Editoriale
il punto di vista di Psychiatry on line Italia
di Francesco Bollorino

PSICOPATOLOGIA DELL' ANTIPSICHIATRIA

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10 ottobre, 2017 - 10:41
di Francesco Bollorino

Queste considerazioni nascono da un piccolo episodio per me illuminante che è accaduto qualche giorno fa.
Ogni volta che pubblico un nuovo contributo sulla Rivista, solitamente, lo pubblicizzo attraverso i social network, allo scopo di darne nozione ad una vasta platea di potenziali lettori interessati.
In genere la cosa è accolta con interesse: ne sono testimonianza incrociata i molti “mi piace” raccolti su Facebook e le letture evidenziate dal counter della Rivista dei titoli pubblicizzati.

Qualche giorno fa è uscito su Psychiatry on line Italia l’ultimo contributo del collega e amico Gilberto Di Petta intitolato:“

IL LAI - IL TRIMESTRALE: TERAPIA “A SCOMPARSA” O SCOMPARSA DELLA “TERAPIA”?”. V’invito se non lo aveste ancora fatto a leggerlo, è davvero bello e tocca in maniera molto onesta e dura temi centrali dell’agire odierno nella Psichiatria Pubblica.

Tutto si può dire del pezzo, ma, certo, non lo si può definire un sostegno acritico alle terapie farmacologiche per altro non demonizzate a priori, come, io penso, debba essere fatto in Medicina e in Psichiatria, eppure…

Eppure la pubblicazione dell’annuncio su un gruppo su Facebook d’impronta diciamo così antipsichiatrica ha suscitato reazioni violente (del tutto immotivate a mio giudizio ma soprattutto “a prescindere” senza un’attenta lettura del testo a cui eventualmente indirizzare “critiche motivate” assolutamente legittime ma appunto da “motivare” con molta ponderazione) tra cui una davvero singolare dove si affermava, nel post, che Psychiatry on line Italia è “notoriamente” venduta alla causa delle Case Farmaceutiche (il grande Fratello che tutto controlla) in una logica “complottista” che mi ha lasciato di sasso e che mi ha indotto a scrivere questa nota.

Prima di addentrarmi nello sviluppo del tema che mi son proposto e che dà il titolo a questo editoriale credo valga la pena fare un po’ di storia: intanto partiamo dal termine, “antipsichiatria” che fu per la prima volta usato da David Cooper nel 1967, ma il movimento ha preso vigore e si è affacciato al dibattito culturale medico e sociale a partire dagli anni cinquanta del XX secolo.

Non credo sia un caso: a metà degli anni cinquanta fecero la loro comparsa le due classi principali di psicofarmaci (gli antidepressivi e gli antipsicotici) che, più del mutato spirito del tempo, contribuirono in maniera decisiva a mettere in crisi il “paradigma manicomiale” incentrato sulla “custodia di pazienti incurabili” e che, almeno in Italia, portò alla chiusura dei Manicomi con la legge 180 del 1978.

Sotto il “cappello” dell’antipsichiatria si muovono anime diverse: vi è quella “storica” (tipicamente rappresentata da operatori del settore e filosofi) da sempre contro le istituzioni totali, la custodia e il controllo sociale (tale posizione mi trova totalmente allineato, come credo la totalità degli operatori della Salute Mentale, almeno per quanto mi è dato di averli conosciuti in oltre 40 anni di professione sul campo), ma vi sono pure derivazioni diciamo così più radicali (in cui spesso si aggregano in genere utenti, famigliari e companion du pays pronti ad abbracciare qualunque cosa sia “contro”) che mettono in dubbio la psichiatria (intesa come scienza e come pratica clinica) tout court, negandone ogni validità o quasi e leggendola solo come una pratica asservita agli interessi delle multinazionali del farmaco e della “politica”, senza alcuna attenzione nei confronti del benessere dei pazienti.

In questo la psichiatria mi appare davvero unica nel campo della medicina, infatti non ho mai sentito di pensatori o gruppi che neghino l’esistenza, per dire, del Diabete o che si organizzino contro la Diabetologia. Non è un caso che ho fatto questo esempio poiché il tema della “negazione” intesa come meccanismo di difesa è evidente in ambedue le situazioni e sicuramente può essere in atto nel decorso di malattie invalidanti e croniche, ma lo sviluppo è obiettivamente diverso, più “personale” e meno “sociale” di quanto avviene in psichiatria e su queste diversità che vorrei soffermare la mia attenzione e quella dei lettori cercando di evidenziare quelle che, a parer mio, sono le dinamiche profonde che sottendono a prese di posizione di tal fatta.

Proverò a sviluppare per punti il tema sottolineando, come sempre accade nei meccanismi psichici, che spesso vi possono essere sovrapposizioni e concatenazioni di difese e raramente troviamo “fenomeni puri”:

1)    Negazione. Torno sul termine per approfondirlo meglio: la negazione è un meccanismo di difesa molto potente e viene, spesso, messo in campo nel campo della malattia, specie se cronica o con prognosi infausta, non solo psichica.  Nell’ambito psichiatrico la si vede in atto specialmente da parte dei pazienti e famigliari e si concretizza in una difficile alleanza terapeutica.

2)    Lutto e sua elaborazione paranoide. Ogni malattia grave è una “perdita”, un lutto e notoriamente uno dei meccanismi più forti per uscirne è la regressione alla posizione schizoparanoide individuando in “un nemico” causa del nostro dolore. Nelle posizioni antipsichiatriche tutto ciò è molto evidente e si declina in narrazioni degne del miglior complottismo: tutti, dico tutti, gli psichiatri sarebbero comprati da Big Pharma, la malattia mentale sarebbe un’invenzione per controllare il mondo, il TSO sarebbe un crimine, i pazienti sarebbero vittime sacrificali in mano ad aguzzini senza cuore che attuano solo un controllo sociale etc etc etc

3)    Gruppo in assunto di base “attacco e fuga”. Strettamente intrecciato al punto precedente è lo sviluppo di gruppi che si coedono, in maniera molto forte e spesso inscalfibile pure di fronte all’evidenza, attorno alla presenza di un nemico esterno (in questo caso la Psichiatria nel suo insieme) contro cui combattere. Va precisato che la rete e i social networks hanno semplicemente amplificato questo fenomeno che già esisteva, in campo psichiatrico, prima dell’avvento di Internet e della sua esplosione planetaria. Un altro esempio che io classifico come molto simile è il fenomeno NOVAX in cui come per l’antipsichiatria gli strumenti dell’Information Technology rappresentano un volano e un megafono di narrazioni frutto di un mix di patologia e ignoranza e pure scarsa informazione corretta, che, oggi, viene macinata in un postmoderno dove il valore di un’opinione referenziata ha perso la forza di imporsi rispetto all’overbooking di pseudo-verità diffuse in maniera incontrollata e incontrollabile.

4)    Senso di colpa. Questo è un tema scottante poiché riguarda primariamente lo psichiatra e una psichiatria che, a distanza di ormai 40 anni, non sembrano essersi tolti di dosso lo stigma manicomiale, la colpa storica di aver gestito per almeno un secolo una “cura” incentrata essenzialmente sulla custodia in un luogo, il Manicomio, che come tutte le istituzioni totali ammala chi ospita e pure chi ci lavora. Da questo peccato originale discendono lo sforzo costante del politically correct, la messa in discussione dell’istituto del TSO che in realtà può rappresentare anche un fallimento terapeutico certamente, ma che non può essere eliminato ma, semplicemente, usato in maniera corretta e appropriata, e per ciò stesso naturalmente in rari casi, pur nella drammaticità del suo assunto che discende non da ragioni di contenimento sociale o di privazione della libertà, ma da esigenze insiste nella patologia di cui la psichiatria si occupa. La psichiatria di oggi, lo psichiatra di oggi non può in eterno scontare le “colpe” dei suoi avi, ma semplicemente fare bene il proprio mestiere e pretendere di poter avere gli strumenti adatti a farlo, visto che il ricovero è solo un momento possibile all’interno di percorsi terapeutici personalizzati e basati sul bisogno e non sul controllo.

Lo psichiatra non è un pusher di droghe psicotrope, non è un addetto al controllo sociale della diversità, usciti come siamo ormai dalle malinconie riduzioniste e fallimentari della psichiatria biologica, davanti a noi si pone semmai la vera sfida di dotarsi finalmente degli strumenti complessi che ci consentano di affrontare la complessità del dolore mentale grave. Ma per fare questo occorre, anche, investire molto in informazione ed educazione sanitaria corretta: l’antipsichiatria vive di ignoranza e prevenzione, come lo stigma nei confronti del malato mentale che non è certo scomparso e che di ignoranza e prevenzione, al pari, si nutre.

Nel suo piccolo Psychiatry on line Italia dando voce alle molte anime della psichiatria si propone anche questo obiettivo, non secondario, ma orgogliosamente portato avanti da oltre 20 anni, senza poteri forti alle spalle, ma, proprio per questo, con totale libertà di coscienza, anche in occasioni come questa essendo liberi di esprimere la nostra opinione senza alcun condizionamento di sorta o di parrocchia.

Viviamo in un’epoca di passaggio in cui, come ha acutamente osservato Mario Maj nel suo intervento a Cagliari nel corso del recente Congresso dei Giovani Psichiatri della SIP, vecchi paradigmi, su tutti il neokraepelinismo, sono entrati in crisi e nuovi paradigmi son in cerca di una validazione clinica senza le “certezze granitiche” del passato ma in una logica di movimento e continua messa in discussione propria della nostra epoca, certo più precaria nella sua mancanza di punti di repere, ma forse, per ciò stesso, foriera di possibilità di ibridazione un tempo impensabili.

In conclusione mi sento di poter affermare che io non credo nell’antipsichiatria ma credo nella BUONA PSICHIATRIA che nella complessità, non riduzionista, del suo agire dovrebbe essere sostenuta da tutti e aiutata nel poter disporre di mezzi e strumenti adeguati al suo buon operare.

La malattia mentale esiste. Ha solo bisogno di persone preparate e di strumenti adeguati per essere curata o almeno circoscritta negli effetti che provoca nella persona e nel mondo che la circonda.

Negare la sua esistenza è la formazione reattiva della paura che ancora fa e che è alla base di uno stigma duro a sradicare ma che troverà sempre Psychiatry on line Italia in prima linea per combatterlo.

Io credo che nei confronti del dolore mentale non ci sia altra strada da percorrere che quella di unire le forze per cercare e pretendere l’appropriatezza delle cure e in questo non riesco a immaginare altro che una Buona Psichiatria quale strumento per ottenerle, pretenderle e mantenerle nel tempo.


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Commenti

Bravo Francesco sono d'accordissimo con te. Ho scritto alcune considerazione della rubrica sui DSM E FUTURO DELLA PSICHIATRIA TERRITORIALE, prima di leggere il tuo editoriale!.
A dire il vero anche io sono abbastanza stufo dei tanti soloni che reificano "la psichiatria" con "lo psichiatra". Che mescolano paradigmi culturali mistificandone senso e origine. Che sono totalmente privi delle conoscenze di base della medicina e della nosologia in particolare.
Credo che proprio dietro questi "soloni", prosperino le Lobby e i poteri occulti, in un intreccio morboso e trasversale che fa del malato, il paravento dietro cui nascondersi e alimentare le proprie bizzarre ideologie.
In effetti, nel vedere avvicinarsi il mio pensionamento, devo dire che non ho vissuto la nascita della 180 (ero al liceo), non ho conosciuto la nascita dei trattamenti somatici e psicofarmacologici (non ero nato), ed adesso devo pure sentirmi in colpa in quanto psichiatra!
Vigiliamo sul DDL 2580, perchè li dietro ci sono le lobby che fanno dal male al povero malato trincerandosi dietro una ideologia antitetica a tutto, sopratutto al buon senso.

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Grazie per ciò che farete, grazie dell’attenzione.

Il mio maestro Bruno Callieri amava ripetere una frase che aveva sentito pronunciare da Hubertus Tellenbach ad Heidelberg : "Lo psichiatra deve essere un camaleonte di metodi". Ecco che illuminismo e romanticismo, idealismo e materialismo, empirismo e metafisica, naturalismo ed ermeneutica, prospettiva storico-sociale e politica e considerazione dell'esperienza soggettiva, rating scales e colloqui basati su empatia e controtransfert rappresentano la nostra disciplina. Rappresentano le antinomie e l'integrazione sul campo delle nostre discipline. La confusione o il conflitto tra i riduzionismi regnano quando ci si barrica su posizioni teoriche integraliste, fondamentaliste, lontane dal paziente. Se si sta davanti al paziente o con il paziente, le contraddizioni si consumano nella prassi dell'ascolto e della cura, dell'intervento e del silenzio. Chi di noi nei frangenti della clinica non si è trovato a volte a pensare delle cose anche lontane dalla propria formazione. Di cui magari si è sorpreso, meravigliato o si è addirittura contrariato? chi di noi non è stato smentito dalla clinica? Chi di noi, soprattutto dei più intellettualizzati di noi, non si è visto sorpassato, nel rapporto con il paziente, da un infermiere o da un collega meno o per nulla intellettualizzato? Chi di noi non è rimasto deluso di fronte ad un paziente che chiede il ricovero nonostante si faccia di tutto per garantirgli una rete esterna? O da un paziente che non vuole essere dimesso? Da un paziente che non vuole smettere un farmaco? Da un paziente che preferisce a noi un neurologo o un medico di base? Da un paziente che è resistente alla psicoterapia e preferisce prendere farmaci tutta la vita, anche se avrebbe buone risorse per elaborare un cambiamento? E gli esempi sarebbero tanti. Dunque : riappropriamoci delle contraddizioni e della nostra storia, e accettiamo che l'essenza del nostra lavoro sta nell'incontrare gli altri esseri umani, nell'incontrare ogni volta noi nell'altro, e che sono proprio questi incontri o questi non incontri che si lasciano dietro tutte le contraddizioni di cui siamo fatti. Come del resto accade, che lo vogliamo o no, per la stessa Storia. In questo, nonostante la protesta di Kierkegaard e di Nietzsche, il vecchio Hegel aveva le sue ragioni.

Rileggendo il mio commento mi sono accorto che non risultavano le ultime righe:
E intanto il mondo cambia; spesso si coagula attorno agli

Francesco Bollorino ci mette a disposizione tutto il sapere circolante e come dovessimo assumere, ognuno di noi, il sostegno anche economico perchè tale contributo competente e libero potesse continuare.

L'editoriale di Francesco Bolorino colpisce perché è insieme una accorata difesa di Polit e una accorata difesa della Psichiatria. Sulla assurdità degli attacchi a Psychiatry - on- line non occorre rispondere. A qualunque mente onesta e appassionata basta scorrere i video che parlano di una pluralità scenica che questiona, nei numerosi rimandi, le tante prospettive con le quali ogni psichiatra si deve confrontare cercando la propria sintesi interna, sempre in fieri, nella quotidianità del proprio lavoro, dovunque si svolga.
La seconda questione è estremamente più intrigante. La legge 180 presuppone che ci sia una chiamata Psichiatria. Indica i territori dove deve essere praticata ma non indica il "come". E questo "come" fa tremare l'intelletto e il cuore. In medicina è arduo ma in fondo epistemologicamente molto più semplice. Il rigore metodologico ha dei vincoli, interni ed esterni. Vi sono, ovviamente, sacche di ma non fanno cultura comunitaria. La Psichiatria pone dilemmi epistemologici, paradigmatici, etici, socio-antropologici, economici di qualità completamente altra. Se poniamo il libro di Basaglia "l'Istituzione negata" (1968) quale spartiacque epocale tra un
e un ci rendiamo conto che ha funzionato come un diedro su cui incide un raggio di luce bianca. La diffrazione ha generato tanti percorsi, in un primo tempo local e quindi molto differenti tra loro, legati a nomi precisi che tutti conosciamo. In seguito, venuti meno i vari referenti, i percorsi sono virati verso contrapposizioni paradigmatiche (biologia-psicologia, psicoterapie l'una contro l'altre armate, DSM vari versus PDM, residenze tra cronicità e terapeutiche, e così via). In tanti congressi era abituale giocarsi questi drammi epistemologici e procedurali in una sorta di ecumenismo di facciata: "vi sono, legittimamente tante psichiatrie". Il che, tradotto nella realtà fattuale, voleva dire "la mia è psichiatria, le altre sono anti-psichiatria", nel senso che non sono efficaci. Quindi un anti che significava "non psichiatria". Negli anni il dilemma si è radicalizzato in una sorta di triade non armonizzata: psicofarmaci, psicoterapia, residenzialità-supporto sociale. Negli interstizi di tali disarmonie si annida un dilemma: Antipsichiatria o Anti-Buona Psichiatria e di tale Anti-Buona Psichiatria ci dobbiamo assumere la responsabilità. E questo è l'appello forte nell'editoriale di Bollorino.
Mi sovviene un antico ricordo che testimonia come già Basaglia fosse acutamente consapevole del pericolo di tali discrasie. Basaglia pretese che i suoi allievi, frequentatori all'epoca di Trieste, venissero a specializzarsi in Psichiatria proprio nella Scuola della Cattolica, diretta da Leonardo Ancona, dove io lavoravo. Ed era notorio che tale Scuola era permeata dai paradigmi della Psicologia, della Psicoanalisi, della Gruppoanalisi. Sono stati anni interessantissimi, con un intenso lavoro di gruppo, a conduzione psicosociale, con gli specializzandi. E da lì andavamo a S.Maria della Pietà, a Perugia e veniva Resnik e psicosociologi dell' ARIP francese. Basaglia cercava di fondare la sua sfida sulla sintonia più ampia tra vertici ideologici verso quella competenza che non sarebbe più stata ideologica ma epistemologica e procedurale. E' ancora possibile raccogliere quella sfida?. Ho nella mente tre pietre miliari che ci possono guidare in questo terreno. Le cito nel caso qualcuno volesse riprenderle in mano: La prima parte da lontano(1976): un libro fondamentale nella mia formazione Carlo Brutti, Francesco Scotti "Psichiatria e Democrazia ". La seconda è una revisione radicale del costrutto nella riedizione degli scritti di tanti maestri e il commento a quegli scritti lontani da parte di colleghi autorevoli nell'oggi: Giacomo Di Marco e Flavio Nosè "La clinica istituzionale in Italia. origini, fondamenti, sviluppi" (Franco Angeli, 2010). La terza, che consiglio vivamente di leggere, è una analisi recentissima di Ivan Cavicchi proprio riguardo agli interstizi di cui sopra. E' un'analisi rigorosa della proposta di legge depositata alla Camera da Manconi e denominata <180 bis>. E' reperibile nel sito www.quotidianosanita.it del 6 ottobre 2017.

Articolo che apre o riapre antiche questioni. I commenti precedenti sono stati esaurienti e con l articolo di F. Bollorino completano il corpus del quesito: cos è la psichiatria? Psichiatria e antipsichiatria in conflitto sono il motore di una disciplina che comprende tutto ciò che è la ricerca di una difinizione di ciò che è " l'umano".
La sintesi di Bollorino mi trova concorde: "buona psichiatria".
È da questo punto che bisogna ripartire. Cosa definisce un "buon psichiatra"? E, ancora piu importante, quale formazione e informazione deve avere un medico che dovrà praticare una professione da "antropologo interventista"?
Credo che questo in definitiva sia il focus dello spiazzante scritto in questione.

Più che un editoriale questo di Francesco Bollorino è un manifesto scientifico-politico.

1. È scientifico perché parte da un assunto falsificabile, che addirittura l’antipsichiatria tentò di falsificare: “La malattia mentale esiste”. Certo, solo che esiste a modo suo, in modo diffuso e localmente variabile, non ingabbiata nei ristretti confini della nosografia stabilita da Kraepelin e Bleuler. Ricordo a questo proposito che Freud accolse con “rispettoso orrore” la Dementia praecox o il gruppo delle schizofrenie, come risulta dalla lettera di Bleuler a Freud del 6 ottobre 1911. Ecco le parole esatte di Bleuler: “Posso vivamente condividere il suo rispettoso orrore leggendo la mia Dementia praecox, anche se il rispetto meno dell’orrore”. Purtroppo la lettera di Freud è andata persa.

Seguo qui il discorso di Mario Maj. La malattia mentale è la particolare – dolorosa ed estesa – interazione tra due soggetti: il soggetto individuale e il soggetto collettivo, come da mesi vado argomentando nella rubrica che curo per questa rivista. Quindi la sua cura è necessariamente sociale e politica, prima che medica, rivolta a contrastare cause morbose di pertinenza della fisiopatologia: geni, mediatori chimici, ormoni ecc.

2. È politico perché propone una cura non necessariamente farmacologica e organica, di cui non nutre nessuna nostalgia. Trovo particolarmente suggestiva l’indicazione dei fattori potenzialmente morbosi su cui intervenire nella misura del possibile: la negazione, il lutto paranoide, l’attacco e fuga rispetto al gruppo, il senso di colpa (dello psichiatra!). Su ciascuno di questi punti ci sarebbero da scrivere romanzi. Qui mi limito ad accennare al primo, da cui discendono anche gli altri. Quello sulla negazione riguarderebbe certo anche l’antipsichiatria. Io lo scriverei in termini di volontà di ignoranza: non vogliamo sapere che esiste l’altro, che esiste l’inconscio, che esiste il fantasma, che esiste la malattia mentale, ecc. Neghiamo tutto, per principio. Non ricordiamo l’insegnamento di Freud e cioè che la negazione non sempre nega.

Non volendo sapere di certe belle cose, è meglio che noi psichiatri chiudiamo bottega. Il guaio è che allora rimaniamo per strada, perché anche l’antipsichiatria non ha mai aperto bottega. Sarà perché non serve a nulla e non ha da prestare alcun servizio utile al sociale. Tanto o poco la psichiatria è a servizio (i maligni dicono del capitalismo e del potere); ma l’antipsichiatria non serve proprio a nessuno.

Sono propenso a credere che la psichiatra possa essere scientifica, ma sono certo che è un servizio sociale. Se non serve, meglio buttarla via.

LA Confusione regna sotto il cielo di Internet.
Da quando l'opinione di un cane contra più di quella di uno scienziato il COMPLOTTISMO crea problemi gravi o gravissimi ovunque.
Anche i lavoratori del Pronto Soccorso sono sempre vittime (anche fisiche oramai) di assurde aggressioni solo perché qualcuno non accetta la logica del Triage.
I Paranoici No VAX li hai già citati.
INUTILE DISCUTERE con COSTORO
Anche un sistema razionale completo come quello scritto da Di Petta o la confessione di impotenza di Mario Maj (che comunque non cede il potere che deriva dalla falsa onnipotenza che ha preteso finora), ottengono l'effetto di ALIMENTARE I SOFISMI ANTISCIENTIFICI.
Abbiamo grandi problemi con la DEPATOLOGIZZAZIONE dell'OMOSESSULITA' o sulla possibilità di avere in Italia una MEDICINA DI GENERE LGBT, fino a protocolli specifici.
Apriti cielo se si parla di CHEMIOTERAPIA quando basta LIMONE e BICARBONATO e se muori è colpa tua.
La Magistratura non aiuta. Il numero delle sentenze FOLLI contro le conoscenze scientifiche è UGUALE a quelle che scavalcano l'INUTILE PARLAMENTO in un verso PROGRESSISTA E SCIENTIFICO.
Le norma garantiste aumentano la MEDICINA DIFENSIVA con aumenti spropositati di spesa, che causano TAGLI alla SANITA' e il cane si morde la coda...

La psichiatria asservita alle logiche del mercato? Bé, le multinazionali non sono opere munifiche. Dovremmo per questo rinunciare a usare gli psicofarmaci, e respingere il blocco la psichiatria come arma del diavolo, tortura delle menti, persecuzione dei derelitti? Naturalmente no. C'è un'ampia zona grigia fra l'operato della casa farmaceutica che tenta di nascondere gli effetti indesiderati (o anche pericolosi) di un farmaco per non dover rinunciare al guadagno, e il rifiuto globale di una disciplina medica che, nel bene e nel male, ha tentato, in parte riuscendovi, di trarre fuori dall'inferno dell'irrazionale migliaia e migliaia di persone sofferenti in maniera spesso indicibile, le cui condizioni, dalla demonologia ad oggi, andavano rapidamente cambiando in rapporto a trasformazioni storico sociali che una -in proporzione- sparuta classe di professionisti non poteva né può nemmeno lontanamente sognare di governare.
A che punto siamo, oggi? Il "liquido" (per citare Bauman) scuro nel qual siamo immersi non ci consentirà per molto tempo di distanziarci abbasta da riuscire a osservare la situazione da un punto dal quale la si possa comprendere appieno. Ma viviamo in una società ipertecnologica (perdonatemi la banalità) e soprattutto iperconnessa nella quale il pensiero è come non mai collettivo e lo sono in maniera particolare le idee paranoidi e i sistemi deliranti, soprattutto in medicina, laddove si sta rapidamente sfaldando il carisma dei detentori del sapere scientifico, erede millenario di saperi iniziatici e sacerdotali, spesso usati per opprimere, dominare, annientare, ma anche per soccorrere, consolare, guarire.
Può lo psichiatra (può il medico) tenere in mano tutto ciò? Io credo non possa. Siamo nell'epoca delle fake news e delle lotte no-vax, nel quale il contenuto di un delirio può tranquillamente essere affidato a un'ermeneutica priva di fondamenti razionali, ma non per questo meno impermeabile alla conoscenza. Che fare? Aspettare che passi la nottata? Forse con le luci dell'alba qualcosa in più si vedrà. Oggi non riesco a essere più ottimista di così.

io credo non si possa sorvolare sul tema del SENSO DI COLPA STORICO che in qualche modo la psichiatria e lo psichiatra si porta dietro e che a volte non solo l'antipsichiatria delirante e liquida ma pure la politica populista finisce per cavalcare. Si pensi alal campiniato mondiale dei TSO NON FATTI che sarebbero uan bella cosa se dietro vi fosse una vera qualità dei servizi

I sensi di colpa storici si possono superare soltanto studiando la storia delle discipline, che dovrebbe diventare materia curriculare fondamentale.

Gli estremi si "toccano": si creano, si rafforzano, si giustificano vicendevolmente. Ciò vale anche per la contrapposizione tra una psichiatria che tende a minimizzare o a negare l'importanza della dimensione soggettiva (e, quindi, anche quella del carattere personale e individuale della sofferenza psichica) ed un'antipsichiatria che, negando l'esistenza della malattia mentale, toglie anch'essa al paziente il diritto di veder riconosciuti, capiti e curati i suoi problemi personali, non sempre legati a fattori sociali, e mai puro riflesso di questi ultimi. La psichiatria "organicistica" sta vivendo una sua rinascita grazie ai progressi della neurobiologia e della psicofarmacologia. Concepisce la mente come puro epifenomeno inerte (non capace di retroagire sul suo substrato) della sua base neurobiologica. Si oppone ad un'integrazione tra conoscenze neurobiologiche e conoscenze psicodinamiche. Concependo la malattia mentale come puro fatto organico, slegato da condizionamenti affettivi, relazionali e sociali, è il tipo di psichiatria prediletta dai regimi totalitari, dove, tendenzialmente, viene usata come strumento di controllo sociale. l'antipsichiatria, nata da istanze rivoluzionarie, tende di fatto a colludere con la prima: nega anch'essa la specificità dei problemi mentali, concepisce la mente come epifenomeno inerte dei fenomeni sociali, non ritenendola in grado di operare una sua elaborazione, specifica per ogni individuo; degli influssi esterni e di reagire ad essi in modo sano o malato. Comune ad entrambe è la negazione della vita interiore di ciascuno, dell'individualità umana unica e irripetibile.

Totalmente d'accordo. Ma la declinazione complottistica e paranoide del rifiuto di ogni pratica terapeutica non mi pare possa essere meno intollerante verso chi si proponga di esplorare le soggettività (si spera: proprie e altrui). Anche perché quella è già stata dissolta in un pensiero gruppale malato. E contro di essa credo non possa far molto nemmeno il ritorno di una psichiatria psicodinamica, che pure io auspico con grande speranza e passione.


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