un passato futuro. Con questo voglio dire che gli utenti dei social media sono sempre consapevoli che il presente è qualcosa che si può pubblicare online e che sarà consumato da altri” (Jurgenson, 2012).
Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e responsabile delle nuove dipendenze del Centro studi e ricerche Nostos di Senigallia, afferma l’esistenza di “casi di ragazzi che arrivano [...] perché incapaci di staccarsi da Second Life, come da altri giochi di ruolo dove la creazione di un avatar, l'immagine che viene usata per rappresentarli, crea non poche difficoltà relazionali. Il mondo reale pian piano scompare lasciando posto a una dipendenza totale e immaginifica” (inchieste.repubblica.it, 27/01/2012).
La popolarità che può portare alla collezione di utenti collegati al proprio profilo non è indice del legame che si ha con essi e anzi, un recente studio dell’università di Oxford riportato dal Telegraph, ha attestato il fatto che il numero di Dunbar (ovvero quella soglia di circa 150 relazioni significative oltre alla quale le persone difficilmente riescono ad arrivare) non viene influenzato dall’allargamento delle relazioni attraverso Facebook (ed i social network in generale) (telegraph.co.uk, 24/01/2012). La necessità di apparire al meglio porta, secondo una ricerca di Intel, condotta dalla Redshift Research, un italiano su due, ad abbellire il proprio profilo (newsroom.intel.com, 19/01/2012). Casi sospetti, da questo punto di vista, sono quelli dei politici, che in alcuni casi sembrerebbero barare con gli utenti su Twitter che seguono il loro profilo (follower), per apparire “seguiti” online dai propri elettori: emblematico è il caso del profilo di Di Pietro, che dall’8 gennaio al 7 febbraio del 2012 ha avuto una crescita giorno per giorno di esattamente 301 seguaci (espresso.repubblica.it, 29/02/2012). In generale, nella dipendenza da Internet si tratta dunque di una “vera e propria regressione narcisistica che non sempre è al servizio di un rafforzamento dell’io, ma che invece si dispone ad un atteggiamento autoerotico, [...J generando una dipendenza da modelli dell’ io preconfezionati, alla moda” (Moroni, 2011): “è l’affermazione del culto della prestazione del corpo, della sua immagine feticizzata, muscolarizzata, contrassegnata da marche diverse, [...J affermazione del godimento della tecnologia e dei mondi virtuali, della rete come moltiplicazione di pseudo contatti, di collegamenti asfissianti, [...J è affermazione del consumo compulsivo degli oggetti gadget, affermazione del mondo delle immagini... Il nuovo principio di prestazione implica il godimento della propria immagine: il culto della prestazione è culto del successo, è culto dell’apparizione” (Recalcati, 2011).
Nello shopping compulsivo è stata constatata una differenza nella tipologia di prodotti acquistati, relativamente alla differenza di genere. Tra gli oggetti acquistati dalle donne, si annoverano prevalentemente capi d’abbigliamento, articoli di maquillage, gioielli, libri e articoli per la casa, mentre per quanto gli uomini vi sono articoli per auto e sport, ma più in generale articoli costosi, che possano apparire e, facendo ciò, riflettere il proprio prestigio. È evidente comunque che, nonostante s’individuino categorie d’acquisto differenti, i denominatori comuni che maggiormente influenzano l’acquisto compulsivo, siano l’apparenza fisica e l’immagine esteriore (McElroy et al., 1994). Inoltre, uno studio di Black (2001) ha evidenziato che il rapporto donne-uomini per questo disturbo è di nove a uno. Questa manifestazione psicopatologica appare evidentemente in linea con il discorso del capitalista, che ”eleva il fantasma maschile del possesso dell’oggetto di godimento a sistema” (Recalcati, 2010). La logica dell’avere-fallico maschile, in contrapposizione con il godimento al di là del fallo femminile, è ciò a cui sembrano invece ridursi molti dei sintomi contemporanei femminili stessi: “il corpo alla moda è il corpo che bisogna avere per essere [...J senza passare dal desiderio dell’Altro. [...J È il corpo che funziona come insegna identificatoria” (Ibidem) e riflette, tra l’altro, la dinamica di coincidenza tra essere e sembiante sociale.
L’identificazione alla logica ipermoderna dell’avere (senza passare dal desiderio dell’Altro) fallico per apparire e, dunque, per essere, è senz’altro evidenziabile anche nel caso della dipendenza da sesso virtuale. Il principio di prestazione (di godimento), è più che mai evidente in questo contesto. La divisione del corpo in immagini di oggetti sessuali parziali, fatte circolare poi in Rete, riflette l’elusione dell’incontro con l’Altro, l’allontanamento dal desiderio, elevando il corpo a puro oggetto di consumo, attraverso un vero e proprio processo di oggettivazione sessuale, di reificazione (Volpato, 2011). Come dice Maiocchi, ne “Il taglio del sintomo”, “ben venga internet a dare un nuovo slancio al sesso, purché [...] in legami solo virtuali, senza ostacoli, senza quell’imbarazzo inutile della presenza reale, [...] All’opposto il soggetto che azzera il suo corpo di vivente si riduce alla sua connessione in rete, retificato piuttosto che rettificato. Godimento dell’idiota, dice Lacan” (Maiocchi, 2010), nel “Seminario XI”, “per indicarne il fuori legame. Realtà di pura rappresentazione, puro de-reality show, alienazione deinitiva in un mondo senza realtà e come rappresentazione” (Ivi).
A proposito di reificazione, la società incentiva dinamiche di auto-reificazione: attraverso la trasmissione mediatica di canoni prototipici di bellezza, incoraggiando l’utilizzo-abuso della chirurgia estetica, promossa come “mezzo socialmente accettabile e sempre più diffuso [...] di perfezionamento del proprio aspetto fisico” (Pacilli, 2010). Come a dire: se la società promuove univocamente il corpo bello, non si può che godere del corpo bello.
Nel considerare il gioco d’azzardo patologico online e la dipendenza da netgaming, si può notare la medesima logica, promossa attraverso le disposizioni, le “linee guida”, della società. È evidente che per quanto riguarda la dipendenza da videogiochi si presentino delle dinamiche d’identificazione più complesse, che evidenziano un indebolimento del registro simbolico in favore di quello immaginario e che riguardano, tra le altre cose, l’identificazione all’avatar e all’ambiente del gioco, rispetto al gioco d’azzardo patologico, dove l’aspetto della sregolazione pulsionale sembrerebbe maggiormente preponderante. In un articolo di Wired (daily.wired.it, 26/02/2012), viene però posto un paragone interessante tra il modello di business del poker in occidente e il caso particolare di Starcraft (videogioco di strategia militare), della Corea del Sud: il denominatore comune riguarda “la spettacolarizzazione di un gioco e la creazione di personaggi perfetti da sfruttare come star televisive”. In effetti, in relazione all’avvento del digitale terrestre e alla liberalizzazione del gioco d’azzardo online del 2010, si è potuto assistere alla proliferazione di siti, pubblicità, programmi televisivi e addirittura canali tematici interamente dedicati al poker. L’Italia, secondo una ricerca di libera.it (09/01/2012), è il primo paese europeo e terzo nel mondo fra i paesi che giocano (d’azzardo) di più. Per quanto riguarda Starcraft, esso è un videogioco di strategia di guerra fra civiltà aliene differenti. Per dare l’idea della grandezza del fenomeno in Corea del Sud, Starcraft viene considerato sport nazionale; i tornei vengono giocati in palazzetti dello sport e trasmessi in televisione; i migliori (chiamati Cyber-atleti) e coloro che godono di maggior risonanza mediatica, possono guadagnare cinquecentomila dollari l’anno. L’articolo di Wired si concentra in particolare sul caso di See Ji-Soo, una ragazza sedicenne diventata una celebrità grazie al videogioco: è evidente quanto tutto questo possa far presa sull’immaginario adolescenziale. Per quanto riguarda dunque il discorso sull’identificazione adesiva, gioco d’azzardo patologico online e dipendenza da videogame possono dunque essere accostati non tanto, ovviamente, sulla base dei contenuti del gioco, quanto, più che altro, sulla logica ipermoderna che ne incentiva l’utilizzo attraverso la promozione di tali mezzi come prodighi di successo individuale.
Per quanto riguarda i MUD sociali, come Second Life, la possibilità di creare un Avatar a proprio piacimento, può portare ad “un vero e proprio travaso dei propri investimenti libidici [...] fino ad un vero e proprio trasloco d’essere dal reale al virtuale”, mettendo così “in gioco il proprio immaginario in una misura non trascurabile” (Giorgetti Fumel, 2010). Lacan spiega, attraverso la teoria dello stadio dello specchio, che avviene tra i 6 e i 18 mesi, che il soggetto ricompone la propria immagine frammentata riconoscendola come unitaria, grazie allo sguardo soggettivante dell’Altro: si tratta quindi di un’immagine costituente il soggetto e non costituita dal soggetto. La nascita dell’Io provoca però una dicotomia irriducibile tra io reale (immagine di sé) e io virtuale (io ideale), matrice delle identificazioni future, che si ricompone solo virtualmente, a livello immaginario, nello specchio: “l’essere umano non vede la sua forma realizzata, totale, il miraggio di se stesso, se non fuori di se stesso” (Lacan, 1953/1954). In quest’ottica, nei MUD, lo schermo fornisce l’occasione per un nuovo stadio dello specchio, nel quale poter modificare continuamente e a piacimento la propria immagine, fino a vedere “la forma realizzata”, ideale, “di se stessi (Giorgetti Fumel, 2010). “il giocatore d’azzardo e il giocatore di videogame hanno in comune una vita di contraddizioni: si sentono sopraffatti, e quindi scompaiono nel gioco. Ma poi il gioco li occupa così tanto che non hanno più spazio per nient’altro” (Turkle, 2011).
Per quanto riguarda infine l’information overload, la logica identificatoria si esprime nel rispecchiamento e nell’adeguamento ad una società nella quale le informazioni viaggiano in Rete in tempo reale: il navigatore ha la sensazione di non essere mai informato a sufficienza, di correre il rischio di lasciarsi sfuggire qualche notizia d’importanza vitale e allora va alla ricerca continua e compulsiva di informazioni, per essere al passo coi tempi, con la moda, con le notizie, con il gossip, con i link pubblicati dai profili seguiti, per esserci, per esistere. Ma, secondo questa logica, l’informazione verso cui si andrà alla ricerca non sarà la più importante, ma la più recente: si ”tende a sopravvalutare quello che succede proprio adesso” (Chabris, 2008). La spinta a ricercare costantemente informazioni sotto il giogo del principio di prestazione è evidente.
Un fenomeno inquadrabile all’interno dell’information overload, che sta ultimamente emergendo, è quello della “cibercondria”, definita da Horvitz e White come “una escalation di preoccupazioni infondate circa il proprio stato di salute, basate sulla ricerca e la lettura dei risultati forniti dai motori di ricerca” (Horvitz, White, 2008).
In effetti, secondo il CENSIS (2010), nel 2009 almeno 15 milioni di Italiani hanno condotto ricerche su Internet legate ad informazioni sanitarie: dati in linea con ricerche internazionali (EUROSTAT, 2011), che certificano tale uso della Rete per il 23% della popolazione circa nel 2010. Questo dato sale fino al 51% per la popolazione statunitense (Centers for Disease control and Prevention’s National Center for Health Statistics, 2010). A partire da un qualsiasi sintomo, si può cominciare la ricerca nell’enorme quantitativo di dati medici disponibili in Internet, talvolta inattendibili, fornendo diagnosi (chiamate nei paesi anglosassoni “Google Stack”) che, se in rari casi possono essere utili, il più delle volte risultano deliranti. In un articolo di Paola Mariano (2011), lo psichiatra Ferdinando Pellegrino racconta il caso di una paziente presentatasi dicendo di avere gli occhi secchi e, avendo letto su Internet della sindrome di Sjogren, ha chiesto al suo medico di poter fare tutte le analisi per poter diagnosticare o meno la presenza di tale patologia su base immunitaria, evidenziando in tal modo un chiaro eccesso d’indentificazione con le informazioni presentatesi. “Pochi discorsi come quello medico-tecnologico hanno il potere di ridurre il corpo vivente del soggetto e la sua particolarità irriducibile a un oggetto anonimo tra gli altri” (Recalcati, 2010). Esso ha come punto in comune, rispetto all’imperativo di godimento, quello di annichilire il desiderio particolare del soggetto, poiché le prescrizioni mediche impongono la sottomissione al principio di realtà, ma il desiderio non potrà mai adattarsi totalmente ad esso. “È il paradosso dell’igienismo contemporaneo: la difesa della salute diventa protocollare e sembra imporsi come un nuovo obbligo sociale, come un inedito imperativo al Bene” (Ibidem).
2.4 - La questione del narcisismo
Per quel che concerne le nuove forme del sintomo della clinica del vuoto, è fondamentale il riferimento anche ai tratti narcisistici e perversi, oltre che quelli psicotici precedentemente descritti. Nell’affrontare il tema del narcisismo, occorre innanzitutto considerare separatamente il narcisismo primario e il narcisismo secondario. La prima differenza evidenziabile, risulta nel fatto che il narcisismo primario si trova sotto l’egemonia del registro immaginario, mentre il narcisismo secondario è regolato dall’ordine simbolico. Il narcisismo primario si configura come uno stato d’indifferenziazione tra l’io e l’es, nel quale la libido è proiettata totalmente sull’io. Lacan si discosta da Freud in questo punto, poiché se quest’ultimo considera l’io come un “serbatoio di libido” (Opere, volume IX, 1917/1923), per Lacan l’io nasce a partire dalla relazione con il simile, con lo stadio dello specchio, ed ha quindi una funzione immaginaria: il narcisismo primario è uno stato nel quale l’io non è dunque ciò da cui si proietta la libido, ma verso cui la libido è proiettata. La bussola immaginaria sarà costituita dall’io ideale. Il narcisismo secondario indica invece, “in termini lacaniani, [...] l’incidenza del simbolico sull’immaginario” (Recalcati, 2002). L’istanza dell’ideale dell’io, che nasce dall’identificazione simbolica, dalla strutturazione significante, diventa una bussola simbolica che permette la realizzazione di un compromesso tra desiderio e Legge. In altri termini, si potrebbe dire che, in uno stato di narcisismo secondario, il soggetto verrà guidato dall’ideale dell’io per come ama essere, per come ama esistere, per come ama significarsi. Attraverso il narcisismo primario, il soggetto si affiderà, invece, all’io ideale, per come ama immaginarsi ed immaginarsi di essere visto. Ma nel campo dell’immaginario, senza gli effetti di significazione della catena significante, lo sguardo dell’Altro non può che essere lo sguardo del simile, lo sguardo dello Stesso. Il caso di Adam, già descritto precedentemente, illustra perfettamente questa considerazione: egli preferisce la sua vita in Quake, dove si sente “più bravo a rubare la bandiera” (Turkle, 2011), rispetto alle sue mansioni nella vita reale; e quando passa dal dispotismo alla monarchia in Civilization, egli si sente “un essere umano” (Ibidem).
Nella società ipermoderna, liquida, dominata dal discorso del capitalista, dove il godimento ha sostituito la Legge, il soggetto vive la precarietà dell’esistenza a causa della caduta dell’Ideale, la caduta di quei significanti che, facendosi insignificanti, non permettono al soggetto di iscriversi nell’ordine simbolico. Il soggetto, a causa di ciò, vive, attraverso il vuoto lasciato dal simbolico, la precarietà dell’io, una fragilità che porta in risposta ad una solidificazione, cementificazione dell’io, emblema del sintomo contemporaneo; un sintomo che, se nella clinica classica delle nevrosi si configurava come l’emergere della divisione del soggetto, oggi si manifesta come un tentativo di fare Uno, di prescindere dall’Altro, piuttosto che entrarvi in relazione dialettica. È pertanto centrale in questo senso il riferimento al narcisismo primario, riflesso della caduta del narcisismo secondario che non trova significanti in grado di poter fungere da bussola. “Antiamore” è il termine che conia Miller (1996/1997) per definire la posizione tossicomanica, nella quale centrale risulta la dimensione del narcisismo. Già Freud, in “Pulsioni e loro destini”, dice che “l’odio è più antico dell’amore” (Freud, 1915). Ciò segnala l’esistenza di un odio primordiale per l’Altro, in quanto apportatore di stimoli: l’apparire sulla scena dell’Altro annienta l’integrità dell’Uno e l’odio si presenta così come manifestazione originaria del narcisismo. Questa è la prima forma d’odio, odio dell’Altro in quanto tale, dell’Altro in quanto non Uno. Vi è anche una seconda forma d’odio, che si manifesta quando il soggetto, tentando di rimarginare la ferita narcisistica provocata dall’Altro, attraverso l’Altro, si trova nella condizione di non riuscire a integrarlo totalmente: questa parte non integrabile diventa quindi la parte odiata dell’oggetto amato, poiché segnale della castrazione del soggetto, segnale della mancanza in quanto tale, segnale dell’”impossibilità di fare e di essere Uno con l’Altro” (Recalcati, 2002). In questo scenario, vi è assenza di “transfert primario” (Lacan, 1958), ovvero l’oggetto piccolo (a), oggetto causa di desiderio, irrimediabilmente perduto dall’azione del taglio significante, non viene posto nel campo dell’Altro, ma rimane incollato al soggetto. Queste considerazioni evidenziano quindi l’ambivalenza intrinseca dell’odio e dell’amore, il fatto che siano due facce della stessa medaglia: si parlerà dunque di “odioamorazione” (Recalcati, 2004), per definire il fatto che entrambi sono un unico movimento verso l’Altro. L’antiamore è quindi rifiuto dell’Altro, godimento monadico che prescinde dallo scambio con l’Altro sesso, godimento uniano, che porterà a pratiche pulsionali di dipendenza, attraverso la spinta ad un godimento non intaccato dal significante. La pratica tossicomanica è una pratica di godimento, ma ha anche funzione identitaria, fornisce una maschera narcisistica, come collante per un’identità fragile, incapace di rapportarsi al proprio desiderio inconscio. “Il problema è che l’assorbimento senza fantasma nell’oggetto di godimento (si pensi anche [...] alle dipendenze da computer) espone la realtà psichica in quanto tale al rischio di un collasso interno” (Recalcati, 2010). Il caso di Angelica, descritto da Tonioni, è un valido esempio di smarcamento dal proprio desiderio e dall’incontro con l’Altro: per Angelica “l’altro non esiste. Chiunque ha di fronte è qualcuno a cui raccontare di sé. [...] Ogni festa cui partecipava era l’occasione per Angelica per essere fotografata e per inserire immediatamente le fotografie nel proprio profilo” (Tonioni, 2011) su Facebook, “sempre più pieno di lei” (Ivi). Soler utilizza il termine “narcinismo” (2007), per indicare il fatto che la vita è guidata dall’imperativo di godimento (cinismo), evidentemente scollegato da legami con l’Altro (narcisismo). In gioco non ci sarà più il disagio causato dalla mancanza a essere del soggetto, dalla spinta del desiderio inconscio che torna dal rimosso chiedendo di essere ascoltato, un desiderio che è sempre d’Altro e dell’Altro, ma un disagio causato dall’angoscia del vuoto da evitare, da dover riempire con oggetti di godimento narcisistico, uniano, che precludano l’incontro con l’Altro: “il narcisista si relaziona con gli altri rapportandosi solo con le loro rappresentazioni ad hoc; [...] Non è difficile immaginare l’utilità dei compagni inanimati per un simile sé, perché è facile costruire un robot o un agente computazionale su misura di un individuo e dei suoi bisogni. Ma una persona fragile può trovare sostegno anche in un contatto selezionato e limitato con gli altri. [...] in una vita fatta di SMS e messaggi le persone di quella lista appaiono su richiesta o quasi. Potete prendere quello che vi serve e passare oltre; e, se non siete soddisfatti, potete provare con un altro contatto” (Turkle, 2011). In questi casi “il solo oggetto di transfert (selvaggio) possibile è l’oggetto stesso della dipendenza patologica. Una lista di partner inumani si allunga” (Recalcati, 2010), e tra gli altri, vi è il computer: essi possono essere definiti “oggetti antiamore. Essi sono tali perché anziché essere in rapporto alla mancanza, la occultano. In tutti questi casi non c’è amore di transfert, ma solo odio di transfert” (Ibidem). Le considerazioni inerenti al narcisismo e all’odio, rispetto alle neodipendenze, chiamano in causa aspetti correlati all’aggressività. Infatti, Lacan riconduce l’aggressività proprio allo stadio dello specchio: il corpo in frammenti s’integra attraverso l’immagine riflessa, l’io nasce a partire da questa integrazione immaginaria, ma attraverso un’immagine che non coincide con il soggetto. L’io è perciò strutturalmente alienato. Il perenne conflitto che conduce l’io con se stesso, risiede nel fatto che, riversata tutta la libido sull’io, si vorrebbe che quest’ultimo coincidesse con l’Ideale, ma per condizione d’impossibilità, ciò che rimane è un’immagine che riflette “quell’io ideale che il soggetto non è” (Di Ciaccia, Recalcati, 2000). Questa volontà di credersi solo un io è ciò che porterà Lacan (1946) ad affermare provocatoriamente che, “se un uomo che si crede un re è un pazzo, un re che si crede un re non lo è da meno”. L’aggressività immaginaria nei confronti dell’altro, dice sempre Lacan, si caratterizza quindi come “la struttura più fondamentale dell’essere umano sul piano immaginario: distruggere chi è la sede dell’alienazione” (Lacan, 1953/1954). La passione auto centrata dell’io, il travaso libidico sull’io, porterà a cercare di “imprimere nella realtà la propria immagine” (Lacan, 1948), negando l’alterità dell’Altro. “L’altro, il simile, è oggetto d’aggressività in quanto oltre a rappresentare l’io ideale del soggetto, è anche colui che possiede, [...J l’oggetto del desiderio del soggetto” (Di Ciaccia, Recalcati, 2000).
La paranoia può essere vista allora in qualità di dinamica prototipica: il soggetto rimane fissato all’alienazione immaginaria dello stadio dello specchio. Melanie Klein evidenzia che il mondo esterno si costruisce a partire da fantasmi interni e tanto più il soggetto esperisce frammentazione interna e dunque minaccia di morte, tanto più vivrà il mondo esterno come persecutorio, rispondendo in maniera aggressiva, distruttiva. Si può leggere, in questo senso, il fatto che il sintomo principale dell’astinenza da computer in soggetti dipendenti consista in manifestazioni d’aggressività. Il computer può fungere da un lato, come “agente separatore” e, quindi, la manifestazione aggressiva legata allo “staccare la spina” da parte dei genitori dei ragazzi dipendenti, rivela il tentativo di “distruggere chi è la sede dell’alienazione” (Lacan, 1953/1954); ma il computer può fungere anche da sinthomo, da stampella immaginaria, da collante narcisistico al quale rimanere mimeticamente identificati. In questo caso le “reazioni violente e spropositate trovano una spiegazione [...] in una sorta di difesa istintiva verso chi cerca di sottrarre un’‘armatura’ che protegge” (Tonioni, 2011): l’angoscia di frammentazione interna e il godimento dell’Altro vissuto come maligno e persecutore, prodotti dalla rimozione del sinthomo, portano a reazioni aggressive, che, nei casi più gravi, possono configurarsi come dei veri e propri passaggi all’atto (Schiappacasse, fonte privata). Lacan è in linea con questo discorso, quando sostiene che il delirio paranoico si caratterizza per essere “il più possibile simile al soggetto” (Lacan, 1975b). Lo stesso autore arriverà poi a considerare la paranoia non come specifica delle psicosi, ma strutturale rispetto al soggetto, poiché, se il soggetto è strutturalmente alienato, la natura stessa dell’io sarà fondamentalmente paranoica. Un soggetto pertanto privo di ordine simbolico, guidato solo dal registro immaginario, non potrà che altalenarsi fra l’”infatuazione erotizzata della sua immagine” e la “spinta verso la distruzione aggressiva” (Di Ciaccia, Recalcati, 2000), per il fatto che solo nell’altro potrà ritrovare le “alienazioni del suo desiderio” (Lacan, 1953/1954). La paranoia, pertanto, non assume necessariamente la forma di un delirio di persecuzione, quanto piuttosto si caratterizza per essere sempre un “autoriferirsi”: l’Altro a cui si rapporta il soggetto può infatti prendere le sembianze o “di un ideale del soggetto divenuto poi il suo nemico irriducibile, oppure divenire una Causa assoluta alla quale votarsi, o anche assimilarsi a un sapere capace di offrire una spiegazione rigorosa e senza lacune del mondo” (Recalcati, 2010); Lacan arriverà infatti ad affermare che “tutto è segno” (Lacan, 1953/1954), per il soggetto paranoico. Quest’ultimo aspetto, riguardante il fatto che tutto sia segno, è intensificato su Internet, ed in particolare sui social network, dove si modella un proprio profilo ad uso e consumo degli utenti con cui si è in contatto: Brad, un ragazzo diciottenne intervistato da Turkle, racconta che su Facebook “per fare capire cosa sei e chi sei [...], finisci per sviluppare un’ossessione per il minimo dettaglio che ti riguarda. Per esempio, se ti piacciono gli State Radio e gli Spoon ‘Oh, cosa significa se metto per primi gli State Radio o per primi gli Spoon nella lista delle mie band preferite? La gente cosa penserà di me?’. So di ragazze che si scervellano su cose come ‘Oh, questa foto è troppo esplicita? O è da bigotti non metterla?’. Devi pensarci bene, e per una buona ragione, data la quantità di persone che vedrà il tuo profilo. Devi sapere che tutto quello che metti verrà esaminato con estrema attenzione. Quindi ti conviene controllare in modo ossessivo quello che metti e come ti descrivi” (Turkle, 2011). Internet propone una costante emissione d’input, che il narcisista ha la possibilità di riferire sempre a sé. Ciò che viene negato dal paranoico è il proprio conflitto interno, la propria divisione costituente, l’ambivalenza tra amore e odio per l’Altro: nell’altalena fra queste due posizioni, ciò che fa da trait d’union è “il carattere monolitico e totalmente autoreferenziale di ciascuna delle due” (Recalcati, 2010). Per questi motivi, la paranoia si caratterizza dunque, non attraverso il binomio rimosso-ritorno del rimosso, ma quello di angoscia-difesa. Il soggetto paranoico non accetta la propria ambivalenza, la propria divisione: rifiutando l’inconscio, il soggetto scinde e proietta il proprio godimento insopportabile all’esterno, nel luogo
dell’Altro. È questo meccanismo alla base del fatto che il soggetto, rifiutando il proprio godimento, lo attribuisce all’Altro: “ciò che era stato abolito dentro di noi, a noi ritorna dal di fuori” (Freud, 1910b), “ciò che rigettato dal simbolico riappare nel reale” (Lacan, 1955/1956). Il godimento negato riappare nella forma di un godimento malvagio e persecutore dell’Altro. Questa dinamica di proiezione sull’Altro, si accompagna ad un ispessimento narcisistico dell’io, ad una megalomania che ribadisce l’identificazione paranoica all’altro speculare idealizzato. L’identificazione immaginaria all’altro, porta Audrey, ragazza sedicenne intervistata dalla Turkle, a dire: “mi piacerebbe assomigliare di più alla me online”; sul profilo Facebook “non posti fotografie di come sei di solito. [...] Puoi scrivere quello che vuoi su di te, tanto loro” (gli altri utenti di Facebook), “non sanno se è vero o no. Puoi creare quello che vuoi essere” (Turkle, 2011). L’evidente identificazione alienante viene palesata con la frase: “Se Facebook venisse cancellata, verrei cancellata anch’io” (Ibidem). Nel rifiutare la propria divisione, la propria ambivalenza, nel difendere il proprio io megalomanico, il soggetto paranoico abolisce il proprio desiderio inconscio, perché il desiderio è desiderio d’Altro e dell’Altro, ma il paranoico vive l’Altro come caratterizzato da un godimento maligno e persecutore da cui difendersi. Freud parla, tra l’altro, della paranoia anche nei termini di “rovesciamento del lutto” (Lettere tra Freud e Jung, 1906-1913, 1990): se, infatti, nel lutto la libido perde l’oggetto investito, attraverso la paranoia il soggetto investe di libido l’io, negando in tal modo la possibilità del dolore luttuoso che comporta la perdita. Questa dinamica si scorge nelle interviste della Turkle (2011), dove alcune ragazze raccontano che sia stato meglio scoprire la morte di persone significative attraverso messaggi online, piuttosto che di persona, mettendo in primo piano, non il sentimento in sé del lutto, ma la paura del
giudizio, dello sguardo dell’Altro, rispetto alla capacità di gestione e di espressione delle proprie emozioni
2.5 - La perversione contemporanea
Il sintomo contemporaneo è caratterizzato anche da dinamiche di matrice perversa. La perversione è, innanzitutto, una negazione della castrazione, dell’impossibilità del godimento illimitato. La dinamica perversa nasce pertanto come difesa dall’angoscia, in relazione alla castrazione reale del corpo della madre: gli oggetti-feticcio hanno origine a partire dall’impossibilità per il soggetto di sopportare l’angoscia della mancanza dell’Altro, attribuendo a tali oggetti la funzione immaginaria di fallo per la madre, di tamponamento alla castrazione dell’Altro. Nel contesto tossicomanico, questi oggetti, che si configurano come partner inumani di godimento, come partner asessuati, riflettono il loro tratto perverso, nel tentativo di negare il fatto che possa esistere un godimento non intaccato dalla castrazione, dalla mancanza, dal limite. Facendo riferimento alle considerazioni di Kestemberg (2001), in merito alle psicosi fredde, descritte precedentemente, e contestualizzandole nel discorso sui sintomi contemporanei, è possibile riscontrare, nella relazione all’oggetto, sia una componente narcisistica, sia una componente perversa: attraverso questa relazione immaginaria, il soggetto, alienato, si “garantisce una sorta di permanenza narcisistica”, poiché, tale relazione, “lo difende dal trauma impossibile da simbolizzare della perdita dell’oggetto e dell’angoscia che essa produce” (Recalcati, 2010). Vi è da aggiungere che, per la Kestemberg, infatti, tale modalità di relazione all’oggetto, non è prerogativa del soggetto psicotico, ma è una tendenza indipendentemente dalla struttura di personalità, come può essere, ad esempio, in forma non patologica, il portafortuna, tale per cui “perdurano delle modalità particolari, precocemente instaurate, di autoerotismo primario dove l’oggetto, incluso nel soggetto, non percepito distintamente, può esserne escluso, rigettato all’esterno e custodire lo statuto di garante narcisistico del soggetto” (Kestemberg, 2001). L’oggetto piccolo (a), l’oggetto causa di desiderio, che è sempre un altro soggetto, diventa un oggetto di godimento, un’altra cosa. Attraverso Internet si ha “la possibilità di scrivere come la persona che vogliamo essere” (Turkle, 2011), questione che rimanda al narcisismo immaginario, “e di immaginare gli altri come vorremmo che fossero, un po’ costruendoli a nostro uso e consumo” (Ivi), facendoli diventare degli oggetti-feticcio che nascondano la mancanza dell’Altro. La Turkle parla di “itself” (Ibidem): richiamando le osservazioni di Kohut sulle personalità narcisiste, la cui dinamica consiste nel porre gli altri soggetti nella posizione oggetto-sé, ovvero come estensioni, come propaggini del proprio sé, l’autrice considera il fatto che “la vita connessa ci incoraggi a trattare coloro che incontriamo online [...] come trattiamo gli oggetti”, ma “il sé che tratta una persona come una cosa rischia di vedersi nello stesso modo” (Turkle, 2011). Questa considerazione mette in luce elementi propri della perversione, poiché trattare l’Altro come oggetto rispecchia il tentativo di negazione della mancanza; aspetti relativi al narcisismo, poiché risulta evidente la relazione speculare con l’altro; ed anche elementi riferibili alla psicosi, in particolare, in riferimento alla dinamica descritta da Bollas (1989), riguardo al tentativo del soggetto di “diventare un oggetto nel mondo degli oggetti”.
L’uso di Internet, come difesa dalla perdita dell’oggetto, emerge dal racconto di Meredith, una studentessa che riferisce alla Turkle che, arrivatale la notizia della morte di un’amica attraverso un IM (Istant Message), si è sentita meglio, pensando di non dover averla ricevuta di persona, ma anche solo attraverso una telefonata. In un racconto simile, un’altra ragazza ha ricevuto in modo analogo la notizia della morte del padre di una sua amica e dice che “è stato più facile venirlo a sapere al computer” (Turkle, 2011). Quindi “queste giovani preferiscono gestire le emozioni forti restando nel posto sicuro della rete; in questo modo non sono costrette ad elaborarle” (Ibidem). L’incapacità di simbolizzare la perdita dell’oggetto, porta ad utilizzare i dispositivi di accesso alla rete come dei feticci, per difendersi dall’angoscia del reale, da una mancanza dell’Altro non dialettizzabile.
Nella dipendenza cybersessuale la questione della perversione risulta di fondamentale importanza, non solo per quanto riguarda il semplice appagamento di comportamenti sessuali aberranti, ma anche per il fatto che l’altro è utilizzato come un oggetto al servizio dell’io. Chatroulette, o le sex chat, permettono proprio questa idealizzazione immaginaria dell’altro, velandone la mancanza. Nei casi in cui si presenta una dipendenza dalle chat erotiche, l’incontro online “consente di incontrare di evitare il reale della mancanza, [...] in quanto limite alla perfezione dell’altro” (Giorgetti Fumel, 2010). Per quanto riguarda i siti-confessionale, come Post Secret (postsecret.com), nei quali, in forma anonima, si può scrivere una confessione o uno sfogo, in essi gli utenti possono palesare dinamiche perverse, secondo due logiche. La prima logica riflette elementi riconducibili alla clinica della bulimia, ed è analgesica: con i siti-confessionale, ci si può “sottrarre alla pressione della realtà e trovare riparo in un mondo nostro” (Freud, 1929), è possibile scartare l’incontro con l’Altro, con il giudizio dell’Altro, in quanto, la confessione anonima online, si configura più come uno svuotamento di godimento, piuttosto che una vera confessione, delle vere e proprie scuse. In questo senso, l’analogia con lo svuotamento bulimico è forte: nel momento di massimo godimento alienato, attraverso una siffatta confessione, cosiccome attraverso il vomito, il soggetto, attua una manovra separativa; attraverso lo svuotamento di godimento dal corpo, s’introduce “un limite al godimento, [...] per differenziare l’interno dall’esterno, il buono dal cattivo, il soggetto dall’oggetto” (Recalcati, 2002). Il soggetto, angosciato dall’alienazione provocata dal godimento, attua una separazione non dialettica, una “simbolizzazione che avviene senza il sostegno effettivo del simbolo” (Ibidem), si separa “da ogni legame con l’Altro neutralizzando ogni emozione e ogni fattore di perturbazione” (Recalcati, 2010). I siti-confessionale, però, rispondono anche ad un altro tipo di logica perversa, che consiste nel tentativo di far sorgere l’angoscia nel’Altro per difendersi dalla propria. Se, nel primo caso, l’analogia era posta in relazione allo svuotamento bulimico, in questo è da porre con l’esibizione anoressica del corpo magro come oggetto per angosciare l’Altro. Turkle, infatti, evidenzia che, in certi casi, tali confessioni, non corrispondono alla verità dei fatti, quando afferma: “Alcune persone mi dicono che ciò che postano su Internet ha una relazione minima con la realtà. [...] Una dottoranda di 24 anni mi racconta che sui siti-confessionale dice «tutto quello che mi passa per la testa» pur di catturare l’attenzione” (Turkle, 2011). È evidente che, in alcune di queste confessioni, la logica sottesa è quella di difendersi dall’angoscia di un godimento esperito come insopportabile, angosciando l’Altro con la propria, presunta, storia.
 
3 - Adolescenza e Internet
3.1 - Dati statistici sul fenomeno
I dati statistici raccolti a livello internazionale, evidenziano come, negli ultimi anni, l’estensione del fenomeno dell’utilizzo di internet, abbia subito una forte accelerazione, in particolare nel contesto adolescenziale dell’ultimo decennio.
Per quanto riguarda il fenomeno in generale, i dati di internetworldstats.com rilevano un aumento mondiale dell’utilizzo di internet dal 2000 al 2012 del 566,4%, passando da circa 360 milioni di utenti nel 2010, a quasi 2,5 miliardi nel 2012.
In Italia, sempre in riferimento agli stessi dati, si evidenzia che, nel 2000, gli utenti di internet si attestavano intorno ai 13 milioni, corrispondenti al 22,8% della popolazione, diventati, al 30 giugno 2012, data dell’ultimo rilevamento, 35,8 milioni, che equivalgono al 58,4%.
Dal “Rapporto nazionale Telefono Azzurro - Eurispes sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza” presentato a Firenze il 10 dicembre 2009, emergono i seguenti dati, riferiti all’estensione del fenomeno in Italia: “Il 75% degli adolescenti intervistati usa Internet. Di questi, il 71% naviga in Rete da 1 a più di 4 ore al giorno. Se nel 2005 chattava solo il 38% degli adolescenti che navigavano su Internet, questa percentuale sale nel 2008 al 70% e nel 2009 arriva all’80%. Nel 2005 la percentuale di bambini navigatori “che chattano” superava di poco il 13%, nel 2008 il valore sale al 33% per arrivare al 42% del 2009” (azzurro.it).
La ”Indagine sull’utilizzo di Internet a casa e a scuola”, svolta da SWG (swg.it), per MOIGE e Symantec, indica che nel 2008, il 52% dei genitori riferiva di un uso quotidiano di internet da parte dei figli, a fronte del 43% nel 2006. L’utilizzo della rete si è modificato, oltre che per quanto riguarda il numero di utenti, anche per le modalità di fruizione: confrontando sempre i dati del 2006 con quelli del 2008, la ricerca di informazioni è diminuita (dall’ 82 al 71%), così come l’invio di e-mail (dal 58 al 44%), mentre è aumentato l’uso della messaggistica istantanea (dal 40 al 63%) e dei videogiochi online (dal 38 al 47%) (www1.interno.gov.it).
Anche il rapporto “Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani”, della Società italiana di pediatria (sip.it), evidenzia queste tendenze: se nel 2000, solo il 37% degli intervistati ha dichiarato di avere in casa un computer, e poco più del 5% aveva usato internet personalmente, nel 2007, la percentuale di chi possiede un computer sale al 95%, e i giovani che utilizzano quotidianamente il computer sono il 30% del campione. I dati emersi dall’ultima edizione di questo rapporto, attestano che gli adolescenti che oggi non possiedono un computer sono l’1,4%, e coloro che si connettono quotidianamente sono il 69,6% del campione, di cui il 17% per più di tre ore al giorno. Inoltre aumenta il fenomeno del cyberbullismo, che viene registrato dal 43% degli adolescenti e dal 62% fra i grandi utilizzatori di Internet.
Un ulteriore dato d’interesse, riguarda lo studio del 2012 “JAMES: gioventù, attività, rilevamento mediatico in Svizzera”, condotto da Swisscom e Zhaw (www.psychologie.zhaw.ch), inerente all’uso di internet in mobilità. Esso confronta i dati emersi dallo studio omonimo del 2010, rispetto alle abitudini degli adolescenti nell’uso del telefonino. Innanzitutto, i possessori di un telefono cellulare fra gli adolescenti sono il 95%, di cui il 79% possiedono uno smartphone, con il quale hanno la possibilità di accedere alla rete. Il risultato più interessante riguarda il fatto che, mentre diminuiscono paradossalmente le telefonate e l’invio di SMS, seppur di un solo punto percentuale, aumenta vertiginosamente la navigazione in internet, con un passaggio dal 16% nel 2010, al 66% nel 2012.
Questi dati, anche se non permettono di trarre alcuna conclusione esaustiva sull’argomento, hanno però il ruolo di evidenziare sostanzialmente due punti: innanzitutto, internet è oggi largamente utilizzato dai bambini e dagli adolescenti e sta diventando, per queste fasce d’età, uno strumento sempre più importante per socializzare. Conseguentemente, questa brusca accelerazione del fenomeno, ha contribuito a far emergere una forte discontinuità, che verrà analizzata in seguito, tra i bambini e gli adolescenti odierni, immersi da sempre in un ambiente digitale, e i rispettivi coetanei il cui ambiente di crescita è stato, per così dire, pre-digitale.
3.2 - L’adolescenza come separazione e la separazione come effetto del linguaggio
L’adolescenza è, innanzitutto, il momento nel quale, per la prima volta, il soggetto è investito dal compito della separazione. Il bambino, infatti, nasce strutturalmente alienato, ed entra nel campo del linguaggio attraverso i significanti dell’Altro, “preso nelle reti del fantasma dell’Altro” (Castrillejo, 2011): dalla nascita, dunque, e per tutta l’infanzia, il desiderio del soggetto “è annullato dalla domanda dell’Altro” (Ibidem), nel senso che si limita a corrispondere, a risultare conforme, alle aspettative dei genitori, al desiderio dell’Altro genitoriale. Infatti, “per un bambino la soddisfazione consiste fondamentalmente nell’esaudire le attese dei suoi genitori” (Recalcati, 2011).
L’adolescenza, invece, è quell’età nella quale il soggetto s’interroga, per la prima volta, in merito al rapporto tra il desiderio dell’Altro e il proprio, e, data l’impossibilità della loro coincidenza, il soggetto, nell’assumere, nel soggettivare, il proprio desiderio, dovrà passare attraverso un movimento di separazione nei confronti dell’Altro (genitoriale). Questa dinamica, fondamentale in adolescenza, si riproporrà ogniqualvolta il soggetto sarà impegnato nell’assumere il proprio desiderio. Cionondimeno, perché vi sia un’effettiva separazione a livello dialettico, a livello simbolico, e non una separazione solo immaginata o agita, è necessario il riconoscimento del cosiddetto “debito simbolico”: nonostante la contestazione adolescenziale nei confronti dei genitori sia una dinamica normale, “non vi dev’essere solo conflitto, lotta, opposizione per il riconoscimento. È necessario anche che questa lotta avvenga sullo sfondo di un riconoscimento preliminare dell’esistenza di un debito simbolico nei confronti dell’Altro. [...] Perché vi sia differenziazione e soggettivazione della propria libertà bisogna riconoscere lo sfondo da dove questa libertà si è costituita come possibile. Se questo sfondo non è assunto, se il debito simbolico non viene riconosciuto, la libertà si riduce semplicemente all’assenza di vincoli correndo il rischio di precipitare in un narcisismo senza avvenire” (Recalcati, 2011).
Se si traspongono le stesse considerazioni nel campo del linguaggio, si può produrre un’autentica separazione dall’Altro solo ammettendo la sua incidenza significante: i “simboli avvolgono infatti la vita dell’uomo con una rete così totale da congiungere prima ancora della sua nascita coloro che lo genereranno «in carne ed ossa», da apportare alla sua nascita insieme ai doni degli astri, [...] il disegno del suo destino, da dare le parole che lo faranno fedele o rinnegato, la legge degli atti che lo seguiranno persino là dove non è ancora e persino al di là della sua stessa morte” (Lacan, 1966).
A questo livello, Lacan contrappone il linguaggio, come universale, come struttura, dalla parola, come atto dal quale emerge la particolarità del soggetto: la parola è un atto di un soggetto, la parola richiede l’esistenza di un soggetto, per essere pronunciata. Al contrario, il linguaggio e le sue leggi di struttura non hanno bisogno di soggettività: una lingua morta è uno degli esempi più calzanti. “Si vede perciò come il problema sia quello dei rapporti, nel soggetto, fra la parola e il linguaggio” (Ibidem): il desiderio, “per essere soddisfatto nell’uomo, esige d’essere riconosciuto, attraverso l’accordo della parola [...] nel simbolo” (Ibidem). Vi è, pertanto, “disalienazione solo quando la singolarità soggettiva si libera dalla sua falsa individualità per riconoscersi appartenere all’universale del simbolico. Quando il singolare si integra nell’universale” (Recalcati, 1995).
Lacan arriva ad unire la parola soggettiva e l’universale della struttura del linguaggio, attraverso la formulazione del concetto di “discorso”: è imprescindibile l’esistenza di un soggetto perché abbia luogo un discorso, ma al tempo stesso la sua parola è subordinata alle leggi della struttura; “il soggetto è un effetto del discorso” (Ibidem). Dicendo questo, Lacan assegna una precedenza al discorso, rispetto alla parola, poiché la sua struttura è indipendente da ciò che viene effettivamente detto e, non a caso, il discorso viene definito “senza parole. Il fatto è che in verità, senza parole un discorso può benissimo sussistere [...] in certe relazioni fondamentali che letteralmente non potrebbero sussistere senza il linguaggio, senza l’instaurazione, mediante lo strumento del linguaggio, di un certo numero di relazioni stabili all’interno delle quali può certo iscriversi qualcosa che va molto più lontano, che è molto più vasto di quanto non siano le enunciazioni effettive” (Lacan, 1969/1970).
A questo punto, si può dire che il compito di disalienazione (separazione), dell’adolescente, e del soggetto in generale, riflette il tentativo di assumere la posizione desiderata all’interno del discorso, pur riconoscendone le leggi di struttura.
3.3 - Godimento e linguaggio
L’impostazione strutturalista della logica dei discorsi è stata portata avanti da Lacan nel tentativo di superare la semplice dicotomia dialettica fra parola e linguaggio, e per riuscire ad integrare il concetto di godimento, all’interno delle considerazioni sul linguaggio. Egli dunque lega significante e godimento, a partire dall’osservazione che “non si dà mai nella logica dei discorsi una integrazione senza resto di universale e singolare” (Recalcati, 1995): questo succede perché il soggetto, che si costituisce entrando nel campo dell’Altro, attraverso l’alienazione significante, si ritrova ad essere dunque rappresentato dai significanti che, essendo per definizione ciò che rappresentano un soggetto per un altro significante, lo porteranno a non poter mai coincidere con alcuno di essi, ma ad una catena di significanti, che produce sempre un resto, uno scarto. L’oggetto piccolo (a) “è esattamente questo resto singolare del taglio universale che l’alienazione significante opera sul soggetto” (Ibidem). L’oggetto piccolo (a) è il resto di godimento dell’alienazione significante, e mostra che qualcosa, nel singolare, resiste sempre a questa negativizzazione; ciò manifesta la mancanza a essere del soggetto, che dovrà cercare questo (a), nel campo dell’Altro. La prima perdita, quella che inserisce il soggetto nel campo del linguaggio, riguarda la separazione dalla Cosa Materna, attraverso l’iscrizione del significante primo, ovvero il Nome-del-Padre: questo godimento “non può essere soddisfatto perché sarebbe la fine, il termine, l’abolizione di tutto l’universo della domanda che è quel che struttura più profondamente l’inconscio” (Lacan, 1959/1960). A partire, dunque, dalla separazione dalla Cosa Materna, dall’oggetto di godimento mitico, perduto per sempre, per l’essere umano parlante, non è possibile fare Uno con l’Altro, nemmeno attraverso la pretesa del sapere assoluto che mira a ricoprire il buco della Cosa. La ripetizione del godimento, al di là del principio di piacere, è legata all’operazione significante, proprio perché è una ripetizione in attesa di una significazione; è, in effetti è proprio questo che fa il significante: separare, introdurre una distanza, tra corpo e godimento.
3.4 - Lo sviluppo sessuale maschile e femminile
Il concetto di godimento risulta fondamentale per legarsi ad un altro aspetto cruciale nelle dinamiche adolescenziali, che concerne la soggettivazione della sessualità. In adolescenza si ha, infatti, una forte discontinuità nello sviluppo dell’organismo, rispetto all’infanzia, e, in particolare, avviene la maturazione dei caratteri sessuali, che dovranno essere integrati nell’immagine di sé. Questo compito risulta più complicato per le femmine, che per i maschi, poiché, in primo luogo, i cambiamenti che avvengono nel corpo delle adolescenti, risultano decisamente più marcati: se per i maschi, il cambiamento, per quanto possa essere accelerato, è a livello quantitativo, ovvero, ciò che si modifica, è la dimensione di un corredo anatomico già sviluppato, per le femmine il cambiamento è sostanzialmente qualitativo; la crescita dei seni e il menarca segnalano la nascita di qualcosa che non esisteva precedentemente; segnalano un’irruzione del reale nel corpo, imparagonabile all’impatto emotivo suscitato dalla prima emissione spermatica. Il principale problema, per le adolescenti, legato alla maturazione sessuale, riguarda il fatto che tali mutamenti “suscitano lo sguardo dell’Altro, dunque il suo desiderio” (Rodriguez, a cura di Recalcati, 2011): “questo nuovo corpo può essere visto come oggetto per il godimento. Non tutte sopportano lo sguardo dell’Altro e allora compaiono i sintomi” (Ivi). Occorre altresì puntualizzare che già la sessuazione infantile avviene in maniera diversa, per maschi e femmine: partendo dalla concezione che esiste un solo significante dell’organo sessuale, ovvero il significante fallico, che per quanto riguarda il maschio, dispensa un’identità, un tratto unario, laddove strutturalmente il soggetto è “un’assenza, un vuoto, un’elisione significante” (Recalcati, pol-it.org). Lacan sottolinea l’omologia tra il padre e il fallo: essi permettono la costituzione di un’identità laddove il soggetto è strutturalmente mancante. Il significante fallico fa dunque riferimento alla mancanza ad essere di ogni soggetto e, pertanto, “un bambino trova facilmente nel fallo paterno un punto d’identificazione simbolica” (Ivi): “significa e ricorda che ogni desiderio dell’uomo è un desiderio sessuale, vale a dire non un desiderio genitale, ma un desiderio altrettanto insoddisfatto quanto il desiderio incestuoso a cui l’essere umano ha dovuto rinunciare. [...] Dire che il fallo è il significante del desiderio equivale a dire che ogni desiderio è sessuale e che ogni desiderio è, in ultimo, insoddisfatto” (Nasio, 1988). Il fallo può essere dunque accostato alla legge, poiché la “castrazione, svolta dal padre, non è in realtà l’atto di una persona fisica” (così come il fallo non è il pene), “ma l’operazione simbolica di una parola paterna. L’azione di castrazione è opera della legge, a cui il padre come soggetto è lui stesso inevitabilmente sottoposto” (Ivi); per cui si può assimilare il concetto di fallo alla legge, “intesa nel suo potere di interdizione dell’incesto e di interruzione del legame madre-bambino” (Ivi).
Diversa e molto più complicata è la situazione per la femmina, poiché il significante fallico non è in grado di garantire un’identificazione alla donna. La bambina attribuirà pertanto il proprio fallo mancante alla madre; ciononostante l’incontro con la castrazione materna è inevitabile: la domanda di avere un fallo (o un oggetto sostitutivo equivalente, come un bambino), verrà allora posta non più alla madre, ma a colui che il fallo lo possiede, il padre. Ma anche questa richiesta è destinata a fallire, cosicchè alla bambina, non rimane che, al posto di avere un fallo, di esserlo: in altri termini, l’oggetto del desiderio del padre. In questo senso, allora, anche la castrazione femminile è a livello della parola del padre: è il padre che con la sua parola, nella significazione lacaniana, nel rendere manifesto il desiderio verso la madre, può essere percepito dalla bambina come marcato dalla castrazione, smarcandosi, in questo modo, dalla coincidenza con il fallo, dall’essere un Padre che è puro signficante, puro simbolo.
Pertanto, il significante fallico non è in grado di fornire alcun tratto identitario alla donna; non esiste un tratto unario per il femminile. Se, infatti, per il maschio, l’identificazione al fallo permane anche dopo la rinuncia all’oggetto materno, incestuoso, la donna deve rinunciare al fallo: Lacan, a tal proposito, osserva che la posizione della donna “è essenzialmente problematica e, fino a un certo punto, inassimilabile” (Lacan, 1955/1956a).
Ritornando allora all’adolescenza, come il momento in cui, per la prima volta, il soggetto ha a che fare con l’incontro con l’altro sesso, attraverso le prime relazioni amorose, occorre sottolineare che Lacan stesso arriva ad affermare che “l’Altro nel mio linguaggio non può dunque essere che l’Altro sesso” (Lacan, 1972/1973). Ma, mentre il godimento maschile è fallico, grazie al sembiante fallico, Lacan afferma l’esistenza, per la donna, di un godimento al di là del fallo: questo perché non esiste il sembiante “La donna”; ogni donna possiede una porzione di verità rispetto a che cosa è una donna. Si ha quindi una sostanziale differenza “tra l’isterica, eminentemente fallica, e il godimento femminile, che è al di là del fallo, comparabile a quello dei mistici, godimento addizionale, supplementare, soggetto al non-tutto. Mentre invece il godimento fallico rimane definito come godimento dell’organo, fuori dal corpo, godimento piuttosto masturbatorio, autoerotico, para-sessuato” (Farìas, 2010).
In conclusione dunque, per l’adolescente maschio, la problematica emerge a livello dell’”incontro tra il sembiante fallico e il godimento femminile” (Zuccardi Merli, a cura di Recalcati, 2011), incontro nel quale si produce nel ragazzo un effetto d’angoscia, causato dal dover essere all’altezza del suo campito fallico. La problematica sul versante femminile, invece, riguarda il fatto che, la femmina, nell’incontro con il maschio, “offre la sua mascherata al desiderio dell’Altro, fa sembiante di oggetto, si offre lì come fallo, accetterà di incarnare questo oggetto per offrirsi alle sue delizie, ma non vi sarà tutta, e se ha i piedi per terra non ci crede del tutto: sa di non essere l’oggetto, anche se può giocare a dare ciò che non ha, a maggior ragione se interviene l’amore, godendo di essere ciò che causa il desiderio dell’altro, senza paura di rimanere intrappolata, a condizione che il suo godimento non si esaurisca lì” (Farìas, 2010).
3.5 - Tossicomania in adolescenza
L’incontro dell’adolescente maschio con l’altro sesso, provoca dunque un’angoscia determinata dal dover essere all’altezza del compito fallico: compito che riguarda l’interrogarsi rispetto alla propria soggettività, al proprio desiderio e a come far godere una donna. “Per l’uomo, in questa relazione, la donna è per l’appunto l’ora della verità” (Lacan, 1971): ciò sta a significare che la donna mette l’uomo davanti “alla verità del suo desiderio e alla possibilità che l’uomo ha di sostenere fallicamente il suo desiderio” (Recalcati, pol-it.org). Per la femmina, priva d’ingombro fallico, la questione è differente: nell’incontro con l’uomo, ha bisogno di riconoscergli un valore fallico. Se però, fosse presente solo questo aspetto, la donna andrebbe incontro inevitabilmente ad insoddisfazione: ella ha bisogno anche di un segno d’amore, che è nel’ordine del sintomo. Per Lacan, donare un segno d’amore significa precisamente donare non ciò che si ha, ma ciò che non si ha, ovvero aprirsi all’altro rispetto alla propria mancanza. L’amore è dunque sempre amore della mancanza, dell’imperfezione, ma l’incontro amoroso è sempre rischioso, perché mettere in gioco la propria mancanza, significa anche provare angoscia per il rischio del fallimento.
La logica della tossicomania risponde allora al tentativo di reperire un godimento che possa smarcare dall’incontro con l’altro, un godimento che non implichi un incontro di corpi, non intaccato dalla castrazione. L’inquietudine rispetto alle trasformazioni del proprio corpo e all’incontro con l’Altro sesso, tipiche dell’adolescenza, può portare alla tossicomania “per non assumere la funzione fallica [...]. L’assunzione della droga viene al posto della funzione del fallo” (Recalcati, pol-it.org). Questo è ciò che Lacan spiega quando dice che “non c’è definizione della droga che questa: è ciò che permette di rompere il matrimonio con il pisellino” (Lacan, 13/04/1975a). La tossicomania, quindi, secondo la prospettiva lacaniana, non si configura come un sintomo, cioè espressione della divisione del soggetto, ma piuttosto come una soluzione, un collante narcisistico che, oltre a garantire la certezza di godimento, permette di nominarsi, come “tossicomane”, sfuggendo “agli obblighi imposti dalla funzione fallica” (Freda, 2001). Le difficoltà adolescenziali, quando non vengono affrontate, possono portare a ricorrere a “’identità al limite’ pur di non disperdersi nel nulla identitario” (Vallario, 2008).
3.6 - Internet: modalità d’abuso
Internet è un luogo ideale per l’adolescenza e la lettura di stampo tossicomanico, per quel che riguarda i rischi d’abuso, riguarda il fatto che, attraverso la rete, si ha la possibilità di smarcarsi rispetto ai compiti di soggettivazione del proprio desiderio e di sessuazione. “In un certo senso, entrare nella rete equivale a ‘farsi’, [...] proprio perché la persona, attraverso la rete, costruisce se stessa ogni volta che interagisce” (Montecchi, a cura di Nizzoli e Colli, 2004). Occorre, infatti, ricordare, che ogni “dipendenza patologica nasconde sempre angosce più profonde, verso le quali si configura come un tentativo di soluzione. Negli adulti, quando la sintomatologia compulsiva è forte, è necessario comunque contenere i sintomi separatamente dall'analisi della struttura sottostante ad essi. Negli adolescenti, ancor di più, è opportuno non considerare il problema come dipendenza patologica, ma come fase di abuso che poi può diventare una dipendenza da internet, un'altra forma di tossicomania, un disturbo psichiatrico o essere passibile di una remissione spontanea. È la stessa differenza che c'è tra una serie di sbornie giovanili ripetute e l'alcolismo cronico" (Tonioni, fonte privata).
Un aspetto rilevante è che, in Internet, “l’Altro sembra non esistere [...J, anche gli esperti non incarnano il luogo del grande Altro, chi si incontra nel campo di internet non è l’ Altro” (Bellini, 2012, fonte privata): del resto, non esiste relazione tra corpi e ciò permette di evitare l’incontro con l’altro e la conseguente perdita di godimento. L’Altro “è esterno al luogo di internet, è inscritto nei bordi dello schermo [...]. L’illusione è quella di essere in un luogo in cui l’Altro ha gli occhi chiusi (o sempre aperti se siamo sul versante patologico), in cui si può lavorare nel segreto delle proprie stanze per poi uscirne all’ improvviso con la trovata del secolo” (Ibidem). In linea con il riconoscimento della tossicomania come una patologia sul versante eminentemente maschile, così come l’anoressia viene considerata una patologia femminile (pur esistendo, per entrambe, soggetti patologici appartenenti al sesso opposto), e addirittura, autori come Freda, sostengano che non ha senso parlare di maschile o femminile nella tossicomania, perché essa permette, evitando il compito fallico, sia di evitare perdita di godimento, sia di potersi nominare e identificare come “tossicomane”, è possibile, su internet, rintracciare dinamiche d’abuso diverse, in relazione alla differenza di genere.
La dinamica comune ai generi con la tossicomania, si esprime nel fatto che il sintomo contemporaneo, più che manifestare divisione nel soggetto, egodistonia, compatta il soggetto, ovvero il soggetto, attraverso la sua pratica di dipendenza, e non più solo attraverso la sostanza, si mummifica, evitando di passare dalla castrazione e dall’incontro con l’altro, evitando il rischio angoscioso di “essere ridotti al” proprio “corpo” (Lacan, 1974a).
La discordanza deve essere invece rintracciata a partire dalla considerazione che c’è “uno scarto di statuto tra il partner che parla e il partner come carne” (Miller, 2005), ovvero che c’è uno scarto tra l’Altro, come simbolico, e l’altro, come reale. In questo senso si può chiaramente evincere che, su internet, si possa mettere fuori gioco il corpo, disconnettere la propria carne, evitare questo passaggio, da Altro ad altro. Se la tossicodipendenza classica, slegava dall’Altro, in primo luogo, in quanto simbolico, lasciando spazio solo per il reale del godimento del corpo, abolendo il senso e il godimento fallico, la dipendenza da Internet permette l’abolizione del godimento fallico e del godimento del corpo, mettendo fuori gioco l’altro in quanto reale, in quanto corpo angosciante, essendo l’angoscia “il sintomo tipo di ogni avvento del reale” (Lacan, 1974b), prendendo la forma del godimento del significante. Se quindi la tossicodipendenza classica si configurava per l’evitamento dell’altro, in primis in quanto Altro, la dipendenza da Internet slega dall’Altro, angosciante in quanto altro.
Il sintomo lacaniano, inteso come espressione della divisione del soggetto, è un significante, che s’iscrive nel corpo, per instillare un senso, un significato, che per il soggetto è impossibile dire. Il sintomo tossicomanico, così come quello virtuale, si caratterizza, invece, per l’evitamento del corpo, attraverso il binomio angoscia-difesa. Il corpo, in adolescenza, è spesso vissuto come “l’abitazione della morte, la sede dei sentimenti di vergogna, il prolungamento della mente al quale sono appese e ben visibili socialmente tutte le brutture del Sé; il corpo è brutto, stupido, cattivo e una palla al piede del Sé” (Pietropolli Charmet, 2000).
Se dunque, come si evince, la dinamica tossicomanica in rete di compattamento narcisistico, identitario, è comune nei due sessi, ciò che differisce, è ciò che succede nell’incontro con l’altro sesso.
Sul versante maschile, la dinamica si manifesta, da un lato, attraverso il tentativo di mantenere l’Altro ben delineato nei confini dello schermo, in modo che non si presenti il rischio di incontrarlo come altro, ovvero come soggetto in carne ed ossa, “di incontrarlo nel suo statuto di a” (Bellini, 2012, fonte privata), e, dall’altro, nel tentativo di “prendere il posto del primo con un mito del supersapere, del sapere assoluto” (Ivi). Sul piano del linguaggio, la parola del soggetto non s’inserisce in un discorso, nel senso che non fa legame sociale, ma è piuttosto una parola vuota, inconsistente, che più che soggettivare, oggettivizza il soggetto, fornendogli una marca, una maschera identitaria online, che non tiene in considerazione il debito simbolico, che quindi, non vuole entrare in discorso con l’Altro, ma mostrarne l’inconsistenza, prendendone il posto. È lampante la possibilità di evitamento dell’altro attraverso internet: nei fenomeni quali shopping compulsivo online, gioco d’azzardo patologico online e information overload, qualsiasi tipo d’incontro è effettivamente inesistente; ma anche in fenomeni come dipendenza da sesso virtuale o da net gaming (che comprende anche l’utilizzo dei social network), si può evitare l’incontro con l’altro, smarcandosi dall’incontro dei corpi e relazionandosi a e con nickname, immagini, avatar, che permettono di immaginare, bidimensionalmente, nello schermo, un Altro che sia narcisisticamente conforme alle aspettative. Internet permette in questo modo di tenere a bada l’angoscia che nasce dal dover assumere il compito fallico. È anche per questo che Tonioni sottolinea che l’aggressività è una delle manifestazioni più frequenti in relazione alla sottrazione del computer, da parte dei genitori, nei confronti dei figli adolescenti:”una sorta di difesa istintiva verso chi cerca di sottrarre un”armatura’ che protegge” (Tonioni, 2011).
Le adolescenti, invece, rimangono “sospese nella vertigine del passaggio tra Altro e altro” (Bellini, 2012, fonte privata), ovvero, attraverso internet, interrogano l’Altro, puntano a far affiorare la mancanza e, pertanto, il desiderio, ma senza passare per “l’incontro con il reale insito nel suo statuto di desiderante” (Ibidem): far desiderare, desiderare il desiderio dell’Altro, senza concedersi a tal desiderio. In tal modo si evita l’incontro con i corpi, il rischio della delusione, del fallimento. Attraverso questo eccesso di significante, le adolescenti sono protette dall’incontro col fallo: “Il web è per le ragazze la bottiglia che parla, il partner perfetto, che non solo non tradisce, ma non smette di ascoltarla e di parlarle d’amore” (Ibidem). Le adolescenti che non tollerano lo sguardo dell’Altro, hanno, con Internet, sia la possibilità di temperarlo, sia di concedere narcisisticamente solo ciò che si preferisce.
A livello di linguaggio, se nei maschi adolescenti, emerge una separazione non simbolica, evitando comunque il reale, e, allo stesso modo, ci s’immerge in un’alienazione nel virtuale, nell’immaginario, in cui, la parola del soggetto, non mira a farsi riconoscere dall’Altro, per le adolescenti, il rischio è quello di rimanere alienate rispetto al significante amoroso online, potendo indossare e recitare a volontà qualsivoglia maschera virtuale, senza che queste vengano soggettivate, senza che s’incarnino nel corpo, attraverso una separazione del reale. In entrambi i casi, sembrerebbe che “oggi manchi agli adolescenti quello che chiamiamo ‘debito simbolico’” (Judith Miller, 2009): per quanto riguarda i maschi, si presenta una separazione non simbolizzata, per le femmine, non si presenta quella dinamica separativa che è la ragione stessa dell’esistenza del debito simbolico.
Vi sono casi, presentati all’interno della letteratura relativa all’argomento, dai quali si evincono tali problematiche. Ad esempio, per quanto riguarda i ragazzi, nel caso di Alberto, descritto da Vallario, è facilmente evidenziabile, a partire da un vissuto d’insicurezza, la difficoltà d’assunzione del compito fallico e, di conseguenza, l’evitamento dell’Altro attraverso una separazione non simbolica. Descrivendosi, infatti, Alberto dice: “Non ero il classico ragazzo: atletico, che va in palestra, studioso, riconosciuto dagli altri, non sparavo battute ogni due secondi. Dove potevo sapere ogni cosa era Internet, dove gli altri non sapevano” (Vallario, 2011); “Internet era il mio mondo, dove non ero la perfezione, ma ero bravo e mi sentivo all’altezza degli altri, se non di più” (Ivi).
Successivamente, rispetto al proprio rapporto con Internet, il ragazzo aggiunge: “Non ci sto più andando, raramente. Quando lo facevo in maniera così ossessiva ero spinto dalla voglia di non voler avere a che fare con le persone...lo usavo come scudo, restavo sempre con il nick, mi rifiutavo di incontrarmi con le altre persone se me lo chiedevano” (Ibidem); “Non dovevo espormi più di tanto. Dal vivo il rapporto ti richiede più impegno” (Ibidem).
Un altro caso, esposto da Tonioni (2011), descrive Luca, un adolescente il cui problema, denunciato in primo luogo dai genitori, riguarda il fatto che il ragazzo passa interminabili ore sul computer, investite in giochi di ruolo. Dalla descrizione che ne fa l’autore, si evince che ciò “che emerge dai suoi racconti è una forte tensione che lo coglie appena esce di casa o da altri luoghi che sente familiari e si trova immerso in un contesto più ampio. Lo stesso accade in situazioni che implicano una qualche forma di competizione [...J. In questo senso lo schermo del computer è una vera e propria barriera contro quegli stimoli eccessivi che Luca non può contenere; una barriera in parte impermeabile, che permette di fare esperienze parziali e mantenere rapporti a distanza di sicurezza, senza che diventino così concreti e coinvolgenti da poter far male” (Tonioni, 2011). Rispetto al versante femminile, sono molteplici i riscontri che ha avuto Turkle, in relazione a queste tematiche, attraverso le interviste a molti adolescenti. Per Audrey, sedicenne, puoi “scrivere quello che vuoi su di te, tanto loro” (gli altri utenti iscritti ai social network) “non sanno se è vero o no” (Turkle, 2011). Attraverso MySpace (myspace.com), Audrey si relaziona con uomini italiani attraverso un profilo che non ritrae la Audrey reale; spiega lei stessa però che, “dato che le vere informazioni di me non sono sul sito, e che quegli uomini stanno in Italia e io in America, che male c’è? È divertente uscire da se stessi [...J. Stai con persone che non vedrai mai, o almeno questa è l’idea” (Ibidem). Un’altra ragazza, Karen, racconta che è venuta a sapere della morte del padre della sua migliore amica attraverso un instant message. La sua considerazione è che “È stato più facile venirlo a sapere al computer [...]. Ho potuto assimilarlo poco alla volta. Non ho dovuto farmi vedere sconvolta da nessuno” (Turkle, 2011). Un ulteriore esempio, riguarda Hannah, ragazza sedicenne, che considera Internet come un mezzo per aiutarla nei rapporti con i ragazzi, dato che non si sente pronta a gestire le pressioni della propria sfera sessuale, non avendo ancora un ragazzo, al contrario di molte sue amiche. In tutti questi casi, ciò che avviene, è un passaggio da Altro ad altro che non si concretizza. Questo è evidenziabile anche nel caso di Angelica, descritto da Tonioni, adolescente i cui problemi nascono in relazione al fatto che, la sua migliore amica, con cui aveva iniziato ad approcciarsi ai social network, “«scompare» dagli amici. Si è innamorata. Di Facebook non ne vuole sapere più niente. Ha tolto persino il computer dalla sua stanza” (Tonioni, 2011). Da quel fatto, vissuto dapprima come ininfluente, nasce un vero e proprio dilemma per Angelica: “o il mondo virtuale o quello reale. Ma nessuno dei due aveva più alcun senso” (Ibidem). In questo caso, si può notare come il passaggio da Altro ad altro intrapreso dall’amica, ha portato in primo piano la propria incapacità, la propria inadeguatezza, il proprio timore rispetto alla capacità di assumere, lei stessa, questo passaggio.
3.7 - I riti di passaggio e i nativi digitali
Storicamente, il processo di passaggio allo status di adulto, è stato accompagnato e facilitato dai riti di passaggio: essi, in generale, affidano ad un atto simbolico, il ruolo di bussola; attraverso la ritualità di comportamenti standardizzati, si simbolizza il passaggio da una condizione sociale, ad un’altra. Inoltre, la funzione dei riti di passaggio ha una valenza sia soggettiva, che sociale: soggettiva, perché il rito affida, in questo caso, all’adolescente, una bussola simbolica con la quale orientarsi, e sociale, poiché permette di perpetuare l’ordine costituito, consolidandolo; “il rito organizza la stabilità” (Widmann, 2005). I riti “stabiliscono una messa in risonanza, una armonizzazione tra l’individuo che li compie e la sfera nella quale egli attua la sua integrazione rituale” (Morin, 2001).
La differenza della transizione odierna dallo status di adolescente a quello di adulto prende, invece, la forma di una fase di moratoria, di sospensione, nella quale il valore simbolico dei riti di passaggio pare aver perso ogni valore. Nella società ipermoderna, non essendoci i presupposti di una ritualità condivisa, comprendente simboli, ideali, valori, il rito perde ogni funzionalità e ad essa si sostituiscono i comportamenti a rischio: “mancando il ‘significato’ sociale, viene a mancare il ‘significante’rituale” (Vallario 2008). Il rischio supplementare consiste nel fatto che i comportamenti a rischio, che riflettono comunque un tentativo, tipico dell’adolescenza, di attuare una ritualità di stampo più immaginario, narcisistico, che simbolico, sconfinino in veri e propri passaggi all’atto.
Occorre considerare, inoltre, un elemento di discontinuità generazionale tra gli adolescenti attuali, ed i precedenti, già menzionato precedentemente ad inizio capitolo: gli odierni adolescenti, sono ragazzi che non hanno vissuto un’era, per così dire, “pre-digitale” ed emergono dunque sostanziali differenze tra i “nativi digitali”, che “rappresentano la prima generazione cresciuta con questa nuova tecnologia” e gli “immigrati digitali” (Prensky, 2001). Queste due categorie non devono essere considerate rigide e totalmente dissimili, ma non si può non considerare come la pervasività della tecnologia digitale attuale, crei delle condizioni sociali differenti rispetto al passato. I nativi digitali sono nati “circondati da e utilizzando computer, videogiochi, lettori di musica digitali, videocamere, telefoni cellulari, giocattoli e tutti altri gadget e strumenti che sono stati creati dalla rivoluzione digitale. Hanno trascorso meno di 5000 ore della loro vita a leggere, ma oltre 10000 ore davanti ai videogiochi (per non parlare delle 20000 ore passate a guardare la TV ” (Ibidem). Questo particolare aspetto, complica la questione, poiché, alla crisi generalizzata dei riti, si somma il fatto che, il cambiamento compiuto dall’avvento della tecnologia digitale di massa, a livello ambientale e sociale, creando una forte discontinuità nello stile e nelle modalità d’uso, a livello sia quantitativo, sia qualitativo, tra le generazioni, può portare spesso, ad incomprensioni e a difficoltà comunicative da parte dei genitori “immigranti”, nei confronti dei figli “nativi”, rispetto al tema dell’utilizzo di internet. Il fatto che, mancando in internet significanti comuni per le diverse generazioni, manchino significati condivisi, può spiegare, almeno in parte, il motivo per il quale, spesso, i genitori, s’interessino più a limitare l’utilizzo del computer, piuttosto che alla qualità o alla tipologia di contenuti di cui usufruiscono i figli. La differenza così marcata tra l’ambiente comunicativo e sociale dell’adolescenza dei genitori e dei ragazzi attuali, porta alla difficoltà della trasmissione dell’esperienza genitoriale ed alla scarsa comprensione di essa da parte dei figli, per le reciproche incomprensioni che inevitabilmente accompagnano il fatto di appartenere a due ambienti così differenti, in cui le abitudini si sono radicalmente modificate e i riti di passaggio hanno perso valore. Nella società attuale, in particolar modo nella realtà italiana, è molto semplice immaginare genitori e figli a guardare insieme la televisione, cosa che, d’altra parte, i genitori di oggi, sono abituati a fare da sempre: lo è molto di meno, pensare genitori e figli insieme su internet. “La diversa cultura mediale dei genitori rispetto a quella dei figli evidenzia un gap di conoscenze che spiega l’assenza diffusa della famiglia rispetto a queste tematiche. I genitori [...] si limitano generalmente a moderare i consumi mediali dei giovani sia dal punto di vista temporale che, in particolare per i ragazzi più giovani, dei contenuti” (Rivoltella, 2006). Ciò è avvalorato dalla Europe’s Information Society, che evidenzia, infatti, come l’Italia si classifichi all’ultimo posto, fra i paesi europei presi in esame, per quanto riguarda la percentuale di genitori che controllano l’utilizzo di internet dei propri figli, di una fascia d’età compresa fra i 6 e i 17 anni, con una percentuale di appena il 45%, a fronte dei 93% dei Paesi Bassi, o del 94% della Finlandia
(http://ec.europa.eu/information_society/tl/activities/index_en.htm).                              
La differenza specifica dell’Italia rispetto agli altri paesi è [...] quella di una bassissima penetrazione di Internet nelle fasce d’età al di sopra dei 45 anni” (Ferri, 2011), e, in particolare, i risultati dei rilevamenti ISTAT (istat.it) del 2009, sottolineano che per le famiglie con soli componenti di almeno 65 anni, solo il 7,7%, ha un computer e il 5,9% l’accesso ad internet.
La novità, il mutamento, delle difficoltà adolescenziali e infantili odierne, riflettono quindi, non solo il cambiamento a livello di usi, costumi, valori, morale, della società, ma anche la presenza reale e tangibile di artefatti tecnologici, culturali e sociali, che, essendo completamente nuovi, per i più, creano una forte discontinuità esperienziale rispetto ai giovani, i quali vi sono invece immersi da sempre.
 
4 - La clinica dell’Internet Addiction Disorder (IAD)
4.1 - La storia dell’inquadramento diagnostico
La storia clinica dell’Internet Addiction Disorder è di recente sviluppo, legato da un lato alla necessità della creazione degli artefatti tecnologici che permettano l’esistenza stessa di Internet e del suo funzionamento, e dall’altro, ai presupposti sociali che ne hanno favorito l’utilizzo su larga scala. Occorre ricordare, innanzitutto, che, indipendentemente dagli svariati nomi dati a tale quadro diagnostico, che saranno presentati di seguito, non esiste un inquadramento nosografico specifico né all’interno del DSM-IV­TR, né dell’ICD-10, e verrà qui di seguito nominato, laddove non altrimenti specificato, “Internet Addiction”. Attualmente, i soggetti possono essere inquadrati all’interno del disturbo del controllo degli impulsi non altrimenti specificato. Per quanto riguarda l’inquadramento tassonomico, all’interno del DSM-V, si prospetta “la possibilità di inserire tutte le dipendenze comportamentali all’interno della neo-categoria Reward Dependence Disorder (Disturbi da Dipendenza dalla Gratificazione)” (La Barbera, Cannizzaro, 2008).
Il primo a utilizzare il termine di Internet Addiction Disorder, nel 1995, è stato lo psichiatra Ivan Goldberg. Egli diffuse in rete i criteri diagnostici attraverso un’e-mail omonima ai membri del sito PsyCom.Net, più per scherzo, per parodia della complessità e del rigore del “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” (DSM-IV-TR, APA, 2000), che per vero interesse clinico, adeguando i criteri del “Gioco d’azzardo patologico”. Nonostante ciò, sono stati numerosi gli studiosi che hanno dato credito a questa provocazione, dando vita ad un vero e proprio ambito
di ricerca. I criteri diagnostici proposti sono i seguenti:
Errato uso di Internet che provoca danno o sofferenza clinicamente significativi, manifestati da tre o più dei seguenti sintomi comparsi in uno stesso periodo nell’arco di dodici mesi.
TOLLERANZA, come definita dai seguenti sintomi:
  1. Aumento significativo del tempo trascorso in Internet per ottenere soddisfazione.
  2. Riduzione significativa degli effetti derivanti dall'uso continuo delle medesime quantità di tempo trascorso in Internet.
ASTINENZA, manifestata dall'insieme dei seguenti sintomi:
1. Sindrome di astinenza caratteristica:
  1. Cessazione o pesante diminuzione dell'uso di Internet
  2. Dopo il criterio a) si sono sviluppati, in un arco di tempo da diversi giorni a un mese, due o più dei seguenti sintomi:
  1. agitazione psicomotoria
  2. ansiab
    1.  
movimenti volontari e involontari di typing con le dita
  1. uso di Internet o di servizi on-line intrapresi pei alleviare l'astinenza.
(I sintomi del criterio b causano danno o dolore in aree del funzionamento sociale, occupazionale o in altri ambiti importanti).
2. Accesso a Internet sempre più frequente o per periodi di tempo più prolungati rispetto all'intenzione iniziale.
  1. Desiderio persistente o sforzo infruttuoso di interrompere o tenere sotto controllo l'uso di Internet
  2. Dispendio della maggior parte del tempo in attività correlate all'uso di Internet (acquisto di libri, ricerca di nuovi siti, organizzazione di file, ecc.).
  3. Perdurare dell’uso di Internet nonostante la consapevolezza dei problemi fisici, sociali, lavorativi o psicologici persistenti o ricorrenti, verosimilmente causati o esacerbati dall'uso di Internet (deprivazione di sonno, difficoltà coniugali, ritardo agli appuntamenti, trascuratezza nei confronti dei propri doveri occupazionali, sensazione di abbandono dei propri cari)
(Nardone, Cagnoni, 2002).
Nello stesso anno, Griffiths parla più genericamente di “Technological Addiction” (Griffiths, 1995), come dipendenza comportamentale non indotta da sostanze, ma prodotta dall’interazione uomo-macchina, che può assumere connotati passivi, come nel caso della televisione, o attivi, come nel caso dei videogames. Successivamente, lo stesso autore enucleerà sei caratteristiche imprescindibili, per poter parlare di Internet Addiction:
  • Salienza: l’attività risulta quella principale per il soggetto e domina la sfera cognitiva, affettiva e comportamentale;
  • Alterazioni del tono dell’umore: questi cambiamenti, sono da riferirsi alla sensazione personale esperita dal soggetto;
  • Tolleranza: il soggetto necessità di quantità incrementali di tempo da passare nell’attività per raggiungere l’eccitazione ottenuta precedentemente;
  • Sintomi d’astinenza: questi sintomi riguardano le sensazioni spiacevoli e gli effetti fisici che si presentano nel momento in cui l’attività è discontinua o drasticamente ridotta;
  • Conflitti: essi possono essere di natura interpersonale, intrapsichica o riguardare aspetti come il lavoro, la vita sociale, hobby e interessi;
  • Ricadute: riguardano il ritorno a precedenti comportamenti d’addiction, anche dopo lunghi periodi d’astinenza e controllo (Griffiths, 1998).
Nel 1996, Kimberly Young, professoressa dell’Università di Pittsburg, conduce il primo studio empirico inerente all’argomento (Young, 1996b), ponendo i criteri diagnostici per l’”Internet Addiction” (Young, 1996a). Nello studio, la Young, parte dai criteri del gioco d’azzardo patologico, considerato come il quadro diagnostico “più affine alla natura patologica dell’uso di internet. Usando il gioco d’azzardo patologico come modello, l’Internet Addiction può essere definita come un disturbo del controllo degli impulsi che non coinvolge l’utilizzo di sostanze” (Young, 1996a, traduzione propria). Nello studio è stato sviluppato il Diagnostic Questionnaire, a partire dai criteri del gioco d’azzardo patologico, formato da otto domande relative ad altrettanti sintomi individuabili nell’Internet Addiction. Per poter parlare di Internet Addiction, occorre che si presentino nel soggetto almeno 5 dei seguenti 8 sintomi, nell’arco degli ultimi sei mesi.
  1. Il soggetto prova eccessiva preoccupazione associata ad Internet (pensando ad esempio alle attività online precedentemente sostenute, o anticipando quelle future);
  2. Il soggetto ha bisogno di passare su Internet sempre più tempo per ottenere soddisfazione;
  3. Il soggetto ha ripetutamente tentato, senza successo, di controllare, ridurre o interrompere le attività online;
  4. Il soggetto si sente agitato, irritabile, depresso o di malumore, nel momento in cui tenta di ridurre o interrompere l’uso di internet;
  5. Il soggetto trascorre maggiore tempo online, rispetto a quanto si era prefissato;
  6. Il soggetto ha rischiato di compromettere o perdere relazioni significative, il lavoro o opportunità di carriera o di studio, a causa dell’utilizzo di internet;
  7. Il soggetto ha mentito a membri della famiglia, al terapeuta, o ad altri, per celare il grado di coinvolgimento relativo ad internet;
  8. Il soggetto usa internet come strumento per evitare i problemi o per alleviare un umore disforico (ad esempio, sentimenti di impotenza, colpa, ansia, depressione)
(Ibidem).
L’autrice sottolinea i limiti metodologici del suo stesso studio, come ad esempio la selezione del campione, promossa, oltre che con volantini o annunci, anche su internet, o il fatto che le interviste stesse, fossero condotte per telefono o sul web: per questo, non le è stato possibile trarre alcuna inferenza rispetto all’estensione del problema. Cionondimeno, Young sottolinea che questo studio getta le basi per ulteriori studi ed approfondimenti inerenti all’argomento.
Due anni dopo, l’autrice formulerà il Modello ACE, con il quale enuclea i fattori facilitanti e predisponenti l’insorgere di disturbi collegati all’uso di internet:
  • Accessibility (accessibilità): l’accessibilità, la facilità e la velocità di risposta che si ha su internet, grazie anche alla rapida evoluzione tecnologica attuale, permette la gratificazione di qualsivoglia bisogno;
  • Control (controllo): il controllo che si può esercitare riguardo alle proprie attività online, spesso superiore alle situazioni della vita reale, può portare a vissuti d’onnipotenza;
  • Excitement (eccitazione): l’innumerevole quantità di stimoli a cui si è sottoposti online, può facilmente portare ad uno stato di eccitazione (Young, 1998).
Inoltre, sempre nello stesso libro, e successivamente in altri studi, spiega come il termine “Internet Addiction” abbia un significato ampio, che comprende disturbi comportamentali e di controllo degli impulsi eterogenei. L’autrice individua pertanto cinque sottocategorie dell’Internet Addicition:
 
Cybersexual Addiction (Dipendenza da sesso virtuale): uso compulsivo di siti per adulti, che può prendere una forma passiva, come nel caso della fruizione di pornografia volta alla masturbazione, o una forma attiva, come il praticare sesso virtuale con altri utenti web;
  • Cyber-relationship Addiction (Dipendenza da relazioni virtuali): eccessivo coinvolgimento per quanto riguarda le relazioni affettive instaurate con altri utenti;
  • Net Compulsions (Compulsioni web-mediate): comportamenti compulsivi rispetto ad attività online, come gioco d’azzardo, shopping o trading online;
  • Information Overload (Sovraccarico cognitivo causato da eccessive informazioni): utilizzo compulsivo di Internet per attività quali il web surfing o ricerca di informazioni nei database;
  • Computer Addiction (Dipendenza da giochi online): utilizzo ossessivo di Internet, finalizzato al gioco online (Young, 1998, 1999a, 1999b, 2000).
Il timore derivante dal rischio di generalizzazioni, porta Goldberg, nel 1999, a riferirsi a Pathological Internet Use Disorder (PIU), per indicare tale quadro diagnostico. Infatti, per lo psichiatra, se si estende “il concetto di dipendenza a ogni cosa che un individuo può dare in eccesso, allora dovremmo parlare di dipendenza da libri, da jogging e da tante altre cose” (Nardone, Cagnoni, 2002): l’accento viene dunque posto sul fatto che l’utilizzo del computer causi “disagio e/o diminuzione delle attività lavorative, accademiche, sociali, familiari, finanziarie, psicologiche o fisiologiche” (Vallario, 2008).
La definizione di PIU verrà ripresa anche da Davis (1999), che si focalizzerà sugli aspetti patologici, piuttosto che quelli associati alla dipendenza, soffermandosi sugli aspetti cognitivi, che possono evidenziare prodromi di sintomi affettivi e comportamentali. Inoltre, lo stesso autore, distingue due forme cliniche: una specifica, ovvero correlata a precise funzioni di Internet (come possono essere ad esempio il materiale pornografico o la ricerca di informazioni) e una forma generalizzata, legata al contesto e indotta dalla mancanza di supporto sociale.
Sempre nel contesto del PIU, Shapira e colleghi, propongono dei criteri diagnostici, focalizzandosi però, sugli aspetti emotivi, connessi con l’esperienza della perdita di controllo. I criteri proposti sono i seguenti:
A. Preoccupazione mal adattiva associata all’uso di internet, come indicato da almeno uno dei seguenti criteri:
  1. La preoccupazione connessa all’uso di internet è vissuta come irresistibile;
  2. Uso di internet eccessivo rispetto a quanto pianificato;
B. L’uso di internet, o le preoccupazioni ad esso associate, causano un livello di stress clinicamente significativo o indebolimento nell’area sociale, professionale o altre importanti per il soggetto;
C. L’uso eccessivo di internet non è presente esclusivamente durante periodi di mania o ipomania, e non è meglio definito da altri disturbi sull’Asse I
(Shapira et al., 2003).
Per quanto riguarda la realtà clinica italiana, il primo a interessarsi all’argomento, è stato Cantelmi, il quale si riferisce a “Fenomeni psicopatologici Internet-correlati” (Cantelmi, et al., 2000), o, in inglese, Internet Related Psychopatology (IRP).
L’IRP viene considerato come un insieme eterogeneo di disturbi, accomunati dall’uso di internet, che verranno analizzati in una serie di studi; Cantelmi rintraccia i seguenti:
  • MUDs addiction: i MUD sono “giochi di ruolo in cui, tramite la rete, è possibile che più utenti giochino tra loro simultaneamente. Di solito prevedono la creazione di un personaggio fittizio con cui il soggetto gioca e si identifica” (Cantelmi, 2001).
  • Cybersex addiction: si caratterizza per “la ricerca di materiale cybersessuale, la preoccupazione di trovarsi un partner sessuale, lo spostamento da materiale cyber sex on-line al phone sex, la masturbazione durante le chat erotiche, il considerare il cyber sex come la fonte principale di gratificazione sessuale, riducendo l’investimento sulla propria partner reale” (Cantelmi, Orlando, 2002);
  • Compulsive on-line gambling: “I segni clinici riguardano la spesa sempre maggiore per raggiungere l’eccitazione desiderata, la preoccupazione per il gioco d’azzardo, l’irrequietezza o irritabilità concomitanti al tentativo di limitare o porre fine a esso, considerazione del gioco come valvola di sfogo che allevia l’umore disforico, compromissione o perdita di una relazione significativa (di lavoro o di affetti), compimento di azioni illegali per finalizzare il gioco d’azzardo” (Ivi);
  • Cyber relationship addiction: “I segni clinici riguardano l’ingente quantità di tempo trascorsa in rete per conoscere persone, tentativi ripetuti senza successo di controllare, ridurre o interrompere tali conoscenze” (Ibidem), che spesso sostituiscono le relazioni reali;
  • Information overload addiction: “I segni clinici riguardano la necessità di trascorrere molto tempo in rete per reperire notizie,aggiornamenti o qualsiasi altra informazione, il perdurare di tale attività, nonostante questo provochi o accentui i problemi sociali, familiari ed economici, i vani tentativi di smettere” (Ivi).
Successivamente, in una review sull’argomento, Cantelmi e Talli proporrnno i seguenti criteri diagnostici, per poter parlare di Internet Realted Psychopatology:
È necessario che siano presenti 2 o più dei sintomi OVERT (manifesti) e 2 o più dei sintomi COVERT (occulti), per un periodo di tempo di almeno 6 mesi. I sintomi non sono meglio spiegati da altri disturbi.
OVERT
  1. Elevato tempo di permanenza online, non giustificato da motivi di lavoro o di studio;
  2. Manifestazioni sintomatiche offline (ad es. nervosisimo, irritabilità, depressione, ecc.);
  3. Conseguenze negative dovute all’uso eccessivo di Internet (ad es. isolamento sociale, scarso rendimento lavorativo, ecc.).
COVERT
  1. Irrefrenabile impulso a collegarsi ad Internet;
  2. Ripetuti tentativi di controllare, ridurre o interrompere l’uso di Internet;
  3. Frequenti menzogne relative all’uso eccessivo di Internet;
  4. Ricorrenti pensieri e/o fantasie relativi ad Internet (Cantelmi, Talli, 2007).
Di Gregorio inserisce fra le categorie dell’IRP l’utilizzo del cellulare: per l’autore, i “telefonino-dipendenti sono tutti sintonizzati in modo autoreferenziale sul loro cellulare, non lo abbandonano mai, nemmeno per un istante, lo usano ogni giorno come lo strumento prioritario della comunicazione con gli altri, lo tengono sempre acceso e non possono non inviare qualche messaggino per colazione e qualche altro per cena” (Di Gregorio, 2003). Il cellulare, in questo modo, rischia di connotarsi come “un possesso illusorio che serve per negare la separazione e la consistenza reale dell’altro” (Ibidem).
Anche La Barbera propone una classificazione dei fenomeni psicopatologici Internet-correlati, individuando sostanzialmente le medesime categorie descritte da Cantelmi, ma aggiungendovi il Trading online compulsivo e lo Shopping online compulsivo. Il primo “porta sia a una dilatazione del tempo dedicato a tali operazioni sia alla comparsa di un’ideazione prevalente, per cui la vita mentale di tali soggetti sembra ruotare, a volte anche per mesi, sulle tematiche borsistiche e sull’andamento dei mercati” (Caretti, La Barbera, 2005); per quanto riguarda il secondo, esso riguarda quei “soggetti che sviluppano comportamenti di dipendenza legati all’acquisto di oggetti tramite la Rete” (Ivi).
Horvitz e White, inoltre, hanno proposto una nuova categoria diagnostica, la Cyberchondria, caratterizzata da una “escalation infondata di preoccupazioni verso sintomi comuni, basata sull’analisi dei risultati ottenuti e dalla letteratura disponibile sul Web” (Horovitz, White, 2008, traduzione propria).
 
4.2 - Gli strumenti di valutazione
Verranno di seguito presentati i principali strumenti di valutazione specifici relativi ai sintomi di dipendenza e abuso di internet.
Internet Addiction Questionnaire
Questionario spedito alla mailing list “Psychology of the Internet” nel luglio del 1996 da Suler e consultabile al link
http://users.rider.edu/~suler/psycyber/addictionqx.html.                                    Rappresenta
sicuramente uno dei primissimi tentativi effettuati per la valutazione delle componenti cognitive, affettive e comportamentali legate all’uso di internet. È formato da 22 items, per lo più a risposta dicotomica.
Internet Addiction Test
Il test più utilizzato a livello internazione è l’Internet Addiction Test (IAT) proposto da Kimberly Young (1999b). Lo IAT consta di 20 items che indagano il rischio psicopatologico legato all’uso di internet; il soggetto deve rispondere su una scala Likert (0 = mai, 5 = sempre) alle seguenti venti domande, presentate in inglese, poiché in Italia il test non è ancora stato validato:
1. How often do you find that you stay online longer than you intended?2. How often do you neglect household chores to spend more time online?
 
How often do you prefer the excitement of the Internet to intimacy with your partner?
  1. How often do you form new relationships with fellow online users?
S. How often do others in your life complain to you about the amount of time you spend online?
  1. How often do your grades or school work suffer because of the amount of time you spend online?
  2. How often do you check your e-mail before something else that you need to do?
  3. How often does your job performance or productivity suffer because of the Internet?
  4. How often do you become defensive or secretive when anyone asks you what you do online?
  5. How often do you block out disturbing thoughts about your life with soothing thoughts of the Internet?
  6. How often do you find yourself anticipating when you will go online again?
  7. How often do you fear that life without the Internet would be boring, empty, and joyless?
 
  1. How often do you snap, yell, or act annoyed if someone bothers you while you are online?
  2. How often do you lose sleep due to late-night log-ins?
  3. How often do you feel preoccupied with the Internet when off-line, or fantasize about being online?
  4. How often do you find yourself saying "just a few more minutes" when online?
  5. How often do you try to cut down the amount of time you spend online and fail?
  6. How often do you try to hide how long you've been online?
  7. How often do you choose to spend more time online over going out with others?
  8. How often do you feel depressed, moody, or nervous when you are off­line, which goes away once you are back online?
Il punteggio totale viene poi valutato in base alla somma dei singoli punteggi delle risposte; più alto è il punteggio finale, più grave sarà il livello di addiction. Young individua i seguenti intervalli di punteggio:
 Da 0 a 19: il soggetto non presenta sintomi legati all’uso di internet;
 
Da 20 a 49: l’utilizzo di internet del soggetto è di livello medio. Può capitare, talvolta, che il soggetto navighi troppo a lungo, ma ha in generale il controllo della situazione;
  • Da 50 a79: il soggetto esperisce occasionalmente o frequentemente problemi legati all’uso di internet;
  • Da 80 a 100: l’uso di internet causa problemi significativi alla vita del soggetto.
Internet Abuse Test
Test proposto da Greenfield (http://www.virtual-addiction.com/internet­addiction-test/internet-abuse-test/): esso è formato da 12 item che valutano la presenza o meno di specifici abuso legati ad Internet. La presenza di abusi in un intervallo da 3 a 5 indica un livello di allarme, la presenza di 6 o più abusi indica la probabile presenza di un problema legato all’uso di internet.
Virtual Addiction Test
Questo test, proposto sempre da Greenfield (http://www.virtual‑
addiction.com/internet-addiction-test/virtual-addiction-test/),                                      viene
utilizzato successivamente all’Internet Abuse Test, se in quest’ultimo si sono evidenziati 6 o più abusi e se il soggetto crede di avere seri problemi. È formato da 11 domande a risposta dicotomica (sino), riferite a sintomi legati all’uso di internet: se il soggetto risponde “sì” a 5 o più domande, vi è un’alta probabilità che vi sia la presenza di una addiction legata ad internet.
Internet Behaviour Questionnaire
Questionario proposto da Egger e Rauterberg (1996), volto alla disamina dei comportamenti su internet e degli aspetti di addiction. Esso è composto da 46 items, suddivisi secondo i seguenti aspetti: 5 items indagano gli aspetti sociali, 14 l’uso di internet, 6 i sentimenti, 6 le esperienze su internet, 15 i dati personali.
Internet Stress Survey
Questionario                               proposto                               da                               Orman
(http://www.stresscure.com/hrn/addiction.html),                          che          indaga            la
predisposizione del soggetto a diventare dipendente da internet. È formato da 9 domande a risposta dicotomica (sino). L’interpretazione dei dati da parte dell’autore è la seguente:
  • 0-3 risposte “Sì”: il soggetto ha poche probabilità di sviluppare una dipendenza da internet;
  • 4-6 risposte “Sì”: il soggetto potrebbe sviluppare una dipendenza;
  • 7-9 risposte “Sì”: il soggetto ha un’alta probabilità di sviluppare una dipendenza.
Parent-Child Internet Addiction Test
Test volto a valutare le eventuali problematiche dei figli rispetto all’uso di internet (http://www.healthyplace.com/psychological-tests/parent-child­internet-addiction-test/). Composto da 20 items a cui è possibile rispondere secondo una scala Likert a 5 punti (1 = mai o raramente, 5 = sempre). Il punteggio finale è basato sulla somma delle risposte ai singoli item. Gli intervalli di punteggio sono i seguenti:
 
Da 20 a 49: l’utilizzo di internet del figlio è nella media. È possibile che passi talvolta troppo tempo navigando sul web, ma egli ha il controllo del suo utilizzo;
  • Da 50 a 79: il figlio esperisce occasionali o frequenti problemi legati all’uso di internet;
  • Da 80 a 100: l’uso di internet causa problemi significativi alla vita del ragazzo.
Nichols Internet Addiction Scale
Questo test (Nichols, Nicki, 2004), è formato da 26 items basati sui criteri diagnostici del DSM-IV-TR e sui criteri di salienza e modificazione dell’umore di Griffiths, proposti precedentemente. Le risposte sono basate su una scala Likert a 5 punti (1 = mai, 5 = sempre): un punteggio di 93 o superiore indica la presenza di internet addiction.
Chen Internet Addiction Scale (CIAS)
Il test CIAS (Chen et al., 2003) propone 26 items con risposte a 4 punti che indagano le seguenti 5 problematiche legate all’uso di internet: uso compulsivo, tolleranza, astinenza, problemi interpersonali e di salute, tempo speso in internet. Gli autori individuano un punteggio di cut-off di 64, oltre al quale si può parlare di internet addiction.
CyberSexual Abuse Test (CAT)
Test di Greenfield volto ad individuare l’eventuale presenza di un abuso legato al cybersesso (http://www.virtual-addiction.com/internet-addiction­test/cybersexual-abuse-test/). Come l’Internet Abuse Test, è formato da 12 items che indagano possibili abusi: un punteggio da 3 a 5 indica il livello d’allarme; con un punteggio di 6 o più, si ha la probabile presenza di problemi legati al cybersesso.
Internet Stress Scale - Test d’Orman (ISS)
Questo                        test,                      consultabile                         al                         link
http://www.stresscure.com/hrn/addiction.html, è formato da 9 domande a risposta dicotomica (sino). Se si risponde “Sì” fino a 3 domande, si ha un leggero rischio di divenire dipendenti, da 4 a 6 risposte affermative il livello di rischio è medio e per 7 e oltre il rischio diviene alto.
Questionario per l’Uso, Abuso e Dipendenza da Internet (UADI)
Per quel che riguarda il panorama italiano, è stato proposto da Del Miglio, Gamba e Cantelmi (2001) lo UADI, composto da 80 items, con modalità di risposta su una scala Likert a 5 punti (da assolutamente falso ad assolutamente vero). Gli items si focalizzano sui seguenti cinque fattori:
  1. Evasione compensatoria (EVA): indaga la tendenza del soggetto ad utilizzare strategie compensatorie attraverso internet, rispetto alle difficoltà della vita quotidiana;
  2. Dissociazione (DIS): indaga la presenza di fenomeni dissociativi, di dinamiche alienatorie o di fuga dalla realtà;
  3. Impatto sulla vita reale (IMP): analizza l’impatto che l’uso di internet ha sulla vita del soggetto, nei termini delle abitudini, delle relazioni interpersonali e del tono dell’umore;
  4. Sperimentazione (SPE): valuta l’eventuale disposizione del soggetto ad usare internet per la ricerca di nuove emozioni o l’esplorazione di nuove parti di sé;
S. Dipendenza (DIP): indaga la presenza o meno di sintomi di dipendenza, quali l’aumento della durata dei collegamenti, l’astinenza, la compulsività, l’eccessivo coinvolgimento.
Internet Trap Test (ITT)
Test proposto da Lavenia e Marcucci (http://www.psicoterapie.org/1.htm, 2002) per valutare il grado d’intossicazione di un soggetto, relativamente all’uso di internet. Consta di 25 items e tre scale:
  1. Scala della dipendenza (SD): indaga l’eventuale presenza di sintomi quali tolleranza, astinenza, coinvolgimento, impatto sulla vita offline;
  2. Scala dell’impulsività (SI): valuta sintomi quali frustrazioni, aggressività, relazioni sociali;
  3. Scala Schizoide (SH): valuta la difficoltà del soggetto ad instaurare relazioni sociali e la tendenza alla solitudine.
In base ai punteggi, si possono poi rintracciare 4 profili: regolare, a rischio, abusatore, dipendente.
IRP-AS
Cantelmi e Talli (2007), hanno proposto questo software diagnostico, il quale compie un’analisi dell’utilizzo di internet dell’utente. In particolare, “il software permette di compiere due tipi di analisi:
- Analisi quantitativa. Poichè il programma è in grado di cogliere gli spostamenti dell’utente nella Rete (se ad esempio chatta e poi gioca con un MUD) e i relativi tempi di connessione, può valutare il livello di coinvolgimento raggiunto dall’utente (se usa, abusa, dipende dalla Rete) nonché altri importanti parametri come il rischio di tolleranza o di dissociazione.
- Analisi qualitativa. Il programma consente inoltre di visualizzare i principali contenuti toccati dalla navigazione online (contenuti pornografici, politici, ecologisti, ecc.) e di calcolare per ognuno di essi la frequenza di comparsa. In questo modo si può sapere se un soggetto si intrattiene in chat per motivi di amicizia o sessuali” (Cantelmi, Talli, 2007).
4.3 - Epidemiologia
Negli ultimi anni vi è stato un aumento degli studi che analizzano l’estensione del fenomeno dei problemi legati all’uso di internet, sicuramente a causa della rapida evoluzione della tecnologia e conseguentemente al vertiginoso aumento di persone che hanno la possibilità di accedere alla rete. Occorre altresì sottolineare due punti: il primo riguarda il fatto che le ricerche si sono focalizzate soprattutto sulla popolazione dei giovani, in quanto fascia a rischio, sia per ciò che concerne le problematiche intrinseche dell’adolescenza, sia per il fatto che le nuove generazioni vivono un mondo immerso da sempre in internet; non a caso si parla di nativi digitali.
Il secondo aspetto riguarda le caratteristiche delle ricerche, nel senso che occorre sottolineare l’estrema eterogeneità dei risultati ottenuti. Christakis, in una review sull’argomento, sostiene che le stime di questi studi “vadano interpretate con cautela, poiché la diversità delle scale, con discutibile validità, e report contrastanti, portano ad una seria difficoltà di generalizzazione” (Christakis, 2010, traduzione propria). Lo stesso autore evidenzia come molti studi, soprattutto i meno recenti, siano stati caratterizzati da debolezza metodologica, rispetto al campionamento, poiché i soggetti sperimentali erano utenti internet, spesso reclutati all’interno della rete stessa, nelle chat room.
La rilevanza di questi studi non è dunque relativa alla precisa quantificazione del fenomeno, ma a mettere in luce il fatto che questo fenomeno si sta imponendo, all’interno della società, come statisticamente significativo.
4.4 - Gli studi
Una review di Weinstein, basata sull’analisi della letteratura presente in PubMed e Medline sull’argomento “internet addiction”, ha indicato una prevalenza del fenomeno, negli Stati Uniti e in Europa, tra l’1,5% e l’8,2% (Weinstein, Lejoyeux, 2010). Una review ancora più recente, che ha preso in esame articoli relativi all’argomento in PubMed, PsychInfo e Web of Knowledge, fino al luglio 2010, evidenzia l’eterogeneità dei risultati, mostrando una percentuale che oscilla tra lo 0 e il 26,3% (Moreno et al., 2011).
Christakis ha condotto uno studio sugli studenti dei college negli Stati Uniti: dei 224 soggetti sperimentali, il 4% ha avuto un punteggio riferito a problematiche occasionali o vera e propria dipendenza allo IAT (Christakis, et al., 2011).
Shaw riporta una ricerca effettuata telefonicamente negli Stati Uniti, che attesta una percentuale di soggetti con problemi relativi all’uso di internet, nella popolazione generale, che oscilla tra lo 0,3% e lo 0,7% (Shaw, Black, 2008). Christakis ha riferito la presenza dell’internet addiciton, in Europa, in una percentuale che oscilla tra l’1% e il 9% (Christakis, 2010). Approfondendo innanzitutto, rispetto alla realtà europea, la situazione in Italia, una ricerca del 2006, effettuata a Firenze su 275 studenti di circa sedici anni, ha individuato la presenza di internet addiciton per il 5,4% dei soggetti (Pallanti et al., 2006).
Uno studio del 2011, volto all’analisi della comorbidità fra le dipendenze comportamentali, attesta la presenza dell’internet addiction con una prevalenza dell’1,2% (Villella et al., 2011).
Da una ricerca del 2012, basata sulla somministrazione dello IAT a 2533 studenti di scuola superiore della provincia di Cremona, risulta una percentuale del 5,01% di soggetti con addiction moderata, e lo 0,79% con addiction seria (Poli, Agrimi, 2012).
Per quanto riguarda gli altri studi europei, in Norvegia, è stata rilevata una prevalenza, nella popolazione tra i 16 e i 74 anni, dell’1%, più un 5,2% di utenti “a rischio”. In Finlandia è stata rilevata una percentuale di ragazzi, tra i 12 e i 18 anni, con internet addiction, del 4,6% per i maschi e del 4,7% per le femmine (Kaltiala-Heino, 2004). In Grecia, nella regione della Tessaglia, per la stessa fascia d’età, si evidenzia una percentuale di dipendenti da Internet, dell’8,2% (Siomos et al., 2008). Sempre in Grecia è stata condotta una ricerca su 3545 studenti universitari, che ha attestato la presenza di Internet addiction per il 17,5% ad Atene, 15,9% a Preveza, 19,3% a Thessaloniki e 16,3% ad Amfissa (Frangos et al., 2011). Infine, uno studio polacco, su studenti di scuole elementari, medie e superiori, indica la presenza di internet addiction per il 5,8% e di problematiche relative ad internet per il 19,2% (Zboralski et al., 2009).
I risultati relativi al medio oriente risultano leggermente più elevati. In Turchia è stata rilevata una percentuale, su 1315 ragazzi di circa 15 anni, dell’1,2% di dipendenti da internet, e il 19,9% di soggetti a rischio (Canbaz et al., 2009). In Iran, uno studio basato su 1856 volontari reclutati da internet, ha evidenziato un’incidenza del fenomeno del 22,8% (Kheirkhah et al., 2010). Sempre in Iran, su 1968 studenti delle scuole superiori, 37 sono stati identificati come dipendenti da internet e 304 come possibili dipendenti (Ghassemzadeh et al., 2008).
Le percentuali per quanto riguardano l’Asia sono ancora più elevate. A Taiwan, uno studio ha rilevato l’incidenza dell’internet addiction, su 2162 studenti delle scuole superiori, del 10,8% (Ko et al., 2009a). Ad Hong Kong è stata stimata una prevalenza, su 208 ragazzi tra i 15 e i 19 anni, del 6,7% (Fu et al., 2010). Numerosi sono gli studi cinesi: nella città di Changsha è stata rilevata una percentuale del 2,4%, su 2620 studenti di scuola superiore (Cao, Su, 2007); nella provincia di Hunan, del 5,52% su 5760 studenti delle scuole medie (Deng et al., 2007); nella città di Wuhan, sempre su 1219 studenti delle scuole medie, è stata rilevata una percentuale del 7,71% di dipendenti da internet e del 10,87% per i soggetti a rischio (Song et al., 2010); a Shangai, su 5135 adolescenti, è stata attestata la presenza di internet addiction nell’8,78% dei casi. (Xu et al., 2008). Infine, in Korea del Sud, si è rilevato che il 10.7% degli studenti di Seoul abbia realizzato un punteggio di almeno 70 all’Internet Addiction Scale (Park et al., 2008); da un ulteriore studio risulta, su un campione di 912 adolescenti, una percentuale del 4,2% di soggetti con internet addiction, mentre approssimativamente il 30% di ragazzi ha mostrato internet addiction ad intermittenza (Jang et al., 2008).
4.5 - Comorbidità
La letteratura relativa all’argomento si è anche interessata alle correlazioni tra Internet Addiction ed altre manifestazioni psicopatologiche. Fra queste, le produzioni sintomatiche di cui si ha avuto maggior riscontro sono: sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) (Ha et al., 2006; Cao, Su, 2007; Yen et al., 2007; Ko et al., 2008; Ko et al., 2009b), depressione (Fortson et al., 2007; Ko et al, 2007; Yen et al., 2007; Ko et al., 2009; Poppe, 2010; Fu et al., 2010), ansia (Shaw, Black, 2008; Poppe, 2010), e fobia sociale (Yen et al., 2007; Shaw, Black, 2008; Ko et al., 2009; Poppe, 2010).
5 - Aspetti neuropsicologici sull’utilizzo di Internet
Nell’intraprendere un’analisi in merito all’utilizzo della Rete e, più in generale, ai dispositivi tecnologici che ne permettono l’accesso, è indispensabile che sia tenuta strettamente in considerazione l’influenza di tali strumenti sull’uomo da un punto di vista organico, somatico, biologico. È, infatti, evidenza clinica, riscontrata in molteplici esperimenti scientifici, che l’utilizzo dei dispositivi di Rete contribuisca a mutamenti di carattere neurologico e neuropsicologico.
È opportuno, parimenti, rammentare che è uno psicanalista come Sigmund Freud che sottolinea a più riprese, come si può leggere in alcune sue opere, il fondamentale rapporto sussistente tra lo psichico e l’organico. Nello scritto “I disturbi visivi psicogeni nell’interpretazione psicoanalitica”, egli afferma che “La Psicoanalisi non dimentica mai che lo psichico poggia sull’organico, anche se il suo lavoro non le consente di procedere oltre questa asserzione di principio”. Ma, “Se un organo [...] accresce la propria funzione erogena, ci si deve aspettare che in ogni caso non accada senza modificazioni dell’eccitabilità e dell’innervazione, le quali si manifesteranno come disturbi della funzione dell’organo al servizio dell’Io” (Freud, 1910a).
L’argomento viene riproposto con vigore molti anni più tardi, nel 1938, nel capitolo “Qualità psichiche”, all’interno della prima parte del “Compendio di Psicoanalisi”, chiamato “La Psiche e il suo funzionamento”: “Molti all’interno o all’esterno della scienza [psicologica], si accontentano di supporre che soltanto la coscienza rappresenti lo psichico, nel qual caso alla psicologia non resterebbe altro che distinguere – all’interno della fenomenologia psichica – fra percezioni, sentimenti, processi di pensiero e atti di volontà. Per giudizio unanime, però, questi processi coscienti non danno luogo a serie in sé conchiuse e ininterrotte; non si potrebbe quindi fare a meno di ammettere l’esistenza di processi fisici o somatici concomitanti allo psichico, ai quali bisognerebbe ascrivere una completezza maggiore di quella delle sequenze psichiche, dal momento che alcuni di essi hanno in parallelo dei processi coscienti e altri invece no” (Freud, 1938). A rafforzare questo discorso, Freud, in “Metapsicologia” ci dice che “è chiaro che esistono per la sfera psichica anche altri stimoli oltre a quelli pulsionali, e che tali stimoli si comportano in un modo di gran lunga più simile agli stimoli fisiologici. [...J Inoltre, tutti gli elementi essenziali dello stimolo [fisiologico] sono dati se supponiamo che esso agisca come un singolo urto [...J La pulsione, al contrario, non agisce mai come una forza d’urto momentanea bensì come una forza costante. [...J non c’è fuga che possa servire contro di essa. [...J Dovremmo quindi concludere che esse, le pulsioni, e non gli stimoli esterni, costituiscono le vere forze motrici del progresso che ha condotto il sistema nervoso, al suo livello di sviluppo attuale” (Freud, 1915). Ciò che risulta però importante, a questo livello del discorso, è che “Nulla vieta naturalmente di supporre che le stesse pulsioni sono almeno in parte sedimenti di azioni derivanti da stimoli esterni, azioni che nel corso della filogenesi possono aver agito sulla sostanza vivente modificandola” (Ibidem).
Si può dunque legittimamente pensare al fatto che, se il cervello, o una sua parte, si modifica rispetto al suo funzionamento, ne conseguiranno dei cambiamenti che devono essere evidentemente considerati. Come spiega Franco Lolli, se sopraggiunge un forte dolore ad un dente “questo dolore sbaraglia tutti i miei pensieri, la mia attività simbolica in questo momento viene fatta fuori [...J Io sono ridotto al dente dolente” (Lolli, a cura di Recalcati, 2011). Il reale del corpo, imponendosi, sbaraglia il registro simbolico e la funzione significante sarà deficitaria. Questo stesso processo, sebbene in maniera invertita, viene evidenziato ancora una volta da Freud, in “Al di là del principio di piacere”: “È anche noto che il fatto che gravi disfunzioni nella distribuzione della libido [...J sono temporaneamente eliminate se interviene una malattia organica”. In questo caso il reale del corpo, ridimensiona il registro immaginario e permette il funzionamento simbolico.
Se si tiene in considerazione che nella cura delle tossicodipendenze risulta fondamentale porre l’attenzione ad un’eventuale alterazione neurochimica, poiché qualsiasi tipo di intervento psicologico risulta inadeguato durante l’alterazione cerebrale derivata dall’uso di sostanze, è evidente che questa attenzione debba essere posta anche nel caso dei dipendenti da Internet, in relazione al fatto che più studi attestano alterazioni cerebrali in questo tipo di soggetti.
Come ci spiega M. Wolf (Wolf, 2007), a fronte di una sostanziale invarianza, da quarantamila anni fa a oggi, per quanto riguarda le funzioni di base del cervello, le nostre capacità e routine sono state influenzate e mediate enormemente dalla tecnologia: si arriva quindi a intuire che “le tecnologie non sono semplici aiuti esterni, ma comportano trasformazioni delle strutture mentali, e in special modo quando hanno a che vedere con la parola” (Walter J. Ong, 1982). A quest’ultimo proposito, riguardo cioè all’influenza della parola, uno studio della psicologa messicana Ostrosky­Solis, evidenzia come l’imparare a leggere “riconfigura prepotentemente i sistemi neuropsicologici adulti” (Ostrosky-Solis, 2004). Il neuroscienziato Michael Merzenich, in un’intervista apparsa sul blog On the Brain spiega che “quando la cultura provoca dei cambiamenti nei modi in cui impegniamo i nostri cervelli, essa crea cervelli differenti [...] Il loro uso intensivo” (gli strumenti per accedere alla Rete), “ha conseguenze neurologiche” (Merzenich, 2008). L’accesso alla Rete è frutto dell’influenza tra l’uomo ed una tecnologia che nel linguaggio trova una delle sue componenti essenziali: se storicamente la tecnologia è servita all’uomo come alterazione estensiva del proprio corpo, facilitando il suo rapporto con la natura, con l’avvento dei mass media, ed in particolare di Internet, essa ha subito un cambiamento di rotta, poiché è una tecnologia al servizio del maneggiamento della cultura e della trasmissione di informazioni; l’alterazione opera ora in rapporto alla mente.
Un esperimento concreto, che ci fornisce chiarimenti rispetto al discorso in questione, è stato effettuato dallo psichiatra americano Gary Small: furono inizialmente reclutati ventiquattro volontari, a partire da un campione di settantasei, di età compresa tra i 55 e i 78 anni (escludendo fin da subito mancini e soggetti con problemi psichiatrici e/o neurologici). Il campione venne ulteriormente suddiviso in due gruppi, qualificati in base all’esperienza nell’utilizzo di Internet: gli esperti e i novizi; occorre ricordare nei due gruppi, il livello di istruzione e l’età erano simili. I soggetti vennero dunque sottoposti a compiti di ricerca su Internet e, come compito di controllo, alla lettura lineare di un testo sul computer, simulante il layout classico di un libro. I risultati evidenziarono che durante il compito di controllo l’attivazione cerebrale nei due gruppi era stata sostanzialmente identica, sia per intensità che per estensione: in particolare si notò un’attivazione dell’emisfero sinistro, nelle regioni frontale, parietale (giro angolare) e temporale, oltre che della corteccia visiva, ippocampo e cingolato posteriore. Le differenze emersero però nel compito di ricerca su Internet: mentre per i novizi, le aree attivate erano le stesse, escluse il cingolato posteriore e l’ippocampo, nel gruppo degli esperti si osservò sia l’attivazione delle aree cerebrali osservate nel compito precedente, sia, in aggiunta, del lobo frontale (in particolare la corteccia prefrontale dorsolaterale sinistra), della corteccia temporale anteriore destra, del cingolato anteriore e posteriore e ippocampo destro e sinistro; un’estensione di attivazione cerebrale più di due volte maggiore nei confronti dei novizi. Dopo sei giorni, nei primi cinque dei quali i novizi furono sottoposti a sessioni di ricerca su Internet per un’ora al giorno, venne ripetuto l’esperimento: i risultati evidenziarono che la corteccia prefrontale dorsolaterale sinistra dei novizi, una settimana prima praticamente inattiva, aveva ora un’attivazione molto simile a quella degli esperti. Small conclude dicendo che “se i nostri cervelli sono così sensibili ad un’esposizione al computer di un’ora al giorno, cosa succede quando passiamo ancora più tempo online?” (Small et al., 2009). Tale intensa attivazione cerebrale spiega anche perché la lettura approfondita e il mantenimento di un’elevata concentrazione siano così difficili in rete, ambiente nel quale le stimolazioni sono così numerose da rendere più difficoltosa la comprensione, facilitando la distrazione.
A dar sostegno all’argomento, uno studio di Ziming Liu, volto all’analisi dei cambiamenti delle modalità di lettura rispetto ai dieci anni precedenti e basato su un campione di 113 persone con grado d’istruzione elevato, mise in luce come solo il 16% del campione rispose di dedicare un’intensa attenzione alla lettura, il 50% ammise che l’intensa attenzione stava diminuendo e ben l’81% affermò di passare la maggior parte del tempo a “fare browsing e a scorrere” (Liu, 2005). Secondo Liu, pertanto, “l’ambiente digitale incoraggia la gente ad affrontare una più ampia gamma di argomenti, ma a un livello più superficiale” (Ibidem).
In effetti, numerosi sono stati gli esperimenti che hanno messo in luce come la capacità e la qualità di comprensione di un testo risultassero minori nei campioni che utilizzavano un ipertesto, rispetto a coloro che utilizzavano invece un testo a lettura lineare. A titolo d’esempio, in “Reading Hypertext and the Experience of Literature”, gli autori sostengono che l’attenzione “era rivolta verso l’organizzazione dell’ipertesto e le sue funzioni piuttosto che verso l’esperienza proposta dalla storia” (Miall, Dobson, 2001); in un altro studio, “The influence of cognitive load on learning from hypertext”, veniva chiesta una comparazione tra due articoli che proponevano due teorie antitetiche; coloro che compresero meglio i due testi, furono quelli che appartenevano al gruppo a cui era stata assegnata la lettura del testo in modalità lineare, contrariamente ai soggetti che avevano invece la possibilità di lettura ipertestuale (Niederhauser et al., 2000). Erping Zhu, inoltre, sottolinea come la comprensione di un ipertesto diminuisca all’aumentare del numero di link presenti nella pagina (Zhu, 1999).
Per quanto riguarda questo fattore di aumentata distraibilità, Jakob Nielsen evidenziò, a partire da un monitoraggio di un centinaio di giorni dei computer di 25 soggetti, che per ogni cento parole in più in una pagina web, ogni soggetto passa in media solo 4,4 secondi in più sulla pagina stessa (4,4 secondi è il tempo richiesto per leggere al massimo 18 parole) (Nielsen, 2008); da un’altra ricerca, di Click Tale (clicktale.com, 2008), attraverso il ragguardevole campione di un milione di utenti Internet, monitorati per un periodo di due mesi, emerse che ogni soggetto trascorre in media tra i 19 e i 27 secondi a guardare una pagina web. Un ulteriore studio, dal significativo titolo “You’ve got mail! Shall I deal with it nowT” (Renaud et al., 2006), mette in luce come impiegati d’ufficio che utilizzano il computer, arrivino a controllare la propria mail fino a 40 volte all’ora; è utile sottolineare il fatto che questo comportamento avviene nonostante la presenza di un software di controllo e segnalazione in caso di arrivo di nuove mail. L’interpretazione che ne dà lo psicologo Chrostopher Chabris è che si “tende a sopravvalutare quello che succede proprio adesso (Chabris, 2008): il flusso ininterrotto del web porta alla ricerca di nuove informazioni, per evitare il rischio di rimanere indietro, di non essere al passo, di sentirsi isolati. Jaak Panksepp, ha descritto un comportamento che chiama “impulso di ricerca” (Panksepp, 1998): quando riceviamo una stimolazione all’ipotalamo laterale, cosa che avviene quando il computer fornisce uno squillo per le notifiche o quando si preme invio per una ricerca online, si crea un rafforzamento del circuito, tale per cui “ogni stimolo suscita una strategia di ricerca più forte” (Ibidem).
La distraibilità viene sfruttata dai programmatori stessi: in un articolo pubblicato dal New York Times (28/02/2009), è riportato uno studio di Google, che verificò, a partire da 41 diverse gradazioni di blu, quale fosse quella che attirava maggiormente gli utenti alla barra degli strumenti. È evidente come Google, avendo come campione sperimentale ogni utente che utilizzi l’omonimo motore di ricerca, possa permettersi di fare studi che si focalizzino su aspetti percettivi inconsci di base, bypassando processi decisionali e soggettivi. Questa impostazione di ricerca, alla base del progetto di Google, traspare, del resto, dalle parole stesse di Marissa Mayer (attualmente amministratore delegato di Yahoo, prima ingegnere donna assunta e, in quel momento, portavoce di Google), che si possono leggere nel medesimo articolo: “Devi provare a rendere le parole meno umane e più simili a elementi del macchinario” (Holson, 28/02/2009).
Per quanto riguarda invece il funzionamento cerebrale in associazione a veri e propri comportamenti di addiction, le più recenti ricerche dimostrerebbero come vi siano sostanziali analogie tra le dipendenze “classiche” (tossicomania e alcolismo) e le cosiddette “nuove dipendenze”. Da un punto di vista neurochimico, ciò che emerge dagli studi dei processi del funzionamento cerebrale implicati nei comportamenti motivati da stimoli gratificanti, è innanzitutto la differenza tra la fase appetitiva e la fase consumatoria. La fase appetitiva riguarda lo stato euforico che sostiene la ricerca dell’oggetto di desiderio, mentre la fase consumatoria riguarda il momento stesso del consumo dell’oggetto. Normalmente, in seguito ad uno stimolo consumatorio piacevole, si ha la liberazione di dopamina (il cui aumento è collegato all’esperienza di gratificazione e di ricerca di novità) della shell del nucleo accumbens, e questo processo va incontro a habituation dopo anche solo una stimolazione. Bisogna sottolineare che la reazione di gratificazione durante la fase consumatoria non è collegata alla habituation: si è visto ad esempio che non si altera in seguito all’assunzione di farmaci che inibiscono la trasmissione dopaminergica. Ciò significa che l’attività dopaminergica del nucleo accumbens è collegata a comportamenti della fase appetitiva per la ricerca di stimoli gratificanti. Per quanto riguarda invece l’assunzione di sostanze psicotrope e, più in generale, le stimolazioni associate alle (nuove) dipendenze, non avviene lo stesso meccanismo: le stimolazioni non portano a habituation, provocando pertanto un abnorme consolidamento tra il piacere legato alla fase consumatoria e gli stimoli che fungono da motivazione durante la fase appetitiva. Gli stimoli associati all’oggetto di desiderio acquisteranno pertanto un’eccessiva importanza nella guida del comportamento e del pensiero desiderante (craving).
Dal punto di vista neurobiologico, le tecniche di neuroimaging hanno sostanzialmente rilevato importanti analogie fra le varie forme di addiction, rilevando alterazioni a livello della corteccia prefrontale e del sistema limbico. In particolare, si riscontrano anomalie a carico di due sistemi cerebrali: il sistema costituito da corteccia orbitofrontale, setto e ippocampo e quello costuito da Nucleo Accumbens (NA), Area Tegmentale Ventrale (VTA) e strutture connesse.
Uno studio cinese (Liu et al., 2010) ha dimostrato, attraverso risonanza magnetica funzionale (fMRI), una maggior omogeneità regionale in aree del cervello quali cervelletto, tronco cerebrale, lobo limbico, polo frontale e lobo apicale, per i soggetti con diagnosi di IAD. Altri due studi (Ko et al., 2009, Han et al., 2011) hanno evidenziato che, in soggetti con dipendenza da videogiochi, la presentazione di stimoli correlati a videogiochi, porta ad un’attivazione cerebrale, misurata con risonanza magnetica funzionale, del tutto simile a quella rilevata per soggetti con dipendenza da sostanze e soggetti con diagnosi di gioco d’azzardo patologico.
Sempre nel 2011, due studi (Zhou et al., 2011, Yuan et al., 2011) dimostrano che i soggetti a cui è posta diagnosi di IAD, evidenziano, grazie alla rilevazione attraverso morfometria basata sui voxel (VBM), una diminuzione della densità della materia grigia a livello della corteccia cingolata anteriore sinistra, della corteccia cingolata posteriore, dell’insula e del giro linguale e che questi cambiamenti sono correlati significativamente alla durata della dipendenza da Internet.
Da una delle più recenti ricerche sull’argomento (Lin et al., 2012), risultano delle anomalie strutturali e funzionali nel cervello di adolescenti (14-24 anni), reclutati dal Department of Child and Adolescent Psychiatry (Shanghai Mental Health Center), con diagnosi di Internet Addiction Disorder (IAD), rilevato attraverso il questionario diagnostico di Young (versione modificata da Beard e Wolf). I risultati emersi dall’analisi dell’anisotropia frazionale (FA), basata sulla misurazione del Volume di Interesse (VOI), indicano minori valori per i soggetti con diagnosi di IAD, in confronto al gruppo di controllo, in particolare a carico della materia bianca della zona orbitofrontale bilaterale, del corpo calloso, delle fibre d’associazione al fascicolo fronto-occipitale inferiore bilaterale e del cingolo anteriore bilaterale, delle fibre di proiezione anteriori bilaterali, posteriori e superiori della corona radiata, del lembo anteriore bilaterale della capsula interna, della capsula esterna bilaterale e del giro precentrale sinistro. Inoltre non sono state rilevate regioni di materia bianca nelle quali i valori d’anisotropia frazionale siano risultati inferiori per il campione di controllo, rispetto al campione sperimentale. Questi risultati, sono stati confrontati dagli sperimentatori stessi, con studi relativi alla tossicodipendenza, che si sono rivelati sono sovrapponibili: ad esempio, anomalie a carico della materia bianca della zona orbitofrontale sono state riscontrate frequentemente in soggetti dipendenti da alcol, marijuana, metamfetamine, cocaina e ketamina; anomalie al cingolo anteriore, che connette il lobo frontale con il sistema limbico (e gioca un ruolo fondamentale nei processi di controllo cognitivo ed emozionale e pensiero desiderante) e alla corona radiata, erano precedentemente già state riportate in dipendenza da alcol, eroina e cocaina. Inoltre, analoghe alterazioni delle capsule sono state evidenziate in soggetti con dipendenza da alcol e da oppiacei; a carico del giro precentrale in soggetti dipendenti da eroina e in adolescenti che fanno uso di alcol e marijuana. Gunter Schumann, titolare della cattedra di psichiatria biologica al King’s College di Londra, ha recentemente dichiarato (12/01/2012), in un’intervista rilasciata alla Bbc (http://www.bbc.co.uk/news/health-16505521), che i risultati di questo studio, sono stati riscontrati anche in soggetti dipendenti dai videogame. Del resto, lo studio di Ko (Ko et al., 2009), aveva già dimostrato la similarità tra l’attivazione cerebrale per meccanismi di craving indotto da stimoli associati ai videogame e per stimoli associati a sostanze: le region implicate sono in effetti la corteccia orbitofrontale destra, nucleo accumbens destro, cingolato anteriore bilaterale, corteccia frontale mediale, corteccia prefrontale dorso laterale destra e nucleo caudato destro.
Si evidenzia, pertanto, che in un discorso come quello dell’interazione tra l’uomo e i dispositivi tecnologici che permettono l’accesso a Internet, l’attenzione da rivolgere alle eventuali alterazioni neuropsicologiche è estremamente importante, considerato il fatto che l’organico e lo psichico s’influenzano a vicenda. Questa tecnologia, applicata come strumento per manipolare l’informazione e la cultura, s’interfaccia in modalità con le quali l’uomo non è mai stato sollecitato: il mezzo si basa su una peculiare attenzione volta ad essere costantemente superficiale, un’attenzione volta alla distrazione: il cervello, conseguentemente, diventa semplicemente un’unità di elaborazione delle informazioni, che si svelano rapidamente alla coscienza e altrettanto rapidamente devono uscirne, incalzate da una miriade di altre informazioni incombenti. L’attenzione selettiva si affievolisce in favore del multitasking. Il discorso, come si è potuto appurare, si complica poi, nel momento in cui si palesano i fenomeni di dipendenza da Internet, poiché, ciò che risulta, è una fondamentale sovrapponibilità con le alterazioni neuropsicologiche, riscontrate, a livello clinico, attraverso gli studi delle dipendenze classiche.
 
Conclusioni
L’analisi ha voluto mettere in evidenza i rischi per la persona, e soprattutto per i soggetti più deboli, quali quelli in età evolutiva, di una tecnologia così potente e pervasiva come quella di Internet. Si sono così affrontati solo gli aspetti che sono fonte di potenziale patologia, una patologia che assume una peculiare e polimorfa sintomatologia.
Sia l’analisi psicologica, sia le evidenze neurosperimentali hanno dimostrato come la dipendenza da Internet abbia tutte le carte in regola per essere annoverata fra le nuove dipendenze non indotte da sostanze.
I tratti narcisistici, perversi e psicotici, riflettono la tendenza moderna, all’interno della società, al disfacimento del legame sociale, a favore dell’identificazione a stereotipi; evidenziano il tentativo dell’evitamento dell’angoscia di fronte ad una realtà che i giovani fanno sempre più fatica ad affrontare; sono la manifestazione di una necessità di soddisfacimento pulsionale immediato.
Le statistiche poi dimostrano che il fenomeno è largamente in crescita, e risultati degli studi epidemiologici, anche se estremamente eterogenei, hanno comunque il merito di evidenziare il fatto che tale problematica, anche se non quantificabile all’interno della popolazione, è un fatto tangibile, concreto, reale, con cui bisogna fare i conti.
Chi ne fa le spese sono soprattutto i giovani, che, sprovvisti di adulti di riferimento con una solida conoscenza di Internet, che possano dunque educare, che possano fornire il loro esempio, che possano attuare una “pedagogia su e per Internet”, vengono lasciati “allo sbando”, nell’uso di quello che, da mezzo dalle infinite risorse libertarie, rischia di trasformarsi in un carcere virtuale.
 

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“E’ molto diffusa la sindrome da dipendenza da internet”? “Si guarisce dal disturbo da dolore prolungato”? “ Come affrontare la nuova emergenza del bambino iperattivo”?

E’ ormai usuale venire interpellati, da diversi “pazienti”, attraverso il filtro di una diagnosi preconfezionata riguardante le questioni sopra elencate. Siamo in poco tempo passati dalla posizione della domanda generica: “mi sta succedendo questo, di cosa soffro”?, al più attuale: “ soffro di questa patologia, mi può dare qualche consiglio per uscirne”?

Sono molteplici i canali pseudo-informativi dai quali poter trarre queste etichette, pari soltanto ai rimedi farmacologici proposti per la loro cura.

Quali sono le conseguenze di questa proliferazione di oggetti diagnostici alla portata di tutti? Gli operatori che lavorano nel campo della salute mentale seguendo le linee del Campo Freudiano, devono saper correre il rischio di rottura che, in questa circostanza possiamo tradurre con: non essere alla moda.

Se da un lato è necessario confrontarsi con questo processo di diagnostica totale, bisogna saperne lambire i confini senza farsi intrappolare. Chi si occupa di psicoanalisi deve essere demodè: deve perseguire una pratica della singolarità e rinunciare a categorie onnicomprensive che nascondono il soggetto e schiacciano l’inconscio e le sue produzioni, non facendo proprie le strade tracciate dal DSM.

Strade lastricate da nuove patologie, neo nominate, che da questa nominazione traggono legittimità e dunque un conseguente percorso di cura.

Che posto dare ai cosiddetti ‘nuovi sintomi? E, soprattutto: esistono?

Si tratta di formazioni dell’inconscio trans-storiche attualizzate o, piuttosto, neo classificazioni con capacità attrattiva per soggetti disinseriti, figli cioè di un tempo iper rifocillante che promuove il disabbonamento dall’inconscio e favorisce quindi una ricerca di posizioni immaginarie? Non sono forse zone di sosta con l’insegna luminosa ‘malattia’, poste sulla strada che va in direzione contraria al percorso di rettifica soggettiva? Non siamo forse al menu che diventa cena?

IAD, DAP, ADHD
Queste ‘patologie’ in Italia sono oggetto di studio intensivo, anche da parte di diversi psicoanalisti. Prendiamo lo IAD ( Inernet addiction Disorder), una nuova malattia europea ( simile allo hikikikimori giapponese) che interesserebbe il mondo giovanile che si starebbe “ammalando” secondo proporzioni rilevanti. Legittimare questo ‘nuovo sintomo’ (curarlo addirittura!) apre una lunga e feconda strada di produzione diagnostica. Saranno ben presto individuate nuove patologie, rinnovabili con i tempi che il mercato pretende. Dalla ‘dipendenza da internet’ si passerà alla malattia da dipendenza da “tablet”, passando per la sindrome da I Phone, per arrivare a isolare e ‘patologizzare’ ogni forma di legame con i nuovi media. Quale si riterrà essere il tempo di connessione sufficientemente lungo da giustificare un ingresso nel campo dell’ ‘anormalità’?

Ancora, quante persone sono scivolate dentro al disturbo da attacco di panico ( dap) dopo essere state ripetutamente ricoverate con procedura di urgenza in ospedale e aver ricevuto quale diagnosi: “è solo un attacco di panico”? Non passa giorno che la parola angoscia non sia citata negli ambiti più disparati del contemporaneo: da quello medico a quello sociologico, passando per l’agone politico. Un parlarne che non sempre corrisponde a farle un posto. L’angoscia è l’affetto che oggi più di ogni altro permea il legame sociale, alimentato dal senso di precarietà che affligge l’individuo contemporaneo e dal momento di crisi economica attuale. Parlo di quell’ affetto normale che diviene a volte fonte preziosa di ispirazione e, solo al termine di questo continuum, può evolvere in “quell’angoscia eccessivamente intensa (…) tale da paralizzare ogni azione’” Freud. Introduzione alla psicoanalisi, in C. Musatti ( a cura di), Opere, vol.8, cit., p.547 ). Questo è il momento in cui la persona sofferente si rivolge al medico, al farmacista, all’ospedale, portando una richiesta spiazzante: ‘Aiutatemi, sono angosciato’. Il corpus medico risponde cristallizzando il momento d’angoscia insostenibile che il soggetto patisce etichettandola come “attacco di panico“, chiudendo fuori dalla porta la storia pregressa dell’ individuo, pretendendo di curare il qui ed ora con una strategia anti-panico fatta di farmaci e terapia cognitivo-comportamentale, creando una barriera farmacologia contro la quale va ad infrangersi qualsiasi barlume di interrogazione provenga dall’inconscio. Più che di una diffusione epidemiologica del dap possiamo quindi parlare della distribuzione sistematica di un significante che scoraggia la rettifica soggettiva, e lavora per la segregazione introducendo ad una logica che favorisce il disabbonamento dall’inconscio. Diventare “specialisti dell’attacco di panico”, non significa forse accettare di “curare” una diapositiva immaginaria adagiata sul soggetto impedendo l’accesso alla fonte viva dell’angoscia, cioè l’interrogazione propria dello stesso, il “Cosa vuole l’Altro da me” del seminario X di J.Lacan?

L’ultimo (ma ormai non recentissimo) arrivato tra le nuove forme di sofferenza è il bambino ammalato di adhd (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder ). Siamo sulla nuova frontiera del controllo del comportamento del bambino dove la fanno da padrone le TCC e l’industria del farmaco. E anche in questo caso, ci sono sciami di studiosi del mondo psy in fila per ‘curarlo’.
La psicoanalisi deve dunque accodarsi a questa moda? No, o almeno non dovrebbe.

DA BARCELLONA A BRUXELLES
Ethan Watters nel libro “Pazzi come noi’ (Bruno Mondadori, 2010) sostiene che la iper-proliferazione diagnostica null’altro sia che un tentativo di incasellare e normalizzare modalità di espressione che non sono assimilabili con il pensiero occidentale dominante. E che, quindi, passano dalla porta della ‘malattia’ incontrando, loro malgrado, la “cura”.

In un tempo in cui Big Pharma lavora per installare un Altro distributore di diagnosi e neo loghi, la psicoanalisi deve dunque ribadire la propria ignoranza e contribuire a porre le condizioni per edificare un Altro del non sapere, un luogo neutro entro il quale cercare di allargare le maglie dell’inconscio.

Nel 2013 sarà pubblicata la nuova versione del DSM. Se le linee guida verranno rispettate, moltissimi comportamenti scivoleranno nella zona di ‘anormalità’: “Disordine da ipersessualità”, “sindrome da dolore complicato o prolungato”, solo per dirne alcuni. L’angoscia degli adolescenti e l’eccesso di cibo, saranno riclassificati come disturbi psichiatrici, e i giovani si ammaleranno di “ disturbo provocatorio oppositivo”. Si delineano “nuovi” parametri attraverso i quali milioni di ignari “clienti”diverranno dei ‘malati’ e saranno indotti a credere che queste patologie esistano realmente.

Le ‘nuove malattie’ che il DSM sforna vanno ad alimentare quei non luoghi di appartenenza che appiattiscono il soggetto sulla sua sintomatologia fenomenologica, lo congelano nell’involucro delle nuove malattie, impedendo di fatto la circolazione di parola e la riabilitazione legata all’uso dell’inconscio.

Come dire no a tutto questo? La strada tracciata al congresso Pipol 4 ( Programma internazionale di Psicoanalisi applicata ad orientamento lacaniano, che riunisce a livello europeo gli operatori della salute mentale che si occupano di psicoanalisi applicata secondo l’insegnamento di J. Lacan. http://ri2007.champfreudien.org ) –durante il quale questo documento è stato presentato– non può prevedere eccezioni, deve potenziare le istanze di controllo nei confronti degli operatori che lavorano nel campo della salute mentale, la quale deve deve restare un entità “contrattabile” e trattabile con il mondo medico e psichiatrico, non una categoria attraverso la quale la psicoanalisi crea le proprie sottodirectory. Secondo Watters : “ Nei periodi di insicurezza o conflitti sociali le culture diventano particolarmente vulnerabili a nuove credenze sulla mente e la follia’ (…) Quali che siano i nuovi disturbi (..) è fuor di dubbio che la gente dimostrerà per essi un forte interesse. Gli esperti interverranno ai talk show e offriranno ai giornalisti commenti. (..) A quel punto tutti gli addetti ai lavori occidentali porteranno in giro lo show’. Lasciamo a Big Pharma questo show: lo fa da tempo, lo fa meglio. E gli compete maggiormente” .


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