Le vite degli altri , regia di Florian Henckel von Donnesmark

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2 ottobre, 2012 - 19:13

Stasi è l'abbreviazione di Ministerium für Staatssicherheit, "Ministero per la Sicurezza di Stato", la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della DDR, modellata sul KGB sovietico. Controllava l’esistenza dei cittadini, spiandone movimenti ed opinioni, monitorandone i comportamenti, attraverso intercettazioni, delazioni e interrogatori, con lo scopo di ottenere, dai presunti "rei", confessioni, spesso imponendo loro l’affiliazione in qualità di informatori. Questo tipo di polizia operava, applicando metodi di pressione psicologica. L'obiettivo era costringere la persona intercettata ad abbandonare la propria posizione sociale, lavorativa o accademica, magari dopo un periodo di detenzione in isolamento. Un apparato organizzato in modo capillare, segreto eppure palesemente minaccioso. Macchina burocratica inflessibile nei confronti dei presunti "nemici del popolo". Bisognava stare attenti a come si parlava, a ciò che si diceva e anche a ciò che si pensava, perché "anche i muri avevano le orecchie". La metodologia e l’organizzazione di questa polizia segreta ci viene raccontata all’inizio del film "Le vite degli altri" di Florian Henckel von Donnesmark, attraverso un interrogatorio ed una lezione pratica di uno dei suoi uomini migliori. il tenente Gerd Wiesler: "chi dice la verità a volte sbaglia parole, è naturale. Un bugiardo ha studiato prima cosa deve dire, e anche quando finge dice sempre le stesse parole" ed ancora "dovete conservare l’odore di qualunque persona che sottoponete ad interrogatorio (per i cani). Quelli che voi sottoponete ad interrogatorio sono i nemici del socialismo. Non dimenticatelo mai." Ma ancor più esplicito il meccanismo perverso che si celava dietro queste modalità viene messo in evidenza più in là, dopo che la maschera di Gerd si sarà incrinata, e più precisamente durante una conversazione con il suo sadico superiore che descrive il trattamento riservato ad una delle cinque categorie di artisti, gli isterici con antropocentrismo: "casi che trattiamo con detenzione preventiva e nessun contatto con l’esterno… sempre soli, senza mai vedere altri esseri umani, nemmeno i secondini. Ma per tutta la detenzione nessuna vessazione, nessun maltrattamento o minaccia… e dopo 10 mesi all’improvviso li liberiamo. Non daranno più nessun problema. E sai qual è la cosa più bella? I tipi 4 che vengono sottoposti a questo trattamento (risata) poi smettono di scrivere, dipingere, scolpire, che so, quelle cose che fanno gli artisti. Quasi sempre, e senza nostra imposizione ,lo fanno da soli, come d’incanto".

Gerd Wiesler riceve l’incarico di sorvegliare la vita di un celebre drammaturgo teatrale, Georg Dreyman, al fine di incastrarlo come potenziale sovversivo dello stato comunista. Colui che gli affida l’incarico, mediante un dirigente della Stasi, è un ministro, che, infatuato della compagna di Dreyman, usa il suo potere per sedurla e minacciarla. La donna, Christa, è un’ affascinante attrice che dà corpo e voce alle eroine del drammaturgo. E’ innamorata dello scrittore di talento, ma lo è in un modo tutto suo: va e viene dalla sua abitazione, si abbandona nelle sue braccia e poi si sottrae, mente ed è profondamente sincera, cerca se stessa nella vita, ma non resiste lontano dalla finzione del palcoscenico, si propone come una donna libera, ma non può fare a meno delle pasticche che ne alleggeriscono la depressione. L’uomo, Georg Dreyman, non è un artista di regime, anche se con il regime non è mai entrato in conflitto, scrive storie sentimentali, che non tradiscono l’ideologia comunista, e, a differenza dei suoi amici, che sono entrati in rotta di collisione con il regime, perdendo il lavoro e naufragando nell’inerzia, lui riesce a mantenersi a galla. Non lo fa per inclinazione al compromesso o viltà, ma perché crede nei valori di egualitarismo dell’ideologia marxista, confidando in una speranza di felicità e società migliore.Anche Gerd Wiesler crede nello stato e nella dottrina. Quando riceve il lavoro dal suo capo, il tenente colonnello Anton Grubitz, un uomo che, partito dal suo stesso livello, ha fatto ben altra carriera, è intenzionato a svolgerlo con efficienza e dedizione, come è sua consuetudine. Ci sono tutti i presupposti per riuscire bene e incastrare il "sospetto", compresa una promozione sul campo, qualora riesca a soddisfare le esigenze particolari del ministro.

Gerd Wiesler disciplinatamente si mette al lavoro, semina microspie in casa Dreyman; con il ricatto, mette a tacere, una vicina che ha visto tutto, allestisce una "cabina di regia" da cui spiare la vita altrui. Lo fa con quelle doti di instancabile precisione e analisi meticolosa dei dettagli che rasentano l’ossessione. Più della dedizione al lavoro, per lui vale la ferrea fiducia nello stato e nelle sue istituzioni, compreso il corpo di polizia per cui lavora. Convinto idealista, agisce per la continuità dell’apparato e da sempre porta a termine le sue indagini senza lasciarsi intaccare dalle sofferenze altrui. Gerd Wiesler è il prodotto maturo della vita oltre cortina, l’esempio perfetto della rigida burocrazia comunista, l’uomo che crede in ciò che fa, senza interrogarsi sulle conseguenze che questo procura: la realtà umana non esiste, perché lui, per primo, ne ha fatto tabula rasa nel nome di una missione professionale e politica. Ma se, come "servo dello stato", la logica non ammette deroghe, la vita interiore segue altri percorsi. L’uomo è un pezzo dell’ingranaggio ed è pago di esserlo, ma stavolta l’ingranaggio si inceppa. Gerd Wiesler capisce che il suo lavoro non è altro che il tributo al meschino piano di un burocrate. E non sono le lacrime silenziose a darci il segnale di un cambiamento, quanto il fatto che da spettatore della vita altrui, egli ne diventa "invisibile" protagonista. Il fuori scena diventa importante quanto la scena. Le voci off si combinano alla voce interiore. Le parole, fluttuanti nell’aria, si insinuano nel pensiero di chi spia e ne incrinano la corazza. La solitudine solipsistica dell’uno incontra, in un percorso immaginario, la comunità dei ribelli. Non ci sono campo e controcampo, ma campi contigui, inquadrature a macchina fissa, scarni piani sequenza giustapposti.

Wiesler riallaccia i fili delle vite altrui, disvela contraddizioni, interviene, blocca o accelera le situazioni, e, nella drammatica combinatoria degli eventi, si schiera dalla parte degli artisti, sedotto da quella passione, da quella fisicità, da quegli spunti di fantasia, che forse non ha mai provato nella sua grigia esistenza, fatta di servizio professionale e solitudine.

Lontano da tutto e da tutti, diviso tra il gelo delle pareti domestiche e il vuoto desolato delle sue cabine di ascolto, protetto dalla maschera di chi porta a termine i lavori con freddo spirito di abnegazione, Wiesler stavolta ha la possibilità di riscoprire se stesso, il valore della dignità umana, ma anche di inventarsi una storia d’amore.

A differenza di quanto ci abbia abituato la cinematografia americana, la crisi non è palese, non si configura né come schianto, né come turning pointideato in sede di sceneggiatura, ma si insinua lentamente, senza esplodere mai, senza dichiararsi esplicitamente, e, un po’ come avviene in molti individui, si configura come un vissuto segreto, composto, fluttuante per segnali intermittenti. Nel momento in cui l’agente della Stasi si rende recettivo, curioso, disponibile al mondo affettivo altrui, la storia accelera e prende svolte inattese, drammatiche, incontrollabili.

Del drammaturgo e della sua attrice, chiusi in casa, l’agente vede poco, ne sappiamo molto più noi che lui.

Non attraverso la vista, ma attraverso l’udito, la vita si intensifica. Suoni, voci, respiri, risate e pianti si affollano nella mente del protagonista, cambiandone pensieri e stati d’animo. L’arte, la musica, la poesia, a cui l’orecchio di Wiesler non è più abituato, lo sbilanciano verso un altrove che gli è ignoto o che ha sempre ignorato.

Forse a scuoterlo più che il generico coraggio di oppositori politici è l’autenticità degli artisti che resistono all’oppressione di un potente, la loro ferma voglia di vivere, malgrado divieti e censure, la loro volontà di non rassegnarsi, pur tra difficoltà e ambivalenze.

Forse Gerd Wiesler si è semplicemente innamorato di una bella donna. Di Christa.

E già, perché in fondo il film può essere letto come una storia dell’amore per una donna da parte di tre uomini d’amore dalle molte sfaccettature.

L’amore del grasso burocrate, violento, possessivo che cerca soddisfazione e mero piacere è in realtà la realizzazione della rabbia del rapporto bramoso ben rappresentato nello squallido incontro sessuale nella macchina di lui. Egli "ama" la femmina.

L’amore dell’artista tormentato, che è passione, che cerca complicità e risposta emotiva, c’è desiderio, c’è il riconoscersi ma in parte inficiato da quella necessità assoluta che lui ha di lei, un vincolo d’amore che però non lo rende completamente libero. Egli ama la donna che c’è nell’artista.

L’amore dell’agente della Stasi che è l’amore inutile, che non cerca nulla per sé, non vuole niente in cambio, vive di se stesso e aiuta così la realizzazione dell’altra. Egli ama l’artista che c’è nella donna.

E non è un caso che questa donna attraversi le diverse linee del racconto con i suoi sguardi da animale braccato, mossa da un anelito alla libertà che non le è concesso di realizzare.

Christa muore. Muore perché non sopporta di aver tradito, perché si è venduta, perché non crede di potersi salvare, perché la vita gioca sulle casualità, perché manca l’appuntamento con l’amore…

La vita di Dreyman invece prosegue, ma senza più il dono della scrittura. Dalla morte della donna il drammaturgo ha di fronte a sé solo la pagina bianca e vuota, finché non scopre la verità. All’indomani della caduta del muro di Berlino, indagando nei registri delle indagini dei servizi segreti, Dreyman capisce di essere stato spiato a lungo, sottoposto ad indagine e salvato dall’uomo che lo spiava. Un numero in codice, che lo riscatta dall’inerzia e dal silenzio, a cui dedica il suo romanzo " Suonata per le persone buone".

Perdendo l’amore della (e per la) sua donna che ha fallito egli ha perso anche la sua creatività, ma questa ora ricompare per la scoperta di un amore più grande del suo. Quello di una anonima persona buona che negli altri non pretendeva gratitudine bensì la realizzazione della identità umana profonda: la creatività.

L’idea di un uomo che "spia" la vita altrui e si ritrova a far i conti con la propria, indubbiamente non è originale. Ci sono film eccezionali sullo stesso tema, si pensi alla "Conversazione" o a "Blow up", lì un agente della CIA, là un fotografo di moda, entrambi scoprono il senso profondo, e sfuggente, della realtà dietro l’apparente oggettività in un percorso esistenziale denso e inquietante. Colgono/raccolgono il senso dentro al significato, il fenomeno di seconda vista oltre la concretezza materiale, ingannevole e obliqua. Viaggiano verso la realtà circostante, scoprendo la loro inadeguatezza percettivo-sensoriale . Qui è il viaggio è tutto interno….

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