CUORE DI TENEBRA
Viaggio al termine della psichiatria
di Gilberto Di Petta

La lezione della nostalgia: addio Jean Starobinski, psichiatra e umanista

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20 marzo, 2019 - 12:12
di Gilberto Di Petta
La parola è per metà di colui che parla e per metà di colui che ascolta 
Starobinski/Montaigne
 
 
 
All’età di novantotto anni, benché cardiopatico, a riprova di quanto il piacere del pensiero sia un potente élan vital, il 4 marzo si è spento a Morges, una cittadina della Svizzera francese, sul Lago di Lemano, Jean Starobinski, “l’ultimo degli dei”.

Medico-psichiatra e filosofo della critica letteraria e della storia delle idee, Jean Starobinski è destinato a diventare  la fulgida stella di un piccolo firmamento che annovera, tra le sue luci, medici-umanisti come Pinel ed Esquirol, Jaspers e Binswanger, Freud e Jung, Minkowski e Lanteri-Laura, Zutt e Straus, Callieri e Basaglia, e con loro veramente pochi altri.
Ebreo polacco, come Minkowski, la sua famiglia era arrivata profuga a Ginevra nel 1918, anno della finis Austriae e del drammatico tramonto della belle époque. Jean era nato nel 1920. Dopo il conseguimento della laurea in lettere classiche all’Università di Ginevra, nel 1942, aveva intrapreso gli studi di medicina, terminati nel 1948, rimanendo interno per cinque anni alla Clinica Medica dell’Ospedale Cantonale Universitario di Ginevra. Negli anni 1953-1956 era stato alla John Hopkins di Baltimora, affiancando al lavoro della corsia e alla discussione di casi clinici  l’insegnamento di letteratura francese. Si era confrontato, in quegli anni, con il neurologo Goldstein, i cui lavori avevano ispirato Merleau Ponty, aveva conosciuto Alexandre Koyré e Leo Spitzer. Dal 1958, a Ginevra, aveva assunto l’insegnamento di Storia delle idee, affrontando argomenti che spaziano dalla storia della letteratura, alla filosofia, alla medicina, alla psicopatologia.
Il suo fondamentale lavoro sulla malinconia (L’inchiostro della malinconia, Einaudi, 2014) gli fu commissionato dai laboratori Geigy di Basilea. La ricognizione di Starobinski era previsto che partisse dalle concezioni e dai trattamenti della malinconia dal mondo greco-romano fino al 1900. Dal 1900 in avanti il lavoro avrebbe dovuto continuarlo Roland Kuhn, allievo di Binswanger e vicino a Maldiney, scopritore del primo antidepressivo triciclico imipramina (Tofranil), farmaco che ha   consentito a moltissimi pazienti di evitre la morte e di tornare a vivere.
Starobinski, in questo eccezionale testo (proprio da textum che significa tessuto, intreccio) incrocia miti antichi, letteratura, astrologia, medicina, flosofia, arte, lungo un arco temporale che copre più di mezzo secolo della sua vita. E’ quasi la sua opera fondamentale. Come fondamentale è, per comprendere la malinconia, scavare la cifra della nostalgia, che Starobinski riesuma a partire dalla metà del Seicento. La malinconia, in fondo, ha il colore del tramonto, ed è la dimensione esperienziale e psicopatologica fondativa dell’Occidente, terra della sera (da Occasum, cioè tramonto). La malinconia, come suggerisce Yves Bonnefoy, è ciò che maggiormente caratterizza la cultura dell’Occidente, ovvero la Saudade dell’uomo civilizzato che ha perduto per sempre il rapporto con la madre terra, sua patria naturale.  Questa accentuazione della malinconia come malattia della nostalgia per il paradiso perduto ci consente, su di un altro versante, di ricollocare la schizofrenia, la cui inventio è invece del tutto moderna,  come malattia dell’utopia. Attesa angosciosa e messianica di un domani di nuova cosmica armonia.  
La malinconia, che purtroppo oggi è banalmente ridotta a slivellamento dell’asse umorale (deflessione o depressione), cosa che rimanda ad una terminologia geografica o geometrica su un asse di ascisse e ordinate (si pensi allo slivellamento del tratto ST dell’elettrorcardiogramma), in quanto misto di tristezza profonda, di disperazione, di delirio, di furore, di suicidio, è stata, praticamente, la psicosi unica dell’umanità fino al 1911, anno di definizione della schizofrenia. Starobinski individua dunque la linea del pensiero medico, che, dai Greci, ha fatto prevalere una causa naturale, quella della bile nera, a cui il nome melan-kolè fa riferimento. Un umore di natura fredda e tenebrosa che, seppur all’origine di sofferenza e disordini, è capace di stimolare una intensa sensibilità intellettuale artistica, come sotteso nel problema XXX di Aristotele (Gli uomini di genio sono tutti melanconici).
Il rinvenimento, dentro l’esperienza malinconica, di questo inemendabile dolore del ritorno, come evidenziato da Starobinski, rende la malinconia, al pari della schizofrenia, la più umana delle malattie. Poste a due estremi di una gaussiana, essendo la malinconia la incapacità di vivere senza più il radicamento nel passato della propria origine, e la schizofrenia la malattia del tempo che verrà, ovvero lo spasmo di un’esistenza che si aggetta nel vuoto cosmico seguendo un punto incandescente asintoticamente collocato nel futuro. Entrambe le malattie mentali, in fondo esprimono questo ineludibile bisogno di radicarsi che ha l’essere umano, in un passato perduto (che proprio per questo non passa mai) o nel sol dell’avvenire (che non avviene mai) soprattutto quando, come in entrambi i casi, non ci  si radica più nella relazione con gli altri e nel silenzioso e rassicurante ca va san dire, l’ovvietà del senso comune.
Il saggio di Starobinski, frutto di cinquantanni di studi e di ricerche incrociate, volute, di scoperte occasionali, può essere definito solo dalle parole di Mario Galzigna come la Summa della Malinconia per noi contemporanei.
“Le malattie umane- scrive Starobinski nell’introduzione- in effetti, non sono mere specie naturali. Il paziente subisce il suo male, lo costruisce anche, o lo riceve dall’ambiente; il medico osserva la malattia come un fenomeno biologico, ma, isolandolo, nominandolo, classificandolo, ne fa un’astrazione e, così facendo, esprime un momento particolare  di quell’avventura collettiva che è la scienza. Sia dalla prospettiva dle malato, che da quella del medico, la malattia è un fatto di cultura e muta al mutare delle condizioni culturali.” (2014)
Jean Starobnski appartiene, dunque, a quella stirpe che Roberta de Monticelli, sulla scorta del detto ippocratico iatros philosophos isoteos (Il medico che è anche filosofo è simile ad un dio), appellò come “la stirpe degli psichiatri filosofi. “Starobinski ha infatti sempre implicitamente contrapposto alla semeiotica dei linguisti la semeiotica dei diagnosti, ma ha applicato quest’ultima di preferenza ad autori che si erano sottoposti da soli ad un doloroso processo di smascheramento alla ricerca della verità su se stessi.” (G. Pedullà, Il Sole 24 ore, 10/03/2019)
Mai Starobinski è stato invitato ad alcuno dei convegni nazionali e internazionali delle Società scientifiche di Psichiatria.   Ma evidentemente la riduzione di quella che è una possibilità sostanziale di declinarsi nel mondo dell’essere umano ad una linea deflessa o alternantesi con un picco eccitatorio, ha reso del tutto pleonastico lo specchio o l’inchiostro melanconico  di Starobinski. Peccato che, nel contempo, ha reso anche meschinamente semplificato in un più e un meno il mondo umorale-affettivo-emotivo degli esseri umani. Che è il mondo nel quale abitiamo e con il quale ci relazioniamo. La semplicità e la riluttività con la quale la psichiatria di oggi guarda alle sue patologie ha, purtroppo, una ricaduta diretta sulla concezione che l’’uomo ha di se stesso e della propria mente. Come una società considera le malattie mentali dice molto della cultura che quella società ha degli esseri umani che la abitano. Si è sempre detto che l’anatomia patologica svela la fisiologia. Ovvero scoprire la catena causale che porta alla morte un organismo isolando i suoi organi lesionati, ci ha consentito di capire proprio che funzione vitale svolgevano quegli organi e come erano concatenati. Non è irrilevante, dunque, per la concezione e la posizione dell’uomo nel mondo quale psichiatria egli si consente. Una psichiatria del “più e del meno”, come quella che si insegna e si pratica oggi ormai dappertutto, è una prassi semplice, facile, applicabile talvolta con successo. Ma riduce gli uomini ad uomini più o meno, A più o meno uomini.
Il lavoro di Starobinski, la sua lezione sulla nostalgia, sono andati, invece, in un’altra direzione. Così come si è detto di un metodo jaspersiano o freudiano o binswangeriano, io credo che si possa parlare di un metodo Starobinski:

  1. Partire dai testi e dalla storia, senza muovere da idee generali o pregiudizi soggettivi;
  2. Attingere da strumenti e da prospettive diverse;
  3. Interrogare snodi cruciali del passato per illuminare il presente;
  4. Rimanere estranei ad ogni ortodossia;
  5. Non concedersi nessuna stravaganza interpretativa;
  6. Mantenere la giusta distanza dal testo;
  7. Avere a cuore l’integrità dell’essere umano;
  8. Parlare un corrente bilinguismo scientifico-umanistico;
  9. Apprezzare la diversità come massima ricchezza della vita;
  10. Non smettere di cercare un punto di coerenza interna;
  11. Rinvenire gli elementi dinamici, vitali, di movimento;
  12. Nulla rifiutare e tutto accogliere con attenzione, cura e gentilezza;
  13. Approcciare l’irrazionale con la razionalità critica
“Il metodo stesso della medicina, cioè una certa sperimentazione del reale, un certo approccio alluomo che soffre, una certa azione allo scopo di alleviare il dolore, tutto questo gli studi letterari non me l’avevano dato” (Starobinski, 1986)
“La psichiatria mi ha insegnato ciò che nell’uomo è accessibile ad un approccio biologico e ciò che invece, nei rapporti tra le persone, non si può ricondurre al dato naturale. Grazie alle scienze sperimentali ho appreso come si poteva trovare sostegno nei loro risultati, pur considerandoli provvisori. Più in generale, nel mio lavoro clinico, ho verificato con mano la resistenza dei fatti alle nostre costruzioni teoriche e a quali artifici si debba ricorrere per trovare una concordanza tra gli uni e le altre”.(Starobinski, cit. da Marcoaldi su Repubblica 08-03-2019).
“Cercava per questo nel "furor", nella follia, nell'estremo dell'incubo e del delirio la rivelazione di una verità notturna: dai Greci a Shakespeare a Hoffmann, da Rousseau a Flaubert, Starobinski è il medico col termometro, quello che misura la febbre di autori e personaggi, la "scala delle temperature" (P. Di Paolo, Repubblica, 7-03-2019)
Il legame tra un medico ed un paziente, come ci viene da questa ultima lezione sulla nostalgia, si radica nell’incontro di volti e nello scambio di sguardi e di parole. Gli occhi privi di sguardo del malinconico, la perdita di relazione tra colui che guarda e colui che è guardato, la difficoltà consustanziale al malinconico di ricevere e di rendere uno sguardo, rappresentano, proprio dello stare con il malinconico, la prima ed ultima essenza.  Guardare, guardarsi è il legame vivente tra la persona e il mondo, tra l’io e gi altri.
Allora tornare a guardare il malinconico, da parte dle clinico, significa dargli al possibilità di risorgere dalla pietra.  Se lo sguardo del mondo, attraverso lo sguardo del clinico, si volge verso di lei, la statua si anima.
Grazie Jean Starobinski. Sit tibi terra levis.
Tra gli italiani che non hanno taciuto di fronte al genio di Starobinski, allargando, con le loro acute riflessioni, il suo discorso alla nostra portata, mi piace ricordare i miei maestri e amici: Mario Galzigna, Franca Madioni, Federico Leoni, Giampaolo Di Piazza.
Grazie, Jean Starobinski, di non essere passato via senza segnarci la strada.
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Un ricordo commosso di Jean Starobinski: i suoi studi sulle "mélancolie" sono stati, per me, un faro di straordinaria potenza. Grazie all'amico Gilberto, che lo ha degnamente commemorato. MG


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