Editoriale
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di Francesco Bollorino

Lettera aperta ad Antonio Correale

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11 febbraio, 2013 - 15:30
di Francesco Bollorino

Gentile Redazione,

sbircio da un po’ sul vostro sito su suggerimento del medico che mi ha seguita per quattro anni presso un CSM.

Ho letto con interesse l’articolo del Prof. Correale sui Centri pubblici di Salute Mentale del quale apprezzo molto i lavori e gli scritti sulla patologia Borderline.

Io sono una paziente e come tale ho letto l’articolo. Mi è piaciuto fantasticare di poter rispondere, a modo mio, provando a mettere in righe i miei pensieri di paziente.

Ci provo…

Simonetta

 

 

"In qualsiasi modo noi trattiamo i nostri nevrotici,
essi si trattano terapeuticamente da sé, con le traslazioni"
Sandor Ferenczi

Gentile dr. Correale,

io non sono un manager dei Servizi di Salute Mentale; non sono neppure un dipendente di questi Servizi, nel senso che non faccio parte dei ‘piccoli gruppi di cura impegnati nella terapia’.

Ma sono stata la paziente di uno psichiatra di un CSM.

Per cui, in senso metaforico, la mia ‘dipendenza e il mio impegno nella terapia’ li riconosco dentro di me.

Mi è molto caro il tema che Lei affronta nel suo articolo; penso che avrebbe dovuto idealmente indirizzarlo anche a noi pazienti, parte del transfert ed eredi, consapevoli o meno, della sua dispersione o della possibilità di comprendere, o avvicinarci a capire; parte della sofferenza che non siamo capaci di pensare, vissuto di chi cerca chi sappia trovare le parole che lei/lui non sa dire.

Il suo articolo è giunto alla mia lettura e contemporaneamente a quella del mio terapeuta, in un periodo che anticipava la conclusione della nostra relazione terapeutica.

Sa.. io mi sono spaventata, ma l’immagine della ‘valle dei transfert dispersi’, arrivata così, in anticipo rispetto a quello che sarebbe stato un mio vissuto, pensata in relazione a ciò che stava accadendo nel mio percorso terapeutico, continua ad aiutarmi a metter un po’ più a fuoco che un percorso stava volgendo al termine e che potevo, per la prima volta, scegliere, o provarci almeno, di vivere la fine di una relazione, una separazione, in termini differenti da come io ero abituata a vivere.

Pensavo e spesso penso: ‘che cosa ne sarà dei miei vissuti di transfert? che cosa ne sarà di tutte le cose che ho vissuto in questa stanza e non ho ancora capito? Qual è il destino dei sentimenti che ho agito e rimesso in gioco su questa persona e che ho potuto solo scorgere? in fondo questa persona ne ha avuto cura sino ad ora. Io, sarò capace di portare dentro di me qualche briciola del lavoro che abbiamo fatto, saprò riconoscere ciò che abbiamo condiviso e di renderlo parte di me? O tutto andrà ‘disperso’? O, arrabbiata, tenderò a buttare tutto via anche questa volta?’

Il titolo della sua lettera ‘La valle di transfert dispersi’ mi mette una grande tristezza; immagino tante persone sbiadite, spoglie e spossate che camminano lente, apparentemente tutte uguali, con il capo chino, guardando solo i loro magri piedi; forse sono solo corpi che camminano per inerzia. Le anime, dove stanno? La vita, dove è rimasta incagliata?

Così marciano in fila, verso una direzione che non possono guardare perché prima di tutto non la possono sentire, svilite, perse.

O forse, mai trovate. Mai state raccolte.

Ignare dell’essere chi cammina, chi può scegliere una direzione.

Forse spesso siamo così; avviliti e spogli. Solo capaci di chiedere e chiedere, ad un servizio che come tale pensiamo debba servirci ma che forse anche noi non sappiano utilizzare, incapaci di riconoscere se riceviamo e arrabbiati perché quello che il servizio eroga non è mai la possibilità di essere diversi. Di essere altro.

Spesso arrabbiati e insoddisfatti proprio perché non visti e riconosciuti. Che in fondo è quello che chiediamo, cento volte amplificato, senza che ogni risposta sia mai sufficiente a compensare quanto è mancato.

(Che bella cosa, le persone che non hanno paura e non si stancano di essere il nostro specchio..)

E forse arrabbiati dentro, almeno io, perché tante risposte sono gesti compiacenti poco autentici di chi teme ed è innervosito che gli si chieda più di quel che può dare. Perché in fondo si tratta di un ‘servizio’.

(Perché l’essere ‘gentili’ fa parte del lavoro?)

E la mia immagine che prende vita dal titolo della sua lettera, ora, mi impone di ribellarmi alla condizione di dispersione, di identificarmi come persona, come paziente, come portatrice di sentimenti che voglio poter riconoscere ed utilizzare.

Vorrei sottolineare due aspetti per me differenti che però fanno parte del recarsi in un centro di salute mentale; due differenti modalità di incontrare e relazionarsi con chi vi lavora. Con chi ti aspetta o da chi si spera e si desidera essere aspettati.

Sottolineo che con il mio modo di essere paziente non ho vissuto elementi di gruppo, di équipe di un centro, ai quali mi pare di aver capito Lei si riferisca.

Io penso in modo distinto da una parte all’incontro con il gruppo formato dal personale infermieristico e poi penso all’incontro (privilegiato), con il proprio terapeuta.

Ho chiaro che si tratta di incontri diversi con modi di farvi fronte che sono di ciascuno di noi, ma che sono inclusi, che prendono vita, in una relazione fatta da due parti, e che di questo è importante tener conto.

Una parte di lavoro è fatta dagli operatori, una parte del lavoro la facciamo noi come pazienti. Questa richiede il doversi presentare allo sportello, suonare un campanello per dire ‘ci sono’, essere accolti, accettare una modalità di saluto, delle domande sul come si sta, riferire con chi si ha un appuntamento, l’orario, se si ha bisogno di farmaci.

Io ho faticato a vivere bene questa prima parte di relazione; spesso recarmi al centro ha realmente appuntito e sollecitato le mie più primitive difese rispetto ad alcune modalità di alcuni operatori che ho spesso sentite dipinte, poco reali e autentiche; forzate e a volte intrusive.

Poi penso alla parte di lavoro con il proprio terapeuta e la sento come qualcosa da dover difendere; la stanza, gli oggetti (non solo materiali) che ne hanno fatto parte. Quelli che ho potuto portare, che ho potuto vedere rispecchiati e valorizzati e la stessa fatica di vederli e riconoscerli. Quelli che ho potuto imparare a condividere. La mia cartella. I silenzi e le risate. Il tempo. il caldo ed il freddo. I rumori. I libri sugli scaffali. Le crepe del muro. Un volto, una postura. La stanchezza dei pomeriggi estivi. Una finestra da cui voler poter volare via. E tutte le tante cose che sono state nostre e che ora posso sentire mie in un modo nuovo. Per quello che sono, per come sono, per le mie speranze e paure mobilitate, io fatico a dover pensare a questa parte di lavoro come a qualcosa che deve divenire contenuto in uno spazio più ampio. Preferisco pensarla solo mia, solo nostra. Preferisco pensare che si può e si deve ‘tenere simbolicamente e realmente’ gli altri operatori all’esterno della stanza.

Soprattutto quando penso che chi sta ‘fuori’ non sia capace di comprendere ciò che accade dentro.

Io non conosco le modalità di lavoro di un’équipe di un CSM né i bisogni che possono essere di altri pazienti di essere contenuti in un contenitore più ampio che il gruppo può rappresentare; la mia esperienza verte maggiormente su una terapia a due. Con questo non intendo ipervalorizzare gli incarichi specifici e negare la necessità del confronto e supporto tra gli operatori, ma intendo valorizzare la necessità e la qualità che ho sentito nella modalità di lavoro con questa persona, che prende vita dalla propria storia, da ciò in cui si è imparato a proprie spese a credere, dall’educazione e dalla cultura che è prima di tutto della persona e che può divenire parte del gruppo se il gruppo è capace e desideroso di farla propria.

Che fine fanno, dunque, i transfert partiti e mai arrivati? Ogni storia è una storia. Forse pensare che questo accade, può portare a pensare e immaginare un modo diverso perché accada meno spesso. E forse richiede un maggiore impegno individuale, e la fatica che comporta, piuttosto che equiparare il concetto di terapia a quello di servizio, dove tutto si può perdere e confondere.

Io so quando i terapeuti hanno iniziato ad imparare a riconoscere i sentimenti del transfert e i relativi controtransfert, e riconosco l’importanza della psicoterapia nei servizi pubblici, ma credo che ancora oggi qui si conosca davvero poco di ciò che comporta essere in una relazione potendo capire, osservare e quindi lavorare in questi termini. Alla fatica di riconoscere dentro di sé ciò che genera, risveglia e richiede come persone prima che come operatori. Per questo immagino che con ciò che Lei definisce ‘formazione’ si dovrebbe lavorare nell’individualità di ciascuna parte, prima che nell’entità del gruppo.

A me sembra che Lei nutra la fiducia di poter portare un concetto nuovo, un nuovo modo di poter lavorare in un ambiente che però è rigidamente vecchio, che richiede un rinnovamento, ma senza pensare che deve partire proprio dal proprio modo di pensare a sé. Come se dovesse arrivare dall’alto, come un’illuminazione; senza che nessuno sia disposto a metterci del suo.

Io nutro speranza nel lavoro terapeutico e vorrei imparare a nutrirla anche rispetto a ciò che può essere fatto anche in un centro pubblico; nutro speranza nelle persone come Lei che da posizioni che io spesso temo di sentire lontane dalla sofferenza dei ‘malati ambulatoriali di tutti i giorni’, vivono anche la realtà complessa di un servizio pubblico, vecchio e scadente per tanti aspetti, ma accessibile, portandovi la possibilità di guardare sia a noi pazienti che a chi fa parte di un’équipe in modo più umano e veritiero che possa rendere conto dell’umanità prima di tutto, e dell’autenticità dell’essere di ciascuno.

Imparando a tener conto che ciò che si dà non può essere il tutto che viene chiesto, senza svilirsi troppo, e senza per questo decidere di non dare nulla.

Forse ho intravisto nella sua lettera molte mie riflessioni personali che nascono dentro ad un’esperienza mia e non generalizzabile; so di desiderare implicitamente usare questo spazio per dire grazie alla persona che ha lavorato con me e su di me; rischio di non aver compreso i significati che Lei voleva evidenziare. Me ne scuso. Forse come paziente volevo salvaguardare uno spazio che ho imparato a sentire mio e che per me è parte integrante della terapia.

Io nutro la speranza negli incontri e nelle parole di chi, come Lei, non smette di insegnare a guardare e a vedere.

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