CORPI PARLANTI E PAROLE CORPOREE: AUTISTICI, OPERATORI, GRAVITA’ E FUNZIONAMENTI (PIU’ O MENO)

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14 maggio, 2017 - 09:10
Premessa
Desidero presentare l’autismo “grave” (con profonda e pervasiva compromissione del comportamento sociale e della comunicazione) a partire da cinque possibili orizzonti di lettura:
  1. In primo luogo, la ripresa del dibattito tra spiegazione e comprensione, a partire da quanto esplicitato, per esempio ma non soltanto, da Jaspers nel celebre tratto di psicopatologia del 1913;
  2. In secondo luogo, la necessità di ricercare e ricevere soccorso e sostegno da modelli descrittivi provenienti da altre discipline, e anche da altre culture, per poter provare a comprendere l’incomprensibile;
  3. In terzo luogo, cosa accade se come operatori clinici e dell’educazione proviamo a rappresentarci la persona autistica grave non più  come “non-verbale” bensì come “pre-verbale”?;
  4. In quarto luogo, il ruolo dell’intercorporeità e quindi della comunicazione quando questa non si appoggia sul dire;
  5. Infine, la questione del “funzionamento” alla luce del passaggio dal corpo come macchina al corpo in quanto forma di vita, corpo-leib.
Tentare di rappresentare l’autismo non verbale attraverso uno scritto che giocoforza si appoggia sull’uso della parola, è una contraddizione che va accettata prima ancora che affrontata e superata.
Pertanto, cercherò di pescare dentro il vaso delle mie esperienze quotidiane per poter essere il più possibile efficace, nel condividere una porzione pur piccola di quel qualcosa che sfugge alla parola e dato che il significato degli enunciati passa per l’enunciazione  scriverò qualcosa del sottoscritto. Mi occupo di autismo da quasi vent’anni. A metà del mio percorso di studente di psicologia (molto lento a progredire…) ho avuto l’occasione di vedere i primi “pazienti” e questi erano prevalentemente autistici – bambini, adolescenti e giovani adulti…– la netta maggioranza dei quali quasi del tutto non verbali e tutti con significative compromissioni del comportamento sociale e delle autonomie personali.
Di alcuni di questi ho seguito l’intera parabola esistenziale, e alcuni come Fondazione Giovanni XXIII presso Valbrembo (Bg) li seguiamo tuttora e nel frattempo ne ho incontrati tanti altri, quasi tutti - come si dice… - a “basso” funzionamento: non verbali, bizzarri nel modo di abitare lo spazio e il tempo, imprevedibili nei comportamenti, tutti quanti piuttosto irrequieti e in alcuni casi con una particolare propensione ad utilizzare il linguaggio dell’aggressività fisica.
Come psicoterapeuta, transito dalla vita comunitaria con queste persone, allo studio situato al secondo piano dello stesso edificio, dove incontro soggetti che vengono a parlare e a volte mi rendo conto che, affidandomi alla parola, rischio di diventare insensibile ad altre modalità di messa in comune di messaggi, molti dei quali vere e proprie richieste di aiuto che si presentano in forma paradossali, rovesciate rispetto alla logica della vita quotidiana.
Recentemente incontro settimalmente un bambino con diagnosi di autismo - volutamente non dico  che è autistico… - che ha una spiccata sensibilità per il mondo dei suoni, parla privilegiando i verbi all’infinito e sembra davvero terrorizzato dal canto, dai suoni, da tutto ciò che è al di là del suo controllo, oltre che essere molto aggressivo, sia con gli oggetti che la pelle-carne altrui… Da lui sto imparando molto a proposito di un mondo costruito in base alle leggi della sensorialità uditiva, e non sempre è possibile comprendere se i suoni lo invadono provengano da fuori o da dentro… Per lui le orecchie sono un vero dramma e in seduta ho esattamente la sensazione di dover svolgere la funzione di modulatore del suono, di anti-amplificatore, e da qualche settimana, la funzione di cucitore di brandelli psichici, pezzi di un mondo interno dominato dalla dissociazione tra lui e l’altro bambino, immaginario (quello “bravo”), che gli contende l’amore dei genitori. Quindi, lavoro su due livelli, integrandoli: quello della parola e quello della voce… Cito questo caso perché, pur essendoci delle parole, non è chiaro chi ne sia il soggetto e non è sempre chiaro quale sia il vero linguaggio con il quale questo bambino intende comunicare qualcosa…  E cito questo caso come esempio di un tema che qui però non svilupperò: l’uso della diagnosi di autismo come diagnosi-cestino (Kanner 1965), dentro la quale buttare dentro tutto ciò che non si capisce di un bambino, come questo.
Cinque possibili letture dell’autismo e dei suoi fenomeni
Primo punto: spiegazione contro comprensione, o come dicono gli psichiatri fenomenologici, differenza tra essere di fronte a qualcosa (il segno clinico, quello che combinato con altri scaraventa il paziente in una categoria del DSM piuttosto che in un’altra), ed essere con qualcuno (il paziente con le sue ragioni, che non sono “s-ragioni” e noi con le nostre ragioni e dunque i faticosi tentativi di dare vita ad un incontro)…  Ora, rispetto al rapporto tra spiegazione e comprensione quando si tratta di autismo a basso funzionamento, o ad alta compromissione, il mio punto di vista è il seguente: se da Jaspers in poi nel caso di tutte le principali esperienze di sofferenza psichica, assistiamo al passaggio tra la spiegazione, come processo oggettivante, alla comprensione, come processo di costruzione della modalità di accostamento all’esperienza soggettiva dell’altro o quantomeno, come sollecita Rossi Monti, ad una oscillazione tra una posizione e l’altra utile per sottrarre il paziente al destino di impersonalità, nel caso dell’autismo e in particolare dell’autismo non verbale, dell’autismo possiamo dire comportamentale, si è fatto secondo me un passo indietro, cioè si è tornati a ragionare (o s-ragionare…) secondo lo schema quanto mai improbabile della causa e dell’effetto, o quella versione secondo me falsa che passa sotto il nome di con-cause, di molteplicità di cause – versione utile per dire in modo politicamente corretto che non si sa che pesci pigliare…
Tutto ciò che ha a che vedere con il transfert paziente-operatore e operatore-paziente sembra passare in secondo piano. Siamo lontanissimi da quanto asserisce per esempio  Kohut (“L’empatia è una modalità conoscitiva adatta specificatamente alla percezione di configurazioni psicologiche complesse”) ovvero che quanto più il paziente è grave, maggiore è la probabilità che il paziente non utilizzi il canale espressivo più congeniale all’operatore e quindi maggiore deve essere la sensibilità di quest’ultimo.
Non esiste il riconoscimento di una esperienza autistica del mondo, in analogia all’esperienze psicotica del mondo… Certamente esiste una letteratura sempre più ricca di autistici ad alto funzionamento che riportano cose interessanti delle loro esperienze e di cui tutto sommato troviamo qualche traccia negli incontri con autistici che non parlano, non scrivono, non trovano modalità di comunicare se non attraverso agiti aggressivi o attraverso  l’uso di ciò che il corpo mette a disposizione e degli oggetti della vita quotidiana.
Personalmente, non ho mai amato molto la figura secondo me un po’ astutamente mitizzata, di Temple Grandin prototipo dell’autistico che, immagino, tutti gradiremmo incontrare nelle nostre realtà di lavoro. Tuttavia, alcune descrizione del suo modo di percepire il mondo, e soprattutto del suo modo di percepire quel pezzo di mondo che è il proprio corpo, sono utili per provare a capire cosa succede dentro un autistico non verbale il cui corpo-comportamento ad un certo punto deflagra, esplode, produce urla o lancia oggetti o altro ancora… Quando penso alla descrizione che la Grandin fa della macchina stringente, la macchina dell’auto-abbraccio, penso ad alcuni ragazzi autistici che ho incontrato i quali, all’apice di una crisi di angoscia sembravano chiedere e gradire di essere contenuti da numerose coperte, da un materasso poggiato sopra il loro corpo sdraiato, e allora in quel momento trovavano sollievo come se l’Io-pelle, il moi-peu come scrive Didier Anzieu, già fragile non potesse in alcun modo fungere da contenitore.
Ora, Temple Grandin queste esperienze le ha rese note attraverso la scrittura ma credo che la maggior parte delle persone con autismo che sentono il loro corpo esplodere non abbiano la possibilità di disporre di un linguaggio la cui funzione sarebbe alla fine quella, preziosa, di indicare all’operatore cosa fare, che tipi di aiuto mettere in campo.
La torsione regressiva dalla comprensione alla spiegazione rischia, a mio parere, di produrre operatori sempre più rivolti a determinare la causa che precede l’effetto, piuttosto che operatori disposti a partire dall’effetto, reale, per costruire dal dentro, empaticamente, l’assetto psichico migliore per poter provare ad essere efficaci. Gli approcci comportamentali sono utili per affinare le capacità di osservazione dell’operatore, utili per lavorare adeguatamente sull’ambiente non-umano che circonda una persona con autismo non verbale, per approntare le dovute cautele a protezione di una precarietà emotivo-sensoriale che rende queste persone particolarmente vulnerabili.
Tuttavia, il rischio è quello di creare operatori che si attrezzano soltanto quando viene stabilita una spiegazione, dimenticando una esperienza preziosa, e cioè che non siamo nati parlanti ma siano nati dotati di un corpo che soltanto poi comincia a produrre suoni che si articolano in un linguaggio. Pensiamo per esempio alla questione del pensare per immagini, un tipo di pensiero che sembrerebbe a quasi esclusivo appannaggio della mente autistica, o di qualche personaggio storico particolarmente brillante e dotato.
Non credo che sia del tutto così. Le nostri notti, quando dormiamo, sono animate dai sogni, così come, di giorno, i nostri atti creativi  sono spesso il frutto della concatenazioni di immagini, di visioni, di modi di mettere insieme elementi disparati. A volte, vediamo soluzioni ai nostri problemi quotidiani prima ancora che subentri una articolazione verbale del problema stesso. O ancora, nei nostri studi di psicoterapia ci capita di dire ogni tanto qualcosa di intelligente proprio perché non ci siamo affidati al pensiero verbale ma alla libera associazione, che è fondata più che altro su frammenti pre-logici e dalle nostre bocche escono frasi che sorprendono in primo luogo noi stessi e in quel caso sembra che possiamo essere di un qualche aiuto al nostro paziente, proprio in quanto abbiamo pensato a lui ma non attraverso il pensiero verbale.
Riprendendo la questione del conflitto tra spiegare e comprendere nell’introduzione all’opera di Jaspers Umberto Galimberti scrive che “[…]  Nel 1913, la pubblicazione di questo libro determina, nell’ambito della psichiatria, da un lato un radicale mutamento del modo di leggere la follia, dall’altro  la nascita di una disciplina, la psicopatologia, che non cerca le ‘cause’ della follia nella genericità dell’organismo, ma il suo  ‘senso’ per il singolo individuo. Un senso che si sottrae all’ordine scientifico della ‘spiegazione’, ma non a quello ermeneutico della ‘comprensione’, almeno fino a quel limite dove cade la barra dell’’incomprensibile’”.
L’autismo non verbale corrisponde alla barra dell’incomprensibile e dunque siamo del tutto giustificati a destinare la totalità dei nostri sforzi per conquistare il terreno della spiegazione scientifica abbandonando il terreno, poco praticabile, del senso per il singolo individuo? O possiamo, disintegrando le categorie diagnostiche, tornare alla dimensione della comprensione del paziente “difficile” attraverso l’accuratezza delle descrizioni delle sue probabili esperienze, in base al principio che l’essere umano è unità composta da molteplici sfumature, che una qualche natura umana esiste e che dunque la comune appartenenza ci avvicina?
Sono benvenute, anche perché inarrestabili, le conquiste relative alla comprensione del funzionamento del sistema nervoso centrale, e tuttavia esse debbono fungere da limite ai rischi di farneticazioni interpretative o peggio allo sviluppo di rimedi magici verso i quali tante famiglie di persone con autismo “a basso funzionamento” rischiano di confluire in preda alla disperazione e alla speranza. Ma il fatto di aver cambiato il nome della macrocategoria degli autismi – Disturbi neuro-evolutivi – non deve essere motivo di resa di fronte all’incomprensibile, di fronte al fatto che come scrive Elvio Fachinelli nelle pagine di Claustrofilia: “[…] Non siamo solo esseri parlanti. E ciò che è fuori della parola può essere comunicato. Il pianto e il riso, per esempio, comunicano senza che ci sia, il più delle volte bisogno di tradurli in parole. La tristezza e la gioia possono rispecchiarsi nel linguaggio verbale; ma spesso possono essere comunicate senza bisogno di far intervenire una sola parola. Nel momento in cui vien posto l’accento sul ‘dire’ anziché sul ‘comunicare’, ciò che non è verbale è posto in una posizione a margine, da cui sembra poter emergere soltanto attraverso una interpretazione verbale... […] In definitiva, il non verbale diventa secondario rispetto al verbale, e il privilegiamento di questo tende ad escluderlo”… Allargando l’osservazione di Fachinelli, ed inglobandovi l’autismo, potremmo dire che nell’autismo si consuma il privilegio della spiegazione e l’esclusione della comprensione, il privilegio del cervello e l’esclusione del senso, il privilegio della scientificità dei metodi obbiettivi e l’esclusione del corpo dell’operatore, delle vicissitudini della sua vita non-consapevole che si consumano accanto al paziente autistico non verbale.  In una parola, è la trasmissione non verbale fra soggetto e soggetto che viene taciuta, esclusa dal campo della ricerca e della conoscenza, dall’insieme delle tematiche che attraversano l’esistenza di ognuno di noi: la vita, la morte, l’amore, la sessualità (in una accezione ben più ricca di quella trattata dall’educazione sessuale rivolta al disabile psichico…), i legami.
Diventa pertanto, ed ecco il secondo punto, di utile soccorso a noi tutti il fatto di poterci aprire a modelli descrittivi del comportamento non finalizzati alla spiegazione ma tali da arricchire in noi la capacità di comprensione, di comprensione dell’incomprensibile, di ciò che la persona con autismo non dice ma comunica. Una domanda che mi pongo spesso è: come posso comprendere i vissuti somatici delle persone che frequentano quotidianamente, di giorno e talvolta anche di notte, il servizio che dirigo? Qualche quadretto drammatico:
  • L. accompagna la sua esistenza usando la voce, con varie modulazioni. Si comprende che si sta per generare una crisi emotiva, che può raggiungere elevatissimi livelli di auto-eteroaggressività, al mutare della sua voce con tonalità di squarcio, così come l’uscita dalla crisi è annunciata da un tono più dolce, cantato, più da onda del mare cullante;
  • G., totalmente non verbale, alterna periodi in cui è vigile, ad altri in cui è sovrastato da una sonnolenza difficile da contrastare. Mi interrogo non soltanto sull’esperienza in sé ma anche sulla periodicità dell’alternanza del ritmo sonno-veglia, esteso nell’arco non di ore ma di settimane;
  • A. utilizza poche parole, parole corporee con prevalenza di tonalità esplosiva, ma il suo vero linguaggio è basata sull’utilizzo magistrale della cacca, per lo più trattenuta, della pipì e del vomito. Su quest’ultimo abbiamo speso parecchio tempo a cogliere la molteplicità dei messaggi intenzionali che ne guidano l’uso, costruendo un patrimonio di ipotesi fluide con la madre.
Da questo punto di vista, mi viene in mente Wittgenstein, il cosiddetto secondo Wittgenstein, quello dei giochi linguistici, del linguaggio come cassetta di utensili per poter fare delle cose, per poter imprimere delle svolte alla realtà. Mi riallaccio al bellissimo film di Jarman  in particolare le sequenze in cui Wittgenstein, grazie alla semplicità della lavagna e di un gesso, cerca di fare capire ai suoi allievi (fra i quali Russell… ) che cosa una lebensform, una forma di vita…
Ebbene: se un leone potesse parlare, noi non lo capiremmo, e questo in quanto il linguaggio è immerso dentro la forma di vita del soggetto, e quindi non possiamo comprendere come un leone vive nella savana… E infatti, se A. potesse parlare, noi non lo capiremmo. Ma possiamo capire che cosa pensa A., collegando il suo vomito, descrivendolo con attenzione, connettendolo ad altri vomiti, e connettendo il tutto a che cosa transferalmente ci suscita. Insomma, gli elementi per comprendere ci sono.
Ma non sono verbali.
E che cosa ci trasmette una aggressione fisica? Il significante è unico ma i significati variano. Ci trasmette paura, rabbia, disperazione, bisogno di contatto, bisogno di sentirsi contenuto, altro ancora?
A proposito di modelli descrittivi, ripenso a Salomon Resnik in Persona e Psicosi. E’ un testo meraviglioso. In questa opera, Resnik descrive una vera e propria meteorologia del corpo che – cito Pietro Bria nell’introduzione dell’edizione dell’Einaudi –“[…] si muove parallela agli sconvolgimenti cataclismatici della mente: un vero e proprio clima “preistorico” di cui Resnik esplora la semiologia e la sintassi nello spazio e nel tempo dell’incontro con il paziente, sia esso in stato di crisi o immerso nella realtà del gruppo terapeutico: spazio e tempo non solo della parola ma anche della pausa e del silenzio che ‘prende corpo’ nella situazione di transfert”. E ancora – proseguendo nella citazione – “In un capitolo fondamentale del suo Inconscio come insiemi infiniti Matte Blanco, analizza, nell’ambito della sua originale visione dell’emozione, l’inevitabile legame che quest’ultima stabilisce con il corpo. Il regno della “sensazione-sentimento” rappresenta per Matte Blanco il modo attraverso cui la mente ‘capta’ le sensazioni sparse che provengono dal corpo: una ‘captazione’ che per lui si dispiega dai livelli più ‘profondi’ , o ‘simmetrici’ a quelli più organizzati della percezione”.
Una provocazione: va bene, la psicoanalisi è bene che non si occupi di autismo. Lo accettiamo? E sia. Ma vale la pena buttare via il bambino con l’acqua sporca? Bettelheim è la psicoanalisi? Dico Bettelheim, per ovvi motivi. Ma quando si tira in ballo Bettelheim nei vari convegni sull’autismo, sarebbe credo corretto non soltanto appellarsi alla questione indigesta della madre-frigorifero, della falsificazione delle cartelle cliniche, dei maltrattamenti ma anche citare l’esistenza di un bel libro che si intitola Dialoghi con le madri, libro che contiene le registrazioni dei colloqui che Bettelheim tenne agli inizi degli anni sessanta con gruppi di madri, e qualche padre, i quali portavano le loro difficoltà con i propri figli e Bettelheim li accoglieva con attenzione ed impegno. E’ un invito a recuperarlo e leggerlo, soprattutto l’introduzione in cui Bettelheim espone la propria posizione rispetto alla colpa materna e paterna.
Continuando, sempre nell’introduzione al libro di Resnik, il filofoso Gargani, purtroppo scomparso da qualche anno, afferma che “[…]. La parola risulta per Resnik la punta emergente del processo di una intenzionalità corporea, e in questo senso la parola, il discorso sono gesti, ossia espressioni intransitive, irriducibili, che dicono quello che dicono sulla base delle proprie risorse, derivando il proprio significato dalle pieghe della propria auto implicazione secondo una prospettiva che avvicina per questo aspetto la concezione di Resnik alle dottrine di Wittgenstein, Foucalt e Edelmann. Come la parola è coinvolta nel corpo, così il soggetto umano è intrecciato nel mondo che lo circonda. La fenomenologia dell’intenzionalità corporea di Resnik riconduce gli atteggiamenti del soggetto umano a quell’unità prepredicativa, a quella unità precategoriale in cui non c’è ancora, perché non è ancora divenuta, la distinzione soggetto-oggetto, io-altro, interno-esterno.”
Nel mio peregrinare alla ricerca di qualche appiglio per rendere a me stesso l’incomprensibile un po’ meno incomprensibile, mi sono imbattuto in un testo prezioso: La schizofrenia incipiente di Klaus Conrad. In quest’opera, Conrad applica alla comprensione della malattia mentale le leggi della psicologia della Gestalt non soltanto rivolgendo la propria attenzione ai fenomeni clinici riferiti alla percezione dell’esterno ma anche alla percezione del campo rappresentato dal proprio corpo. In particolare, della pelle dice essere “… una superficie sensoriale unica ed offre un ‘campo’ tattile la cui articolazione è molto complessa. A ogni istante, nello stato di veglia, questo campo ha una topologia altamente composita: la pressione posturale, la pressione degli abiti, l’ambito del freddo e del caldo, le sensazioni di tensione articolare e muscolare, costantemente mutevoli, costituiscono gli elementi di questo campo”.
Ora, per noi questo campo è in costante stato di pacificazione, gli elementi costitutivi non fanno irruzione nelle nostra mente rompendo equilibri, scatenando cataclismi. Non così per il soggetto autistico che, immagino, è alla prese con il costante tentativo di sorreggere un ordine che non raggiunge mai lo stato di “evidenza naturale”. Penso al bambino di cui dicevo prima il quale, a casa se ne sta nudo, fuori vestito, come se in questo modo stabilisse un confine e una differenza tra dentro e fuori, cosa che noi non dobbiamo fare perché questa regolazione è stabilmente acquisita.
Il terzo punto è una domanda: cosa accade nella mente dell’operatore  se si spinge a pensare, meglio, a catalogare la persona con autismo che non parla come a un non-verbale? Personalmente preferisco pensarlo come a un preverbale, che probabilmente non sarà mai verbale… O forse si. Tempo fa, in un convegno organizzato a Pavia per festeggiare i 10 anni di Cascina Rossago, Barale evidenziò come alcuni degli ospiti della Cascina, dopo qualche anno di permanenza nella struttura, avessero cominciato a manifestare spontaneamente abilità “nascoste” e senza un insegnamento diretto e fra questa l’uso coerente di qualche parola.
Perché preferisco pensare alla persona autistica che non parla come a un preverbale, cioè come a una persona il cui mondo è guidato dalle “leggi” dell’universo prima della parola? I motivi sono diversi. Il primo riguarda la mia distorsione formativa: sono un allievo dei lacaniani italiani e francesi - molti di questi ultimi collaboratori di Lacan stesso… Mi sono avvicinato al pensiero di Lacan perché, mentre ero immerso in un ambiente a prevalenza di persone autistiche non verbali ho letto Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi - la relazione che Lacan presentò al Congresso di Roma del 1953… - ed ho trovato le due esperienze assolutamente convergenti, nel senso che l’essere umano è essere di linguaggio e il fatto che non produca verbo non significa che sia fuori dal mondo del linguaggio.
A maggior ragione, se quel corpo non produce parola, la parola non prodotta ha un effetto strutturante che rende quel soggetto dotato di un proprio modo di essere nel mondo – una propria forma di vita.
Non è non-parola ma parola-non, parola del mondo prima della parola. E come è fatta una esperienza del mondo che non è veicolata e strutturata dalla parola? E’ fatta di pre-parole, di parole corporee per cui la bocca, per esempio, intrattiene un rapporto particolare con la saliva, con i denti, con la lingua, con i suoni, con il passaggio dell’aria, con il cibo che entra ed il cibo che esce. E così ogni apertura del corpo, si articola attraverso rapporti simbolici con gli oggetti che il corpo stesso produce. Penso a un nostro ospite, il quale predilige confinarsi in posture di ritiro – ma non di chiusura… - e che, di fronte al nostro tentativo di costruire un ponte relazionale tra noi e lui, ha risposto inventandosi una stereotipia, a detta dei genitori, inedita: un ansimare ritmato che può durare ore e che mette in difficoltà i genitori ma che, in realtà, è semplicemente un messaggio del tipo: qui non si entra, provate a stanarmi dentro il mio respiro. Per cui da una parte, questo ragazzo molto attivo nel suo essere autistico - come dimostrano le sue pratiche di ritiro… - ora pranza con tutti quanti, usa correttamente le posate, qualche volta attende, non si alza se non quando tutti hanno finito, non tira quasi più i capelli al personale femminile o le camice a quello maschile… Insomma, presenta un corpo un po’ più socializzato, ma al tempo stesso ha ribadito che alla fine è lui che ha l’ultima parola, è lui che può dire si e no. Sempre lo stesso, di tanto in tanto è produttore copiose di parole liquide, che escono dagli occhi. Noi, verbali, le chiamiamo “lacrime”. Ma sono davvero tali? Hanno la valenza della tristezza? E da quale esperienza nascono? Ricordo molto bene la sensazione che ho provato la prima volte che l’ho visto aggrapparsi ad una camicia: mi dava l’idea di uno che si aggrappa perché si sente sprofondare, che sente sotto i piedi spalancarsi un abisso, ed allora si aggrappa. E con quale forza! Come se volesse trasmetterci una carenza di struttura, la realtà del non poter accedere alla parola, alla parola, appunto, come strumento che mette ordine, che imprime una direzione, da sinistra a destra o da destra a sinistra, una stringa orizzontale che fa da rete di sostegno: la rete dei significanti, si direbbe dalle mie parti…
Ed eccoci allora traghettare al quarto punto: il ruolo dell’intercorporeità e la comunicazione non fondata sul dire. Ripenso dunque al transfert tra operatore e paziente non verbale, a quanto il campo bi-personale venga stimolato proprio laddove tutto è nato (l’inconscio), al modello depositante-depositato-depositario di Josè Bleger, oppure a tutta la tradizione della clinica psicosomatica francese di Lebovici, Soulè e Diatkine…
Ma penso soprattutto ai tanti nostri tirocinanti che, dopo aver trascorso anche solo pochi giorni da noi, in mezzo a noi, mi raccontano di aver sognato quel tal paziente che non parla, parlare e sentono in sogno di aver udito la sua voce, voce che nemmeno noi operatori abbiamo mai udito in quel modo; penso ad altri tirocinanti che dopo aver lasciato la sera la nostra struttura “sani”, chiamano al mattino dopo dicendo che hanno 39 di febbre; ad altri ancora la cui pelle resta segnata di un incontro che spesso non può che principiare attraverso l’esperienza di uno scontro da trasformare in abbraccio e primitivo scambio; ad altri che, basta poco, sentendo parlare alcuni temi in formazione, avendoli vissuti preverbalmente durante la giornata, si com-muovono. Penso anche a come affrontare ed evitare il rischio che la tecnica venga assunta come difesa dell’operatore di fronte all’angoscia nascente di un incontro con l’altro improbabile, talvolta persino impossibile.
Mi viene in mente quanto scrive Devereux in Angoscia e metodo e al ruolo prezioso e quasi razionale dell’angoscia come segnale indispensabile all’operatore per costruire una relazione.
Recentemente è accaduto che ho dovuto “sospendere” il tirocinio di una nostra allieva e convertirlo in uno spazio di pensiero individuale e periodico, e nell’invito fatto a lei di mettere per iscritto la sua esperienza, perché era evidente che questa persona aveva divorato materiale preverbale senza un apparato di pensiero per pensarlo, direbbe Bion. E’ lei che mi ha suggerito dell’impossibilità della relazione con l’autistico non verbale, ma l’impossibile, nel pensiero di Lacan, è proprio il reale ed è ciò che ci tocca più in profondità. Ed è lei che mi ha suggerito un pensiero per me inaccettabile: il pensiero che non si possa fare nulla, che tutto sia inutile, che in certi casi è la vita stessa ad essere messa in questione. Se non c’è intersoggettività, perché c’è almeno uno che non parla, c’è comunque intercorporeità perché non c’è nessuno che non possiede un corpo. E possedere un corpo, ed eccoci all’ultimo punto, non significa abitare un organismo, una somma di organi organizzati in apparati, e apparati organizzati in una qualche forma di unità.
La fenomenologia – quinto punto - distingue fortemente il koerper, oggetto della medicina, dal Leib, oggetto della vita. Il secondo è il corpo situato sull’asse piacere-dispiacere, che è già un asse che connette alla realtà. Ho in mente molti nostri pazienti che sembrano non avere avuto accesso alla dialettica tra piacere e dispiacere, il cui corpo è fatto oggetto di attacchi furiosi, auto-lesivi, oppure strumento  per saziare una fame che non è mai diventata appetito, una bramosia di riempimento che porta con sé i segni della disperazione. Quante volte uno dei nostri lavori più frequenti è stato quello di educare il cibo e la bocca ad entrare in una relazione di reciproco riconoscimento. Da psicologi ci siamo trovati ad essere educatori della fame, educatori dell’igiene, educatori del vestirsi, del dormire…. La relazione con il paziente che non accede a forme di espressione è questa: passa attraverso il corpo a corpo, il rimontaggio di un corpo disgregato, talvolta visibilmente contorto, grottesco nel suo presentarsi. Ci siamo accostati alla “disabilità” del paziente autistico grave pensandolo nell’ottica del funzionamento, nell’ottica del Koerper-macchina-organismo da aggiustare? Non lo so. Può darsi. La metafora del funzionamento è potente, a volte funziona. Ma funziona per chi? Disangoscia l’operatore, che così pensa meno al suo di malfunzionamento pensando al malfunzionamento del paziente autistico.
Ma è certo che l’operatore funziona male.
Non può funzionare bene perché noi parliamo e non sappiamo nulla di che cosa significhi esistere senza la parola, senza una capacità espressiva, senza una intenzionalità comunicativa sostenuta da una qualche forma di capacità espressiva. Ed è per questo che, la prima tecnica che occorre imparare è quella che ci permette di entrare in contatto con quanto viene depositato dentro di noi, e fra noi, da questi incontri impari.
Noi come Fondazione, esistiamo da 13 anni ma solo pochi anni fa abbiamo avuto l’idea che fosse arrivato il momento di farci supervisionare come gruppo di lavoro e solo pochi mesi fa il processo è arrivato a maturazione. Come mai? Secondo me perché l’insegnamento di Freud, ovvero che prima o poi sorge la necessità di occuparci di ciò che siamo soliti relegare nella dimensione dello scarto, deve farsi spazio tra una parola e l’altra, tra una tecnica e l’altra.
Concludo con le parole di Gaetano Benedetti a proposito della questione della presenza.
Ne La parola come cura Benedetti, che nei suoi testi usa la parola autismo in una accezione che suggerirei dovrebbe essere studiata molto attentamente, a conclusione del commento ad un caso clinico, dice: “Non è tecnica, è un commento che scandisce i racconti del paziente con i battiti della nostra presenza; non è tecnica, anche se può essere adeguato coscientemente. La sua origine sta al di là, in quella disposizione all’ascolto che si prova o non si prova di fronte a certe cose. Percepito dal paziente come una goccia di acqua nella aridità del suo deserto, respinto dalla roccia, a poco a poco feconda il deserto e scava la roccia”.
Spero di aver reso l’idea che avevo in mente e cioè che quanto più il soggetto autistico è gravemente compromesso sul piano del dire, tanto più è efficace sul piano del comunicare e del trasmettere, come se fossero depositate nel mondo interno dell’operatore e nel mondo intersoggettivo del gruppo quelle tracce preverbali che il soggetto autistico non è in grado di esprimere in parole. Sta a noi trovare il modo di coglierle attraverso le risonanze che provengono dalla nostra vita prima della parola.
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