Scatoloni e badanti. Una biblioteca molto colorata ma inutilizzabile

Share this
13 maggio, 2019 - 18:58
Devo una risposta ad un paio di lettori, bontà loro, che mi hanno scritto perchè interessati a conoscere la faccenda degli  “scatoloni”.
Nel mio studio c’è ancora la biblioteca, ma completamente trasformata.
Una delle due badanti ucraine che si occupano di mia moglie e di me da circa due anni, mi disse di avere competenze librarie e chiese di potermi aiutare nella sistemazione dello studio. Si chiama Olga e proviene da Poltava, sulla riva destra del fiume Vorskla. Dice di discendere dai proto-bulgari di Kubrat del IV secolo, ma sicuramente Poltava (Soročincy) è la patria di Nikolaj Vasil'evič Gogol'. L’altra, di nome Irina,è nata a Dobrovic, che un tempo appartenne al regno di Galizia e Lodomiria, fino alla dissoluzione dell’Austria felix. Olga e Irina non hanno nulla a che vedere con Cechov. Mascia, la mediana delle Tre sorelle, naturalmente non c’è, non me la potrei permettere, ma il terzo badante/sorello, lo faccio io. Ebbene, Dopo le attenzioni di Olga, ora possiedo una biblioteca molto colorata, molto ordinata, ma assolutamente inservibile, almeno per me. Non so come, ma questa esperienza mi suggerisce atmosfere gogoliane da Veglie alla fattoria presso Dikanka, più che cechoviane.
Se, per esempio, vengo folgorato da un pensiero, una parola, un titolo, una foto, un libro, o sono appena toccato dall’incerto e tremolante fantasma di un’immagine eidetica della mia lunga esistenza, prendo a rincorrerli (si fa per dire) prima che svaniscano. Il fatto buffo è che, inseguendoli, mi trovo regolarmente con le mani tuffate in due o tre scatoloni della stanza accanto alla mia biblioteca (quella che un tempo fu la sala d’attesa dei pazienti). È lì che ho detto a Olga di stivare entro grossi scatoloni “tutte le carte” provenienti da almeno tre abitazioni precedenti. Codesti cartoni – una sorta di orvietano “pozzo di San Patrizio” – prima, avevano custodito del Vermentino di Gallura DOCG o del Cannonau del Parteolla. Naturalmente, raccontando le mie vicende per i lettori della Rivista telematica di Bollorino, mi capita sempre più spesso questa corsa affannosa alla stanza degli scatoloni. Come andare alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma o alla Biblioteca Scientifica Alberto Cencelli dell'ex Ospedale Psichiatrico Santa Maria della Pietà di Roma.
 
Il materiale contenuto è ingente. Non solo libri e documenti appartenuti ai miei genitori, ai miei suoceri, ad uno dei mie due fratelli, il maggiore, e naturalmente a me a mia moglie e ai miei 5 figli. Materiale documentale, e fotografico principalmente, ma anche altro delle più svariate origini che ci ha seguito in tutti i cambiamenti di casa. Negli anni abbiamo cambiato domicilio almeno 4-5 volte, senza contare Cagliari, Dolianova e Santa Margherita di Pula. Inutile dire che non trovo mai quello che cerco, mentre, al contrario, m’imbatto in materiale antico che mi fa mutare progetto narrativo, man mano che affiora, perchè mi soffermo a leggerlo per collocarlo almeno temporalmente, nell’inane sforzo di catalogarlo. La stanza, che come ho detto era quella delle “attese”, ora è ridotta a magazzeno di rigattiere. «In uno scagno di Caricamento c’è più ordine», avrebbe detto il mio suocero genovese trilaureato (chimica, farmacia, medicina). Il panorama non cambia certo in meglio, quando, dopo essermi fatto la doccia, ritorno al computer, (anche di questo elettrodomestico troverò modo di dirvi perchè diffido) in biblioteca. Olga, che ha giurato di avere competenze librarie, mi ha riordinato i volumi per altezza, grandezza, colore, argomento (per lei nono solo due: medicina, non medicina). Lo stupore maggiore è stato quando ho visto in primo piano e in bella vista i faldoni delle bollette gas luce telefono condominio, anni precedenti, perchè di colori vivaci. Gli album di collezioni di monete e francobolli debitamente rilegati in cuoio prezioso, abbelliti da un’elegante “unghiatura”, appartenuti a mio suocero. La sterminata collana di enciclopedie, perchè regolari e simmetriche... I libri antichi di mio padre erano finiti negli scatoloni perchè “brutti alla vista” e rilegati con carta fiorita da parati. Per quanto mi riguarda non ho più trovato il “Reda” di mio figlio Vittorio, il mio “Gozzanino”, ed un prezioso Manuale Hoepli di filosofia (di Cesare Ranzoli) del 1905, rilegato in tela verde bottiglia, appartenuto al Dott. Antonio Bigoni del Santa Maria della Pietà degli anni Trenta (gestione Francesco Bonfiglio, amico di Ugo Cerletti e Gaetano Perusini fin dai tempi di Monaco da Alois Alzheimer). Il testo di filosofia, me l’aveva regalato suor Maria Caterina caposala del Padiglione XVI (convalescenze femminili TBC) del Santa Maria della Pietà.


 
Anno 1968, ero appena divenuto “Assistente interino” dell’Amministrazione Provinciale di Roma, passato da poco all’Ospedale psichiatrico dalla carriera universitaria di “Assistente Volontario” della “Neuro”. Il primario era Giuseppe Francesconi, che stava al III padiglione di medicina perchè aveva anche una specializzazione in radiologia. Era sindacalista dell’AMOPI e s’incontrava spesso con Eliodoro Novello e Bruno Orsini. La suora mi regalò anche dell’altro. Tutti i regolamenti e le ordinanze dei padiglioni risalenti al 1932, per il controllo della corrispondenza dei “malati” che non potevano comunicare col “Procuratore del Re” nè scrivere a casa. Particolare raccapricciante era che le lettere dei pazienti venivano presentate aperte per il controllo del medico al mattino, che doveva prenderne visione, insieme ai quaderni delle “consegne” degli infermieri. La “conta de’ malati” una ossessione istituzionale. Non doveva mancarne nessuno al cambio turno: presi tot, lasciati tot. La fuga di un paziente era una tragedia. C’erano punizioni severe per tutti, che rientravano se gli infermieri lo riportavano in manicomio entro le  24 ore successive. Sapevano benissimo che andavano quasi sempre a casa e li andavano a colpo sicuro. Noi, sapevamo anche che per evitare guai col giudice (anch’egli) di guardia, dovevamo scrivere nel diario della cartella “Eludendo l’attenta sorveglianza del personale del reparto si allontanava...”. Ma gli oggetti più preziosi di suor Maria Caterina, che ho ritrovato negli scatoloni sono reliquie isituzionali: la chiave a “un giro” degli infermieri, quella “a due giri” solo delle suore, per la notte in modo che nessuno potesse entrare e uscire, infatti per un intervento sanitario dopo le 21, bisognava svegliare la suora. Ho trovato infine la trombetta di ottone, da suonare per chiedere soccorso se si fosse verificata qualche sommossa di pazienti in un reparto. Materiale istituzionale da museo.

Particolare non secondario, suor Maria, mi teneva anche qualche figlio, quando non andavano a scuola e me li portavo su al Manicomio. A parte le caramelle e i cioccolatini coi quali li seduceva, li accompagnava dove volevano: sorveglianza interna, esterna, viali, laghetto, legatoria, lavanderia, direzione, economato... Quasi sempre loro mi dicevano, alla fine dei giri, “papà c’è un signore che mi ha chiesto quando lo mandi a casa!”. 
 
Proprio questo padiglione XVI e l’entusiasmo della suora, anzi la sua “connivenza rivoluzionaria, furono lo scenario iniziale e il fervore della mia rivoluzione antistituzionale nei primi anni Settanta. L’assemblea con le malate, una volta alla settimana, fu il primo passo. Ma poi si allestì una specie di comunità terapeutica. La cosa importante, però, era l’accesso libero alle scolaresche delle Medie di Monte Mario a scopo didattico. Un aneddoto mi torna alla mente in quel clima libertario in cui i “Radicali” erano molto attivi e venivano tutti i giorni. Una volta, nella “sorveglianza esterna” mi si avvicino una maestrina, tutta compresa del suo compito chiamando gli allievi “ Ragazzi, venite a vedere questo poveretto”, poi rivolto a me, “Quant’è che sta ricoverato?” – Non portavo il camice (anche di questo parleremo in seguito) ed ero spesso confuso coi pazienti coi quali parlavo. Risposi per non deluderla, arrossendo un po’ e con un filo di voce “Sono circa sei mesi”. “Ecco vedete? – disse subito agli allievi – “sono innocui non bisogna averne paura, Grazie”, e se ne andò. La cosa più rivoluzionaria era però che un gruppetto di specializzandi in “Psichiatria” del primo anno, di Gian Carlo Reda, assolutamente nuovi perchè studiavano solo psichiatria, appena separata dalla Neurologia (1976), mi avessero chiesto di organizzare attività assembleari. C’era anche un giovanissimo Antonello Correale, oggi una delle firme più prestigiose di POL.IT Psychiatry Italia, la rivista telematica di Francesco Bollorino. Quello che mi viene in mente, perchè poi anche con lui ci siamo incontrati nei servizi, è Ruggero Piperno (1944), amico di Arturo Carfagnini infermiere politicizzato del Santa Maria della Pietà, fra i primi ad uscire per lavorare al CIM di Via Sabratha con Romolo Priori. Arturo, col quale andavamo a pesca col rezzaglio, di cui magari parleremo un’altra volta, mi raccontava delle arrabbiature di Ruggero, perchè a Piazza Urbania gli rubavano sempre la moto, ma poi mi pare che gliela riportassero quando minacciava i giovani ladri di non curarli più, nè occuparsi più dei loro genitori. Ho trovato, ma non negli scatoloni, un suo blog (coi quali vado sempre cauto e vi dirò anche perchè, un’altra volta) dove scrive «... Brontosauro in estinzione dei Servizi di Salute Mentale, ma memore del periodo d’oro, quando le attività e i servizi fiorivano e non appassivano, ho fondato nei primi anni ’70 con Fausto Antonucci e tanti altri amici e colleghi, e con l’indimenticabile supporto della gente del luogo, il primo Centro di Salute Mentale circoscrizionale a Roma, nella “piazzetta” (piazza Urbania, 4), di San Basilio. Ho lavorato “tutta la vita” nei servizi pubblici come psichiatra e come psicoterapeuta, imparando la mia professione, essenzialmente come “autodidatta”, dalle vicende umane delle persone che quotidianamente incontravo, prima in manicomio e poi nel territorio, continuando a farmi domande sullo strano mondo della mente umana, dalla follia individuale, i vari disturbi mentali, alla follia collettiva che può spingere al genocidio, alla tortura o ai maltrattamenti, dal nazismo alla stessa organizzazione manicomiale ante legge 180».
 
Quando Suor Maria Caterina, andò in pensione, perchè ci vanno anche le suore, una volta, con tutta la famiglia, andammo a Cortona a trovarla. Stava nel Convento di suore ospedaliere della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, che molti anni prima l’avevano vista novizia. Le fece molto piacere. Noi tornavamo da Gubbio. Tornavamo, come ogni anno al 15 maggio, pur non essendo eugubini (quelli con la patente dei matti), dalla “Corsa dei ceri”, la festa dionisiaca pagana più antica di propiziazione delle messi in onore di Cerere fra le più antiche d’Italia, anche per il folclore.

 
 
 

> Lascia un commento


Totale visualizzazioni: 255