Modalità esistenziali e situazioni prepsicotiche schizofreniche.

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23 marzo, 2019 - 14:05
(Atti del XXX Congresso nazionale SIP, Milano, 12-17 ottobre 1968. - Istituto di Clinica Psichiatrica dell’Università di Pisa - Direttore Prof. Petro Sarteschi).
 
 
Introduzione di Sergio Mellina.
L’uso di riproporre dei classici a distanza di tempo è consuetudine non remota a chi ha familiarità con la psicopatologia di orientamento fenomenologico. Ho in mente Lorenzo Calvi, per esempio, sul numero 9 di “Comprendre” del 1999 che proponeva di rileggere Danilo Cargnello pubblicato vent’anni prima su una rivista di filosofi di Scienza e metafilosofia. Scritti in memoria di P. F. C., Napoli 1980. Queste operazioni servono di solito, per verificare lo stato di salute di una disciplina o vedere quali avanzamenti sono stati fatti su alcuni interrogativi che sono ancora cogenti. Come quando e perchè comincia? Si può individuare un campo minato nel terreno prepsicotico?
Aldo Giannini (1927-1981), a mio avviso, è un classico della psichiatria clinica e della psicopatologia. Il cattedratico ideale, per rileggersi il tema che svolse al XXX Congresso SIP di Milano. Sono passati giusto cinquantuno anni ed a me, la sua relazione, pare di una chiarezza esemplare, di un’attualità formidabile e di una didattica illuminante.
Non mi era mai capitato di ascoltare un Collega descrivere, cosi minuziosamente e con tanta implacabile precisione, il tempo insidioso e sfuggevole delle prepsicosi schizofreniche. Quel tempo di grande subbuglio dove ogni esperienza non è mai definitiva perchè tutto può cambiare all’improvviso. Proprio come nell’Aquilone di Pascoli, che vediamo matericamente, davanti a noi, librarsi, mentre lo mandiamo a memoria e ci entra nell’eidos, pervade anche noi giovanetti del ginnasio, proprio quando ...
«... : ognuno manda da una balza / la sua cometa per il ciel turchino. / Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza, / risale, prende il vento; ecco pian piano / tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza. / S'inalza; e ruba il filo dalla mano, / come un fiore che fugga su lo stelo / esile, e vada a rifiorir lontano. / S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo / petto del bimbo e l'avida pupilla / e il viso e il cuore, porta tutto in cielo. / Più su, più su: già come un punto brilla / lassù, lassù... Ma ecco una ventata / di sbieco, ecco uno strillo alto... - Chi strilla?»
Il poeta romagnolo ha buon gioco con gli psicopatologi nel descrivere i sentimenti dell’adolescenza sul registro della poesia. Ma Aldo Giannini regge benissimo il confronto analizzando tutte le giunture dell’Aquilone che sono sottoposte a sforzo. Si domanda subito “Chi strilla” e soprattutto “Perchè strilla”? Posto che nel tempo degli esordi psicosici qualcuno lo faccia (un qualsiasi strillo) o si riesca anche solo a cogliere un piccolo cigolio, in orologi iperfunzionanti, dove fino a poco prima dell’esplosione, del brek down, tutto sembrava andare a meraviglia.
La circostanza che ora voglio richiamare era appunto il XXX Congresso SIP di Milano del 1968, in particolare, il 2° Tema concordato: “Personalità premorbosa ed esordio della schizofrenia”. L’oratore menzionato si chiamava Aldo Giannini. Proveniva dalla Clinica Psichiatrica di Pisa, era presentato da Pietro Sarteschi (1920-2014) e dunque in un certo senso “orfano” di Giuseppe Pintus, il direttore precedente deceduto improvvisamente nel 1960. La sua voce mi è rimasta nel cuore, il suo volto discreto ma determinato (come quello di una guida alpina) scolpito nella mente. Un racconto psicopatologico con le parole giuste e la giusta passione, dunqe appassionante.
So che di prepsicosi se ne sono occupati svariati Autori, anche in Italia. Di esordi schizofrenici, molti specialisti – e non solo di neuropsichiatria infantile – se ne sono appassionati, li hanno studiati ne hanno scritto e parlato. Anche in maniera eccelsa, come la “Scuola di Camposampiero”, ispirata a Ferdinando Barison fin dall’O.P.P. della Brusegana di Padova. Giovanni Gozzetti, Lodovico Cappellari, Leonardo Meneghetti. (“Schizofrenicità”, "Anastrophé" “Centralità”), È un po’ l’imbuto, il nodo, il passaggio obbligato della psichiatria clinica e della psicopatologia. Il mistero del come e del perchè ci s’impazzisce d’un tratto, spesso in adolescenza. Alcuni per poco tempo, altri per tutta la vita
Psicosi nascente, esordio schizofrenico, psicosi acuta che fa storia o non la fa. I Francesi parlano di “Bouffée délirante aigüe“. Il fragore del tuono in un cielo sereno (Le coup de tonnerre dans un ciel serrein). Cos’è stato? Lo scroscio deflagrante del rombo di tuono che si allarga all’improvviso in un cielo terso, limpido e calmo, rimbombando minacciosamente con enorme fragore. Si, ma cosa? Spiegati meglio, non capisco. Fai conto un caccia supersonico di una base NATO che ti passa sopra la testa senza preavviso, come capitava a me quando andavo al mare d’estate a Bellaria più di mezzo secolo fa. Ecco ti può  dare vagamente l’idea di cosa voglia dire. Di quella che sia l’esperienza del soggetto che abbia a vivere una siffatta esperienza e della condizione in cui getti bruscamente i familiari. Sgomento, crollo, disperazione. Si ma non ce se ne poteva accorgere prima? Bravo! Ecco! Questo resta ancora il grande arcano della nostra passione di “farsi medici dei matti” (Callieri, Borgna).  
Dopo Giannini, però, raramente mi succederà di ascoltare questi passaggi di fuoco dell’esistenza giovanile. Incamminati verso il baratro dell’alienità nella completa inanità di chicchessia. Tematizzazioni, che, salvo Bruno Callieri, cui l’argomento era noto (anche polimorfo e di non facile approccio), tanto che a sentire Giannini mi ci aveva quasi trascinato, soltanto da  Mario Rossi Monti, avevo inteso (Quando tutto si tiene. psicopatologia dell’esordio psicotico). Quella volta che ci raccontò in una conferenza  alla SPIGA di Roma, l’incredibile brek down di Gianluca Pessotto da Latisana un ex-terzino della Juventus che ha viaggiato nel dolore. Gilberto Di Petta, altro autore sensibile al problema ce ne parla in un libro; Il mondo sospeso. Fenomenologia del "presagio" schizofrenico, Ediz. Universitarie Romane, Roma, 1999.
Per questo ho deciso di pubblicare integralmente il testo per la rivista POL.It Psychiatry on line Italia, con qualche nota, soprattutto peri giovani Colleghi che abbiano interessi fenomenologici. So per certo che L’aveva preparata a lungo, provata e limata parecchio. Ci teneva molto. Si dice fosse andata a leggerla a Cargnello e forse a Fabio Visintini. Si sa che quando il tuo direttore riusciva a farsi assegnare un tema di relazione era considerata un po’ la prova generale per la ternatura, poi ci sarebbe stata la cattedra, normalmente in Sardegna per quelli del centro Italia.
La Relazione Modalità esistenziali e situazioni prepsicotiche schizofreniche, descrive le esperienze patologiche di tre pazienti: una donna di 33 anni e due ragazzi una di sedici anni Maria e uno di venti Claudio. I neretti e i nomi di battesimo sono miei. È stata letta il martedì 15 ottobre 1968 alle ore 11 al Palazzo dei Congressi dell’Amministrazione Provinciale di Milano. Più di mezzo secolo, intanto, è trascorso. (S.M.)
 
 
L’argomento è stato affrontato tentando di accedere alla comprensione dello stile di vita prepsicotico e delle fasi incipienti schizofreniche tramite l’analisi di documenti autobiografici [01].
Sono stati esaminati a questo fine pazienti schizofrenici di livello intellettivo e grado culturale medio-superiore, preferibilmente al primo o ai primi episodi di malattia, esenti da deterioramento mentale, dei quali erano disponibili ampie autodescrizioni ed una abbondante e dettagliata documentazione anamnestica. Il materiale autobiografico è stato prevalentemente ottenuto nel corso di colloqui registrati nei periodi di remissione della psicosi e, in qualche caso, nel corso di psicoterapie non analiticamente orientate [02].
L’approccio fenomenologico è stato condotto centrando l’attenzione sulle vicende interpersonali familiari ed extrafamiliari, assumendo con Ludwig Binswanger, Martin Buber, Romano Guardini, Angelo Hesnard, Agostino Pirella, la co-presenza quale struttura fondamentale del nostro-essere-nel-mondo cogli altri. Ci ricordano Danilo Cargnello, Bruno Callieri e Adolfo Bovi che è «indispensabile per qualsiasi indirizzo psicopatologico, vitalmente impegnato e consapevole della problematica moderna», ritenere che « l’essenza dell’uomo sta  nell’orientamento verso gli altri» e che su ogni manifestazione umana cala sempre il significato di coesistenza. Sono state in particolar modo analizzate le modalità difettive dell’articolazione interumana in fase prepsicotica, cercando di coglierne gli aspetti costitutivi e l’ordine strutturale entro la cui cornice potessero essere compresi ed inquadrati i variabili atteggiamenti e comportamenti interpersonali ed i multiformi  accadimenti biografici dei singoli soggetti [03].
Per quanto si attiene ai rapporti tra personalità e psicosi schizofrenica è stato seguito l’indirizzo antropoanalitico tracciato da Hubertus Tellembach e da Hans Häfner, rispettivamente per la malinconia e la mania.
Attraverso la documentazione storico-vitale dei soggetti schizofrenici, è stata compiuta un’analisi fenomenologica longitudinale al fine di prospettare una visione unitaria di sviluppo tra stile di vita prepsicotico e «Dasein» psicotico cercando di ricostituire la continuità esistenziale al di là della frattura operata dalla psicosi [04].
Particolare attenzione è stata rivolta all’esame delle situazioni precedenti l’esordio della schizofrenia intendendo per «situazione» non tanto uno stato di fatto obbiettivo che dall’esterno agisce su un soggetto quanto una situazione vissuta del rapporto Io-mondo «quel primum» come dice Hubertus Tellembach «nel quale il singolo e ciò che lo circonda all’interno del mondo sono tuttora uniti» [05].
Individuate le peculiarità del «typus» schizofrenico è stato possibile cogliere specifiche situazioni prepsicotiche obbiettivamente non appariscenti e generalmente non afferrabili tramite l’anamnesi oggettiva, che si sono dimostrate suscettibili di condizionare il mutamento psicotico endogeno.
Vorrei ancora precisare che per situazione prepsicotica non intendiamo riferirci a fattori casual-genetici ma ad un rapporto esistente tra stile di vita prepsicotico ed alcune situazioni altamente significative sul piano esistenziale per quel singolo soggetto. La situazione prepsicotica è una situazione limite che pone l’individuo ai limiti della smondanizzazione dell’angoscia e quindi nella situazione del disordine, della perdita dell’ordine fondamentale dell’esistenza [06].
È stata infine compiuta un’analisi comparativa tra personalità premorbosa dei candidati alla schizofrenia e quella dei candidati alla psicosi maniaco-depressiva, al fine di apprezzare la possibilità di giungere ad una migliore differenziazione e caratterizzazione dello stile di vita e delle situazioni prefasiche nell’ambito dei due tipi di psicosi endogene fondamentali.
L’analisi autobiografica ha posto in evidenza un marcato difetto dello sviluppo comunicativo dei candidati alla schizofrenia: esso può essere compendiato nella difficoltà in età adolescenziale e post adolescenziale, di distaccarsi dai vincoli parentali, nella difficoltà di assumere un ruolo sociale e di avviare rapporti eterosessuali, nonché nella mancanza di «elasticità nella polarità di vicinanza e di distanza col prossimo» (Kisker e Strötzel)
Caratteristica specifica del «typus» schizofrenico è una modalità di rapporto con l’altro, rigidamente mantenuta all’insegna della «distanziazione».
L’altro viene mantenuto a distanza attraverso varie modalità comportamentali che fanno capo ai noti tratti che la caratterologia tradizionale definisce come: autistico, bizzarro, strano fanatico, manierato, introverso e, in senso lato, schizoide.
La forma più radicale della «distanziazione» si attua attraverso la ritirata autistica, lo stare fisicamente isolato e lontano dalla presenza altrui, il non prendere contatto cogli altri, il ripiegamento del soggetto fuori dal contatto con l’ambiente.
Un certo grado di possibilità coesistentiva viene invece mantenuto dai soggetti definibili come: strani e bizzarri; in tal caso la «dovuta» distanza viene ottenuta andando a traverso o frapponendo ostacoli di traverso, allorché l’altro si avvicina troppo e travalica i limiti di sicurezza.
L’azione strana infatti solo in apparenza è inappropriata, inopportuna ed incoerente, essa in realtà ha il significato di occultare la propria presenza dalla presenza altrui esperita come invasivamente persecutoria (Häfner). Concetto analogo viene espresso dalla Frieda From-Reichman a proposito delle azioni stereotipate degli schizofrenici, che in analogia alle bizzarrie e alle stranezze, servirebbero o verrebbero usate per celare sia i sentimenti di amicizia che renderebbero il malato troppo prossimo all’Altro, sia quelli di ostilità, che creerebbero una distanza interumana incolmabile [07].
Un’altra modalità di attuare la distanza interumana, fa capo a quella condizione esistenziale definita da Binswanger come «Verstigenheit» «esaltazione fissata» o «irrigidimento esaltato» nella quale è presente una sproporzione del rapporto tra ampiezza e altezza dell’esistenza (proporzione antropologica) per un’assoluta prevalenza dell’altezza nei confronti della espansione orizzontale, colui che si eleva al di sopra degli altri e tende a mantenersi in questa posizione evita il dialogo ed il contatto interumano, collocandosi in un piano esistenziale irrapportabile, e quindi scarsamente comunicabile, con quello degli altri esistenti.
Un’ulteriore modalità di sfuggire al vero incontro e di mantenere la distanza è quella del formale e quotidiano stare l’uno con l’altro (Miteinander) come si verifica nell’impersonale dialogo obbiettivo nell’avere a che fare con l’altro a scopo puramente esteriore o nel prendere contatto coi propri simili solo per mezzo di funzioni parziali. (Baeyer)
Il rigido ed esclusivo mantenimento del ruolo nei rapporti interumani, il conformismo e il manierismo, risultano stili di vita in cui si vanifica ogni reale possibilità coesistenziale e nei quali il rapporto da intersoggettivo decade a mero rapporto strumentale ed oggettivo.
Il candidato alla schizofrenia manca di dialogo interumano non può adire ai modi autentici della dualità dell’amore e dell’amicizia e vive costantemente esiliato dagli altri. Non realizzando il vero incontro interumano non perviene ad attuare se stesso se non nelle falde più periferiche della sua personalità
Un simile rigido ordinamento anche se profondamente coartante le possibilità di coesistenza in autentica reciprocità, ha però il compito di conferire sicurezza, protezione e stabilità al suo Dasein (Zutt)
La situazione prepsicotica schizofrenica si realizza generalmente allorché questo ordinamento si infrange a causa sia dell’eccessivo allontanamento del socius, che crea una situazione di inquietante solitudine, sia, ma soprattutto, a causa dell’intollerabile avvicinarsi e farsi addosso della presenza altrui [08]. Allorché l’altro si avvicina troppo e supera i limiti della distanza interumana «ottimale» [in autobus o in metropolitana] cadono le fragili barriere protettive; l’altro che fino ad allora era, in quanto tenuto a distanza, non conosciuto, non un familiare, un estraneo, diviene improvvisamente sinistro, minacciante, intrusivo e invasivo. Questi si fa addosso con tutta la sua vertiginosa e pressante vicinanza che intrude. Viene meno lo spazio fidato; lo spazio dell’immediatamente prossimo, viene colto in una univoca direzionalità dall’esterno verso l’interno; una direzionalità coercitiva senza possibilità di scambio o di contraccambio: i confini protettivi non sono più mantenuti e le qualità fisionomiche minaccianti dell’altro premono e dilagano.
 
Permettetemi ora di presentarvi succintamente alcuni casi, di cui non tenteremo una riduzione organicistica né una riduzione psicologica sociologica. Ritengo che essi i malati abbiano diritto di comparire in questa assise, nella loro irrepetibile singolarità al di fuori di sterili prese di posizioni aprioristiche [09].
 
 Una nostra malata paranoide, fino all’età di 33 anni si era difesa e riparata «dalla gente del suo paese» esperita come infida secondo lo schema paranoide di cultura appreso dai genitori per mezzo di un comportamento schivo e scontroso e tramite una vita appartata in famiglia sotto l’egida di una onnipotente figura materna.
Alla morte della madre venuto meno lo scudo protettivo, i confini col restante mondo non familiare divengono meno sicuri e permeabili. Improvvisamente sente venir meno la distanza interumana, e da quel momento la gente del suo paese «si fa avanti» e cominciano le maldicenze e le calunnie. Una persecuzione fatta di gesti osceni, di sbeffeggiamenti, di allusioni, di voci calunniose e scandalose cui è esposta per le strade nella piazza, nella chiesa del suo paese. Da allora la paziente eviterà i luoghi pubblici od esposti al pubblico, ed accentuerà il suo isolamento rifugiandosi nella sua cucina, una cucina che guarda sui campi e non sulla strada, un luogo tuttora accogliente definito «fresco d’Estate e caldo d’inverno». In questo angusto spazio vitale riesce tuttora a rimanere relativamente protetta dagli sguardi indiscreti, dalle male lingue, quivi non si sente alla mercè degli altri. ma a distanza di qualche anno anche questo ristretto lembo di mondo, l’unico per lei abitabile ove continuava a svolgersi la circolarità del quotidiano affaccendamento domestico, le viene sottratto dall’ingresso in casa del fidanzato della figlia. Il fidanzato è l’estraneo che invade la sua dimora con la sua presenza sinistra ed infida. Ora la figlia ed il marito, coi quali aveva convissuto senza rapporti di intimità né reciprocità, divengono anch’essi nemici, invasivi, persecutori. Ora ella non può più entrare nella sua fidata cucina perché, dietro le porte di casa sono in agguato la figlia ed il marito armati di coltelli. Ora si attenta alla sua vita, le si impedisce di entrare in casa, dovrà vivere nella stalla colle bestie e come le bestie, o addirittura essere gettata nella fogna e nella concimaia. Gli altri le sottraggono l’ultimo lembo di mondo; ormai non può più stare-abitare in alcun luogo: l’incontro con l’estraneo le è stato fatale; gli altri l’hanno spossessata di mondo [010].
 
Un’altra modalità di esperire l’incontro intollerabile coll’altro, sotto forma di una vertiginosa e pressante vicinanza che intrude e che viola la propria intimità quella presentata da Maria, una adolescente di 16 anni che era cresciuta nel chiuso di una cultura familiare bigotta, conformista, autoritaria. Il serbatoio di possibilità comunicative di Maria si era esaurito in una unione stretta, seppure ambivalente colle figure parentali e con una zia eccessivamente. La ragazza cessati gli studi inferiori, si impiega come apprendista segretaria in un ufficio legale della sua città, affrontando il mondo schivo e sfuggente. Come Clita la sensitiva descritta da Cargnello, non si sofferma per la strada, non indugia colle compagne, ella salta da casa all’ufficio e dall’ufficio a casa. In ufficio sta per conto suo, non entra in contatto colle altre colleghe e coi suoi superiori se non per ragioni inerenti al suo lavoro. Tutta presa dalla sua nuova attività si sente tranquilla e relativamente sicura anche fuori casa. In questo spazio dell’ufficio, nello spazio orientato e pragmatico così come nella propria dimora, Maria però non avanza nel suo progetto di mondo, ella cioè non si apre all’incontro interumano non si declina in veridica coesistenza.
Il primo incontro coll’altro lo farà un giorno di Estate quando si reca all’ufficio indossando un vestito attillato che pone in evidenza la sua acerba ma provocante femminilità. Quel giorno per la prima volta coglie nello sguardo del capoufficio un significato sconvolgente; il suo capoufficio l’ha guardata come «si guarda una donna» l’ha spogliata collo sguardo. Da quel giorno Maria diventa trasparente agli sguardi degli uomini. A nulla vale lasciare il lavoro, sfuggire la gente ritirarsi in casa e quivi appartarsi ed isolarsi. Anche nella propria casa è raggiunta dallo sguardo del padre che la osserva in modo immondo come gli altri uomini, e così pure la zia con le sue premure accresciute suscita conturbanti pulsioni omosessuali.
La sua ritrosia, l’essersi fisicamente appartata dal mondo, non sono più sufficienti e capaci di mantenere la distanza esistenziale.
Maria ora è divenuta scoperta, nuda, trasparente, tutti possono leggere i suoi pensieri tutti possono scrutare negli angoli più segreti della sua anima, ha perduto la propria intimità. Il suo corpo non solo è un «indifeso campo su cui passeggiano gli occhi della gente» come nella sensitiva Clita, il suo corpo ora è addirittura toccato, afferrato, posseduto, violato e violentato [011].
Riportiamo un ulteriore esempio che diversifica i due precedenti per il profilo biografico ma che ha in comune le modalità difettive di articolazione interumana.
 
Claudio è un ragazzo di 20 anni che frequenta il 2° anno di Ingegneria e che ha presentato a distanza di qualche giorno da un insuccesso sportivo un quadro schizofrenico ad esordio acuto.
Claudio proviene da una famiglia borghese: il padre è un noto ed affermato professionista; la madre una donna colta che si occupa prevalentemente della casa. È un ragazzo molto intelligente con una carriera scolastica eccezionale; prima di ammalarsi ha portato a termine tutti gli esami del biennio di Ingegneria, al primo appello, conseguendo il massimo dei voti e la lode. Coltiva un hobby sportivo: quello della vela. Fin da piccolo il padre l’ha condotto con sé e ne ha fatto un provetto velista, capace di competere da primatista in gare nazionali ed internazionali. Le ore libere dallo studio, le vacanze, le giornate di festa, le trascorrere a mettere a punto la barca, e studiare i percorsi di gara ad allenarsi col padre.
Dal padre ha appreso che non conta solo partecipare alle gare, è importante anche e soprattutto vincere.
L’ambiente familiare di Claudio non è affatto armonioso: la madre vorrebbe che il figlio si riposasse, andasse cogli amici a fare gite, a ballare come fanno tutti i ragazzi della sua età; ella lo considera tuttora un bambino bisognoso di tenerezze e di amorevoli cure; lo vorrebbe proteggere dal padre che ritiene un infatuato, un fanatico che ha imposto un assurdo modello di vita spartana al figlio. Di contro il padre è fermamente convinto di esercitare una salutare opera educativa sul figlio e in ogni occasione tenta di allontanarlo e di proteggerlo dalle soffocanti cure della madre, affetta a suo dire da una forma inguaribile di mammismo.
Claudio può essere giustamente considerato l’ovvio risultato della contraddittorietà, inconciliabilità degli atteggiamenti e dei messaggi familiari.
Così viene definito il suo profilo caratterologico: ha una volontà di ferro, dimostra una sicurezza folle in tutto ciò che fa; è alla continua ricerca della perfezione; è un programmatore instancabile ed indifeso, su un taccuino annota tutti i suoi programmi concernenti lo studio e l’attività agonistica, programmi che sistematicamente ed infallibilmente vengono poi eseguiti nei minimi dettagli e nei tempi stabiliti.
Claudio sempre serio, difficilmente è stato visto ridere o sorridere; ha pochi compagni, non ha mai avuto un vero amico, non ha mai avuto accesso al mondo femminile né ha ancora programmato di avere esperienze amorose nel prossimo futuro. Coi suoi compagni di scuola e coi suoi coetanei, negli incontri occasionali, si mostra piuttosto impacciato e timido e diviene addirittura balbuziente. Trova i ragazzi della sua età banali, sciocchi e superficiali; «in genere» dice «trattano argomenti futili».
Poche settimane prima della malattia il padre gli regala una nuova imbarcazione e Claudio non ha il tempo sufficiente per armarla e metterla a punto: sbaglia l’altezza della deriva ed in una regata importante arriva ultimo.
Non sa dapprima capacitarsi dell’accaduto non riesce a tollerare la sconfitta, sente perdere la fiducia in se stesso, gli sta crollando il mondo addosso. Si sente abbattuto, affranto, sopraffatto. Improvvisamente Claudio è crollato: fino ad allora aveva primeggiato a scuola e nelle competizioni sportive, aveva considerato gli altri contendenti non come suoi partners, ma come strumenti della propria affermazioni e dei suoi successi. Ora inaspettatamente è caduto dalla sua elevata posizione di dominatore ritrovandosi al livello e sullo stesso piano degli altri anzi addirittura al di sotto di questi.
Ora è un dominato, i partners sportivi compaiono nel suo delirio con fisionomie piene di sarcasmo e di disprezzo, ode le loro voci calunniose.
Claudio è sceso dal suo piedistallo, e confusosi colla folla delle comparse, non ha saputo reggere al confronto; l’incontro con gli altri sullo stesso piano esistenziale è stato distruttore e travolgente.
In questo caso non interessa tanto discutere sulla eventuale genesi del carattere di Claudio, sull’importanza dell’identificazione col padre e sul rifiuto della figura materna, né tanto meno vale porre in rilievo il peso patogenetico della condizione di scisma familiare e del carattere contraddittorio ed incongruente dei messaggi parentali sulla successiva evoluzione schizofrenica, aspetti questi di cui siamo stati ampiamente informati dagli AA americani e di cui recentemente in Italia è stata fatta una lucida messa a punto da Carlo Gentili e Emilio Rebecchi [012]. A noi interessa soprattutto fissare alcuni punti circa i rapporti ed i rimandi significativi che intercorrono tra modalità di esistenza prepsicotica e situazioni immediatamente precedenti l’esordio dell’episodio dissociativo.
Claudio è un esempio di sproporzione antropologica; egli è salito troppo in alto, ha teso verso un irrigidimento ascensionale per una assoluta prevalenza dell’altezza della decisione nei riguardi «dell’ampiezza dell’esperienza». La presenza di Claudio come opportunamente afferma Castellani «si è smarrita sull’adesione cieca, incondizionata da una idea, ad un ideale, ad una aspirazione, ad una rigida impostazione di vita per cui gli è stato impedito ogni ulteriore movimento esistentivo e coesistentivo». L’esistenza di Claudio avrebbe detto Binswanger si è preclusa l’accesso alla patria e all’eternità dell’amore e dell’amicizia, si è isolata, e si è preclusa lo scambio cogli altri e quindi l’espansione e l’arricchimento che solo in questo ambito sono possibili [013].
Il crescente irrigidimento e la fissazione dello schema vissuto di programmazione coprono e mascherano la frattura e la dissociazione di Claudio, la sua impoverita e raggrinzita Mitwelt.
È bastata una sconfitta perché il confronto cogli altri lo abbia fatto cadere dal suo fragile piedistallo, perché il venirsi a trovare sullo stesso piano esistenziale degli altri, gli fosse fatale.
Lo stile di vita all’insegna del rigido mantenimento della distanza nei rapporti interumani rappresenta un radicale strutturale fondamentale del candidato alla schizofrenia.
La vicinanza dell’altro non è tollerata, poiché l’altrui presenza è oscuramente avvertita in una univoca qualificazione di minacciante intrusione o invadenza
Corrono stretti nessi tra il mondo del fobico e dell’ossessivo e quello del candidato alla schizofrenia. Entrambi, come acutamente sottolinea von Gebsattel, non sono circondati dall’ampio e quieto orizzonte del sano da quel carattere di indifferenza, ovvietà, innocuità e casualità delle cose del mondo e delle presenze umane, cui ci si può abbandonare con fiducia.
Nel fobico l’incontro col repulsivo si specifica tipicamente come «minaccia» a proposito dei prototemi della spazialità (il largo, lo stretto, l’altro, il profondo, il luminoso e scuro) e che ci riporta ad un momento fondamentale del nostro essere-nel-mondo il nostro sussistere nello spazio (Cargnello).
Nell’ossessivo è il contatto che viene esplicitato come contaminante, impuro, contagiante e ciò è correlato all’alto momento del nostro esserci il nostro affacciarci alla mondanità.
Il fobico rifugge dall’incontro col terrificante attraverso le condotte di evitamento, l’ossessivo si perde nei complicati rituali coatti nel tentativo di evitare il fantasma dello sporco e dell’impuro.
A minacciare il typus schizofrenico è il mondo degli uomini, sono gli sguardi altrui che spogliano e violano l’intimità. Il typus schizofrenico si mantiene a distanza dall’altro per non imbattersi nella strapotenza, segretezza e inaccessibilità dell’altrui presenza colta in una univoca fisiognomica invasiva e intrusiva.
Fintanto che l’altro è mantenuto alla dovuta distanza è possibile un certo spazio di libertà personale, un certo spazio in cui garantire il proprio stare nel senso di Zutt ed in cui progettarsi. Ma la rigida «distanziazione » interumana che conferisce sicurezza e stabilità alla sua presenza, impedisce non soltanto l’autentico incontro col Tu ma anche limita e impoverisce le possibilità di articolazione interumana nel mondo della preoccupazione e dei rimandi quotidiani ove si stabiliscono i modi dell’aggressività, ove l’Io si difende e si arma, afferra per non essere afferrato, aggredisce per non essere aggredito.
Il candidato alla schizofrenia è sostanzialmente inesperto e disarmato nel rapporto con l’altro, non possiede la disponibilità del sano di manipolare, maneggiare e strumentalizzare l’altro; si sente sempre sull’orlo di essere preso, soggiogato aggredito dall’altro. Per questo l’incontro tanto temuto, ed a lungo evitato e differito, allorché si determina, si configura nei termini di un incontro alienante deformato e distruttivo.
Tutte quelle circostanze di vita, quali l’assunzione del ruolo sociale l’ingresso nell’attività lavorativa, il fidanzamento, il matrimonio, la maternità ecc., che determinano una elevata richiesta di rapporti di reciprocità, di prossimità e di intimità sono colti dal typus schizofrenico come altamente minaccianti il suo peculiare e rigido ordinamento, all’insegna dell’isolamento sociale. L’incontro, ovverosia il fallimento dell’incontro, rappresenta pertanto la situazione prepsicotica specifica del candidato alla schizofrenia (Baeyer, Matussek).
Se esaminiamo ora lo stile di vita del candidato alla psicosi maniaco-depressiva nell’intento di compiere una analisi comparativa col «typus» schizofrenico, possiamo rilevare che il «typus» melanconico, è in grado di attuare, nel corso della vita, rapporti di stretta vicinanza e di prossimità, per quanto limitati ad un circoscritto universo di persone e di cose alle quali si attacca e si radica.
Il rapporto interpersonale del distimico non è all’insegna della reciprocità, dello scambio e del contraccambio, esso è di tipo simpatetico-simbiotico [014] ed è all’insegna di una forte dipendenza. È l’esigenza di amore e di sicurezza, è il forte bisogno di essere compresi, stimati e valorizzati che motiva il legame ma nel contempo lo rende fragile e precario di fronte a qualsiasi evento che comporti la minaccia della separazione o la rottura del legame stesso.
Il distacco, la perdita, la previsione dell’allontanamento dell’altro,  il cambiamento di attività lavorativa e di abitazione, lo sradicamento rappresentano specifiche situazioni predepressive, in quanto suscettibili di sospingere nel vuoto della solitudine e di precipitare l’angoscia depressiva, ponendo in crisi la modalità di vita conservativa ed inclusiva del «typus» melanconico.
Concludendo il «typus» schizofrenico risulta particolarmente vulnerabile alle situazioni dell’incontro interumano, in ragione delle sue peculiari modalità di rapporto con l’altro, rigidamente mantenuto all’insegna della «distanziazione».
Il «typus» melanconico invece, costretto nel corso della vita a interessere una fitta seppure limitata trama di rapporti di vicinanza e di prossimità con l’altro, dimostra una specifica vulnerabilità nei confronti delle situazioni di perdita.
L’uno tende a mantenere una rigida distanza interumana, l’altro una coercitiva ed obbligata vicinanza; entrambi difettano nel movimento dialettico di chiusura in se stessi e di apertura verso il mondo, e mancano sostanzialmente di reciprocità nel rapporto e di elasticità nella polarità di vicinanza e di distanza col prossimo.
Una simile interpretazione rende parzialmente conto della diversa epoca d’insorgenza dei due tipi fondamentali di psicosi endogene: quella schizofrenica cadendo nella prima parte della parabola esistenziale, caratterizzata dalla esigenza all’apertura al rapporto interpersonale extrafamiliare e dalla necessità di un incontro non più oltre differibile; l’epoca d’insorgenza della depressione essendo spostata nella parte discendente dell’arco vitale, laddove le situazioni esistenziali sono prevalentemente centrate sulla rinuncia, sul distacco e sulla perdita.
Vorrei infine chiudere questa relazione con un’affermazione presuntuosa ma sincera: ci siamo andati convincendo come questo modo di accostarci al mondo dell’alienità lasciandoci istruire dal malato stesso attraverso il dialogo, ci ha permesso di allargare seppure molto limitatamente, il nostro orizzonte di comprensione, in quel terreno psicopatologico tuttora per molti aspetti incognito cui riserbiamo per dovere di obbiettività il termine di endogeno [015].
 
Note (esegetiche) al testo
[01]. Si sottolinea l’importanza che l’autore attribuisce al linguaggio, il racconto biografico del paziente.
[02]. L’autore si avvale di una psicoterapia non analiticamente orientata, pur conoscendo perfettamente la terapia freudiana. In nuce si può intravedere la traccia di una “terapia” orientata in senso fenomenologico.
[03]. Uno studio biografico così approfondito significa veramente andare a frugare nelle pieghe anche più remote dei vissuti dei pazienti, ri-immergendovisi insieme, nulla trascurando, nulla dimenticando, tutto collegando, come la catena esistenziale che ti lega al momento in cui vieni gettato nel mondo.
[04]. Si noti l’esortazione dell’autore all’arte del rammendo, insito nella terapia fenomenologica, che paziente e terapeuta esercitano insieme sulle lacerazioni prodotte dall’esistenza.
[05]. La pregnanza di quei due termini “situazione” e “primum” di Tellembach, non potrebbe definire meglio l’humus torbido in cui è immerso il soggetto, in quel dato momento, soverchiato com’è da quanto intrude da fuori e da come cambia il suo proprio vissuto Io-mondo.
[06]. Omettendo di frugare ancora tra le cause biologiche, già indagate abbastanza in maniera deludente, Giannini punta l’attenzione su un doppio crinale in cui è costretto a barcamenarsi l’esistenza del prepsicosico: la “situazione limite” che egli vive con angoscia e il turbamento improvviso. Il sovraccarico che può sconvolgere l’ordine fondamentale dell’esistenza.
[07]. Su questo tema della “distanziazione” che Giannini utilizza didatticamente in maniera esemplare per spiegare come il candidato alla psicosi endogena o al border line, si sottragga o si celi al rapporto interumano, non si potrebbe dir meglio.
[08]. Questo passo di una dozzina di righe (che ho sottolineato, riletto e mandato a memoria) descrive impeccabilmente e con nitida chiarezza il momento terribile del crollo di ogni residua difesa e di qualsiasi certezza: è l’intrudere dell’estraneo, l’attimo della violazione dell’Io. La sua frantumazione.
[09]. Non si era mai visto un relatore ad un Congresso di scienziati della psiche, chiedere ai propri pazienti di essere presentati in quel consesso. Si potrà dire ciò che si vuole. Era il 1968,  un momento storico duro e di contestazione. Aldo Giannini ha avuto il coraggio di farlo.
[010]. Anche il progressivo spossessamento di mondo di questa paranoide, inconsolabile orfana di madre, fino a scacciarla dalla sua usta fidata cucina, rende magistralmente la lenta deriva di una madre incapace di convivere con la figlia maritata.
[011]. Le similitudini con la paziente Clita descritta da Cargnello una decina d’anni avanti, sono evidenti. Si veda in proposito,  Danilo Cargnello. Sul problema psicopatologico della distanza. Arch. Psicol. Neurol. Psichiat. 14, 435, 1953.
[012]. Carlo Gentili ed Emilio Rebecchi, codesti due Colleghi citati da Giannini, sono stati due psichiatri di punta dell’università di Bologna, fortemente innovatori. Entrambi erano presenti al Congresso della SIP di Milano 1968 – quello da cui è tratto il presente testo di Aldo Giannini – e anch’essi si batterono in senso antistituzionale per il superamento dei manicomi.
[013]. Si sottolinea e si rimarca questo passaggio bellissimo di Giannini sulla sproporzione antropologica in cui si era irrigidita l’ascensione esistenziale di Claudio. Salita cieca, in completa solitudine, senza alcun socius, precludendosi la binswangeriana “patria dell’amore” e “dell’amicizia”, per seguire l’assertività paterna e la rassegnazione materna. La citazione di Binswanger, verrà poi contestata nel corso della discussione da Michele Torre e sapientemente rintuzzata da Cargnello.
[014]. Letteralmente che è in completa sintonia con il carattere di una persona o con le caratteristiche di una cosa – che si accorda pienamente con le caratteristiche, le inclinazioni di qualcuno, di qualcosa – come in fattispecie si verifica nella stretta dipendenza madre-figlio.
[015] A parte il grande valore di questa lezione magistrale sull’esordio schizofrenico e sulla raffinata diagnostica differenziale con le altre situazioni psicopatologiche, comparandola con quella del candidato alla psicosi maniaco-depressiva, col mondo del fobico e dell’ossessivo, col typus melanconico, sulla cui chiarezza, mai smetteremo di essere grati ad Aldo Giannini, non possiamo fare a meno di osservare che sono tutti rigorosamente valutati in base agli incontri che i soggetti, mondanizzandosi, si costruiscono con l’alter; come sperimentano e vivono il loro mit-einander-sein, come si affacciano all’esistenza , la praticano, scegliendosi, di volta in volta, il partner, i socius. La chiusura poi  «presuntuosa ma sincera» è non solo di grande classe, ma quasi un manifesto di psicopatologia fenomenologica. Quel suo affermare «ci siamo andati convincendo come questo modo di accostarci al mondo dell’alienità lasciandoci istruire dal malato stesso attraverso il dialogo» è non solo autentico, ma ancor valido oggigiorno per indagare quanto ancora ci è sconosciuto in quell’area «cui riserbiamo per dovere di obbiettività il termine di endogeno».
 
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