Agostino Pirella (1930+2017) psichiatra fenomenologico impegnato nel sociale. In memoriam.

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2 luglio, 2018 - 08:59
Riassunto. L’autore, in occasione del quarantennale delle Legge 13 maggio 1978 n. “180”, dai più conosciuta come “Legge Basaglia”, vuole ricordare alcuni dei protagonisti, recentemente scomparsi, per averli conosciuti personalmente. Fra quelli che ha frequentato meno, ma si è sentito in maggior sintonia, per affinità di carattere e di inclinazioni filosofiche, per temperamento, per corregionalità di nascita e per carriera universitaria, c’è Agostino Pirella (1930-2017). Il fatto che sia (frettolosamente) citato fra i “secondi basagliani di Gorizia” e ricordato come “chiuditore” di manicomi, mette molto in ombra le sua vera natura di persona colta, raffinata intellettualmente e anche (udite, udite)… sportiva! Pensate, aveva giocato al calcio a livelli semiprofessionisti. Un ossimoro: un intellettuale che corre dietro una palla in calzoncini con 21 scalmanati peggio di lui! L’autore sottolinea con forza e convinzione che la chiave strategica più semplice per gestire le comunità terapeutiche (grandi e piccole), le istituzioni (aperte e chiuse), sia soffiare sul valore evasivo dell’aspetto ludico. Dunque praticare uno sport competitivo, attizzare l’agonismo sportivo, può essere utile a smuovere la morta gora delle “Istituzioni” (totali e parziali, grandi e piccole). La strada di minor costo è una palla (grande o piccola), il numero dei partecipanti è a seconda del gioco. Col ping pong si coinvolgono da due a quattro persone, col footbal da dieci a ventidue, man mano a salire. Eppoi ci sono i tornei, ma cambiando nazione, il gioco non cambia, né la popolarità, anche se può mutare la palla: più grande, più piccola, dura, ovale…
 
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Ho letto che il 31 ottobre 2017 ci ha lasciato Agostino Pirella. Chi dava l’annuncio, su forumsalutementale.it e lo ricordava con affetto sincero, era Vito D’Anza, psichiatra, suo ex collaboratore che, con garbo e precisione rammentava dettagliatamente alcuni fondamentali insegnamenti da lui ricevuti. Anch’io, anni fa, ho conosciuto Agostino Pirella, di cui ero quasi coevo e, dispiaciuto per la perdita, sono subito corso a cercare un riscontro sul sito “Fondazione Franca e Franco Basaglia”. Purtroppo, nella redazione, vi ho trovato la conferma, con la citazione di una vecchia lettera di Franco Basaglia che giustificava l’amico Agostino per le sue esitazioni nel raggiungerlo a Gorizia, da Mantova e una sollecitazione: «Con questa lettera di Franco… vogliamo ricordare Agostino Pirella che è morto il 30 ottobre a Torino a 86 anni. Pirella è stato un compagno infaticabile nella lotta contro il manicomio e nella realizzazione della riforma, ed è stato un uomo colto, inquieto e coerente. Sul suo lavoro e le sue idee sarà importante ritornare nel prossimo anno pieno di anniversari importanti per i temi sui cui Pirella ha impegnato la vita».
Raccolgo subito l’invito e ”torno” sul lavoro e sui temi di Agostino Pirella a meno di un anno dalla morte. Innanzitutto voglio rievocare il tragitto esistenziale di una persona, attiva e coraggiosa, che non solo creava idee, cioè pensava, ma le poneva anche in essere con tenace convinzione. Non voglio scrivere la parola “intellettuale”, ubiqua, equivoca e fin troppo abusata per quelli della mia generazione. Si, tanto per restare nel campo della pazzia, quelli che per scegliere di andare a lavorare in manicomio non si limitavano a fare la specializzazione in neuropsichiatria, ma imparavano anche dell’altro.
A questo trafiletto della “Fondazione” e ad una vecchia e garbata lettera di Basaglia che si scusa con l’amico per il ritardo nel rispondergli, non devo aggiungere altro se non citandola per come giace negli archivi della “Fondazione”. Pirella, che doveva compiere una scelta delicata e faticosa, chiedeva a Basaglia del tempo per decidere di trasferirsi da un luogo certo di lavoro (il “manicomio neuropsichiatrico” di Mantova, praticamente un luogo a lui domestico, ancorché fosse “un campo di concentramento”) in una difficile terra di confine con la Slovenia, come Gorizia, dove Franco Basaglia era andato a fare il direttore nel 1961.
«Caro Agostino, Scusa la mia villania! Grazie del libro che ti rispedirò al più presto. Ieri dovevo andare a Salsomaggiore e così era mia intenzione passare per Mantova. Poi tutto è andato contro i progetti e allora…» con questo commento di Franca Basaglia Ongaro « Ritrovo una lettera di Franco in mezzo a vecchie carte che si riferiscono agli ultimi anni di Mantova (‘64-‘65) anni in cui ci ritrovavamo a Bologna e Milano … per analizzare e discutere di lavoro logico-linguistico, di inconscio in una cornice che cercava di mettere insieme neopositivismo logico e marxismo... Era il tempo in cui si decidevano i destini del mio trasferimento a Gorizia. Ero certamente interessato ad andare a lavorare con Franco, che conoscevo già da anni, ma allo stesso tempo avevo tentennamenti relativi al fatto di lasciare un posto ben retribuito, vicino ai luoghi in cui mi trovavo con gli “amici di pensiero”».
 
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Al necrologio del Collega Vito D’Anza, che condivido pienamente, aggiungerei due o tre cose che ricordo di Pirella e qualche coloritura sullo spirito dell’epoca (lo Zeitgeist dei germanici).
Prendo atto della «tenacia e… caparbietà di Agostino… proverbiali», come scrive affettuosamente il suo allievo, e collaboratore. Un Collega, più giovane di noi (io e Agostino), dal quale ci separano, più o meno, qualcosa come cinque lustri. Ma ritengo un po’ riduttivo e meccanico, rammentarlo sottolineando il fatto che «Tutta la sua vita si è consumata smontando manicomi: Mantova, Gorizia, Arezzo, Torino/Collegno». Sarebbe più interessante, invece, a mio avviso, scoprire anche, come si sia costruito quel tipo di vita professionale, come sia arrivato a certe scelte radicali in psichiatria, partendo dagli studi medici, dalla “specializzazione” per curare i manicomi e le persone dei manicomi. Come lo abbia fatto, filtrando la sua esperienza di vita ed orientando il suo orientamento esistenziale attraverso la meditazione e la pratica della filosofia antropofenomenologica.  
Indubbiamente i fatti di cui è stato partecipe con Franco Basaglia e gli altri della “prima équipe di Gorizia”, sono eventi storici, e non di poco conto, visto che oltretutto, non sono accaduti senza insidie, tranelli e clamori, né furono indolori. Si può ben dire che sia stato testimone di un’epoca particolarmente esplosiva. In primis, tutte le “istituzioni” dell’epoca si opponevano a qualsiasi tipo di cambiamento. Un po’ per pigra abitudine, un po’ l’incrollabile certezza che garantisce il credo conservatore (s’è sempre fatto così), un po’ per la paura del nuovo, istillata artatamente nella pubblica opinione del tempo. Per inciso, rammento di aver dovuto fronteggiare personalmente l’occupazione di Via dell’Amba Aradam coi 15 letti del primo SPDC romano, aperto nell’Ospedale “Civile” di “San Giovanni”. Letti, trascinati in strada non si sa da chi, ma non certo dai “matti”, né dai loro parenti, né da chi se ne prendeva cura.
Quello che, piuttosto mi sentirei di mettere in risalto, di Agostino Pirella, era quella sua “capacità empatica” (cioè il sentire dentro), ossia quella sua dote di comprendere appieno e di condividere l’esperienza vissuta dall’altro. Di cogliere, lo stato d'animo dell’interlocutore, ascoltandone le parole. Detto altrimenti, di partecipare al sentire altrui, sia che fossero vissuti di tristezza, sia che fossero momenti di esaltazione maniforme. Questo era per me Agostino, quelle tre o quattro volte che ci siamo incontrati in ambiti congressuali.
 
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Se la memoria non mi tradisce, so che proveniva dalla scuola di Fabio Visintini, maestro raffinato, da Toscolano sul Garda, direttore della Clinica delle malattie nervose e mentali di Parma. So che era uno psichiatra di indirizzo antropofenomenologico, probabilmente abilitato all’ultima libera docenza, quella tenutasi nel 1969, perché quell’istituto fu abolito nel 1970, ed io nella mia sessione del 1968, non ricordo di averlo incontrato. So che, prima di Gorizia (1962), aveva lavorato nel manicomio di Mantova, con un direttore che «girava per l’ospedale con gli stivali e con i cani, rivolgendosi ai pazienti in modo molto sgarbato, sarcastico […] Per cui l’immagine del campo di concentramento per una persona come me, molto più giovane ma sensibile a questi temi, era costantemente presente in quegli anni» (John Foot. La Repubblica dei Matti. Feltrinelli, Milano, 2014).
Non ricordo un anno particolare (certamente prima del 1968), né  un luogo preciso, in cui ci siamo trovati, con Agostino Pirella. Nondimeno, essendo, per natura, due curiosi e interessati a frequentare anche gli ambienti accademici dei congressi e dei seminari, per fiutare le novità, avevamo certamente avuto occasione di conoscerci, proprio quando, informalmente, sono affiorati interessi comuni, affinità elettive e si andavano formando legami importanti di stima con altri psichiatri coevi e radicalmente critici verso la psichiatria del tempo.
C’era, tra noi due, anche un pizzico di narrazione personale e di pedagogia della salute. Io fumavo accanitamente, dalle papier jaune ai toscani, aspirati e masticati. Naturalmente Agostino disapprovava. Fu allora che prevalse lo spirito pedagogico e salutistico, cosicché Agostino mi raccontò della fine di suo padre fumatore inveterato. Era deceduto per enfisema. «Credimi – mi disse – una morte terribile. Ho ancora in mente i suoi occhi, tragicamente disperati». Non riuscì a convincermi di smettere col fumo, ma ci trovammo subito d’accordo quando prendemmo il discorso sulla psicopatologia fenomenologica, sui coinvolgimenti assembleari, sulle vie di scardinamento dall’interno delle istituzioni manicomiali.
 
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Con Agostino Pirella, dicevo, ci siamo solo incontrati, abbiamo soltanto parlato, scambiato semplicemente delle opinioni, brevemente, a quanto rammento, ora che la sua scomparsa mi induce alla rammemorazione. Tre o quattro furono i nostri incontri, casuali, non programmati, ma pregnanti. Non saprei indicare con precisione né tempo né luogo. L’incontro ha dato seguito ad un dialogo, al piacere della parola, al  ragionare insieme, per  lo più, come detto, in occasione di convegni, congressi, visite ai luoghi dove si sperimentavano le open door e si praticavano le assemblee comunitarie coi pazienti delle “istituzioni totali”, che infine furono totalmente “negate”.
Per questo mi torna alla mente l’espressione essere insieme nell’amicizia, cara a Binswanger, una delle forme di esistenza fra le più ricche, tra due persone che vivono lontano e si vedono raramente ma pensano in sintonia. Segno evidente che le nostre letture formative erano simili. Ma soprattutto che le nostre esperienze psichiatriche erano transitate per sentieri inesplorati ed erranti nella selva, interrotti e ripresi (gli Holzewege di Heidegger). Tragitti non dissimili, durante quel mezzo secolo in cui si chiusero le istituzioni manicomiali per andare sul territorio, in cui si giunse alla nozione di prevenzione e tutela della salute mentale, ma la psichiatria smise, finalmente, di essere una pratica forte del sapere debole.
Le rotte erano similari. Provenivamo da una situazione intollerabile, quella custodialistica manicomiale, dalla quale intendevamo evadere, guidando fuori tutti; soprattutto gli abitatori dei manicomi, tenendoli per mano, per approdare in un fuori di civile coesistenza, tutta da scoprire da capire e da spiegare. Una, coesistenza spesso rifiutata pregiudizialmente, aprioristicamente, da chi aveva paura dei “matti” o da chi strumentalizzava la cosiddetta “pericolosità a sé e agli altri” o il “pubblico scandalo” della “follia”, sancite nella vecchia legge giolittiana n. 36 del 14 febbraio 1904. E non è detto che oggigiorno, cinquant’anni dopo l’abbattimento dei primi recinti della “custodia e della cura degli alienati”, tale paura-pregiudizio, sia venuta meno. Se posso aggiungere qualcosa di personale, io non ho mai avuto pregiudizi di tal genere, al punto che non esitai a prenotare un pullman per portare in gita i pazienti del “padiglione sedici” del manicomio Santa Maria della Pietà di Roma alla “Festa dei ceri di Gubbio” (1970), la celebre “festa dei matti”, ottenendo il permesso dal direttore, prof. Massimiliano Bartoloni, terrorizzato ma consenziente. “Mi raccomando Mellina, renditi conto di quello che stai facendo. Una cosa pazzesca!” Come nota a margine, ricordo che quelli che mi diedero più da fare, per la loro esaltazione entusiastica. furono gli infermieri. I pazienti ebbero la pazienza e l’attenzione di seguirli uno ad uno per farli risalire sul pullman. Era corso molto vino.
Tornando a Pirella, mi limiterò a sottolineare tre punti di contatto, con quello che io ho reputato e ritengo tuttora, l’essenza del pensato di Agostino, del suo vissuto e delle sue passioni, nelle quali mi riconosco. Tre punti particolari: una pignoleria biografica, un similare tragitto accademico, una comune grande passione. Punti forse marginali, ma che me lo fanno immaginare come giusto compagno di strada nella tutela della salute mentale, la strada giusta, quella senza manicomio.
 
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1) Quando ci siamo incontrati l’ho sempre sentito vicino nel senso di persona affine, quasi coetanea e quasi conterranea. Ora che non c’è più, tutti i necrologi e le biografie che ho letto, portano date e luoghi differenti e a lui non posso più domandarglielo. In alcuni viene fatto nascere a Reggio Emilia nel dicembre 1930, in altri a Mantova nel gennaio del 1931. Su queste mie pignolerie circa le biografie degli autori mi tornano in mente le confidenziali e divertite sollecitazioni di Bruno Callieri: «Ma che ti frega di quando è nato e quando è morto. Scrivi quello che ha fatto, l’unica cosa che conta!». Saranno pure pignolerie, ma le coordinate esistenziali e il percorso di vita dall’alfa all’omega, di un autore, ti danno l’idea di quale mondo abbia incontrato e in che contesto storico sia vissuto. In effetti tra il dicembre del ’30 e il gennaio del ’31, cambia poco, quando voglia misurarmi con lui, a me che sono del settembre del 1932. Ma un conto è saperlo reggiano (arzan) di Reggio nell’Emilia, poco più di una settantina di chilometri sulla Via Emilia, ovvero emiliano, a me che son di Bologna. Altro, invece, è saperlo lombardo di Mantova, ossia lontano poco più di 100 chilometri e per giunta, divisi dal Po che si salta a Pioltello.
Mantovano o reggiano, che fosse, in ogni caso, cambiava poco. Agostino, per come l’ho conosciuto, restava persona riflessiva, pacata, seria, di lunga “stagionatura” delle idee, prima di passare all’azione, come il parmigiano prima del momento della degustazione. Ma poteva  altrettanto bene ritenersi “guida” sicura, come Virgilio, per chi avesse avuto la triste esperienza di smarrirsi per una selva oscura. Il tratto saliente era comunque la sua gioviale cordialità con gli amici e la sua autenticità coi “malati”.
Prossimità di pensieri e similitudini caratteriali con Agostino, restavano tra noi, sia che fossimo corregionali o limitrofi. Mi azzarderei a pensare anche alla stessa, curiosità per le cose dotte e storiche “certificate”, come gli incunaboli notarili di Rolandino. Non posso dire altrettanto di Pirella, per la contraddittorietà dei dati di cui sopra, ma sono certo che spendeva bene il suo sagace equilibrio lombardo-emiliano, anche diplomatico quando fosse tornato utile ai fini antistituzionali. Dal canto mio, ero fiero della mia etrusca felsineità, sicuro che mi avrebbe soccorso nel mondo della vita. Fin dal liceo ero consapevole che il luogo dov’ero nato era celebrato per antichissima università di saperi medici. «Fra le colonie etrusche la principale è Bologna, chiamata Felsina ... » [«Intus coloniae Bonomia Felsina vocitata tum cum princeps Etruriae esset». Plinio il Vecchio (Naturalis historia, III, 115).
Compiaciuto e sicuro, nondimeno predisposto all’amalgama inclusiva e speziata dei tagli meno nobili di carne suina, bovina ed equina, come s’usava fare fin dal Cinquecento, per fabbricare la non meno celebre mortadella. Attenzione però. I lunghi tempi di preparazione e stagionatura, alla fine, rendevano la mortadella una prelibatezza per gourmet abbienti. La metafora del grosso insaccato bolognese cucito a mano e non certamente ipocalorico, potrebbe suonare ingenerosa e fuori tema per i disfacitori dei manicomi del passato e la ricollocazione nel tessuto sociale dei loro abitanti, ma a pensarci bene, per i tempi lunghi e le “stagionature nel sociale”, forse non è poi così peregrina.
 
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2) il secondo punto concerne quel conato di carriera universitaria che io e Pirella abbiamo fatto. Entrambi, abbiamo coltivato e maturato saperi accademici, che ci sarebbero tornati utili approdando all’esperienza manicomiale. Agostino aveva fatto la specializzazione a Parma con Visintini, stimato maestro di buoni consigli e sagace scrutatore di orizzonti nuovi nella psicopatologia antropofenomenologica. Quando fu necessario, appoggiò Basaglia, al contrario di Giambattista Belloni che fu suo direttore all’università di Padova. Vale la pena ricordare, per tratteggiare lo spirito del tempo, che circolavano due storielle per la carriera universitaria, che valgono anche per Franco Basaglia. Normalmente il direttore ti chiedeva se avevi beni al sole e tempo da aspettare per la cattedra, altrimenti ti conveniva cambiare strada subito dopo la specializzazione. In ogni caso, al primo degli allievi toccava la cattedra di neuropsichiatria, al secondo il primariato di neurologia e il terzo andava a dirigere il manicomio provinciale. Basta leggersi le cronache del tempo.
Io ero stato per un decennio circa (1958-1968) “Assistente Volontario” alla Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Roma con Gozzano, prima di salire al manicomio del Santa Maria della Pietà (1970).
Mi ritrovai con due compagni di specializzazione alla “Neuro” da Mario Gozzano: Antonino Lo Cascio un creativo fantasioso, battutista inarrivabile, di orientamento junghiano e Massimo Marà un freudiano dissidente col pallino della prevenzione del disturbo psicotico fino a sorvegliare la gravidanza.
Non tardammo a sentire puzza di carcere e clima di oppressione. Il controllo della corrispondenza dei “malati”, i registri delle “consegne” degli infermieri e quello delle contenzioni, squadernati ogni mattina dalla suora caposala sul tavolo per la firma, erano pratiche disumane e pertanto la firma negata. Dal nostro caporeparto, Giuseppe Francesconi, sentivamo parlare della AMOPI. Non una divinità egizia, ma un’associazione di psichiatri ospedalieri, “bianchi”, contraria ai manicomi (politicamente diversa dalla “Psichiatria Democratica”, gli psichiatri “rossi” di Basaglia e Pirella ma con fini analoghi), guidata da Eliodoro Novello, con cui Francesconi s’incontrava spesso, credo alla “Brusegana”, il regno del grande fenomenologo Ferdinando Barison. Ad un Marà che, sempre militante e partecipe, mi sollecitava ad andare con lui ai convegni di “Psichiatria Democratica” Lo Cascio rispondeva serio: “Guarda! A Mellina, con cinque figli, dovrebbero dargli la tessera di “Psichiatria Demografica”! Honoris causa.  In fondo, al di là delle battute, per Confucio non importa che il gatto sia bianco o nero, basta che prenda i topi. Ma un dato incontrovertibile andava diffondendosi in Italia. Proprio dai vituperati manicomi italiani dell’epoca, solo alcuni però, quelli particolarmente sensibili ai nuovi fermenti filosofici europei, prendeva la sua rincorsa quella lunga marcia di contestazione, di superamento e di riforma dei manicomi, che solo in Italia fu coronata dalla abolizione. Potrebbe sembrare una contraddizione ma resta un dato storico.
Molti psichiatri di allora, certamente Agostino mi fu compagno o mi precedette, fummo del gruppo appassionato e cultore della fenomenologia. Dopo aver scoperto lo Jaspers, tradotto per la prima volta in italiano da Romolo Priori nel 1968 imbracciarono, i testi di Husserl, Heidegger, Merleau-Ponty, Sartre, divenuti ormai la nostra letteratura psichiatrica preferita. Serviva a decifrare la clinica, serviva alla donazione di senso del vissuto delirante, allucinatorio, serviva a condividere le angosce e le confusività dei “malati” gravi, serviva a trovare gli ascolti e le parole giuste per aiutare le “presenze” gravemente sofferenti a fare chiarezza. Ho sempre pensato che il massimo della chiarezza corrispondesse al massimo della salute mentale. Quante volte ho dovuto oppormi risolutamente a genitori che mi proponevano: “Quando verrà a visitare mio figlio, dica che abbiamo fatto il militare insieme. Così lui non si arrabbia con me che ho chiamato lo psichiatra a casa!”
Oggi scopro che Agostino Pirella la pensava esattamente come me, a quanto scrive Vito D’Anza. «In quei pochi anni ho appreso tanto, quanto mi è servito negli anni a venire. Concedeva poco alla genericità, alla stanchezza, alle “scorciatoie”. A un collega psichiatra che proponeva una soluzione alquanto ambigua e confusa per affrontare le resistenze di un giovane paziente: “… avete a che fare con persone con disturbo psicotico che sempre necessitano  di chiarezza e autenticità. Queste persone – ci disse – devono essere aiutate a contenere le proprie angosce. Se siamo ambigui e confusi nel nostro essere e nel nostro comunicare difficilmente saremo capaci di rispondere al bisogno di rassicurazione”. Una piccola lezione che ha sempre orientato il mio lavoro futuro».
 
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3) L’ultimo punto, ma non per ordine d’importanza, che ho piacevolmente scoperto, e con grande sorpresa, dal necrologio di Vito D’Anza era la competenza e la passione per “il calcio” di Agostino Pirella. «Mi piace ricordare, come colleghi più anziani mi hanno raccontato, che Agostino era stato un bravissimo calciatore. Con malcelato orgoglio se qualche volta a cena si finiva a parlare di calcio raccontava della sua militanza in una squadra di serie C. Una sera di primavera di più di trent’anni fa, nel corso di un convegno a Napoli, rientrando in albergo avevano incrociato un gruppo di ragazzi che giocavano a pallone. Era molto tardi. Restarono per un po’ a guardare. I ragazzi, quasi a provocare li sfidarono. Agostino senza tentennamenti si tirò su il risvolto dei pantaloni e la partita cominciò».
Molti riformatori della psichiatria degli anni Sessanta avevano giocato con successo in squadre di calcio. Alcuni li ho conosciuti personalmente: Aldo Giannini, per esempio, cattedratico di Psichiatria a Sassari, psicopatologo fenomenologico proveniente dalla scuola pisana di Giuseppe Pintus precocemente scomparso nel 1960, e quando ti moriva il direttore erano dolori per chi aveva scelto la carriera universitaria. Aveva giocato nel Solvay e doveva andare al Genoa, ma il padre si oppose. Con altri ci ho anche giocato: Massimo Marà aveva militato nelle giovanili della Lazio. Luigi Cancrini, analoga carriera giovanile, micidiale nei colpi di testa in area. So che Giuseppe Berti Ceroni, il collega artefice della nuova salute mentale bolognese senza manicomio, mancato nel 2011 era appassionato di calcio, competente e teneva per il Bologna, ma no ho fatto in tempo a chiedergli se ci avesse anche giocato.
Io, non esito a dire, che sono stato il peggiore di tutti. Grande entusiasmo, altrettanta passione, discrete qualità di atletica leggera, ma tecnica zero. Non è che non avessi tentato i "provini". Allora abitavo a Bologna, dove come ho detto sopra, sono nato, e quei "provini" li ho fatti più volte con esito negativo. Tutti i giorni, di pomeriggio frequentavo i campetti di periferia giocando con i coetanei fino al tramonto e con costoro mi presentavo alla “leva” del "Bologna F.C." quando c’era la chiamata. Una volta rimasi con l’amaro in bocca. Decidemmo di andare io e uno di Baricella che avevo conosciuto giocandoci insieme in un prato dalle parti di Via Mengoli. Lui lo presero. Si chiamava Cervellati, Cesarino Cervellati. Era del 1930, se n’è andato il 13 aprile 2018.
 
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Una postilla a proposito di “calcio”. Un dettaglio, ma anche qualcosa di più se uno deve “fare squadra”, come si dice oggi o deve organizzare vita comunitaria. Soprattutto – come ho sempre pensato senza averlo mai confessato – il più gran riscatto dalle terapie biologiche di cento anni fa, basate sull’erroneo presupposto che vi fosse incompatibilità tra epilessia e schizofrenia, senza che vi fosse il minimo di evidenza scientifica. Una feroce e collettiva assurdità scientifica dei primi anni Venti del Novecento. Come sosteneva causticamente Vito Maria Buscaino, famoso cattedratico neuropsichiatrico napoletano dell’epoca, che detestava l’elettroshock, “Per i pazienti psichiatrici, fin dall’antichità era stata durissima,con le paure e gli spaventi. Dalle precipitazioni dallo scoglio di Leucade attaccati a grossi volatili, alle torture, alle catene e infine agli shock di ogni genere, anche chimici, come gli ultimi dei nostri giorni”. Cito a memoria una sua conferenza degli anni Cinquanta, quando si aspettava di essere chiamato a Roma al posto di Gozzano. 
Il football è uno sport semplice, popolare e povero, nella sua essenza. Si fa con poco. Bastano due sassi per le porte e anche una palla di stracci va bene. Ha, però, un potere straordinario, quello di accendere le passioni, fino a creare una malattia come il tifo e una patologia collettiva come i tifosi. Tutti vogliono vincere. Nessuno accetta di perdere, al massimo si pareggia. Tutto è chiaro, tutto si vede, si capisce subito. Una squadra di qua, una di là. La tua e gli avversari. Il colore li differenzia. Vince chi marca più gol. Fino a quando non si affaccia il denaro, il morbo del tifoso non danneggia, anzi fa anche bene e può perfino curare la mente. Parlare al corpo perché la mente intenda. Questa è stata la mia filosofia fin dai primi atti di libertà con i “malati, quando ho lavorato in manicomio o nelle cliniche private per “malati mentali”.
La decisione più logica a cui può approdare una comunità, specie se “terapeutica”, che debba trascorrere molto tempo assieme, è quella di scegliere di giocare a pallone, tra i momenti ludici. È la prima cosa che mi è venuta in mente e che ho fatto con i “malati”,  quando mi sono trovato a lavorare in ambienti comunitari, anche privati: le “case di cura”, per esempio, dove gli “Assistenti Volontari universitari” di un tempo, facevano le “guardie” per arrotondare. Gli esiti della terapia calcistica furono sorprendenti. Quelli della “calcioterapia”, erano una sorta di affiliati a una setta segreta. Pareva coltivassero vicende da “carbonari”. Si rivelavano solo quando non potevano farne a meno ed erano certi di non essere visti da occhi “accademici”. Tra loro, codesti psichiatri particolari, si conoscevano e comunicavano informalmente, perché nessuna relazione ufficiale sarebbe stata accettata dalle associazioni scientifiche di neuropsichiatria. La mia, oltretutto, era una temerarietà calcolata, perché all’inizio degli anni Sessanta, al declino delle terapie somatiche, si andavano sostituendo quelle psicofarmacologiche ed era in auge la “cura del sonno”.
Sempre meglio dormire – pensavano tanti giovani psichiatri di allora ed io con loro – meglio il sonno con micidiali cocktail di sonniferi tra cui i barbiturici, che andare in “coma terapeutico” come prescrivevano i protocolli da shock. Con l’insulina da sola (cura di Manfred Sakel neurologo ucraino, 1930). O con la TEC (terapia elettroconvulsivante) per il risveglio (la micidiale combinata). O col cardiazol, tecnica messa a punto da Mario Adamo Fiamberti (altro calciatore che militò nel Torino nel ’14) prima di approdare come direttore al manicomio di Varese. O praticare l’accesso febbrile con la malarioterapia per la cura della schizofrenia con cui tale Julius von Jauregg strappò il Nobel nel 1927.
Si, certamente, meglio dormire, ma negli anni Cinquanta, quello era il sapere che ti passavano le specializzazioni universitarie in neuropsichiatria. Ben venne la Gorizia di Basaglia, ben venne la storica contestazione al congresso SIP di Milano del 1968, ben vennero le gruppo analisi dei due fratelli Napolitani, Fabrizio e Diego, ben venne la Comunità terapeutica di Massimo Marà a Primavalle. Ben venne la politica: l’AMOPI, la Psichiatria Democratica, gli assessori provinciali Benigni, Agostinelli lo psichiatra deputato Bruno Orsini e tutto quanto, di psichiatria radicale, è seguito come un fiume in piena, ora purtroppo ridotto a livelli di “bassa” allarmanti.
Guardando indietro e pensando come sono cambiate le cose della psichiatria, come tu hai contribuito a cambiarle (anche tu), ti ricordo e ti saluto con affetto. Addio Agostino, quasi coevo, quasi corregionale. Addio Pirella, psichiatra fenomenologico radicale, rigorosamente impegnato nel sociale. La tua lezione, soprattutto quella sul “mondo della vita” come dice Gilberto Di Petta citando Federico Leoni resterà a lungo.

 
 
 
 

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