Into the wild — di Sean Penn. Dal desiderio di libertà al bisogno di fuga

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2 ottobre, 2012 - 18:18

Il film ripercorre i due anni di viaggio di Christopher McCandless, ma le tappe del suo girovagare sono come attraversamenti di tutti i passaggi dell’esistenza umana. I capitoli in cui è suddivisa la narrazione ne portano anche il nome: dalla nascita all’adolescenza, dall’età adulta alla saggezza finale. 
In due anni, una vita intera. Per raccontarla, i piani temporali si alternano e a volte si confondono. Christopher è in Alaska nelle prime inquadrature; in quelle immediatamente successive ha due anni di meno; è il giorno della sua laurea, che lui affronta con evidente impaccio e con sincera noncuranza. 
Rifiuta il regalo dei genitori, un’automobile nuova, più adatta al suo nuovo stato, per abbandonare senza rimpianti anche quella vecchia. Tagliuzza le carte di credito, fa delle banconote un piccolo falò…e scompare dal mondo, senza saluti, senza spiegazioni, né tentennamenti, senza più dare notizie di sé.
Si spoglia di ogni legame, anche quello tra tutti più significativo: il nome. D’ora in poi si chiamerà Alexander, Alexander Supertrump. Supervagabondo.
La naturalezza con cui Christopher lascia oggetti persone e luoghi fa quasi invidia, a noi che sempre più amiamo le appartenenze, che sempre meno sappiamo liberarci da ciò che è, ma anche da ciò che è stato. Diceva Confucio "la via per uscire è la porta: chissà perché nessuno la prende mai". 
Christopher invece esce di scena senza ripensamenti, compiendo il gesto da noi solo immaginato, fantasticato, mettendo in atto uno dei nostri desideri indicibili: fuggire per sfuggire "la società, i giudizi, i controlli, i genitori, gli ipocriti, i politici, i corrotti". Per non essere più avvelenato dalla civiltà, dirà l’alte-ego di Christopher, Alexander. E chi non l’ha sognato almeno una volta nella vita? 
Non sapessimo che è una storia vera, penseremmo ad una metafora sulla crescita in più, da aggiungere alle tante storie di formazione che conosciamo. 
Già le fiabe che ci raccontavano da bambini prevedevano tutto questo: il distacco, le prove da superare prima del ritorno, il ricongiungimento consapevole. Poi è stata la volta degli eroi epici e poi ancora dei personaggi romantici, fino alla letteratura a noi più vicina. Allontanamento. Prove. Ritorno. Allontanamento. Prove. Ritorno. In un copione sempre ripetuto ma non per questo meno avvincente.
Ci si separa dal mondo conosciuto, da quello degli adulti, nei romanzi e nel mondo reale, quando diventa importante segnare i confini, definire gli spazi. Anche solo la porta chiusa della stanza basta ad un adolescente per sentirsi libero di fare senza interferenze il suo lavoro, l’adolescente appunto. Ma ci si separa soprattutto quando nell’adulto si riconoscono imperfezioni colpe manchevolezze.
I genitori di Christopher hanno ripetuto e accumulato parecchi errori educativi; sono persone rese infelici e rabbiose dalla loro incapacità di separarsi, responsabili per intero del loro fallimento. 
Eppure avrebbero meritato una descrizione meno rigida e più sfumata, come sostiene Francesca Crivaro nella sua bellissima recensione
Non solo. Ad un certo punto della narrazione e del viaggio vediamo il nostro caro ragazzo (ci diventa caro, è vero, abbastanza presto!) mentre legge Il richiamo della foresta e poi nella completa solitudine in Alaska. Subito prima assistiamo ad un litigio violentissimo dei genitori con gli occhi di Christopher adolescente e quelli della sorella ancora bambina. La vicinanza di queste scene crea la sensazione di un rapporto causa-effetto non del tutto convincente. 
Come a dire che la scelta estrema dell’Alaska è la logica conseguenza del disaccordo genitoriale, e che non può essere diversamente: come a dire che le colpe dei padri, delle madri ricadono sui figli, sempre.

E’ giusto invece restituire a Christopher la responsabilità di voler superare il limite, della sua ossessione per le terre estreme.. Durante il viaggio infatti incontra persone che gli si affezionano (così come noi ci affezioniamo a lui) e che potrebbero avere la funzione di genitori sostitutivi. La coppia di hippy (a cui ricorda un figlio lontano) per ben due volte vorrebbe trattenerlo; l’anziano Ron vorrebbe addirittura adottarlo. 
Ma nonostante l’intensità dello scambio generazionale (sembra quasi che gli adulti sul suo cammino siano sfiorati prima, e poi toccati profondamente dalla sua grazia!), lui va, deve arrivare in Alaska.

Diceva Pasolini ne Le lettere luterane che non esistono figli innocenti, provocatoriamente, come solo lui sapeva provocare. "Sarebbe troppo facile che i figli fossero giustificati dal fatto che i padri hanno sbagliato. L’eredità paterna negativa li può giustificare per una metà, ma dell’altra metà sono responsabili loro stessi…Ed è giusto che siano puniti anche per quella metà di colpa altrui di cui non sono stati capaci di liberarsi". 
Affermazione molto forte e del tutto controcorrente, nel momento in cui Pasolini la scriveva, ma utile a far pulizia degli alibi e delle sbrigative giustificazioni psicoanalitiche. Christopher risponde di non avere famiglia, quando glielo si chiede, per sentirsi rispondere che "I figli sanno essere troppo duri quando si tratta dei genitori".
Non si vogliono qui assolvere il padre e la madre di Christopher, che vediamo abbracciati in una dolcezza tardiva, abbondantemente puniti dal peso della colpa, prima, del dolore, poi, condannati a quell’inferno che il padre definisce una vita sospesa (Chissà che non ci sia nell’abbandono di Chris anche questo desiderio inconscio di sapere i genitori finalmente riappacificati, uniti dalla sua assenza! ).
Christopher ha voluto andare fino in fondo, troppo in fondo, fuggendo da loro e dalle loro false certezze, dal mondo e dalle persone del mondo. 
La frase di Byron in apertura "Non è che amo di meno l’uomo, ma amo di più la natura" fa ancora pensare che la meta così inospitale, così irraggiungibile, sia in realtà una fuga, o solo un forte, fortissimo desiderio di compensazione.
Mi piacerebbe invece pensare che il viaggio verso spazi infiniti e luoghi così lontani sia davvero una ricerca spirituale, la ricerca di quella verità che viene quotidianamente uccisa, come dice lo stesso Christopher citando Thureau ; "Non l’amore, non i soldi, non la fede, non la giustizia; datemi la verità".
Che la spinta verso i sovrumani silenzi sia fino in fondo autentica, e la solitudine un vissuto transitorio per apprezzare di più la compagnia, per scoprire insieme a Tolstoj che l’idea di felicità può concepirsi solo con l’amore per l’altro. 
E sarebbe ancora più bello pensare che Christopher abbia dato pienamente ascolto alla sua voce più profonda, che abbia seguito la sua essenza, il suo daimon, portando a compimento una missione tutta sua: arrivare in silenzio al punto più nascosto del vero Sé, per riscoprire, come di fatto avviene, il valore profondo della condivisione.
La voce narrante della sorella, quando parla di un’urgenza interiore sempre presente in Chris, quando aggiunge che "ogni cosa che sta dicendo deve essere detta, ogni cosa che sta facendo deve essere fatta" ci fa sperare che sia davvero così. 
Lo auguriamo al ragazzo del film, a Christopher McCandless della realtà e alla sua memoria; lo auguriamo a ciascuno di noi, a chi ha goduto l’apertura dell’anima davanti al dono di quei paesaggi da sogno, a chi ha sofferto le angosce e le sofferenze di chi deve ancora pareggiare i conti con il passato. Le proiezioni dello spettatore durante la proiezione di questo film davvero non si contano.
A Sean Penn il merito di aver usato con sapienza musiche silenzi e parole. Le citazioni dalle letture di Christopher e dai suoi diari, così come le frasi pronunciate dalla sorella hanno il tempo di depositarsi e lasciano spazio ad una nostra personalissima eco. I silenzi non sono mai troppo lunghi; le immagini, incantevoli, mai prepotenti. Fluidamente, si passa dal presente al passato, dal vicino al lontano, dalla leggerezza alla profondità.
Dimenticavo…il film è bellissimo…come non ci capita di dire molto spesso…una bella, bellissima pagina di cinema.

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