Recensione a "La città e le sue emozioni di Sarantis Thanopulos"

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20 giugno, 2019 - 16:54
Autore: SARANTIS THANOPULOS
Editore: Edizioni ETS
Anno: 2019
Pagine: 86
Costo: €10.00
Perché voler essere qualcosa quando si può essere qualcuno?
 G. Flaubert
Il nuovo libro di Sarantis Thanopulos inaugura, per le edizioni ETS, una collana dedicata alla città, Ritmi della città, e va letto articolato in una triade con i due precedenti, Lo psicoanalista che ama il lutto e Desiderio e legge, entrambi del 2016. Che cosa li sottende? Di quale città si parla in questi piccoli, preziosi concentrati di idee? A fare da fil rouge è senz’altro il desiderio, tensione propriamente umana su cui l’autore non si stanca di insistere, “coinvolgimento destabilizzante, incessante fuoriuscita da sé, gesto che apre l’essere, sbilanciandolo, al mondo “(p.11), differenziandola ancora una volta dal bisogno, pura spinta biologica che mira al soddisfacimento, collocandolo quindi al centro dell’esistenza umana. La città che dà nome a questa collana, luogo in cui il desiderio può dispiegarsi, è la polis greca, metafora par execellence della democrazia, organismo vivente ed estensione della persona dove avvengono gli scambi, gli atti politici e culturali, dove gli uomini fabbricano le leggi. Ora, cosa ne è del desiderio e della città nel nostro tempo? Può la società della stanchezza teorizzata da Bung-Chul Han, il tempo del nuovo conformismo [1] descritto da Frank Furedi, preservare e dare spinta a quest’elemento delicato, fragile, necessario e squisitamente umano che è il desiderio? Si può ancora parlare di città, nel senso di polis, in questo tempo a debole democrazia, xenofobo e che rincorre, al posto della fatica del desiderio, la cieca spinta al godimento?
Su questi interrogativi di fondo, che non lasciano spazi a facili ottimismi, si articola con stile fluido e molto piacevole alla lettura, il ragionamento dell’autore e la sua riflessione finale: come “restare sani” in una società che vede insieme crisi del desiderio, “crisi della politica e disagio della verità” (p.67).
Andiamo con ordine. Il libro procede analizzando, da un lato, coppie di opposti - desiderio e bisogno, colpa e responsabilità – e dall’altro snoda la sua ossatura prendendo in esame i punti critici del nostro tempo: il ruolo della donna, il destino della coppia coniugale, i giovani, il lavoro e il lavoro di cura, la costituzione, la legge. Ad aver mutato, irreversibilmente, il discorso sociale e i paradigmi della Kultur in Occidente hanno concorso, come sappiamo, più ragioni; ma potremmo accontentarci di riassumere il salto paradigmatico che ha fatto oscillare il soggetto umano più in direzione del bisogno che del desiderio, in quella imponente mutazione antropologica fondamentale che ha visto non più in conflitto la Civiltà e il godimento. Questa tensione dolorosa ma necessaria al vivere civile, la rinuncia pulsionale che Freud aveva posto come disagio irriducibile di ogni società umana in cambio, appunto, della Civiltà, è oggi messa in crisi dalla prestazione, che porta a stanchezza del desiderio, e dall’illusione del godimento,  quell’ “errore fantastico”, come lo chiamava il filosofo Baudrillard con lungimirante anticipo negli anni ’80[2], per cui ci si è illusi, si è creduto che il godere compulsivamente degli oggetti del nuovo capitalismo globalizzato potesse soddisfare il desiderio umano, dare la felicità, dare senso alla vita. Ma il desiderio è sempre, per definizione, irraggiungibile. Il desiderio umano si struttura intorno a una mancanza, deve restare in tensione con quella mancanza, e l’oggetto di desiderio è sempre un oggetto perduto, che possiamo rintracciare, grazie al desiderio, solo nei suoi surrogati, il lavoro, l’arte, l’amore, l’amicizia, tutte le istanze che rendono possibile la relazione, che si definisce come propriamente umana se accetta, se non elude la sfida del desiderio. Thanopulos fa chiarezza, in apertura del libro, sulla confusione semantica che ha impregnato anche il linguaggio comune tra desiderio e bisogno, sulle orme della lezione freudiana che ha sempre separato la pulsione, Trieb, dall’istinto, Instict: solo il desiderio è specifico dell’umano, apre all’altro e non lo annette a sé come fa, invece, il bisogno, ama la qualità, il movimento e la sorpresa, rimanda ad un’azione potenziale e si mantiene aperto, esso è possibilità. Quando prevale il bisogno, il desiderio è in ombra. È proprio questa sua intrinseca apertura all’incertezza, questa sua sfuggevolezza, il non lasciarsi imbrigliare dalle norme e dal senso comune, il suo stretto rapporto con il lutto a rendere così difficile una duratura, sufficiente economia di desiderio. Il desiderio è premessa per il senso di responsabilità, altro termine preso in esame nel libro, che a sua volta è premessa della legge e della parità tra gli individui, “parità che implica la libertà dell’oggetto desiderato di desiderare altro dal soggetto desiderante, non è per nulla facile da raggiungere” (p. 16). L’autore ci porta qui, nelle pagine più preziose a mio avviso del libro, a snidare il primo di alcuni luoghi comuni: la condizione della donna e il cosiddetto declino del padre.
Non è tanto e solo il padre ad essere eclissato, ci dice l’autore, ma la coppia coniugale, la relazione erotica tra il padre e la madre, de-erotizzata dalla logica tanto utile al mercato; un movimento dalle conseguenze devastanti: la rottura del patto coniugale, la difficile identificazione dei figli, le spinte violente verso le donne cui assistiamo oggi, non più protetti dalla tessitura del desiderio.
Se è il desiderio a garantire la parità tra i soggetti, uomo e donna, ricco e povero, la sua eclissi, la sua messa in discussione finirà per scardinare tutte gli equilibri che si vogliono paritari fra i soggetti della città.
Quanto dice erotico, l’autore vuole dire passione. Questo è un libro sulla passione, sul suo ruolo vitale nel soggetto e in tutte le istituzioni umane. Senza passione per l’altro, per la conoscenza, per il lavoro, per la cura, il fragile edificio dell’umano traballa: l’altro diventa un diverso da eliminare, la donna un oggetto di conquista di cui l’uomo non tollera la soggettività e la libertà, i figli bambini eterni spersi in un mondo che non li convoca, che non li vede, per cui finiscono col rinunciare, con l’uccidersi nei fine settimana sotto il nirvana delle sostanze. Ai giovani, al figlicido del nostro tempo di cui il fenomeno della Brexit in Gran Bretagna è l’esempio emblematico, Thanopolus dedica pagine appassionate. Da un lato si inneggia alla gioventù collocando i giovani al posto dei padri in una sorta di “missione messianica” svincolata onnipotentemente dal processo delle identificazioni, dall’altro la stessa gioventù è uccisa, come nel fenomeno Brexit, da una gerontocrazia antidesiderante che si oppone a ogni cambiamento. “Una società-Erode uccide la gioventù, la materia viva del suo desiderio, e colma il vuoto in attesa di un futuro messianico” (p55): imprigionati in un “nulla tenace”, come scrive Francesco Targhetta nel suo bel romanzo in versi Perciò venivamo bene nelle fotografie[3], i giovani attendono vacuamente un futuro che non verrà. Veniano bene nelle fotografie perché non ci siamo.
A questa scomparsa di una gioventù e una coppia coniugale desiderante si associa l’avvilimento dell’altra grande piattaforma del desiderio umano, il “pilastro della sublimazione”: il lavoro. L’autore ricorda l’insegnamento della psicoanalisi, la fondamentale natura erotica del lavoro, di cui già Freud lamentava come l’uomo ne sottovalutasse il potere di soddisfacimento, sempre alla rincorsa di piaceri diretti, di bisogni da soddisfare. Il lavoro, come il desiderio, è faticoso perché incontra sempre una resistenza, incontra sempre un’alterità e dunque fa soffrire, come l’amore, ma il declassamento della sua natura erotica riduce l’uomo a cosa, spersonalizza l’esperienza, uccide l’atto creativo insito in qualunque lavoro svolto nella responsabilità, meravigliosa occasione in cui piacere, piacere di fare bene il proprio dovere, e dovere, legge, coincidono. Ma in questa società che non vuole sofferenze, che non vuole limiti anche il lavoro, inteso come passione, è difficile, e ancora di più il nostro lavoro di psicoanalisti, mai stati così anticontemporanei come oggi; “il lavoro degli psicoanalisti è più faticoso – leggiamo – perché si svolge in condizioni lontane da quelle ottimali, e controcorrente” (p.64). Quali sono queste condizioni, di cui tanto si discute? L’autore le individua nella ricerca ossessiva della stabilità, come opposizione al turbamento del desiderio, nelle mutate precarie condizioni lavorative, nell’adesione acritica a modelli “pratici”, conformistici e gregari, per cui il nuovo analizzando è preso, oggi, tra la pressione a trovare sollievo al suo malessere e combattere “la distrazione e il disimpegno con cui cerca di evadere i conflitti psichici” (p.65). Un lavoro che già Freud aveva definito impossibile, insieme all’educare e al governare, si è fatto oggi una vera sfida in una Kultur ostile e indifferente, avversa al potere destabilizzante dell’inconscio, una cultura dell’immagine che non proibisce il godimento, con la sua spinta mortifera, ma lo impone, che esalta l’orizzontalità tra le generazioni e, promettendo sicurezza dando soddisfazione ai bisogni, oscura la domanda desiderante.
Nelle pagine sulla politica e la crisi della partecipazione, l’autore non manca di esprimere con passione la sua preoccupazione, di cui vorrei sottolineare il passaggio in cui scrive che “costruiamo macchine che possono ugualmente servire Eros e Thanatos, capaci di funzionare con grande finezza” (P. 74). Sul piano psicoanalitico, una cultura che assecondi, che favorisca la spinta omeostatica presente nell’umano come tensione antidesiderante, anticonflitto, tensione ad azzerare il perturbamento di Eros, è una cultura abitata da pulsione di morte. La tecnica, regina del nostro tempo, a seconda di come la si usi e la si viva può essere al servizio di Eros, e costruire legami e inserimento sociale, come può porsi al servizio di Thanatos, chiudere il soggetto in un’obbedienza muta alla pulsione mortifera, in una ricerca della non tensione che trova, grazie alla tecnica, la morte psichica a portata di mano, a portata di tutti. Mantenere fuse, legate le pulsioni di vita e di morte sarebbe compito della cultura, ma se la cultura oscura il legame sociale tra soggetti liberi e paritari, dà voce a derive xenofobe di chiusura, a paure immotivate fomentando il ventre molle delle masse, per l’uomo c’è poca speranza. Occorre sempre ricordare la lezione della psicoanalisi oggi tanto dimenticata: lo straniero espulso è parte di noi, poiché l’essere è strutturalmente eccentrico, straniero a se stesso. La deriva politica contemporanea sposta difensivamente fuori di noi l’insopportabile visione della nostra debolezza, del nostro essere tutti, in quanto soggetti umani, esposti al freddo, alla privazione, alla mercè dell’oggetto: se la metto fuori la evito, mi difendo. L’autore avverte tutto il pericolo di una politica, nazionale, europea, mondiale, che non solo collude ma incita, alimenta il la spirale folle di quest’autoinganno.
Come fare, dunque, quali rimedi ci suggerisce La città e le sue emozioni per “restare sani”? Coltivare l’amicizia, coltivare la speranza. L’amicizia, anch’essa frutto di un’erotica sublimata, è legame umano essenziale, “è ciò che mantiene psichicamente sana e viva la materia umana desiderante” (p. 80), e senza speranza non si può vivere, si precipita in “un’anoressia esistenziale”. Sulla speranza, con cui si chiude il libro, l’autore non banalizza e non edulcora l’appassionato discorso che ha percorso il libro; di nuovo in un binomio, oppone speranza non a disperazione, ma a “consolazione”. Non si può non concordare sul fatto che la consolazione, di cui è intriso profondamente il nostro tempo deresponsabilizzante, contiene un deciso autoinganno: promette di evitare il dolore (che corrisponde, appunto, alla disperazione, all’assenza di speranza per il troppo dolore), le sue sirene cantano una fallace promessa di stabilità, chiudendo l’essere autisticamente in se stesso. La speranza è a rischio, avverte l’autore: “la crisi sociale sta consumando le risorse collettive di speranza” (p. 85) e per non cadere nell’oppio della consolazione, per rilanciare la speranza occorre fare dei lutti, in particolare quello della coppia coniugale per come la avevamo storicamente conosciuta, luogo dei privilegi dell’uomo, e quello del senso di appartenenza legato ad una continuità di luogo e costumi. Queste istanze, rassicuranti ma storicamente determinate, oggi vanno rifondate, ed è solo nella ridefinizione del legame uomo-donna non più spostato a favore nell’uomo, e nella mescolanza delle culture e delle tradizioni che si può, auspicabilmente, rilanciare quel desiderio che abita la speranza.

 
 



[1] Il nuovo conformismo di Frank Furedi, Feltrinelli, Milano, 2005
La società della stanchezza di Bung-Chul Han, Nottetempo, Milano, 2012
[2] Le strategie fatali di Jean Baudrillard, Feltrinelli, Milano, 1983
[3] Perciò venivamo bene nelle fotografie di Francesco Targhetta, Mondadori, Milano, 2019
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