BLUE WHALE: I fenomeni sociali estremi come ricerca del sentimento della vita

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29 maggio, 2017 - 10:03
Il recente fenomeno del blue whale, nel quale ragazzi di varie età si cimentano all’interno di prove capaci di spingerli verso la depressione, la follia e la morte, rappresenta la faccia estrema di una medaglia sociale la quale da una parte esprime il lato anoressico del nostro rapporto con le emozioni, la cosiddetta anestesia emotiva, dall’altra la loro ricerca compulsiva all’interno di una cornice violenta, autolesionistica e psicotica.
In un mondo radicalmente narcisistico, nel quale l’immagine astratta e ideale di sé viene ricercata e riflessa compulsivamente negli apparati tecnologici e digitali, emerge in modo concreto e prepotente, cioè trasformandosi in abitudine, quella negazione del corpo che l’occidente porta avanti da almeno due millenni. Ma la negazione del corpo rappresenta la negazione di sensazioni ed emozioni, sentimenti e modi di essere al mondo, i quali sostanziano il senso sé reale. Privatosi di un’auto percezione fondata sulla corporeità vivente, sul corpo vissuto, l’individuo contemporaneo ha messo in atto, attraverso l’aiuto di un sistema tecno-economico profondamente mentalizzato nei suoi meccanismi di controllo informatico della società, un atteggiamento di auto osservazione mentale di tipo paranoide.

Gli stessi social, come ho potuto sintetizzare in questa stessa rivista attraverso il pensiero di Byung-Chul Han, rappresentano la concretizzazione di un panottico digitale in cui l’illusione della libertà da parte degli internauti, attraverso la condivisione illimitata delle proprie vite, li espone a un auto sfruttamento pornografico di cui restano totalmente all’oscuro. Osservati e osservatori si confondono e controllo e libertà, un tempo polarità opposte e antitetiche, finiscono ora per coincidere.
Alexander Lowen, nel suo classico volume sul narcisismo, parlava di auto osservazione dell’io nel tipo narcisista. Un atteggiamento questo esclusivamente intellettuale, in cui l’io percepisce l’immagine ideale del proprio corpo, si identifica con questa immagine ideale, e osserva dall’alto il suo corpo reale piegandolo alle proprie esigenze di manipolazione, sia personali che nei confronti degli altri. Egli sente in questa maniera, come gli internauti di cui sopra, di esercitare la propria libertà attraverso la potenza, inconsapevole di essere vittima di se stesso e dei suoi bisogni irrealistici. Emergono in modo prepotente gli elementi fondamentali del narcisismo: investimento sulla propria immagine ideale, auto osservazione, senso del controllo, del dominio, volontà assolutistica di “essere il migliore”. Badate, non quindi di fare “il meglio di ciò che si può”, ma “il meglio che c’è”.
In questa maniera viene a essere esclusa quella spontaneità vitale, energetica ed emotiva, la quale si riflette su un piano relazionale dinamico e al medesimo tempo costruttivo, responsabile, etico, perché basato sull’autenticità e naturalezza di ciò che si prova in modo reale e concreto.
Ma è appunto questo svuotamento generale della vita dalla vita che porta con sé da una parte l’alessitimia sociale cui assistiamo continuamente, la paura, il terrore e l’angoscia delle emozioni, dalle quali prendiamo le distanze rischiando di diventare anaffettivi e depressi, e dall’altra la ricerca compensativa di emozioni estreme, violente, e al limite del rischio di morte, le quali rappresentano il tentativo estremo di ridare vita alla vita, di sentirsi vivi.
È infatti il confronto con la morte che, quando non c’è più vita, può ridestare la voglia di vivere.
Nei fenomeni estremi come quello del blue whale, ma penso anche agli sport che sfiorano e a volte superano i limiti umani di resistenza, vi è il tentativo di recuperare quella dimensione di senso che questa società, dominata da apparati e dinamiche tecnocratiche profondamente disumanizzanti, basate su ideali di perfezione, funzionalità, produzione e controllo integrale delle emozioni, ha via via eliminato dai nostri orizzonti personali e interpersonali.
In queste condizioni, la naturalezza del sentire ciò che emerge da sé, in noi – sensazioni, emozioni, sentimenti, comportamenti affettivi basati sulla gratuità dei rapporti – rappresenta una minaccia a quel sistema che ci vuole controllabili ed efficienti, produttivi e capaci. Sempre e ovunque.
Eppure, è esattamente il sentimento della vita che fluisce in noi in modo sostanzialmente libero a comporre quel senso del sé stabile, limitato e concreto, che può farci investire nella realtà dei nostri progetti e nelle nostre passioni, rinforzando così il proprio senso di essere al mondo. Per credere nella vita e vivere pienamente, senza dover rischiare di morire mettendo alla prova la realtà di ciò che sentiamo, forse occorre tentare di recuperare attraverso progetti educativi concreti, basati sull’empatia ma anche su un atteggiamento fenomenologico e relazionale davvero umano, la capacità che hanno i nostri ragazzi di sentire il mondo in loro stessi, prima ancora che fuori, in immagini e schemi di riferimento fuorvianti e pericolosi. A chi sostiene che in questa maniera si produce una scissione schizofrenica tra la possibilità di apprendere a gestire e contattare le proprie emozioni ma anche il proprio corpo, e un sistema che meticolosamente tende a negare queste dimensioni, vero è anche che, da un punto di vista psicologico e del benessere, è meglio confliggere con questo medesimo sistema rispetto a ciò che si prova autenticamente, piuttosto che non provare più nulla, né avere alcuna capacità di riconnettersi a se stessi nel momento in cui se ne ha davvero bisogno.

 

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