PSICOANALISI AL PRESENTE
Risposte al disagio della contemporaneità
di Alex Pagliardini

Clinica dell'Altro. Clinica dell'Uno

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27 maggio, 2017 - 01:10
di Alex Pagliardini

Everything about us is a lost machine

Jason Lytle

 

Premessa

C’è una clinica dell’Altro e c’è una clinica dell’Uno. Questa distinzione è un sembiante che può essere utilizzato per definire alcune caratteristiche della pratica psicoanalitica. Questo sembiante afferma che c’è un modo di praticare la pratica analitica all’insegna del primato dell’Altro e c’è un modo di praticare la pratica analitica all’insegna del primato dell’Uno. Se manteniamo valido l’assunto “la psicoanalisi è una pratica simbolica che tratta il reale”, il nostro sembiante può essere inteso in primis in questo modo: nella clinica dell’Altro la pratica analitica intende a tratta il reale a partire e attraverso l’Altro, nella clinica dell’Uno la pratica analitica intende a tratta il reale a partire e attraverso l’Uno. Pertanto clinica dell’Altro indica che nella pratica psicoanalitica si tratta e si intende il reale attraverso e a partire da: il significante, (cioè l’articolazione e il funzionamento di rinvio e retroazione del sistema simbolico), il desiderio (cioè la metonimia di un enigma, la tensione verso, la ricerca incessante, lo slancio di una mancanza) e l’interpretazione (cioè il farsi questione e la soggettivazione). Diversamente clinica dell’Uno indica che si tratta e si intende il reale attraverso e a partire da: lalingua (cioè il taglio in atto del significante), il godimento (cioè il corpo che si gode) e l’atto (cioè il farsi oggetto e l’incarnazione del sinthomo).

Indicherò ora una griglia nella quale schematicamente inserirò le coordinate di queste due cliniche. Inutile dire che ognuna di queste coordinate andrebbe spiegata e messa di conseguenza in discussione. Allo stesso tempo occorre premettere che utilizzerò un lessico strettamente lacaniano, incomprensibile a chi non ha con questo una frequentazione assidua. Infine, come detto, tale distinzione tra due cliniche è un sembiante, dunque un artificio con il quale andrò a definire nettamente due cliniche che di fatto sono in continuità e si differenziano per variazioni e sfumature, variazioni e sfumature tuttavia non prive di discontinuità.
 

Deleuze

«“Dunque datemi un corpo”: è la formula del capovolgimento filosofico. Il corpo non è più l'ostacolo che separa il pensiero da se stesso, ciò che il pensiero deve superare per arrivare a pensare. Al contrario è ciò in cui esso affonda o deve affondare, per raggiungere l'impensato, cioè la vita. Non che il corpo pensi, ma, ostinato, testardo, forza a pensare, e forza a pensare ciò che si sottrae al pensiero, la vita. Non si farà più comparire la vita davanti alle grandi categorie del pensiero, si getterà il pensiero nelle categorie della vita»1.

Questo passaggio di Deleuze sul cinema può sembrare molto distante dall'oggetto di questa riflessione. In realtà il capovolgimento al quale si riferisce è intimamente connesso al passaggio dalla clinica dell'Altro alla clinica dell'Uno.

Jacques-Alain Miller

La riflessione, molto schematica, che svilupperò in queste pagine è ovviamente legata all'insegnamento di Jacques Lacan – a come riesco ad intenderlo. Qui più che mai il mio modo di intendere l'insegnamento di Lacan è legato alla lettura che di questo ha fatto e fa Jacques-Alain Miller2. Come mi è capitato di dire e ancor più di dimostrare in quel che mi è toccato scrivere in questi anni su Lacan, ritengo la lettura di Miller fuori serie – per dirla utilizzando un'espressione dell'amico Rocco Ronchi, ritengo che la lettura di Miller dell'insegnamento di Lacan differisca per natura e non per grado dalle altre. Ci sono ottime letture dell'insegnamento di Lacan, in Francia, in Italia, in Argentina ecc..., quella di Miller è, a mio avviso, fuori serie. Scrivo questo perché in queste ultime settimane il lacanismo sta vivendo un'altra pagina triste della propria storia. Per quel poco che ho capito il protagonista negativo – molto negativo - di questa pagina è proprio Miller. Al momento questa cosa non mette in discussione quanto scritto sopra a proposito della sua lettura di Lacan. Scrivo “al momento” per varie ragioni, che non sono solo di prudenza.

 

Clinica dell’Altro

Queste alcune coordinate della così detta clinica dell'Altro:

  1. nella pratica psicoanalitica si tratta di produrre il soggetto, cioè di altrificare e alterizzare la fissazione – la fissità dell'Uno – attraverso la produzione del soggetto, del desiderio, dell'inconscio. Questo assunto è valido – certo in forme e modi decisamente diversi - dal trattamento dell'autismo a quello della nevrosi isterica.

  2. nella pratica psicoanalitica si tratta di permettere la ripetizione della fissità dell'Uno all'interno del transfert affinché il soggetto alle prese con la fissità dell'Uno abbia l'occasione di separarsene.

  3. la pratica analitica intende e maneggia il reale come quel che non va nell'Altro, dunque nel soggetto dispiegato nell'Altro. Il reale in questa clinica è un'impossibilità nell'Altro – dunque nel soggetto – e al contempo è una contingenza e un'irruzione improvvisa nell'Altro – dunque nel soggetto. Il sintomo è qui inteso come una risposta rispetto a questo reale nell'Altro, una manifestazione di questo reale e una difesa da questo reale. Risposta che tende a fare Uno, ossia tende a bloccare e inglobare in una fissazione questo reale, l’impossibile e la contingenza di cui è fatto.

  4. l'analista, dunque l'analisi, deve dare corpo e incarnare questo Altro abitato dal reale. Non si tratta di dare corpo all'Altro della garanzia o all'Altro della verità, ma a questo Altro tagliato dal reale, di mettere in funzione questo Altro all'interno della cura per far si che si possa modificare la risposta del soggetto al reale – risposta che abbiamo chiamato sintomo.

  5. quale è la modifica in gioco nell’analisi? Che la risposta del soggetto al reale nell'Altro invece di assicurarsene con la polizza del sintomo faccia del reale la causa non assicurabile del proprio desiderio.

  6. si tratta di una clinica sotto transfert, ossia è il transfert che cura. Quel che cura è la ripetizione della fissità del sintomo e di ciò che lo causa, il reale, all'interno del transfert. Questo reale che causa il sintomo può essere qui inteso come trauma, ed in particolare come trauma dell’Altro – cioè è l'Altro a fare trauma ed è all'interno del legame soggetto/Altro che avviene il trauma. Pertanto è attraverso l’Altro e il legame soggetto/Altro che si può ripetere e dunque trattare questo trauma.

  7. il taglio della seduta, all’interno del dispiegamento della seduta, è indispensabile affinché questa logica della cura sia operativa.

  8. la logica che anima questa clinica è una logica maschile, cioè del tutto-eccezione. Abbiamo cioè un funzionamento – quello dell’inconscio ad esempio – e ciò che straborda, eccede, fa eccezione a questo.

  9. siamo alle prese con una clinica della trascendenza, cioè con una clinica animata dal al di là, dall’andare al di là di un punto di impasse – al di là del fallo e/o al di là del fantasma per fare un esempio.

  10. la pratica analitica è una pratica del particolare, cioè del rapporto tra il soggetto diviso e l'Altro tagliato dal reale.

  11. la pratica analitica mantiene un legame significativo con l’universale – il particolare del resto è una parte dell’universale. Il funzionamento dell’Altro è un riferimento decisivo in questa clinica, per questo è centrale la funzione della diagnosi ed è presente il problema del deficit, ossia come il soggetto è posizionato rispetto al funzionamento dell’Altro.

 

Clinica dell'Uno

La clinica dell'Uno sorge in primis a partire da due problemi. Il primo. La constatazione che per alterizzare la fissità dell'Uno non è sufficiente dare corpo nell’analisi all'Altro tagliato dal reale, constatazione che spinge così a decostruire il primato dell’Altro come modo e luogo di trattare il reale.

Il secondo problema. L’affermazione che il reale della clinica non è solo, e non è tanto, l’impossibile-contingente nell’Altro, ma è sganciato dall’Altro, fuori simbolico, è un’affermazione che sancisce l’impotenza della pratica analitica come pratica di “maneggiamento” dell’Altro – e del rapporto del soggetto con l’Altro - come modo di trattare il reale. L’affermazione, sancita da Lacan nel Seminario XIX, di un reale senza Altro, di un reale che è Uno-senza-Altro, stabilisce che non è maneggiando l’Altro, muovendosi a questo livello, che sarà possibile occuparsi e trattare il reale. Questo reale fuori simbolico, questo reale come tale, e non più impossibile-contingente nel simbolico – reale nel simbolico - è dell’ordine dell’Uno – del c’è dell’Uno e non dell’Uno simbolico e immaginario. Occorre dunque che la pratica analitica cambi i suoi connotati ed inizi a muoversi a questo “livello” affinché sia una pratica in grado di occuparsi del reale e trattarlo.

Prima di entrare nelle coordinate di questa clinica mi pare opportuna una precisazione. La clinica dell’Uno produce una pratica che esiste se e solo se è agganciata alla clinica dell’Altro.

Passiamo ora alle coordinate della così detta clinica dell’Uno:

  1. nella pratica psicoanalitica si tratta di produrre il soggetto, cioè di altrificare e alterizzare la fissazione – la fissità dell'Uno – attraverso la produzione del soggetto, del desiderio, dell'inconscio, per destituire il soggetto, il desiderio, l'inconscio, affinché avvenga l’incontro con il reale come tale, il reale fuori simbolico, e dunque ci sia l'occasione di un altra risposta al reale.

  2. nella pratica psicoanalitica si tratta di permettere la ripetizione della fissità dell'Uno all'interno del transfert affinché questa incontri il reale come tale dal quale si difende, così da far vacillare/cadere questa difesa.

  3. la pratica analitica intende e maneggia il reale come tale, cioè come ripetizione del taglio in sé. Il sintomo si sdoppia. Da un lato è deposizione nel corpo di tale reale del taglio, dall'altro è la risposta del soggetto a questo “nuovo” reale. Piegare questo sintomo fino allo statuto di sinthomo è l'esito di un'analisi.

  4. l'analista, dunque l’analisi, deve dare corpo, cioè incarnare il reale. L'analista è questa incarnazione. Il dispositivo analitico, la sua strutturazione e logica simbolica, è piegato a questa esigenza che il reale come tale prenda corpo nella direzione della cura e nel transfert. Se e solo se accade ciò si dà per l’analizzante l’occasione di rispondere diversamente al reale.

  5. che cosa vuol dire qui diversamente? Vuol dire che dal rifiuto del reale – sintomo - si deve passare ad una affermazione, ad un assenso al reale - assenso ad incarnare quel che si è, cioè una piega del reale, un sinthomo.

  6. anche in questa clinica è il transfert a curare, cioè la ripetizione della fissità del sintomo e di ciò che lo causa, il reale, nel transfert. Rispetto a prima però questa clinica intende il trauma come trauma dell’Uno – genitivo soggettivo. L’Uno è trauma, il suo essere taglio in sé, ripetizione del taglio, fa si che esso sia in sé trauma. Questo trauma non può essere in gioco nell’analisi attraverso l’Altro. Occorre che nell’analisi sia in gioco il trauma dell’Uno. Non basterà dunque che l’analizzante attraverso il transfert possa ripetere il trauma che patisce, occorrerà che attraverso il transfert l’analizzante incontri il trauma in sé, il trauma dell’Uno, del quale il trauma che patisce altro non è che una difesa.

  7. la seduta diventa un taglio in quanto deve essere isomorfa al reale – a quel reale come tale che è pura ripetizione del taglio.

  8. si tratta di una clinica animata da una logica femminile, ossia è una clinica piegata al c’è dell’Uno, al c’è processo, accadere, farsi del godimento, ripetizione del taglio.

  9. siamo alle prese con una clinica dell’immanenza, clinica alle prese con l’acconsentire al sinthomo che si è, alla variazione del reale che si è.

  10. si tratta di una clinica del singolare. Singolare che è assoluto, tautologico, impersonale, senza qualità, dunque che è solo e semplicemente una variazione del reale. Questa clinica afferma che la pratica analitica si fa con il singolare, che produce singolare e che tratta i suoi fenomeni al singolare.

  11. si tratta di una clinica che non ha a che fare con l'universale, di conseguenza si tratta di una clinica separata della possibilità del deficit e dal peso della diagnosi.

 

Concludo con un passaggio di Beckett che sfiora la nostra riflessione: «Ci fu un tempo in cui cercai un po' di sollievo nello sbattere la testa contro qualcosa, ma ormai ho desistito»3.

 

 

 

1G. Deleuze, L'immagine-tempo, Einaudi, Torino, 2017, p. 220.

2Mi riferisco in particolare a tre intensissimi Corsi di Miller: Tout dernier Lacan (2007-2008), Choses de finesse en psychanalyse (2008-2009), L'être et l'Un (2010-2011).

3S. Beckett, Da un'opera abbandonata, in Racconti e prose brevi, Einaudi, Torino, 2010, p. 164.

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