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di Redazione POL.it

STORIE DALL'SPDC: La festa della Repubblica di Antonio Luchetti

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5 settembre, 2016 - 13:32
di Redazione POL.it
Il telefono  sul comodino inizia a suonare.
Numero Sconosciuto.
Sono le 5.45 del mattino e fuori sta facendo giorno. È' un giorno grigio di fine primavera. Nonostante l'estate sia alle porte dopo una piccola parentesi di caldo siamo ripiombati nel grigio-freddo-pioggia.
La cupa Trieste non molla la presa sull'anima delle creature che la abitano.
Rispondo.
<Pronto?>
Dall'altra parte della cornetta una voce di donna.
<Antonio, ti chiamo solo per avvertirti, hanno chiamato dal Pronto Soccorso, c'è un ragazzo ungherese che dice di essere bipolare. Lo manderanno qua in SPDC>
<Ho capito>
<Non è la prima volta che viene in SPDC, bisogna chiamare il consolato per rimpatriarli, questo vuole un posto per dormire e soldi>
<Ok...>
<Poi c'è una signora che ha preso 20 gocce di triazolam perché i vicini facevano rumore, manderanno anche quella>
<Va bene quando arrivano chiamatemi, mi vesto e scendo>
Chiudo il telefono.
Spero che arrivino dopo le 8. A quel punto toccherà al collega del turno diurno occuparsi di loro.
Sono lo psichiatra reperibile per il SPDC al quale chiedono di correre in ospedale per una sbucciatura di ginocchio.
Mi appisolo.
Dopo un'ora il telefono ricomincia a squillare.
Rispondo, la stessa voce di prima:
<Sono arrivati tutti e due>
<Ok scendo, datemi una ventina di minuti, il tempo della strada>
Ho un mal di testa atroce. Mi trascino in bagno. Allo specchio gli occhi rossi sangue. Ho dimenticato le lenti a contatto per tutta la notte. Le tolgo, le sciacquo, le metto nella soluzione salina. Qualche secondo di riposo per questi poveri occhi che dovranno iniziare a vedere per un'altra giornata intera.
Sono le 7.00. Manca un'ora e sarebbe finito il turno. Mi vesto.
In casa il silenzio viene interrotto dal miagolio del gatto: vuole il suo pane quotidiano. Lo ignoro.
Apro la porta di casa, entro in macchina e parto.
Tutto questo mentre la pioggia mi bagna.
Buongiorno Trieste.
Durante il viaggio penso, ancora assonnato, faccio le mie riflessioni per dare significato a quello che sto facendo.
Devo lavorare almeno un'ora per essere pagato qualcosa. Rimarrò fino alle 8.20. Poi tornando a casa mi fermerò a prendere la colazione per mia moglie e mio figlio che dormono ancora.
Arrivo in ospedale, suono il citofono e la sbarra si alza senza che nessuno s'interroghi a dovere sulla mia identità: modalità risparmio energetico statale. Riflesso pavloviano. Senti il suono e spingi il pulsante.
Oggi è il due giugno. La festa della Repubblica italiana. Si festeggiano settanta anni della cosa pubblica. E io sono corso in SPDC per organizzare l'espulsione di un Ungherese dal territorio pubblico italiano, nostro.
Questo il modo per aiutare un povero-cristo-in-croce che in una settimana già si è presentato quattro volte in SPDC.
Due notti fa erano le quattro. Era arrivato dal Pronto Soccorso. Io ero lì ad aspettarlo. Si era seduto e mi aveva guardato negli occhi. Lo sguardo perso. L'angoscia in corpo e gli occhi già stavano urlando: <Anger... Tension .. Help me...>.
Due giorni fa gli avevo dato delle gocce, diazepam, haldol, e gli avevo offerto un letto. La mattina successiva già tutti sbraitavano perché l'ungherese, lo straniero, l'incompreso, occupava un letto.
Bene, timbro e salgo.
Prima un colloquio con la signora delle venti gocce di triazolam.
Anche in questa storia c'é qualcosa che stride.
La signora ha preso le benedette gocce perché i vicini spostavano i mobili.
Il tema vicini-che-spostano-i-mobili devo averlo già sentito da qualche parte, non mi è del tutto estraneo.
Il fratello della signora l'ha chiamata da Napoli, lei non ha risposto perché finalmente dormiva, lui ha chiamato il 118 che si é subito attivato, a Trieste. Nella staffetta terminata con la consegna del testimone in SPDC nessuno si è chiesto nulla sull'appropriatezza della domanda. In Pronto Soccorso hanno addirittura somministrato del flumazenil per contrastare l'effetto di 20 stupide gocce di triazolam.
Bene. Concludo il colloquio. La signora è in malattia fino a domenica.
È giovedì 2 giungo, la festa della Repubblica.
Ieri mille-e-ottocento persone sono state ricevute al Quirinale per festeggiare questo grande puzzle che è l'Italia. Bei vestiti e bei sorrisi davanti agli obiettivi. Un sacco di soldi buttati.
Intanto l'ungherese continua a fare capolino dalla porta cercando di ingaggiarmi con il suo sguardo. Ci riesce. Lo seguo in camera.
<Non ho soldi>, dice.
<Non posso darti soldi>, rispondo.
Non mi sta chiedendo soldi, mi sta spiegando che è disperato perché qualcuno gli ha rubato la macchinetta fotografica, con la quale sembra lavorare, e tutti i soldi che aveva. Mi racconta che è in giro da circa dieci giorni, lo comunica confusamente con le dita.
<Zagreb, Zagreb, Zagreb, Trieste, Trieste, Trieste, Muggia, Trieste, Trieste, Trieste ...>
Le conto, dieci dita, dieci giorni.
Nessuno che gli abbia chiesto quale fosse il suo progetto, il suo desiderio. Perché sei qua.
Raccolta anamnestica. Organizzazione di risposte pratiche. Superficialità di lettura.
Sentirsi vacillare, perdere i punti di riferimento, rimanere senza soldi, chiedere di essere accolto è male.
La macchina si è messa in moto. La macchina espulsiva mascherata.
Scrivo la cartella clinica, saluto tutti e torno a casa.
Sono contento perché Francesco, l'infermiere, ha vinto il concorso. Per lui ci sarà più sicurezza. Per lui che è italiano.
Passo al bar e prendo le brioche per la colazione.
Quando arrivo a casa ed apro il cancello c'è mio figlio che mi attende fuori dalla porta e mi sorride. È in pigiama.
Fatta la colazione vado al supermercato. È pieno di gente. Oggi è la festa della Repubblica e tutti si sono ricordati di fare la spesa.
Dovevo comprare il dentifricio.
Ho una gastrite che mi sta uccidendo.
Con l'occasione  prendo anche mozzarelle, shampoo, sapone per le mani, patate, fettine di pollo, detersivo per la lavatrice, baguette, affettati per il pranzo.
Oggi alle 13 dovrò prendere il treno per Jesi per partecipare ad un convegno.
Faccio la fila alla cassa e aspetto che la cassiera mi dica ventitré euro. Tirò fuori la carta di credito e la striscio. Pago. Perché a me fanno credito. Le banche.
Sono un medico del Sistema Sanitario Nazionale della Repubblica italiana.
Quando torno a casa mi preparo con calma la valigia.
Mio figlio sta guardando un cartone. Mia moglie sta guardando divani e lettini online. Ognuno se la gode a modo suo. Ognuno nel suo viaggio. Ognuno a modo suo sereno, nel suo mondo.
Prendo delle banconote dal mio portafogli e le inserisco in quello di mia moglie. Anche la carta di credito la lascio a lei. Ho prelevato 200 euro al bancomat. Sono sufficienti per i giorni che passerò fuori da casa.
< Bhe siamo pronti?>, chiedo.
< Si, mettiamo le scarpe e ti accompagniamo alla stazione> risponde mia moglie.
Il piccolo temporeggia, vuole finire di vedere un cartone animato. Ognuno ha le sue priorità. Piccolo narciso. Vedendo questa immobilità mi innervosisco e alzo la voce.
È qualche giorno che sono più nervoso del solito.  Di quel solito nervosismo che mi accompagna sempre, da sempre. Ieri ho anche litigato con mio padre. Con mio padre così buono che non riesco a sentirmi comodo. Così buono che non può capire che la parola di un padre non può attraversarti da parte a parte senza avere un peso. È quel peso che non riesco a sopportare.
Devo riprendere l'analisi.
Chissà dove è il padre dell'uomo ungherese. Gli avrà telefonato? Gli avrà risposto? Ce l'avrà un padre? Ce l'avrà mai avuto? Saprà qualcuno dei suoi familiari che si trova in un SPDC in Italia?
Bene. Montiamo in macchina e corriamo alla stazione.
Questi tre giorni fanno parte della titolazione della distanza. Da settembre il piccolo e la madre andranno ad abitare, lontano.
Mentre stiamo scendendo in stazione mi rendo conto che sto parlando del lavoro, ancora una volta mia moglie mi mostra che non ho nient'altro di cui parlare.
Stavo parlando dell'Ungherese per il quale mi sono alzato alle sei del mattino.
Arriviamo in stazione, bacio mia moglie e mio figlio e scendo dall'auto.
Li vedo andar via. A malincuore.
Alzo la valigia e mi avvio verso il binario.
Ad un tratto mi blocco. Non ho il portafogli con me. Devo averlo lasciato in macchina.
Comincio a correre alla confusa come un topo spaventato nella tana del serpente.
Mi precipito fuori, Chiamo mia moglie una, due, tre volte. Non risponde. La maledico. Tiene sempre il telefono silenzioso.
Se prendessi un taxi, tempo di arrivare a casa e tornare indietro perderei il treno, così facendo non arriverei più a Jesi.
Non so neanche se ho con me il documento di identità.
Ho solo alcune monete in tasca.
Salgo sul treno.
Non ho soldi. Mi sento perso. Un po' come l'Ungherese.
Ma oggi è la festa della Repubblica. E io sono italiano.
Borghese.
Credibile e creditore.
 
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