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A PROPOSITO DI "LESSICO AMOROSO" DI MASSIMO RECALCATI SU RAI3 di Annalisa Piergallini

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29 gennaio, 2019 - 08:59
di Redazione POL.it

Massimo Recalcati è vestito tutto di nero.
Ci parla di Lacan in tivvù.
Ma quale Lacan? Quale psicoanalisi?
“Lessico amoroso”, dopo il successo di pubblico del lessico familiare dell’anno scorso. Si parla dunque d’amore. Dell’incontro d’amore. “Il miracolo dell’incontro (…) L’evento inatteso, inspiegabile…” Romeo/Di Caprio guarda Giulietta attraverso un acquario.
“Incontro tra corpi, tra dettagli di corpi (…) L’incontro con frammenti, pezzi, dettagli del corpo”
Quando dico ti amo, io amo tutto di te, amo tutti i tuoi dettagli (…) le tue imperfezioni, i tuoi difetti”.
Ora, onestamente, chi può dire di amare tutto di qualcuno, che effettivamente ama? Lacan parla di un incontro d’amore come di un incontro tra sintomi, ed effettivamente Recalcati mette anche questo, così, di passaggio, nell’elenco. Non si capisce dove sia l’inconscio, dove la pulsione, dove la tripartizione simbolico, immaginario, reale.
Perché parlare di ciò che richiede uno sforzo? Perché svelare troppo di ciò che comunque fallisce? Ma, cara, ce lo dirà nelle prossime puntate. Già, ma se Freud è da seguire, ci dice Lacan, è per la sua posizione etica. E allora cosa ci frena dal dire che non è un incontro, che il rapporto sessuale non esiste, che il godimento è comunque, in parte, autistico?
Il miracolo dell’incontro, certo si amano anche pezzi di corpo, ma dove si è arrivati per poter dire, io amo tutto di te, questo è l’amore. E che ne è allora del mio amore zoppo, che non ama la sua gamba dolorante ingombrante, che non ama la sua cellulite, la desidera la sua donna e a volte i chili in più le sembrano una benedizione, ma la cellulite no. E allora? Che vuol dire, che non è amore degno il suo? O lei che detesta come lui si lava i denti. Come rimanda, come prende in giro, come si raffredda, come si scalda…
Non so voi, ma mi consola di più l’onesto cinismo di Lacan che non vi fa sentire in colpa se non amate tutto di lui/lei. Se l’incontro più che un incontro si rivela, come dice il nostro Lacan, nel migliore dei modi un incontro mancato. E che se è vero che dall’oggetto nell’altro prendiamo a desiderarlo, da un dettaglio del suo corpo, è anche vero che niente di sinfonico si dispiega nel lungo periodo se non davvero un amore, e quindi anche tanti momenti in cui non ci si ama, e in cui almeno non si ama qualcosa dell’altro.
Non una parola sul rapporto sessuale che non esiste. E ancora, se lo si legge bene, nulla toglie alla possibilità di provare piacere, anche insieme, ma che non annoda mai due corpi in quanto ognuno legato al suo significante padrone, rapporto non più interpretabile, reale non più dicibile.
Ma la favola continua in un immaginario che dilaga senza mai arrivare al simbolico, e negando il reale.
“Non amo il simile, amo il diverso” Ma perché? In che senso? E’ immaginario, simbolico o reale? La grandezza di Lacan è stata la messa in luce di questi tre registri, che hanno permesso di leggere Freud e di renderlo del tutto contemporaneo. Il diverso, al livello immaginario è una cosa, a livello simbolico, un’altra e a livello reale siamo tutti completamente diversi ma diversamente indicibili.
La via al reale è aperta da Freud che scopre l’inconscio che scalza l’io dal suo posto di padrone e l’inconscio è interpretabile fino al nocciolo duro del reale non interpretabile, che rimane chiuso, isolato, parassita dal soggetto e dell’amore, di cui se ne frega, come di tutto.
Ma no qui andiamo avanti per belle immagini, del tutto immaginarie, ossia di dove è l’io del soggetto, “Amore esperienza della luce (…) ma anche del segreto”. “Amo tutto di te (…) Non so dire il perché, le ragioni sono sempre infondate”. “E’ come se il mondo rinascesse per la seconda volta” Oppure: “la necessità di condividere la bellezza”. Tutto immaginario, quindi molto poco psicoanalitico. Forse un poeta? Ma uno psicoanalista parla per quello che osserva. Niente, per Freud, nella vita umana, è fatto per soddisfare l’uomo nella sua ricerca della felicità. Questo apprendeva dai pazienti. La sofferenza del sentirsi soli, anche in coppia, anche in amore.
E da lì, accedere a una cura, che comunque si rivela interminabile, seppur con una fine. Perfino lieta.
Dov’è la pulsione? Dov’è lo scandalo di Freud? No, qui c’è l’”esperienza della scena del due”. C’è “L’amore è ciò che introduce una tregua nel dolore del mondo (…) sento di essere atteso (…) La mia vita è salvata (…) Ogni amore degno di questo nome è per sempre”.
Poi c’è il ricorso all’Odissea di Omero. Da cui traiamo il prezioso insegnamento: “Sempre il letto degli amanti dovrebbe essere scavato in un ulivo”. Bellissima immagine, presa dalla letteratura, che a livello immaginario può volere dire molte cose, a livello simbolico nulla e a livello reale lo stesso.
Non si capisce in che cosa uno psicoanalista si distinguerebbe da un sociologo, un prete o un consulente matrimoniale, ovvero uno psicoterapeuta. Dov’è l’inconscio? Dov’è l’Altro? Ecco oggi uno può andare in giro dicendo che ha visto una trasmissione di psicoanalisi, in cui non si è parlato di psicoanalisi. Con un colpo solo di nuovo espulsi Freud e Lacan. Forse per questo si veste sempre di nero?
Per fortuna a un certo punto arriva una scrittrice abbastanza giovane da lanciarsi in banalità più estreme, tipo:
“Non ci vuole fiducia solo per amare, ma anche per farsi amare”
A cui, comunque, risponde degnamente il nostro esperto milanese: “Quando io giuro una cosa, è vera, ma, dopo 10 anni non sarò più lo stesso”. Mica sarebbero poi banalità da poco se uno volesse articolarle alla pulsione e al significante, ma rimangono lì, in sospeso, una successione di premesse, o meglio di conclusioni, un po’ come tutto “This must be the place” è una successione di finali.
Una ragazza chiede il segreto per ripetersi la parola ancora. Lui risponde che gli psicoanalisti non sono esperti in amore, così credi che sia rinsavito, ma poi va con la ricetta, un’altra premessa, o un altro finale:
“Però che sussista nella coppia il segreto, (…) che si mantenga sempre distante, non empatico (…) La possibilità di stare solo.”
Ecco anche questa, assolutamente confusa, avere un segreto, che significa? Si presta a molte interpretazioni, mantenersi distante, come se fosse possibile? A livello immaginario un camionista che sta fuori tutta la settimana è un ottimo partito, al livello simbolico, può significare la castrazione, mantenere il proprio spazio soggettivo, ma Lacan ci dice che se siamo innamorati siamo tutti psicotici, quindi c’è un bel darsi da fare a mantenere sempre le distanze!
Poi c’è la chicca: “meno empatici”. Non mi è mai stata simpatica la parola empatico, meglio allora l’empata di Philip Dick, ma qui si esagera. Per amare bisogna essere meno empatici, ma certo che in un certo senso è pure vero, ma vogliamo dirlo da figli di Freud e di Lacan, che ci vuole una perdita di godimento e che questo non è il segno dell’amore? Vogliamo dirlo che non c’è rapporto sessuale? O ci accontentiamo di un diktat che va bene per lo spirito sacrificale, ma è una licenza di ferire per un narcisista patologico, al di là della struttura.
Perché poi anche di strutture, posizioni rispetto al godimento ovvio non si parla, niente nevrosi, psicosi, perversione.
Applausi. E ricette, ben al riparo dell’automatismo di ripetizione. Frasi che forse qualcuno riposterà con orgoglio. “Amare un nome come se fosse un corpo. Amare il corpo come se fosse un nome. Molto bella questa.” Se lo dice pure da solo, uno dei momenti in cui è più vero. Applausi.
“Oggi si pensa che sia meglio bruciare che durare. Io penso, contrariamente allo spirito dei tempi, che è neolibertino, che si possa tenere insieme il bruciare e il durare. Che cosa fa sì che si tenga insieme il bruciare e il durare? Ti invito nelle prossime puntate.”
Pure Jim Morrison sapeva che non si tiene insieme il bruciare e il durare, se non si elimina mai il primo, è solo una scelta che fa il secondo, sapendo che il calore sarà meno, e che avrai da amare anche altrove, ad esempio gli amici, un’arte, perfino la psicoanalisi, ma non liquida, ossia la disciplina che prova a tenere in conto lo scacco dell’incontro sessuale per riscommettere sull’amore. Ma quale amore?

 

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LESSICO AMOROSO, RECALCATI E LA PSICOANALISI IN TV. Dialogo con Sarantis Thanopulos
http://www.psychiatryonline.it/node/7874

LA RECENSIONE DELLA SECONDA PUNTATA DEL PROGRAMMA A FIRMA DI ANTONELLO SCIACCHITANO E' DISPONIBILE SUL SITO SEGENDO IL LINK: http://www.psychiatryonline.it/node/7850

Buonasera,

mi inserisco nel dibattito, soltanto a titolo di cronaca.

Per la Signora Valdrè trascrivo il commento di Recalcati sulla sua pagina FB, datata 30 gennaio; scrive Recalcati:

" L'atteggiamento settario è sempre pregiudiziale. Assomiglia alla salivazione dei cani di Pavlov: risposta condizionata ( da ideologia di appartenenza) priva di pensiero. Impressiona quando circola anche tra psicoanalisti, i quali dovrebbero lavorare per il pensiero contro ogni forma di settarismo".

Inoltre, aggiungo un link, dove leggere una recensione esemplare ( non è un mio giudizio meritocratico, pongo alla platea la facoltà di commentare lo scritto) alla prima puntata del programma; ecco il link:

https://www.facebook.com/groups/m.recalcati/permalink/1472898336176407/

Spero che questa informazione possa risultare utile, magari anche per amplificare ulteriormente la discussione, presente e futura.

G. Luppi

BAU!
Anzi no, il commento sul cane di Pavlov non è nemmeno rivolto a me; troppo poco vip per meritarmi un vero insulto, dunque rispondo da... piccione di Skinner. Tubo per la mia scuola perché il giorno che anche lì non potrò criticare sarà l'ultimo giorno che sarà la mia scuola. E anche tu, Massimo, ma chi ti sta vicino non ti dice niente? Mica è un vero amico chi non ti dà mai una gomitata quando fai una sciocchezza, non come psicoanalista, ma come essere umano. Lo ripostano pure, già che gli è scappata un'offesa palesemente insensata contro una signora, e nessuno che gli dice una parola buona: guarda non si fa. A questo, credo, serva anche una scuola, ma basterebbe la buona educazione. Si può criticare pure Fedez, si può dare dei paranoici a chi è contro un politico, ma non si può dire la propria opinione su quello che dice uno psicoanalista su una rete nazionale. Questo è grave. Scrivete, vi prego, parlate. Grazie Rossella e tutti gli altri.
BAU!

Caro Massimo,

vengo stimolata a risponderti, ma francamente avrei lasciato cadere. La cosiddetta discussione era finita, a mio parere. Non scrivo mai su fb, ho letto l'articolo di una collega che non conosco e l'ho trovato corretto, perciò le ho risposto e, mi pare, gli altri si sono allineati sulla stessa linea. Se la tua critica con riflerimento al cane pavloviano è riferita a me, mi sorprendi (per come ti ricordo e ti considero un uomo elegante e rispettoso) e mi offendi travisandomi. Anche all'interno della mia Società io mantengo una posizione di appartenenza ma personale, sostenendo anzi un 'filone', la metapsicologia, che non va per la maggiore anche se è in ripresa.
Ho anche aggiunto che condivido, su un piano personale, ciò che dici dell'amore, che il tuo messaggio fa bene, nel senso di trasmettee con passione l'importanza di sostenere il desiderio.
Mi sono detta d'accordo con Annalisa nel notare che la televisione edulcora, appiattisce, non si presta alla psiconalisi che tu divulghi benissimo; divulghi, non insegni. Quello certo lo fai nella tua scuola, non dubito al meglio.
In tivù, come penso succedere a tutti, fai un'altra, pur lodevole, cosa.
Spero che non ci si trascini oltre, qui non vi è alcun contradditorio, perchè il commento sul cane lo stronca definitivamente, e nel piccolo gruppo che si è scambiato idee sullo spunto della trasmissione, non circolava alcun attacco nè alla tua persona, nè al tuo lavoro in quell'ambito.
Rossella

La “Signora” Valdre’ è una psichiatra psicoanalista ordinaria della Società Psicoanalitica Italiana
. A futura memoria e per rispetto dei ruoli e dei titoli.
La lingua batte dove il dente duole?

Non capisco l'accanimento contro Recalcati. Ma davvero vi aspettavate che parlasse come rivolto ad un pubblico di esperti? Non sono psicanalista ma medico affascinato dal vostro mondo e dal pensiero che avete sviluppato. Ma permettetemi, mi sto ricredendo. Non credo che Recalcati debba dimostrare niente a nessuno, conta quello che ha fatto e fa. Basta con le meschinità.

Ma da quando la critica, la dialettica, sono un accanimento? Lei centra un punto fondamentale della crisi culturale contemporanea. Se Lacan non avesse criticato, dialettizzato Freud, non avremmo la griglia che oggi c'aiuta; e ci brucia. Il dubbio, tanto cocente da spingermi a scriverne (invece che cavalcare l'onda) è che siano i principi stessi della psicoanalisi a essere negati, l'inconscio, la pulsione etc... cosa resta? La psicoanalisi non è un libro di ricette. Un vero ricercatore accoglie con gioia il contraddittorio.

Non ho visto la trasmisssione in nero, ma poco importa, sono tutte uguali, ne ho viste di simili su altri canali youtube. Concordo pienamente con la collega, che immagino lacaniana ma poco importa, io sono freudiana ma qui sono dimenticati sia Freud, con la sua visione narcisisitica dell'amore, sia Lacan con la sua visione ancora più radicale. la ragione? L'audience, la divulgazione. la psicoanalisi si presta, e deve, essere spiegata, ma non si potrà mai piegare alla divulgazione. Non è posizione elittaria; personalmente insegno e niente mi piace di più che passare il sapere psicoanalitico. Ma quando la cd psicoanalisi entra in televisione, diventa carosello, al massimo, come in questo caso, una sorta di poetica, E va già bene, Niente contro l'amico Recalcati; chiunque potrebbe incarnare il recalcatismo e dire piu o meno le stesse cose magari con meno enfasi e capacità. La persona fa il suo mestiere, il divulgatore, e lo fa bene. Ma di cosa? Di quanto il pubblico ama di più: il buonismo. Se c'e un territorio accidentato, doloroso, tormentoso, inappagante, illusorio, è l'amore. lo ha ben detto Freud nella sua visione narcisitica dell'amore (non si ama che se stessi riflessi e le nostre parti mancanti) e ancora piu radicale Lacan (il rapporto sessuale non esiste).
Se si parlasse di questo in televisione, della brutale solitudine della vita, di quanto l'altro sia, come disse Freud ne 'Il disagio della civiltà', una delle tre cause dell'infelicità umana, l'audience crollerebbe, La gente ama sentirsi dire che è buona, che tende al bene, che dal bene nascerà il bene. Ora, non che tutto questo non sia vero e non sia un bel messaggio, anzi. Ma non è psiocnalisi. Forse neanche sociologia, non certo fiosofia, forse - ahimè - psicologia, pedagogia, ti insegno come essere buono, perdonare il tradimento, fare dono di te.
Dismessi i faticosi panni dello psicoanalisita, che ha portato nei primissimi tempi di scarsa popolarità, il buon divulgatore di 'psicoanalisi' meglio farebbe a dirsi poeta, se è capace come l'uono in nero, o a rispondere alla posta del cuore, se ne è incapace. Non è una critica, è una precisazione che valorizza quella della collega che non conosco. l'uomo della psicoanalisi, e quindi anche il suo essere amoroso, è un uomo tragico, strutturalemnte tragico. Se vogliamo parlare di psiconalisi, sia in Freud che in Lacan ma anche fino alla Klein (poi comincia l'orda dei buonisti), dobbiamo descrivere lo statuto di un soggetto tragico, alla ricerca del tempo perduto, ingaggiato dalla pulsione di morte, dominato dall'incosncio (di cui è vero, qui non c'è traccia), perseguitato dalla pulsione.
L'intelligente uomo in nero sa la verità, ma dice al pubblico quello che vuole sentirsi dire.
Un fenomeno è tipico, credo (poichè non sono vissuta in altri tempi) solo dell'oggi, ed è l'intolleranza alla verità, al male intrinseco alla verità. Sono una cinefila e ho di recente visto un potente, finalmente, magnifico film dovendo faticare tra la tosse isterica della gente, La Favorita. Puro Eros e Thanatos magnificamente illuminati da una regia prodigiosa ad una vicenda tutta pulsionale, che non regala niente. Ma la tosse nervosa, che qualunque psicoanalista in erba ben capirebbe come desiderio mascherato, mi fa pensare che l'ottuso pubblico dell'oggi avrebbe preferito l'inesistente (ripetiamolo, sul piano psicoanalitico) poetica dell'amore buono.
Rossella Valdrè

Grazie, intanto, per averci regalato così, in scioltezza, un altro articolo e un altro taglio, molto acuto. Su cui sono d'accordo, tranne forse per il fatto che non voglio convincermi che sia l'unica psicoanalisi che possa passare in tivvù. Siamo sicuri che la gente non sia invece catturata da quello che qua e là riluce qualcosa della verità? Ci voglio credere. Me lo fanno credere i 18enni che comprano Freud, e me lo fa credere anche lei, che trova giusto dare la propria opinione, la propria cultura, la propria lettura. (E mi fa credere che scriverlo sia stato giusto, grazie).

Io invece, cara Annalisa, credo pessimisticamente di sì, che la TV non possa che passare questa educolrazione psicologista della psicoanalisi. Diverso è frse la radio, dove siamo costretti alla fantasia perche non ci cattura l'immagine (non avremmo visto che era in nero, ad esemio) e la parola si fa parola piena, piu facilemte.
Anche io vedo la sete di verità di cui la gente ha bisogno, la vedo nei miei studenti, candidati in psicoanalisi, negli attimi piu felici di un'analisi nei miei pazienti, nel buon cinema, nella letteratura. Ma si tratta di ambiti ristretti, frutto di una scelta del soggetto (io sceglo di comprare un libro, scelto di iscrivermi a una scuola), la TV invece non è scelta, si fa scegliere. E il pubblco medio, che vive nell'animo quello che noi stiamo dicendo, il tormeto pulsionale dell'amore e dell'odio, vuole che gli si dica che non è cosi, che c'è rimedio nella volontà.
Illusioni, il pubblico dello schermo chiede illusioni. La psicoanalisi, ci dice Freud ma anche Lacan, è la fine delle illusioni e restituisce al soggetto la responsabilità. Grazie a te

In effetti negli Sturmtruppen la televisione arriva e colpisce come "l'arma finale del doktor Goebbels" e se stendiamo alcuni pazienti sul divano è per arginare la cattura dell'immaginario. Vogliono illusioni. In effetti, su fb ho letto di sfuggita commenti sul mio pezzo, così pieni di acredine, che mi sono chiesta cosa stavano difendendo.
Mi chiedo se si possa almeno puntare sulla qualità delle illusioni (tra Mina e Belen ci passa un oceano). Mi chiedo se il compito di un analista anche pubblico-pop è quello di squarciarne il velo, perché non punta alla distribuzione di caramelle, ma alla cura, e non c'è cura che non richieda un pagamento in illusioni, per restituire la possibilità, per il soggetto, di cucirsene altre.
Mi chiedo pure ahimé se non ho fatto che perfezionare il padrone come accade nelle rivoluzioni (Lacan, Televisione).
Sono ridondante, ma, a tivvù spenta, i 18enni comprano Freud, 1° posto "Interpretazione dei sogni", e c'è pure "Ossessioni, fobie, paranoia" al 6°. Forse hanno la nausea delle illusioni, forse hanno visto le illusioni schiacciare i loro padri, forse sanno che la terra non durerà abbastanza. La scelta è etica, e in effetti, la psicoanalisi può facilitare l'accesso alla responsabilità.

Nel rapporto sessuale il godimento dell’uomo coincide col godimento del fallo, cioè col godimento del proprio oggetto parziale, attraverso gli oggetti parziali della donna, considerata nei suoi tratti femminili e non come soggetto Altro: non come donna, ma come femmina.
L’ingombro fallico significa che ogni donna potrebbe, con i suoi oggetti parziali visibili, provocare un’erezione e predisporre l’uomo all’atto sessuale: una condizione a volte ridicola e grottesca, che porta a nascondere la pulsione mettendo le mani nelle tasche, per dissimulare e nascondere la propria umanità/virilità.
Una condizione che la civiltà ci porta a superare,
• perché “spostata” verso altri oggetti,
• perché regole penali e/o di pudore impongono una rinuncia,
• perché gli oggetti del godimento sono andati fuori del cono ottico e ritorna a prevalere, per accadimenti psichici concorrenti, la forza di gravità e l’”abbassarsi” delle pretese.
Tutti gli uomini sono sottoposti a questo continuo alternarsi di ingombri e disingombri fallici, che nulla hanno a che vedere con il desiderio verso la Donna come tale e cioè come Altro, come soggetto trascendente ed eccedente il proprio corpo, la propria femminilità.
Un godimento che se trova il consenso e la possibilità di soddisfazione, può tramutarsi in una macchinica e mortifera coazione a ripetere, fino a che viene sorretta e permessa la tumescenza del fallo, come nella situazione rappresentata, mirabilmente, nel Casanova felliniano.
Una ulteriore considerazione sul godimento maschile è quella per cui essa si alimenta anche attraverso il grande Altro maschilista, cioè per l’apprezzamento e per l’invidia sociale che performance sessuali e conquiste femminili suscitano, diventando se non un imperativo al godimento, una grande motivazione per soddisfare il proprio narcisismo.
Possiamo sostenere che nell’uomo, il godimento prevale e aliena, contamina l’etica e la trascendenza del desiderio; cioè difficilmente accadrà che in un rapporto, l’uomo faccia sentire donna la propria donna: femmina, sì, ma col rischio implicito che tale uomo tenda a voler far sentire femmine tutte le donne che vorrebbe e riuscirebbe a possedere: perché di possedimento si tratterebbe.
Possiamo anche dire, paradossalmente, che, fino a quando le condizioni fisiche permetteranno la tumescenza del fallo, sarà molto improbabile il rapporto sessuale: è proprio il fallo e il suo “ergersi” a oggetto da soddisfare, a impedire, come dice Lacan, in modo apparentemente paradossale, che “Non esiste rapporto sessuale”. Cosa che sarà molto più probabile quando in una coppia anziana, non più o anche non tanto condizionata dalle pulsioni falliche, maschili e femminili, ci si accetterà e ci si amerà per quello che si è come persone, l’Altro per l’Altro.
Il desiderio della donna è quello di essere considerata donna, ma spesso, anche solo per averne l’illusione, pur essendone consapevole, considerandola l’unica via per avere un riflesso di sé come donna nell’Altro, si dà sessualmente: la femminilità quindi come un sembiante illusorio della donna; la femminilità come unica cosa che importa all’uomo e che è, per la donna, la sua condanna, anche se da essa ne trarrà, quasi sempre non sincronicamente col maschio, anche un godimento sessuale.
C’è rapporto sessuale solo quando, reciprocamente, dell’Altro si accettano anche gli scarti degli oggetti parziali del godimento, cioè quelle parti della persona che ne segnano la mancanza ad essere “Oggetti di Godimento”.
Questo lo dico per una mia esperienza di vita e non so se corrisponde al verbo lacaniano, ma è una realtà psichica che esperiscono tante coppie, nel dipanarsi della loro vita amorosa, ove alla passione subentra la com - passione, nel senso più esaltante e nobile del termine.
Paradossalmente si potrebbe tranquillamente sostenere che c’è rapporto sessuale o perlomeno una grande probabilità statistica di esso, proprio quando la potenza sessuale si azzera e restano corpi e anime che si accarezzano con le mani e con gli sguardi.
Penso che Recalcati volesse sostenere ciò.

Una lettura coraggiosa. Il suo garbo nel criticarmi è lodevole.

Non diverso da quello con il quale, quasi come un riflesso, ella critica Recalcati, appena sfora. io ho cominciato a studiare Lacan con il testo scritto a 4 mani da Di Ciaccia e Recalcati e stimo ambedue. Mio figlio ha avuto come docente Recalcati e poi, saturo di Lacan, è tornato a Freud diventando psicoterapeuta alla Tavistock di Londra. Il mio riflesso positivo nei confronti di Recalcati è determinato dal senso di gratitudine per come ha saputo trasmettere un desiderio a mio figlio. Da studioso di psicanalisi e da hegeliano convinto, so che ognuno è portatore di ragioni e che su una questione si possono trovare, a volere, sia aspetti negativi che positivi: diciamo che io mi impegno per gratitudine a trovare, in Recalcati; gli aspetti positivi, e tu (scusa se passo al tu e ti invito a fare altrettanto) quelli negativi. Tutto qua e senza che ciò alieni una simpatia, per me inattaccabile da queste querelle.

Simpatia reciproca, chiaramente esplicitata. Il contraddittorio (meglio se educato) è l'anima della conoscenza e della democrazia. Come forse le scrivevo altrove, ho avuto anch'io Massimo Recalcati come docente all'Istituto Freudiano (di cui Antonio Di Ciaccia è responsabile), e non me ne lamentavo. Anche se avevo già scelto come miei maestri altri, come Antonio Di Ciaccia appunto e Virginio Baio, che mi ha insegnato la pratica clinica. Quello che ne è uscito, tra l'altro, è la mia scrittura di psicoanalisi. Qualcuno ha commentato che il mio testo è talmente brutto che sembra tradotto. In effetti è tradotto dall'inconscio. Ecco mi piacerebbe che Massimo fosse più psicoanalista e meno predicatore. Ora che i riflettori sono puntati su Lacan. Un'occasione di portare davvero alla luce Freud, sapendo che la struttura del sapere inconscio tende, già di suo, alla fuga.

Non posso che condividere e apprezzare le tue scelte e ribadire la simpatia per la persona e l'apprezzamento per la professionista e soprattutto per come scrivi, che non sembra affatto un testo tradotto.
Un cordiale saluto e tanti cari auguri per la tua professione, che è la più bella e la più difficile e che forse costringerà mio figlio a restare a Londra (anche se lui ne è felice), perché da noi non c'è quella sensibilità verso la "cura" psicanalitica.
Stefano De Luca

,Mi dicono che da qualche parte sulla pagina di Recalcati vi sarebbe un commento piccato al nostro intervento partito da Annalisa. Non lo trovo, vedo solo lodi sperticate, perche non uso fb e non sono brava a girarlo. In attesa che qualuno . se vuole, me lo segnali (ma non ritenendo la faccenda importante), volevo precisare che forse sono stata fraintesa. Conconrdo con Annalisa per quanto rigurda il fatto che questa non è psicoanalisi, e concordo con Stefano che il divulgatore è impeccabile nel trasmettere buoni messaggi, che fanno sicuramente bene soprauttto ai giovani. Peraltro, io sono personalmente d'accordo sul fatto che l'amore dovrebbe essere 'eterno', che ci si separa trppo facilmente e inutilmente (essenso provato, come gia diceva Freud, che i secondi matrimoni hanno la stessa prcentuale di finire dei primi, poiche la premessa, cioè la ricerca impossibile, rimane la stessa), sono d'accordo che perdonare fa bene a chi lo fa e che nasce da dentro e non dal comportamento di chi ha fatto del male; trovo invece fuoriviante l'esaltazione dei difetti, ecc....Come non essere d'accordo? Figuriamoci se chi lo dice, lo dice bene,
Dunque sono certa che per suo filgio sia stato un ottimo maestro capace di passare desiderio, compito di chiunque insegna. Altra cosa è dire che in queste brevi notturne trasmissioni si parli di psicoanalisi; diciamo che se ne edulcorano alcuni concetti basici, rendendoli appetibili poichè buonisti e pieni di buonsenso, ad un grande pubblico stanco di sentire volgarità o parlare di guerre e conti che non tornano. L'amore secondo la psicoanalisi, posso parlare per Freud che cononosco assai meglio di Lacan (ma penso che Lacan radicalizzi persino il discorso) non è un terreno di primule. L'Altro è una delle tre cause di infelicita umana (da 'Il disagio della civultà') e l'ambivalenza è dunque strutturale al soggetto e intrinseca proprio alle relazioni piu intime: laddove amiamo, anche odiamo. L'innamoramento ha due matrici (da 'Puslioni e loro destini'), l'una narcisitica, si cerca cioè cio che si sente mancante in sè, l'altra d'appoggio, e le due componenti non sono mai pure ma mescolate. Perche avvenga, è necessaria l'idealizzazione, cioè l'eslatazione delle parito buone delll'oggetto, la quale è destinata a non durare molto e dal suo crollo, se la coppia come spesso avviene non riesce ad integrare l'amore e l'odio che si scatenano dalla caduta degli dei, facilemente implode. L'amore è inoltre, per definizione, irraggiungibile, poiche l'oggetto d'amore adulto non è che un surrogato, mai sufficiente, mai del tutto appagante, dell'oggetto primario, e cosi siamo alla rincorsa di qualcosa, aveva ragione Proust perche i poeti ci arrivano prima, che non troviamo mai, Ben fanno quindi, conseguenza che trae Recalcati senza spiegare le premesse, quelli che si tengono e sopportano il compagno/a che hanno, perche non troverebbe granchè di diverso. La felicitò? Non è parola da lessico psicoanalitico. Il massimo a cui possiamo aspirare (sempre da 'Il disagio...') è 'la comune infelicità nevrotica', ossia che il nostro eccesso pulsionale che ci perseguita venga in parle (ma sempre meno col passare degli anni) investito sull'oggetto d'amore, in gran parte sposato e sublimato in altre forme d'amore, dice Freud (in molti saggi, sopratutto 'Un ricorso d'infanzia di Leonardo da Vinci')che sono il lavoro, gli ideali, la cultura, l'amicizia. Anche tutto questo è amore, anzi è amore meno soddisfacente per l'Es, che recalcitra sempre il suo piacere diretto, ma piu sicuro rispetto ai capricci dell'ogggetto, che puo morire, abbandonarci, deluderci, tradirci. Come dice Green (che di Freud è lo spendido moderno rivisitatore), la subliamzione non garantisce niente e non salva da niente, ci lascia solo in compagnia di oggetti piu sicuri a meno che noi non li abbandiamo. Aggiungo ancora che si potrebbe dire, proprio a voler salvare qualcosa di 'psicoanalitico' che il riferimento ad amare l'latro con i suoi difetti, anzi proprio per i suoi difetti, cioè l'oggetto intero (che non è quello dell'innamoramento che abbiamo vist è un ogetto idealizzato) fa più riferiemnto alla psicoanalisi post-frediana e agli orientamenti relazionali dalla Klein in poi, che personalmente condivido meno , si sganciano dalla metapsciologia frediana e neanche conoscono Lacan, e sono stati in effetti giudicati un po buonisti nel senso di conferire alla relazione alla sua riparazione eccessiva importanza rispetto al mondo pulsionale, Non è questo il riferimento culturale di Recalcati. Potrei continuare ma vi ho gia annoiato abbastanza. L'uono della psicoanalisi è un uomo tragico, segnato dalla mancanza, impotente di frotne alle tre cause di infelicita (l'Altro, la forza della natura, l'invecchiamento), se tutto gli va bene ha una sufficiente flessibilità pulsionale da poter, nel tempo, non incollarsi a oggetti perdibili e perduti per investire su mete piu indirette, costruendo cosi la Civiltà a costo della rinuncia pulsionale. Inoltre, l'uono non è buono per Freud, non è 'un animale mansueto bisognoso solo d'amore , ma tende a prevaricare il suo simile...' (da 'Perche la guerra'), e la vita non tende al Bene,, impastati come siamo di pulsione di morte, o di spinta al godimento direbbe un lacanaiano.
Ora, pensate che un discorso cosi, squisitamente psicoanalitico di cui potrei citare ogni riga, che incontro ogni giorno nella clinica e nella vita, avrebbe scaldato i cuori? Avrebbe fatto audience?
Rossella Valdrè

Concordo totalmente con Rossella Valdré. Disse un cardinale, segretario di Stato, al suo Papa: Vulgus vult decipi (il popolo vuole essere ingannato). Il Papa rispose: Ergo decipiamur (allora inganniamolo). Recalcati, in quanto vox populi, fa il suo mestiere molto bene; promuove l'ignoranza, che è quello che il popolo vuole. Che la promuova da buonista, sono affari della sua coscienza. La psicoanalisi in quanto scienza è difficile da volgarizzare. In Italia non c'è tradizione di volgarizzazione scientifica, essendo stata la cultura italiana massacrata dall'idealismo storicista dei Croce e dei Gentile. Cara Rossella, l'idealismo è un pane troppo duro per i nostri denti (e per la mia dentiera). Hai spezzato una lancia. Hai fatto benissimo. Ma ora restiamo con i frammenti di lancia in mano. Cosa ce ne facciamo? A differenza di te, a me non piace insegnare. Preferisco fare ricerca e comunicare a qualche amico i miei risultati. Il punto è creare canali di comunicazioni tra esperienze diverse, a prescindere dalla diffusione mediatica. Help! Sto diventando idealista anch'io. E' la senilità.

Sono daccordo anche io con Rossella Valdré, e anche con Annalisa Piergallini. Mi riconosco pienamente in quanto entrambe hanno ricordato, delineato, puntualizzato, relativamente, se così posso dire, al campo della psicoanalisi come tracciato da Freud, e come Lacan ha saputo riprendere, riconsiderare, rilanciare attraverso i cinquant'anni del suo insegnamento. Su cosa sia dunque la psicoanalsi freudian e su cosa non lo sia non mi soffermo: lo hanno già fatto così bene e così generosamente le colleghe.
Quello che invece mi lascia perplesso, e dunque l'aspetto che vorrei brevemente riprendere, riguarda quanto, in particolare Rossella Valdrè, ma anche Antonello Sciacchitano, considerano circa il pubblico cui viene rivolta una certa divulgazione della psicoanalisi o comunque la trasmissione del suo sapere. Vale a dire l'idea che la gente comune, in particolare quella gente che va a costituire il pubblico televisivo, sia disposta a sentirsi raccontare soltanto versioni edulcorate e buoniste di quello di cui si tratta in psicoanalisi, che sia come stupida, pronta a lasciarsi imbambolare, soprattutto per quanto riguarda l'amore, solo dalla narrazione romantica del "vissero felici e contenti", e dunque soltanto da storielle a lieto fine, e che non sia per questo invece adatto alla scabrosità della psicoanalisi e a riconoscere l'uomo tragico che essa svela.
Io non penso che sia così. Ho una esperienza molto diversa, come infatti si può intuire leggendo a ritroso la mia pagina Facebook (udite, udite, uno psicoanalista che si abbassa a postare quasi quotidianamente di psicoanalisi, del sapere che ha modo di costruirsi su di essa a partire dalla sua esperienza clinica e a darne testimonianza senza tanti fronzoli retorici e senza edulcorazioni, anzi "provocando" perfino i tanti luoghi comuni, a rispondere con pazienza ai tanti commenti, a "contaminarsi" insomma con la "marmaglia" di facebook, con "le legioni di imbecilli cui i social hanno dato diritto di parola" come ebbe a dire Umberto Eco), sia il mio blog.
La mia esperienza, da quanto decisi di parlare di psicoanalisi "in pubblico" poiché mi andavo sempre più rendendo conto della immensa confusione che ne aveva la gente, è che la gente invece ha voglia di "verità", vuole sapere come realmente stanno le cose, vuole uscire dal suo immaginario per avventurarsi di più nel reale, tant'è che in pochi anni sono arrivato a 5000 contatti e a quasi 3000 followers, come si dice, e ho potuto dare recentemente avvio, nella città in cui vivo, alla mie "Conversazioni psicoanalitiche", sollecitate da alcuni miei contatti, aperte a tutti e il cui programma è consultabile sulla mia pagina profesionale di Facebook.
Allora mi chiedo: è giusto partire dal presupposto che la gente non ne voglia sapere? Che desideri solo sentirsi dire quello che si aspetta di sentirsi dire e cioè di storie belle e a lieto fine, altrimenti cadrebbe a zero l'audience, o non è piuttosto che siamo noi a volerala immaginare così la gente? Perché appunto mi pare che partire da un tale presupposto sia dell'ordine dell'immaginario, molto meno del simbolico, per niente del reale.
E ancora, mi chiedo: che diritto ho io di prestabilire o supporre che la gente non debba sapere, o non possa capire di psicoanalisi e dunque non possa essere destinataria di un discorso semplice e chiaro, ma non per questo non serio, non corretto sulla psicoanalisi, ma solo e necessariamente buonista, enfatico e ridondante di buoni sentimenti?
Io parto da un'altra posizione, che è di desiderio (per me anche in questo consiste il desiderio dell'analista) e non di pre-supposizione di cosa l'altro sia in grado o meno di ascoltare. Ritengo di non esser tenuto, anzi di non avere il diritto, di una tale cautela al di fuori della mia stanza d'analisi. La mia cautela è l'etica che mi impone di parlare da una posizione di "verità" e di parlar chiaro, non di custodire "il segreto" della Psicoanalsi, riservato a pochi iniziati, funzione sacra a cui molti psicoanalisti, soprattutto dell'Internazionale ancora oggi, mi pare,si sentono tenuti a incarnare.
Dunque, per concludere, e riprendendo la storiella del Papa argutamente raccontata da Antonello, penso che se i ministri del Papa debbano assecondare quello che il popolo dei sudditi si apetta: "vuole essere ingannato? E allora noi lo inganniamo", lo psicoanalista, che è ministro solo di quella causa psicoanalitica di cui, come ricorda Lacan, dovrebbe essere il servitore e non il Padrone, a differenza dei ministri del Papa, può operare solo a partire dal rovescio di ogni discorso e di ogni supposizione prestabiliti, per cui: "la gente vuole essere ingannata? E noi non la inganniamo".

Sono d'accordo, in generale; non solo, ma il sapere è dalla parte del servo e non del padrone (cit!).
Grazie Errico per il suo lungo intervento. Sono anche d'accordo con Bollorino, in modo esteso: ognuno di noi qui dà prova di non snobbare il pubblico più allargato, sappiamo che chiunque può leggere questo sito, che è gratis. Anche la fruttivendola che disse la frase (riportatami) per me più luminosa: "nella vita ce vò il coraggio, e ce vò la fame."

Dice Errico: "mi chiedo: è giusto partire dal presupposto che la gente non ne voglia sapere? Che desideri solo sentirsi dire quello che si aspetta di sentirsi dire e cioè di storie belle e a lieto fine, altrimenti cadrebbe a zero l'audience, o non è piuttosto che siamo noi a volerala immaginare così la gente? "
La mia "vita on line" la storia pluriennale della Rivista, il rigore dei suoi contenuti ma al tempo stesso la loro polifonicità il suo essere di libero accesso stanno a testimoniare credo la mia volonta di fare ANCHE dell'informazione corretta rivolta atutti proprio partendo dal presupposto che ci sia gente e tanta che lo desidera.
Ma c'è un ma su cui invito a meditare: il punto sostanziale è che Programmi come quello di Recalcati NON hanno tale obiettivo ma l'obiettivo di fare audience e non informazione corretta e in questo caso anche dolorosa.
Ognuno è libero di far ciò che vuole basterebbe avere l'onesta intellettuale di dirlo senza contrabbandare contenuti parziali e effettivamente buonisti per verità assolute e complete.
Qui sta il nocciolo del problema

Ottima riflessione, a sintesi e conciliazione di tesi e antitesi apparentemente inconciliabili.
Nel ringraziarla mi riprometto di leggere qualche suo testo, confidando (e il suo articolo ne è una rassicurazione), che sia più rilassante de "Gli altri scritti", che ho ripreso a decriptare per la seconda volta.
Buona giornata.

Vi ringrazio entrambi...e confido che lei mi legga!
Non si prenda questo scambio per un gruppo di scalmanati che ce l'ha con Recalcati, che peraltro ho frequentato anni fa quando desideravo avere delle conoscenze su Lacan essendo io un'analista della S.P.I: e residua ancora, purtroppo, un'atmosfera scissionale, abbiamo presentato un libro e condiviso un ciclo di conferenze....erano tempi meno 'guristici.' Ma come psicoanalista non sono interessata alla critica o al moralismo, solo al capire.
E credo si sia inteso che non tanto, credo, lui abbia abdicato il suo sapere, quanto lo ha reso digeribile a palati mediamente attenti ma che non hanno una cultura specifica. Nei libri ciò è meno facile, la televisione, anche per la relativa povertà di offerta e, come diceva Foster Wallace, la sua natura intrinsicamente da 'entrateinment', non si presta (se non sui quei canali educational che non guarda nessuno) che alla divulgazione,
La psicoanalisi apparentemente attira tutti, ma in realtà è sfuggita da tutti, chi lavora nella clinica lo sa bene.
Perchè dice verità scomode che, come diceva lo stesso Lacan, mettono in crisi la stessa idea di 'progresso' (benchè non penso si conoscessero, usa il termine in senso pasoliniano).
Grazie dello scambio sempre arrichente
Rossella Valdrè

Lo scambio lo trovo davvero stimolante. Devo di nuovo ringraziare tutti voi. In particolare Rossella Valdré per la generosità con cui ci dona piccoli saggi dal taglio vivo e personale. E anch'io, come Stefano, confesso di non averla letta che qui. Bah è pur vero che dalla Slp non ho contatti assidui con quelli della Spi. E qui vengo al punto di cui parla Antonello Sciacchitano, il cui nome si incide nella mia storia con la traduzione del Seminario I di Lacan, quando diciannovenne provavo ad accostarmi a Lacan, già in analisi (povera me ;). E leggendo il suo commento mi sono commossa un po' per quel ricordo più che mai vivo dopo 25 anni. Ma soprattutto perché si augura "canali di comunicazione tra esperienze diverse a prescindere dalla diffusione mediatica". E mi dicevo che Francesco Bollorino ha creato uno di questi canali. E gliene sono grata, come pure delle sue provocazioni che il mio vizio di scrivere non può proprio lasciar cadere. E mi dicevo com'è paradossale che sia stato proprio il "lessico amoroso" e il suo seguito imperioso, che ci ha fatti arrabbiare, (e benvenga!) in nome dello stesso Freud, ci ha portati qui a discutere di temi interessanti, così tanti in ballo che non saprei a quale rinunciare.
L'unico appunto che vorrei condividere è sulla parola buonista, che eviterei, perché troppo insudiciata dai giochi di potere mediatico e politico. Un po' come resilienza, una di quelle parole che non servono che a dividere i poveracci.
Per sintetizzare, una speranza mi sovrasta: è vero che non so quanta audience avrebbero fatto le brillanti esposizioni di Rossella, ma come lei ci ricorda, la psicoanalisi mette in crisi il senso stesso del termine progresso e questo deve fare. Scardinare l'idea del progresso a livello di percorso soggettivo che ricusa ogni rieducazione in nome di qualunque stereotipo su come si debba vivere con la propria pulsione, resto sintomatico, godimento/reale indicibile; e scardinare l'idea del progresso come società umana. Progresso già scardinato da Pasolini, calpestato e ora, per fortuna, celebrato, ma anche fagocitato, a volte. Siamo al tramonto dell'umanità, la sua stessa sopravvivenza come specie è minacciata da quell'idea di progresso che dobbiamo contribuire a mettere in discussione.
Se Massimo Recalcati, come ci testimonia Stefano De Luca, ha saputo contagiare di desiderio il figlio, questo è meraviglioso e lungi da me mettere in discussione la persona o l'analista, su cui decide solo l'analizzante. Si criticano le affermazioni, si cerca l'inconscio, si sente la voglia di difendere la potenza sovversiva della psicoanalisi che rimette in gioco le identificazioni e, almeno in parte, anche i godimenti e si arriva a fremere anche per un'opera all'uncinetto o per i diritti civili. Il progresso, il capitalismo hanno stra-deluso tutti, si cercano alternative, per restare umani, per uscire dalle proprie trappole e da quelle nazionali. La psicoanalisi è grido del soggetto al diritto alla propria libertà di scelta, sebbene i gradi di libertà siano pochi. E questa promessa, la cura, non la tradisce. Per tutto il resto c'è pasta d'illusione farcita di buoni consigli che non fanno che aizzare il cattivo esempio.

Grazie anche per questo!


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