LIBRI E LETTINI
La psicoanalisi tra le righe
di Davide D'Alessandro

Melanie Klein, che lezioni sulla tecnica!

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23 novembre, 2020 - 09:52
di Davide D'Alessandro
Fosse stata ancora in vita, Melanie Klein, l’avrei certamente messa in cima alla lista di uno dei miei ultimi due libri. Intervistarla sarebbe stato un piacere assoluto. Oggi, a sessant’anni dalla morte, noto che c’è chi l’ha fatto per me, con domande più appropriate di quelle che avrei posto io. Accadde nel 1958, due anni prima che la psicoanalista austriaca naturalizzata britannica, stella di prima grandezza del firmamento analitico, ci lasciasse.
Isabel Menzies, Oliver Lyth, Stanley Leigh, Brenda Morrison, Tom Hayley e James Gammill, furono i fortunati giovani colleghi che discussero con lei su questioni di tecnica. Il tutto è ben testimoniato nel volume che Raffaello Cortina ha meritoriamente mandato in libreria, “Lezioni sulla tecnica”, a cura e con una lettura critica di John Steiner, edizione inglese del 2017, ora tradotto da Sara Boffito nell’edizione italiana curata da Silvia Andreassi e Paolo Fabozzi.
È la raccolta di sei lezioni inedite che Melanie Klein tenne a Londra nel 1936 per gli studenti dell’Institute of Psychoanalysis. I titoli? Eccoli: Principi guida, Aspetti della situazione di transfert, Transfert e interpretazione, Transfert e interpretazione: un’illustrazione clinica, Esperienze e fantasia, L’analisi delle rimostranze.
Chi ha assaporato “Invidia e gratitudine” ritroverà la lucidità del pensiero, la chiarezza dei concetti espressi senza miracol mostrare, l’efficacia del ragionamento, la pulizia del discorrere. In una parola, la bravura. Poi, nello scambio avuto con i giovani colleghi sopra citati, emerge il tratto inestimabile della professionista esperta, che non spreca parole né virgole, ma punta dritta al cuore del problema. Ecco le domande poste posero dagli interlocutori: 1) Può dirci qualcosa sui cambiamenti che hanno avuto luogo nella tecnica nel corso degli ultimi quarant’anni? 2) Quali sono i principi che dovrebbero guidare lo svolgimento di un colloquio preliminare? 3) Qual è il suo punto di vista su come si dovrebbero affrontare i silenzi del paziente? 4) Domanda aggiuntiva sul controtransfert. 5) In quali circostanze ritiene opportuno che l’analista ponga delle domande? 6) L’analista deve segnalare quelle situazioni fattuali che sembrano essere state percepite dal paziente in modo sbagliato? 7) Ulteriori commenti sul controtransfert nell’intervallo. 8) Può affrontare la questione del legame, in tutte le sue ramificazioni? 9) Che cosa pensa Freud intendesse con “attenzione uniformemente fluttuante”? 10) Fino a che punto ritiene che i sentimenti di controtransfert debbano essere usati nella formulazione delle interpretazioni? 11) Potrebbe dirci qualcosa sull’esperienza soggettiva dell’identificazione proiettiva sull’analista?
Non voglio rubare nulla alla vostra lettura, ma segnalo la pronta ironia di Klein: «Le domande che mi sono state poste assomigliano molto a un esame, ma credo di poter superare la prova». E la supera brillantemente. Le risposte sul controtransfert, sui silenzi dei pazienti, sull’attenzione uniformemente fluttuante e in relazione all’identificazione proiettiva sull’analista, meritano l’intero prezzo del biglietto. Ci pensa John Steiner, nella parte conclusiva della sua lunga e significativa introduzione, a parlare a nome di tanti di noi: «Qualunque sia il motivo, è interessante notare che pochi analisti contemporanei lavorano nello stesso modo in cui lavorava Melanie Klein, come mostra il materiale relativo al signor B, in cui l’analista interpreta le fantasie del paziente sul nonno, gli animali morti ecc. È possibile che siamo diventati più sensibili alla capacità del paziente di seguire, ma è anche possibile che abbiamo perso vitalità e profondità nel processo. Ciascuno di noi deve trovare una propria personale risposta a questo stile di lavoro, ma io mi sono domandato se queste lezioni non possano essere un incoraggiamento ad andare oltre e a trovare nuovi modi di avvicinare fantasie più profonde e generali attraverso l’evocazione di versioni specifiche, nel momento in cui si presentano nel transfert. Come collegare le ombre di una nonna che danza con il demonio, l’impulso a fare a pezzi una tazza da tè, i ricordi di un nonno e un macellaio, animali morti e corpi morti con l’attualità del qui e ora? Forse possiamo imparare dall’approccio di Melanie Klein e scoprire modi di esplorare la fantasia inconscia, in senso sia generale sia specifico, senza che questo ci distragga dall’attenzione giustamente dedicata alla situazione di transfert attuale. Certamente la lettura di queste lezioni dà una sensazione di vitalità e immaginazione di fronte alla quale parte del nostro lavoro sembra banale. Mi auguro che saremo capaci di usarle come stimolo a riconsiderare la tecnica di Melanie Klein, e anche a rivedere la nostra».



Be’, ho scritto che non voglio rubare nulla alla vostra lettura ma, mentre ripercorro il prezioso testo a ritroso, mi soffermo su un passo che avevo evidenziato in rosso. Lo propongo a mo’ di saluto e di manifesto, poiché non è mai sbagliato ricordare la giusta postura dell’analista, poiché sia postura e non…impostura. Scrive Klein: «In caso vi avessi dato l’impressione che l’atteggiamento analitico sia privo di sentimenti e in qualche modo meccanico, mi devo affrettare a correggere questa impressione. L’analista è in grado di avvicinare e comprendere il paziente come essere umano soltanto se sono pienamente attivi in lui emozioni e sentimenti umani, sebbene tenuto perfettamente sotto controllo. Se l’intento dell’analista è esplorare la mente del paziente come se fosse un macchinario complesso, non riuscirà – per quanto il suo desiderio di scoprire la verità possa essere forte e sincero – a compiere un lavoro analitico proficuo. Questo desiderio fondamentale sarà efficace solo se si accompagnerà a un atteggiamento realmente positivo nei confronti del paziente come persona. Con questo non mi riferisco banalmente a sentimenti umani amichevoli e a un atteggiamento benevolo verso le persone, ma, oltre a questo, a qualcosa che riguarda un profondo e autentico rispetto per il lavoro della mente umana e della personalità umana in generale».
Chapeau!                                                                                                
 

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