Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

PENSARE POSITIVO?

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12 aprile, 2016 - 12:06
di Sarantis Thanopulos

Capita, assistendo, per esempio, alla presentazione di un libro, sentire qualcuno dire:
Ogni mattina, quando mi sveglio, cerco un motivo per sentirmi felice”.
La ricerca ha un suo limite: nel cercare un motivo per essere felice, quasi sempre trovi almeno uno per cui dovresti essere infelice. È il sentirsi infelici che ci spinge a trovare motivi compensatori di felicità ma la lingua batte sempre dove il dente duole. Il pensare positivamente, un difetto del pensiero di cui molti vanno orgogliosi, è un tentativo di ovviare a questa complicazione: una restrizione volontaria della percezione della realtà che ci fa vedere il sole dove piove. Il concetto di “pensiero positivo” può essere reso con poche parole: “Chi si accontenta gode”.
La ricerca attiva della positività è il tentativo di fare della felicità, stato d’animo che rifugge la predeterminazione e la prevedibilità, una condizione dell’esistenza riproducibile a volontà, un falso in partenza. La vita è piena di imprevisti che ci gettano nello sconforto (a partire dalla perdita degli oggetti più cari del nostro desiderio e affetto), ma la causa più importante della nostra insoddisfazione è la paura di essere felici, di godere pienamente della vita. Il piacere della vita, inestricabilmente legato all’esposizione, alla sorpresa e alla meraviglia (che fanno parte del godimento), comporta un rischio ineliminabile di ferite e di dolore. Più delle disgrazie è la loro paura a renderci infelici.
Per la sua prossimità al presagio di una disavventura (che è sempre tra le sue possibilità), è difficile sostare nella felicità come se fosse un sentimento chiaramente definito e sicuro. È molto più consistente l’infelicità, che finisce per dare una certa solidità, per contrasto, al suo opposto. La ricerca della felicità, fatta di ricette per catturarla e disporne a piacimento, cerca di cancellare il suo aprirsi all’imprevedibilità, che è  parte essenziale della sua natura. Mira all’ottundimento dei sensi, sparge zucchero a volontà sulla “caprese”: dolce napoletano fatto di cioccolato e mandorle, un’esperienza gustativa sensuale e intensa.
L’eccesso di zucchero sulla “caprese”, che appiattisce la profondità e l’intensità delle sensazioni, è come l’eccesso di rum nel “babà”, che affoga il senso di delicatezza e di finezza. Entrambi impediscono alle qualità gustative di penetrare nelle emozioni e nel pensiero attraverso il palato.
La profondità, l’intensità, la delicatezza, la finezza dell’esperienza vissuta, nel “gustare” la vita (nel fare l’amore, nel leggere un libro, nel sentire un brano musicale, nel vedere uno spettacolo, nel fare una passeggiata, nel fare un bel pasto o bere un buon bicchiere di vino), trasformano irreversibilmente, senza che ne abbiamo piena consapevolezza, il nostro modo di sentire e di pensare.
Le sensazioni più grossolane, che colpiscono senza lasciare il segno, ci difendono dalle trasformazioni non costruite preventivamente, a tavolino: quelle autentiche, vere. Il pensiero positivo (in tutte le sue molteplici varianti che vanno dalla consolazione e l’esaltazione della stabilità all’intorpidimento dei sensi) è un controllo difensivo della nostra esperienza.
Meglio il “facite ammuina”, il movimento incrociato avanti-indietro, destra-sinistra, sotto-sopra,  (falsamente) attribuito ai marinai della Marina del Regno di Napoli che, in occasione di visite di Alte Autorità, darebbero, in questo modo, l’impressione di un affaccendarsi operoso. Dalla componente dissacrante di tale movimento può nascere qualcosa. Dal controllo positivo del nostro respiro non nasce niente.

 
             
 

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