Mente ad arte
Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

Anomalisa, una depressione narcisistica

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3 agosto, 2016 - 09:21
di Matteo Balestrieri
  Il genio di Charlie Kaufman, sceneggiatore e regista statunitense, si è nuovamente espresso attraverso una storia psicologica, questa volta raccontata in un film animato. Dopo film audaci e complessi, come Essere John Malkovich (1999), Confessioni di una mente pericolosa (2002) e Se mi lasci ti cancello/Eternal sunshine of the spotless mind (2004) – per non citarne altri meno famosi e fortunati al botteghino – il film Anomalisa uscito alla fine del 2015 ripropone la complessità della mente umana attraverso uno screenplay apparentemente più semplice rispetto alla complessità delle opere precedenti. In quelle opere, così originali e audaci da aver fatto coniare il termine di “stile kaufmanesco”, erano contenuti riflessioni e stimoli sul funzionamento della mente e sul cervello, con particolare riferimento al ruolo fondante della memoria nell’identità individuale e alle possibilità di manipolazione dall’esterno e dall’interno della nostra cognitività1.

  Al contrario i pupazzi in silicone di Anomalisa vivono in stop-motion una storia apparentemente banale, la crisi esistenziale di Michael Stone, un motivatore/persuasore aziendale, autore di un volume piuttosto noto sulla comunicazione nel marketing e in procinto di tenere una conferenza ad un pubblico di venditori. Vediamo Michael, visivamente depresso, giungere in albergo, dirigersi stancamente nella sua stanza, cercare goffamente un’avventura con una sua ex, indulgere a bere al bar dell’albergo, telefonare svogliatamente alla sua famiglia, andare incongruamente in un sexy-shop per comprare un giocattolo per proprio figlio. Comprendiamo che in Michael sono scomparse le spinte motivazionali, vaga spaesato, tutto è assolutamente indifferente e grigio, ogni personaggio (maschio o femmina) attorno a lui parla con una sempre identica e monotona voce maschile.
  Improvvisamente però ode una voce femminile che si stacca nettamente dalle altre, quella di Lisa, una ragazza che è nello stesso suo albergo perché parte di quel pubblico che lo ascolterà il giorno dopo. Lisa è una ragazza semplice, poco avvenente ed impacciata di fronte al suo idolo. Michael trova improvvisamente una nuova vitalità e si lancia non senza difficoltà in un approccio che si conclude con un’avventura erotica serale. Durante la notte Michael ha un sogno nel quale il direttore dell’albergo gli fa un’avance e diverse segretarie gli si propongono purché lui rinunci a Lisa. Al mattino, dopo avere proposto a Lisa di andare a vivere insieme, Michael si accorge che la voce della ragazza è contaminata dalla voce maschile che è caratteristica di tutti gli altri protagonisti. Comprende che la sua attivazione emotiva per Lisa è stata un’illusione, la lascia e torna dalla sua famiglia. Qui trova sua moglie che gli ha organizzato un party di festeggiamento, ma Michael non riconosce nessuno, la moglie si arrabbia e lui si siede sconsolato sui gradini della scala di casa.

  La storia come si vede è piuttosto banale, e se ci si fermasse alla lettura lineare del plot si dovrebbe ammettere che il film è piuttosto carino, assolutamente realistico (la tecnica dei pupazzi rende plasticamente tutto molto reale) e suggestivo. Ma nulla di più. Credo invece che esista qualcosa di più profondo agli occhi di uno psichiatra. Come in altri film di Kaufman esiste infatti un livello di lettura superficiale da commedia ed uno più interno che va compreso. Devo anche dire che ho cercato invano di trovare conferme dalle osservazioni di cui parlerò, senza trovare però alcuna informazione, neanche nelle interviste dello stesso Kaufman. Ma questo non vuol dire che si possano ignorare le proposte che Kaufman stesso inserisce nel film.

  Innanzitutto, ci sono le suggestioni tipiche dello “stile kaufmanesco”, che collegano la mente umana ad un suo funzionamento meccanico. I pupazzi del film hanno infatti la metà inferiore del viso che è separato ed attaccato al resto della testa, tanto che in un momento di concitazione Michael perde addirittura la faccia (forse una metafora?) e si intravede la struttura meccanica interna del capo. E’ l’ennesimo paradosso di Kaufman, che ci propone un gioco di rimandi per cui i pupazzi sono resi autentici dalla loro somiglianza a personaggi reali, ma allo stesso tempo sono rappresentati come automi. Quale significato c’è dietro questo paradosso? Forse che noi stessi siamo in realtà ciò che i nostri meccanismi interni ci portano ad essere?
  Il secondo spunto meccanico è quello della donna-automa (con l’interno che rivela ruote dentate che la fanno funzionare) che Michael compra nel sexy-shop per il proprio figlioletto. Tale automa ha chiaramente una funzione di stimolo del piacere sessuale, che però Michael non coglie, acquistandola per il solo piacere estetico del meccanismo. In questo caso il rimando è a una perversione interna di Michael, evidentemente negata e bloccata su vissuti narcisistici (del tipo, “se piace a me piacerà anche a mio figlio di sette anni”).
 
  La riflessione più profonda sul film è però diretta all’esplorazione dell’origine del vissuto depressivo di Michael. Il tipo di personaggio, la cui autostima è puntellata dal successo come scrittore ed oratore nel campo delle tecniche di vendita, ma che è sostanzialmente incapace di rapporti veri con le persone, tanto da impostare i suoi rapporti adulteri con le donne attraverso goffe manipolazioni, dove tali donne sono solo un oggetto di desiderio sessuale, tutto questo rimanda chiaramente ad una patologia del narcisismo. Per Michael gli altri sono tutti uguali (hanno la stessa voce) e sono sfruttabili a proprio vantaggio (fa tra l’altro il mestiere di persuasore del marketing). Ricontatta la sua ex non per il piacere di rivederla, ma per cercare di recuperare sue antiche sensazioni di vitalità, e non è capace poi altro che di invitarla ad andare a letto con lui. Detto francamente, anche se siamo portati a parteggiare per Michael essendo lui il protagonista del film, dobbiamo ammettere che oggettivamente è una brutta persona.

  Il problema del narcisismo si lega strettamente poi al tema dell’omosessualità, il cui mancato riconoscimento è probabilmente alla base della depressione di Michael. Forse non è un caso che tutti i protagonisti (donne e uomini) abbiano una voce maschile, quasi che questa voce ossessivamente sempre uguale rappresenti il messaggio interno di Michael che gli ricorda che la sua naturale spinta sessuale è verso il proprio genere. Una riflessione di questo tipo sarebbe forse debole se non fosse confermata in maniera chiara dal sogno di Michael, ove l’attrazione omosessuale è chiaramente espressa dall’approccio del direttore dell’albergo che gli impone di rinunciare a Lisa. Ed è rafforzata dall’esercito di segretarie che gli si offrono su indicazione del direttore stesso. L’interpretazione quasi necessaria è quella del desiderio (vietato) verso l’uomo-padre (difensivo rispetto alla competizione edipica), il quale lo rimprovera di avere sentimenti e rapporti sessuali con una donna (vicaria della madre) e che gli dice che tutte le altre donne sono invece disponibili purché rinunci a lei. Il nucleo edipico è chiaramente delineato: tutte le donne sono eguali (e perciò per niente attraenti), solo una è quella giusta, ma gli viene vietata dall’uomo-direttore-padre che Michael ha introiettato e verso il quale è diretta la propria attrazione. La depressione è evidentemente conseguente all’assenza di pulsioni verso il mondo, visto che quelle naturali (la madre e, reattivamente, il padre) sono vietate.

  Nel descrivere i vari tipi di omosessualità nel contesto della patologia narcisistica, Kernberg2 espone un primo tipo che potrebbe corrispondere al caso di Michael. Tale tipo è quello in cui predominano fattori edipici, genitali, e il rapporto omosessuale riflette una sottomissione sessuale al genitore dello stesso sesso, come difesa dalla rivalità edipica. Quanto al funzionamento narcisistico, opterei nel caso di Michael per una fusione tra i primi due livelli di funzionamento descritti da Kernberg. Il primo si riferisce ad una personalità che presenta talenti ed abilità che consentono successi nella vita sociale e soddisfacimenti sotto forma di successo ed ammirazione, mentre il secondo è formato da coloro che soffrono di gravi disturbi delle relazioni oggettuali, con carenze nella capacità di instaurare duraturi rapporti emotivi e sessuali, con presenza di sentimenti cronici di vuoto.

  Non sappiamo cosa abbia causato la crisi di Michael, né da quanto tempo duri. Non sappiamo cosa abbia voluto dirci Kaufman su Michael, né quale attinenza abbia il suo personaggio con lui stesso, che pure è passato attraverso periodi di depressione. Possiamo solo fare illazioni, cercando di interpretare la vita di un burattino. E’ questo il bello del cinema!
  Eppure, per muoverci in questa ennesima finzione di una finzione, Kaufman ci ha fornito spunti importanti di guida alla lettura. In sintesi, la mia tesi è che Michael soffra di una patologia narcisistica che per motivi a noi ignoti è ad un certo punto franata in una depressione. L’autostima è caduta forse perché si è esaurita l’energia necessaria a sostenerla.  
 Il mancato riconoscimento della propria fragilità narcisistica, sorretta fino ad un certo punto da meccanismi di gratificazione superficiale e di sublimazione, attraverso il lavoro, delle proprie relazioni oggettuali non autentiche, è probabilmente collegato ad un orientamento sessuale diverso da quello impostato da Michael, orientamento che si evidenzia nel sogno e nel continuo rimando ad una voce maschile che annulla tutte le altre.
  Per concludere, si sarà capito che sono rimasto affascinato da questo film, che purtroppo non sta avendo il successo che merita. Nel circuito dei cinema è apparso solo brevemente ed ho dovuto aspettare pazientemente che uscisse il dvd per poterlo vedere. Ne è valsa la pena e lo consiglio vivamente.
 
 
1 Per un approfondimento sul cinema di Kaufman, consiglio: Riccardo Dalle Luche (2015). Il cinema della mente di Charlie Kaufman. In I registi della mente (e altre storie) (a cura di I. Senatore). Ediz. Falsopiano.
2 Otto Kernberg (1978). Sindromi marginali e narcisismo patologico. Bollati Boringhieri. Pagg. 333 e seguito.

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