La rinascita del desiderio. Commento al film La finestra di fronte di Ferzan Ospetek

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2 ottobre, 2012 - 19:02

Prendo come spunto per il commento del film La finestra di fronte, il titolo della prima opera di F. Nieztsche, La nascita della tragedia, 1872, capovolgendolo. In questo modo ottengo la chiave di lettura che ho utilizzato per ricavare la trama semplificata del film e la sua interpretazione: la nascita o la ri-nascita del desiderio, considerando propriamente tragica la morte nel soggetto del desiderio stesso.

L’inizio del film è dunque tragico e propone la storia di una giovane donna, Giovanna, che vive, per così dire "a tempo scaduto", " a giochi fatti", a "desiderio morto", o quasi. La sua vita è chiusa tra due parentesi supposte felici: il primo innamoramento, quello con Filippo, che diventerà poi suo marito, e il secondo innamoramento con l’inquilino della "finestra di fronte", a lungo fantasticato come via d’uscita dalla routine quotidiana.

Il secondo innamoramento sembra a questa donna una possibilità, una chance per riagganciare un momento della sua vita in cui si era sentita viva, con delle speranze e mossa a realizzare qualcosa da cui si sarebbe attesa ciò che poi non è stato. In realtà, come tutti gli innamoramenti anche il primo non era più reale del secondo e, a guardar bene, è piuttosto il secondo a gettar luce sul primo. L’"innamoramento a distanza", da finestra a finestra, chiarisce senza scampo che l’altro di un rapporto siffatto, non è realmente incontrato, ma è solo il catalizzatore di un mondo di pensieri che si agitano nel soggetto. Nulla di strano se poi il rapporto con questo altro, più immaginario che reale, non soddisfi le iniziali aspettative.

Così avviato il film sembra muoversi sui binari conosciuti del falso conflitto e della falsa alternativa, fino all’ingresso in scena di un elemento di rottura che stravolge la trama predeterminata del film, consentendo l’inizio di una storia. Non c’è storia, infatti, senza meta e non c’è meta senza soddisfazione. Il personaggio che sovverte il copione iniziale è un certo Davide, che a lungo nel film si presenta come Simone: un distinto signore anziano in preda a crisi di amnesia. Davide viene ospitato da Giovanna e Filippo, e successivamente, dopo essersi di nuovo smarrito, offrirà il motivo dell’incontro tra Giovanna e Luigi (l’impiegato della finestra di fronte).

La ri-nascita del desiderio in Giovanna è destata dalla competenza, dalla straordinaria maestria di Davide nell’"arte pasticcera", nella quale anche lei si dilettava, cercando di arrotondare le entrate insufficienti. "Fai qualcosa di nuovo", le aveva detto, quasi ingiunto, la titolare del pub dove tutte le settimane Giovanna portava dei dolci, ma la sconsolata risposta di lei non si fa attendere: "Fosse facile!". Davide è duro, puntiglioso, quasi spietato, non la compatisce e non la giustifica, ma la sua competenza è eccitante. Giovanna ha finalmente incontrato un partner reale e facendo violenza alla sua iniziale ritrosia, "ci sta". Caso questo di un rapporto eccitante, appassionante e casto allo stesso tempo.

Due episodi in questa storia amorosa mi paiono cruciali. Il primo è l’episodio del ballo. Davide invita Giovanna, inizia il movimento della danza e con leggerezza la sostiene. È l’immagine di un rapporto senza inganno, nel quale non c’è abbandono e dove l’eccitazione iniziale è sostenuta e, più avanti, condotta a meta. Davide non è solo un eccellente maestro, ma il vero supporter del desiderio di Giovanna. Davide sa offrire un supporto messo in gioco, senza enfasi, con riserbo, efficace e allo stesso tempo leggero: il desiderio è suo ed è a lei che spetta muoversi.

Il secondo episodio ritrae l’ultimo incontro tra Giovanna e Davide, quando lui, ancora alle prese con i suoi disturbi di memoria, ma con lei lucidissimo, l’accompagna in una stanza dove una grande tavola è stracolma di torte, lavorate per lei. Nel gesto di spalancare la porta della stanza che dà sulla tavola imbandita di dolci, Davide mostra a Giovanna la meta stessa del suo desiderio.

Anche il secondo episodio mostra un rapporto che non è di fugace seduzione perché il desiderio è reale, ovvero soddisfatto: c’è inizio, c’è sostegno e c’è conclusione. C’è un senso, che è il senso del moto a meta, senso del desiderio che avviene chiamando il soggetto a lavorare per esso. Essere all’altezza, o onorare il proprio desiderio, non significa altro che essere disposti a lavorare affinché quest’ultimo si possa realizzare.

Nella sequenza dell’ultimo incontro tra Giovanna e Davide il rapporto tra i due protagonisti si svela come paterno, e ciò non in termini sentimentali, quanto piuttosto giuridici. Si tratta infatti di un lascito, di un eredità: tutto questo è tuo, a tua disposizione. Nessuna invidia.

La conclusione, non melanconica del film, fa pensare alla guarigione, alla cura riuscita. Giovanna, ora cambiata anche nelle sembianze —i capelli sono più lunghi, gli abiti più curati— ripensa al rapporto con Davide e superando una iniziale sensazione di lontananza può abbandonarsi a questo felice pensiero: "Ora sento le tue parole nelle mie, i tuoi gesti nei miei". La presenza dell’altro a sé, attivamente cercata nella memoria è la fine di ogni solitudine.

Giovanna non è stata soddisfatta da un uomo, ma ha saputo muoversi verso la sua personale soddisfazione grazie ad un uomo, i connotati del quale sfuggono, però, alle strette maglie delle categorie psicologiche del maschile e del femminile, essendo connotati propriamente paterni. In altre parole quella di Giovanna è la storia di una donna che ha saputo muoversi nel "nome del padre".

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