FRATTALI
Fratture,intersezioni,crepe nel pensiero dominante
di Leonardo Montecchi

L'emergente telefonico

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28 febbraio, 2017 - 09:43
di Leonardo Montecchi

con Gabriella Maggioli (Centro studi e ricerche Josè Bleger)
 
 
Che cos’è un emergente
 
Per iniziare questo lavoro riprendiamo la nozione di emergente,come un concetto all’ interno della teoria dei gruppi operativi.
Ciò che differenzia questa concezione dalle altre è la nozione di compito. Il compito è l’oggetto astratto che convoca i partecipanti, il motivo che li chiama a riunirsi, ma anche un elemento interno, dal momento che nel dispiegarsi del processo gruppale emergeranno i fenomeni transferali, le rappresentazioni degli oggetti interni, le proiezioni dei membri del gruppo. La finalità dei gruppi operativi è quella di “rompere gli stereotipi e imparare a pensare” sia intorno ai problemi che ogni integrante porta a livello personale, sia intorno alle difficoltà che si sono manifestate nel qui e ora del gruppo. Per la concezione operativa dal momento in cui si rompono le stereotipie della comunicazione e dell’assegnazione e assunzione dei ruoli, le persone, attraverso la modificazione dei legami interni ed esterni, possono sperimentare nuove forme di adattamento alla realtà,  pianificare e realizzare nuovi progetti.
Per Pichon Riviere emergente può essere un portavoce cioè chiunque in un gruppo in "un determinato momento dice qualcosa,enuncia qualcosa, e questo qualcosa è il segno di un processo gruppale che fino a quel momento è rimasto latente o implicito,come nascosto dentro la totalità del gruppo.”.
Il portavoce attraverso la sua dimensione verticale: la sua storia, l’attraversamento di molti gruppi incrocia la dimensione orizzontale del gruppo nell’hic et nunc. In questo incrocio il portavoce,senza averne coscienza “enuncia qualcosa” che si riferisce al suo vissuto ma questo enunciato può in un momento dato,riferirsi ad un “qualcosa”.
Nel processo gruppale il portavoce dunque esplicita un implicito. In altre parole, la persona  che enuncia un fatto è portavoce di sé ma anche delle fantasie inconsce di tutto il gruppo. 
Come un segno ,l’enunciato del portavoce deve essere decodificato dal gruppo,particolarmente dal coordinatore,che segnala il significato di questo aspetto.
Il portavoce è dunque un fenomeno verbale della comunicazione nel gruppo,è una persona che “parla”. Si tratta di un “enunciato verbale”, di una proposizione emessa con la voce.
E’ il gruppo stesso a decodificarne il significato oppure è il coordinatore ad esplicitare il possibile riferimento fra l’enunciato di un portavoce e l’implicito nel gruppo.
In questo risiede anche la differenza fra la tecnica operativa e le altre. Infatti  l’interpretazione il sottolinea che ciò che è stato detto ha a che fare con la storia personale ma anche con le fantasie inconsce di tutto il gruppo prodotte dall’interazione delle persone fra loro e con il coordinatore nel qui e ora e in relazione al compito.
Ad esempio. Nella sessione prima della sospensione estiva di un gruppo che  si riunisce con frequenza settimanale da sei mesi un integrante ad un certo punto dice:
“ ho sognato mio zio che è mortro dieci anni fa, mi sono svegliato piangendo”
Allora qualcuno del gruppo o il coordinatore può dire:
“anche noi ci dobbiamo lasciare, ma solo per due mesi”.
Il portavoce aveva enunciato, tramite il suo sogno che si riferisce alla sua vita, un implicito nel gruppo che non era stato esplicitato ancora da nessuno e cioè un sentimento di lutto perché il gruppo non si sarebbe più visto per due mesi. E’ un implicito gruppale, nel senso che tutti gli integranti avvertono quella sensazione in quanto membri di quel gruppo e solo in quel gruppo si può sentire quella sensazione. Allora l’enunciato di un integrante che riporta un suo sogno apparentemente privato e che si riferisce alla sua storia famigliare risuona nel gruppo come l’esplicitazione di qualcosa di latente: la sospensione di due mesi della frequenza di incontro.
Si può pensare che alla persona che ha parlato è venuto in mente proprio quel sogno perché la dinamica del gruppo gliel’ha suggerita. Per questo non si tratta solo di un fatto personale  ma di una dichiarazione dell’accadere gruppale.
Ma l’emergente è un concetto più esteso, così come la comunicazione verbale è un caso particolare della comunicazione, così il portavoce è un caso particolare di emergente.
L’emergente  è un  segno perchè,come dice Pichon per il portavoce, anche l'emergente è un qualcosa che è segno di un implicito o di un latente che deve essere decodificato
.Puo trattarsi quindi anche di un azione, un lapsus, un atto mancato, un silenzio,  un’ assenza, ecc., che svela sul piano manifesto qualcosa che appartiene al latente, al non pensato e che emergendo permette attraverso l’interpretazione di essere compreso da tutto il gruppo.
Questa lettura dell'emergente ci porta inevitabilmente alla semiotica e cioè ad una teoria del segno.
Per C.S.Peirce il segno può essere una icona, un indice o un simbolo.
Una icona è un “qualcosa “che sta al posto dell’oggetto  con cui ha una relazione di somiglianza, per esempio la fotografia di un tavolo. Un indice  indica l’oggetto con cui ha una relazione, ad esempio un indicatore mobile dei venti. Un simbolo invece ha una relazione del tutto arbitraria con l’oggetto. Una relazione simbolica è dunque una relazione in cui è il codice condiviso che attribuisce un significato ad un qualunque segno. I soggetti che lo utilizzano possono comprendersi fra loro,altrimenti non potrebbero comunicare.
Per tornare al gruppo operativo allora è il codice che il gruppo ha costruito ad attribuire il significato ad un segno. E il segno non è necessariamente un enunciato verbale può essere, come si diceva, un comportamento ma anche un accadimento : una porta che si apre,
la luce che si spegne o si accende,una sedia vuota, il rintocco di un campanile,il rumore del traffico e così via. Anche un enunciato è un fatto.
 
Dunque il portavoce enuncia qualcosa  ma anche  qualcosa accade .
Potremmo dire,sulla scorta del Wittgenstein del Tractatus, che il gruppo è tutto ciò che accade e che il gruppo è la totalità dei fatti, non delle cose.
I fatti si pongono nel gruppo operativo come segni che devono essere decodificati.
Questo significa che il fatto in questione è codificato secondo un codice che è necessario conoscere per poterlo esplicitare.
Pichon Riviere parla di un "processo gruppale che fino a quel momento è rimasto latente" è dunque quel momento,quel determinato momento è il punto di emergenza del “latente gruppale".  
 
Che cosa si intende per momento?
 
Si intende un intervallo di tempo un istante in cui un processo latente che appartiene ad un piano "sottostante" o “laterale” o “soprastante” emerge nel piano di superficie del processo gruppale che si sta svolgendo. Si tratta di una manifestazione di ciò che era nascosto fino a quel "momento" nelle pieghe dell'accadere gruppale.
 
 
 
Henri Lefevre   nella critica della ragione quotidiana definisce il “momento” come
“il tentativo che mira alla realizzazione totale di una possibilità”
Su questa scorta possiamo dire che il momento attuale del gruppo contiene una infinità di altri momenti  come possibilità e che la durata del momento attuale dipende dalla mutua rappresentazione degli integranti del gruppo. Ad un certo punto “qualcosa “ emerge nel momento attuale e se le condizioni di possibilità lo permettono e cioè se il segno viene interpretato allora si passa ad un altro momento.
Questo processo è descritto da Pichon Riviere come : esistente, interpretazione, nuovo emergente. Nel senso che da un momento si passerà ad un altro in cui ci saranno nuovi emergenti e così via in una dimensione aperta a forma di spirale dialettica .
 
 
 
 
 
In questo lavoro ci concentriamo su un tipo particolare di emergente, è un emergente non verbale, un fatto.
Dobbiamo anche pensare all’emergente come il risultato di un insieme di forze che premono all’interno del setting gruppale. Parliamo di una pressione che proviene dal compito, una che proviene dal gruppo una che proviene dall’istituzione dal coordinatore e dall’osservatore. Tutte queste pressioni producono come risultante l’emergente nel campo gruppale.
 
 
 
Il gruppo
Il gruppo di cui parliamo si incontra una volta a settimana ed è composto da persone con problemi di dipendenza patologica. Alcuni integranti provengono da percorsi comunitari o diurni e sono in una fase di reinserimento, altri sono già stati dimessi dalla struttura ma continuano a frequentare il gruppo,alcuni sono in carico al Servizio pubblico per le tossicodipendenze (Sert). Compito del gruppo è parlare degli ostacoli che impediscono la realizzazione di sogni, desideri, progetti e di tutto quello che si vuole.
 
I
Nella seduta  che precede la costituzione dell’emergente che vogliamo analizzare, il gruppo si apre con un assenza,il primo emergente, manca infatti, F. che ha da poco avuto una ricaduta.
L’assenza, con sollievo di tutti, verrà riempita dall’arrivo di F, dalla sua presenza fisica.
La sua assenza può essere interpretata, rispetto al compito, come resistenza di tutto il gruppo a realizzare i propri desideri.
L’emergente finale è dato dall’enunciazione di F.:
“mi fanno giocare sempre di fascia, mai di punta…”
che sembra riproporre questo ostacolo.
Sembra infatti dire che  gli è   impossibile cambiare ruolo, non può realizzare il suo desiderio. L’ostacolo è rappresentato dall’idea che gli “altri” lo rimettono sempre nello stesso ruolo, che non si può cambiare identità.
Lui giocherà sempre il suo “ruolo di fascia” E quindi tutti “giocheranno sempre nel loro ruolo
cioè :non è possibile il cambiamento. Tutto si ripete.
Il tema della ripetizione è un tema costante dei gruppi, la ripetizione rende evidente l’ostacolo che impedisce di realizzare il desiderio.
Non si può cambiare ruolo  anche se si vuole perché gli “altri” non lo permettono. E’ l’altro generalizzato di Georges Mead che impedisce il cambiamento, è il gruppo interno che non si modifica ed è costretto a ripetere.
Questo emergente è un capo espiatorio.
F. prende su di se la resistenza al cambiamento e il desiderio di tutti di potersi fare di eroina.
 
II
 
La seduta successiva  si aprirà nuovamente con l’assenza di F.  ma, questa volta, il vuoto non verrà colmato dalla presenza.
Qualcuno cerca di chiamare, la ragazza con cui F. ha avuto una relazione tiene il telefonino fra le mani, con questi oggetti si cerca di riempire il vuoto. Si percepisce l’ansia.
Cosa sarà successo a F?
Nella sala dove si svolge il gruppo è presente anche un telefono fisso. Rimasto sempre silente e sullo sfondo, tanto da poterne dimenticare o ignorare la presenza. Nelle sedute precedenti se squillava nessuno rispondeva,lo squillo faceva emergere delle fantasie gruppali latenti.
In questa seduta,invece,c’è un l’irruzione del reale nell’immaginario con la forza di un emergente
Ad un certo punto si sente squillare il telefono. Quel trillo insistente porta con se una fantasia gruppale : “chi sarà? È F.?
Qualcuno risponde.
E’ la madre di F. che lo sta cercando, non  ha notizie, spera di trovarlo al gruppo o che qualcuno possa dirgli qualcosa. Questa voce sembra tradurre l’assenza, rimette in circolo l’assenza. Due persone lasciano il gruppo per andarlo a cercare, altre due, di cui una è  il coordinatore, lo faranno alla fine  della seduta.
Troveranno il cadavere di F. nella stanza del residence dove era ospite. L’assenza è riempita ma non c’è  più una presenza c’è la morte.
 
 
III
 
Il gruppo continua a riunirsi ogni settimana. Passano alcuni mesi.
Della morte di F. si è parlato, qualche volta, con molta difficoltà. I funerali si sono svolti e quasi tutti hanno partecipato, ma il gruppo rimane costantemente nel pre-compito. A volte, infatti, ciò che gli emergenti esprimono è la resistenza al cambiamento. Il gruppo si stereotipizza per difendersi dall’ ansia, dal senso di insicurezza  e dalla paura vissute come intollerabili. Pichon  descrive questo fenomeno come “sabotaggio”. Il sabotaggio per Pichon si propone sempre nelle prime fasi di un gruppo,nella fase di “precompito”, caratterizzata dal dispiegarsi di tutti i meccanismi di scissione della posizione schizoparanoide, ma se la fase non è superata con l’ingresso al secondo momento di elaborazione del compito, e lo stereotipo diventa sempre più rigido, la produttività del gruppo sarà nulla.
Poi circa alla metà di una seduta il telefono squilla; è una ragazza che avvisa di non poter partecipare ma di stare bene.
Molte persone escono a fumare, scaricano la tensione, la paura, sono più sollevate. La telefonata sembra rievocare il fantasma di F, “il ritorno relativo del morto”; si parla della camicia che indossava al momento del la morte che è stata affidata dai genitori alla ragazza di F.
 
 
 
Così come scrive Shakespeare in Amleto:
Marcello :Taci,Interrompi! Guardate ecco che torna! (Entra lo spettro)
Bernardo : Colle sembianze medesime del re morto.
Marcello : Tu sei dotto parlagli Orazio.
 
 
E’ noto il processo del lutto. Ne parla Sigmund Freud in lutto e malinconia. Il lutto consiste nella separazione dall’oggetto dell’investimento libidico questa separazione ha i suoi tempi. Durante questo periodo la libido che si distacca, ossia l’investimento affettivo, può condizionare l’umore e si possono presentare sentimenti ambivalenti nei confronti del morto. Nel passato dell’occidente ed in società non occidentali esisteveno tempi definiti per separarsi dai morti. C’è il primo funerale, il seppellimento o l’incenerimento del cadavere o l’esposizione ad agenti naturali. Poi il secondo funerale che serve a separarsi dall’anima del morto. Questi riti sono stati analizzati da Ernesto de Martino in Morte e pianto rituale. Il “ritorno relativo del morto” si ha quando il lutto non è stato ben elaborato, quando i sentimenti di ambivalenza fanno comparire il “fantasma” che richiede un comportamento rituale per potersene andare.
 
In quella seduta  si parla della camicia che indossava al momento del la morte che è stata affidata dai genitori alla ragazza di F.
 
Questa camicia ci appare come un resto non elaborato .La seduta si chiude con la decisione di portare la camicia nel gruppo della settimana dopo per decidere cosa  farne.
Il gruppo ha bisogno di accompagnare F.,edi dargli un secondo funerale      e in questo modo liberare se stesso dalla presenza del suo fantasma e delle angosce di morte.
Nei rituali funerari del mondo antico spesso è presente quella che viene definita  :”l’ideologia del cadavere vivente”; si tratta di una fase intermedia di passaggio fra la condizione dei vivi e quella dei morti, fra l’al di qua e l’al di là,durante la quale il morto si avvia a morire definitivamente e a raggiungere il suo regno sostenuto dal comportamento rituale  della comunità. Se i riti non sono eseguiti il regno dei morti non può essere raggiunto e il cadavere rimane inquieto e torna ostilmente tra i vivi( il ritorno relativo del morto).  I riti rendono possibile un graduale distacco e la costituzione di un nuovo stato di equilibrio permettendo ai vivi di partecipare alla condizione del morto e al morto alla condizione dei vivi .
 
“ allo spirare del periodo di lutto  il morto è definitivamente morto, nel senso che esso ha una vita regolata nell’al di là, quali che siano le singole specificazioni che il mito delle anime dopo la morte riceve nelle singole civiltà religiose del mondo antico. Viene così raggiunto il momento mitico del regno dei morti, in cui il defunto acquista una condizione di esistenza più stabile e ritualmente controllata e soprattutto un  valore che regge la vita individuale e sociale e la alimenta. Si compie così, mediata dagli orizzonti tecnici mitico rituali quella “seconda morte” culturale che l’uomo procura alla “prima morte” naturale, ridischiudendo il “diritto dei vivi” …. (Ernesto de Martino, “morte e pianto rituale nel mondo antico”)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
IV
 
La settimana seguente il gruppo si apre con la presenza fisica della camicia, con l’oggetto parziale.,un resto, una reliquia  che  presentifica F. e consente al gruppo di parlare della colpa. L’emergente centrale è nuovamente una telefonata che anche questa volta segnala una presenza e toglie un po’ di ansia. E’ ancora la ragazza assente la seduta precedente che avvisa di  stare bene. Si può  pensare alla “seconda morte” , alla liberazione, perché lo spirito, l’ oggetto parziale, non diventi persecutorio. Gli emergenti sembrano segnalare questo lavoro.
Qualcuno definisce la camicia “una reliquia”, altri diranno “per me è meglio darla alla famiglia che la pianga”, “io la darei al prete”, e ancora:“faccio fatica a mettere insieme il reale con lo spirituale, cosa fare? io la darei a lui ma non si può..”, “i morti sono morti e vanno lasciati stare..” ,“seppelliamolo definitivamente...”.
Si decide che la camicia verrà restituita alla famiglia di F. tramite il coordinatore del gruppo.
 
 
 
Il Rito metropolitano
 
 
I genitori di F. sono stati chiamati, si sono fatte alcune sedute. Da questi incontri è emerso che si erano sentiti abbandonati dal gruppo degli altri famigliari.Si sentivano soli anche nella loro famiglia. F. era figlio unico. Erano arrabbiati con i terapeuti perché pensavano che la morte di F. fosse una loro responsabilità.
Tutto questo si è chiarito,parzialmente, permettendo una elaborazione del lutto. Ma mancava qualcosa. Mancava un rito di separazione un “secondo funerale” un atto simbolico di questa società, non la riesumazione irreale di un antico rito. Del resto il funerale religioso era già stato fatto.
La camicia che era rimasta nel gruppo chiedeva di perdere il significato di reliquia, bisognava trovare qualche forma per “designificarla” per farla tornare una camicia e non una reliquia.
F. era uno sportivo, amava il calcio, anche se lo facevano giocare “solo di fascia e mai di punta”.
Allora abbiamo pensato ad un atto sportivo un “memorial per F.” Un torneo di calcio fra quattro squadre che conoscevano F. con un premio. Il premio alla squadra vincitrice sarebbe stato consegnato dai genitori di F.
Così è stato. Il torneo è andato molto bene, tutte le squadre hanno fatto onore alla giornata giocando con impegno nel caldo. I vincitori sono stati premiati dai genitori.
Questo rito metropolitano ha permesso al gruppo di separarsi da  F , la camicia è tornata ai genitori che l’hanno trattata come tutti gli altri vestiti di F. così è scomparsa la reliquia. Ha avuto la funzione di fare superare il lutto. Del resto l’apparire della camicia nel gruppo come emergente del lutto non risolto stava a significare che esistevano problemi non risolti con i genitori di F.
Se non fosse comparsa la camicia non sarebbe stato possibile saperlo né organizzare il memorial per F.
 
 
 
 
Dunque la camicia si ricollegava all’assenza e l’assenza si collegava al cadavere e dunque alla morte di F. ed al sentimento di colpa del gruppo che aveva prodotto un capro espiatorio. La camicia ritornava come un fantasma, come un resto “insepolto” a ricordare che c’era qualcosa che era necessario fare per superare l’ostacolo che era stato segnalato nel gruppo prima dalla assenza e poi dalla morte di F.
Un modo per superare l’ostacolo è stato il torneo di calcio.
 
 
 
Bibliografia:
 
Armando Bauleo          Ideologia gruppo e famiglia             Feltrinelli
 
Sigmund  Freud               Lutto e malinconia                        Boringhieri
 
Enrique Pichon Riviere   Il processo gruppale                     Lauretana
 
Leonardo Montecchi        Varchi                                          Pitagora
 
Henri Lefevre                  Critica della vita quotidiana           Dedalo
 
Ernesto De Martino         Morte e pianto Rituale                  Boringhieri
 
Charles S. Peirce             Opere                                          Bompiani
 
Wiliam  Shakespeare       Tragedie                                      Mondadori
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