Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

Trump, prigionieri dell’estraniazione

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14 novembre, 2016 - 08:47
di Sarantis Thanopulos

Alla fine, come era prevedibile, Trump, l’uomo della palude, ha vinto.
Slavoj Zizek, intelligenza vivace che parla ad effetto, ha dichiarato poco prima delle elezioni che, se avesse potuto votare, avrebbe scelto Trump. Secondo lui, solo una catastrofe potrebbe spingere la sinistra a ritrovare se stessa. A parte il fatto che è meglio non giocare con le catastrofi, Zizek pensa che la sinistra sia un’entità a sé stante, avulsa dalle relazioni sociali di scambio e dalla vita delle persone di cui è espressione. Dalle catastrofi ci si può riprendere, ma se le si rincorre per poter poi risorgere, diventano un fatto periodico, ripetuto. C’è una discreta confusione in giro.
Della vittoria di Trump si è pensato troppo a lungo come ipotesi assurda. Forse lo era qualche anno fa, ma oggi è plausibile e coerente. La malattia gravissima di cui soffre la nostra civiltà, ha avuto per decenni un decorso relativamente asintomatico e l’arrivo improvviso del sintomo acuto ci ha colti di sorpresa. A partire dagli anni settanta del secolo scorso si è parlato molto di una società narcisistica, ma in che cosa consistesse non è stato mai sufficientemente chiaro. Il narcisismo è inteso generalmente come egocentrismo o investimento della propria immagine a scapito dell’impegno affettivo, mentale e erotico della relazione con l’altro. Guardando le sue manifestazioni esterne, ci si avvicina più alla sua natura prestando attenzione al prevalere del possesso delle cose sul loro uso reale o dell’ideale sulla vita vera.
Negli anni ottanta, André Green, grande psicoanalista francese scomparso qualche anno fa, ha distinto tra narcisismo di vita e narcisismo di morte. Il primo è l’amor proprio che si apre alla relazione. In effetti siamo veramente amati  e sentiamo di aver valore, solo dove amiamo, dove l’altro ci gratifica di un amore e di un riconoscimento che ha a che fare con il dispiegamento di un nostro modo di essere e non con le nostre qualità astratte da noi stessi. Amare è esposizione, rischio, l’incontro con l’altro è vulnerabile e spesso ci si accorge tardivamente di non averlo protetto. Il ritiro è in agguato e può diventare chiusura permanente. Quando il disinvestimento è radicale, il narcisismo è mortifero (abborrisce la vita), nulla ha a che fare con l’amor proprio vero.
In realtà è investita l’esteriorità, la superficie/interfaccia dei contatti sociali, e viene tolto l’investimento all’interiorità, la spinta, che nasce dalla profondità, verso il mondo. La stagnazione interna crea un falso senso di sicurezza e di stabilità che sostituisce l’amor proprio e congela il desiderio del soggetto.  
In “Le origini del totalitarismo", Hanna Arend cita Epitteto (il filosofo stoico greco): l’uomo estraniato (eremos) è circondato da altri con cui non può stabilire un contatto o alla cui ostilità è esposto. Il narcisismo di morte produce estraniazione: una moltitudine simbiotica fatta di monadi non comunicanti. Con queste monadi il linguaggio di Trump si incastra perfettamente: incoraggia il rigetto delle differenze e la protesta senza obiettivi reali, che quanto più radicale è, tanto più taglia i collegamenti con la realtà circostante. L’eclissi delle differenze e delle forze d’attrazione, che esse producono, crea indifferenza. Lo scambio è sostituito da un processo di omogeneizzazione che nella sua forma più estrema trasforma gli esseri umani in palline vaganti che possono solo scansarsi l’una dall’altra o entrare in rotta di collisione. L’anestesia affettiva in cui vivono, non permette loro di percepire il danno dei loro interessi vitali, né di ribellarsi alla loro condizione.

 

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