Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

TRA ESCHILO ED EURIPIDE: Ogni guerra è una guerra fratricida

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19 giugno, 2017 - 05:33
di Sarantis Thanopulos

Nel teatro greco di Siracusa sono in scena in questi giorni due tragedie: Sette su Tebe di Eschilo e Le fenicie di Euripide.
Trattano il tema dello scontro  fratricida tra Polinice e Eteocle secondo narrative diverse. Il lavoro di regia allude, in entrambe, a faccende dolorose di oggi: agli assedi di Sarajevo e di Aleppo, nella prima; all’esilio delle donne musulmane, nella seconda.
L’intenzione è di sottolineare l’universalità dei temi del fratricidio e dell’esilio, al di là delle barriere culturali, linguistiche e religiose.
Delle due tragedie, Sette su Tebe è la più austera e intensa. Le fenicie è una sua rilettura più colta e riflessiva che, pur riducendone la tensione, amplia e approfondisce i suoi temi. Espande la sua portata politico-filosofica e rende più riconoscibili le implicazioni psichiche degli eventi narrati.
In Eschilo, Eteocle è il difensore nobile della città che, paragonata a una nave, deve essere protetta dal mare montante della moltitudine dei suoi aggressori. Le orde dei nemici che si abbattono sulle mura cittadine, il fragore dei loro movimento misto ai nitriti dei cavalli, le grida delle donne, che già si immaginano prigioniere, deportate in terre lontane, echeggiano onde emotive travolgenti. Mescolano fascinazione e terrore, in un crescendo di suspense che raggiunge la sua più bella espressione nella descrizione accurata dell’impeto guerriero dipinto sugli scudi degli assalitori in cui si riflette il coraggio altrettanto indomito dei difensori.
Questa tessitura emotiva impareggiabile del tema del fratello-nemico, della non così chiara distinzione tra sé e l’avversario, tra le ragioni dell’uno e le ragioni dell’altro, rende esplicita la natura “civile”, fratricida di ogni guerra. La legittimazione politica non può reggere sul coraggio e sulla nobiltà d’animo (Eteocle), se l’equilibrio del governo della città si fonda sull’esilio dell’opposizione (Polinice) e delle passioni. L’eclissi delle passioni non pacifica l’agone politico, lo rende distruttivo.
Euripide riprende il discorso di Eschilo e distingue con nettezza tre questioni: la lotta di potere, l’opposizione tra legami familiari e politici, l’esilio della femminilità -che con la scelta di un coro di donne migranti, occupa stabilmente la scena. Eteocle non è più il difensore coraggioso della città, ma un uomo assetato di potere. Polinice, fautore, apparentemente, di un’alternanza sul trono, non è interessato, in realtà, che al proprio privilegio: è schiavo della sua incapacità di vivere come comune cittadino. Il desiderio di governare è sostituito in entrambi dal bisogno del dominio e la fraternità è, in partenza, espulsa. Si rompe la dialettica degli opposti, tra l’amicizia e l’inimicizia, sulla quale si fonda il governo della Polis. Nel conflitto tra i soggetti politici la vita dell’uno richiede la morte dell’altro e viceversa. Il risultato, inevitabile, è la morte comune.
L’espulsione della fraternità rende fragile il legame tra famiglia e città, allontana la differenza dall’affinità. Contrae lo spazio della prossimità affettiva nello stretto ambito dei legami di sangue, del casato.
La morte di Meneceo, figlio di Creonte, posta come condizione di salvezza della città, ben simbolizza il sacrificio dei legami affettivi sull’altare di un’“interesse comune” inaridito. Il suicidio del figlio consegna al padre il destino della città, salva al prezzo di una sua sterilizzazione emotiva. Nella Polis di Creonte, dove è Legge l’opportunità, l’unico spazio per la femminilità, l’intimità che lega tra loro vicinanza e lontananza, è il vivere come esule, migrante in casa sua.

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