CUORE DI TENEBRA
Viaggio al termine della psichiatria
di Gilberto Di Petta

AL CHIARO DI LUNA

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16 agosto, 2019 - 06:55
di Gilberto Di Petta
sotto la luna puttana e il cielo che sorride
come fanno i marinai
con questa noia che li uccide
addormentati sopra un ponte
in fondo a un malincuore
sognano un ritorno
smaltiscono un liquore
affaticati dalla vita piena di zanzare
che cosa gliene frega di trovarsi in mezzo al mare
a un mare che più passa il tempo
e più non sa di niente
su questa rotta inconcludente
da Genova a New York
ma come fanno i marinai
a fare a meno della gente
e a rimanere veri uomini però
 
L. Dalla/F.De Gregori
 
 
 
Notte di Ferragosto. Luna piena.
Quarta notte in 14 giorni.
Questo mese me ne toccano sette.
A mezzanotte e trentacinque, così dirà il suo ticket d’ingresso, un uomo di circa 80 anni, con la sua vettura, entra silenzioso nel grande parcheggio antistante l’ospedale. L’ospedale “Santa Maria delle Grazie” troneggia maestoso, affacciato sul lago d’Averno, in una zona che si chiama “La Schiana”, una specie di distesa collinare. Intorno ci sono ulivi, pini, vigneti. La costa flegrea è a portata di mano. L’uomo, si scoprirà, ha un catetere vescicale imboscato nei pantaloni. E’  malato. E’ terminale. Ma è uno che non ha mai lasciato agli altri le decisioni che lo riguardavano. Meno che mai ad una malattia senza volto, che è entrata a tradimento nel suo corpo, prendendosi la sua vita, e che lui non ha mai accettato. Si porta lentamente, con la sua auto, alla cancellata divisoria tra il parcheggio e l’ospedale. E’ agitato. Ma al tempo stesso è calmo e determinato. Ma, soprattutto, è solo. La sua vita è ormai dietro le sue spalle. Non ha superato, con lui, la sbarra del parcheggio. Si posiziona accanto ad un’altra vettura, lasciando abbastanza spazio tra le due. Spegne il motore. L’ospedale è schierato di fronte a lui.  C’è silenzio. Le vetture intorno sono poche. Tira fuori un pacchetto di Marlboro appena stropicciato dal taschino della camicia. Ce ne sono cinque. Sono le ultime sigarette della sua vita. Accende la prima, aspira ed espira lentamente, si perde nel contemplare le volute di fumo nell’abitacolo. Fuori fa ancora molto caldo. Abbassa con il pulsante elettrico entrambi i finestrini anteriori per consentire alla brezza che sale dalla costa di accarezzargli i capelli bianchi. Abbassa leggermente il sedile dell’auto. Per un attimo lascia andare il capo, sconfitto, sul poggiatesta e socchiude gli occhi. Guarda, attraverso le fessure delle palpebre, le luci accese dalle feritoie a filiere orizzontali dell’ospedale. Cerca la stanza da dove è stato dimesso con la sua diagnosi. Gli sembrano tutte anonime, uguali. Eppure quel giorno non era affatto così, quando una dottoressa gentile lo convocò nel suo ufficio per dirgli che le dispiaceva, ma che non c’erano molte speranze. Il suo destino è stato deciso nel minuto in cui la diagnosi gli è stata comunicata. Pensa, quell’uomo, pensa. I suoi cari sono tutti in vacanza. Li ha fatti partire senza dirgli nulla. Lui li avrebbe raggiunti ad accertamenti completati. La sua vita si è spesa per la famiglia. La sua vita, le sue proprietà, i suoi figli, tutto adesso sta scomparendo. Gli amici e i nemici. I suoi amori, quelli vissuti e quelli perduti. Nessuna immagine precisa gli viene più in mente. E’ come se guardasse tutto da lontano. Soprattutto, si accorge di essere arrivato all’ultima ora della sua vita senza più nulla in mano. Addosso ha solo i documenti, giusto per essere identificato. Non denaro, non cellulare, nulla. Si è già lasciato tutto indietro. Se la morte è davanti, la vita è dietro. La vita che ha vissuto, ora che ne sta uscendo, non è quasi più la sua. Il senso di estraneità che lo pervade si estende su tutto. Come si può, all’improvviso, scoprire che nulla può portarti alla salvezza? Affetti, denaro…. All’ultima tua ora, l’ora che non ha sorelle, sei solo. Scoprire che, in fondo, da tutto ci si può distaccare. Sulle folate di brezza egli assapora, insieme a questo nulla, quasi un senso di libertà. Ad averla annusata prima, questa libertà.  Quasi gli dispiace di aver consumato tutto il tempo utile e sano della vita in affari che ora gli sembrano del tutto irrilevanti. Così effimeri. Da sorriderci. A pensare alla rabbia che gli hanno procurato. Ma non c’è più un’altra possibilità.Rimane, dopo l’ultima sigaretta, un tratto così, inerte. Poi si scuote, guarda l’orologio: si sono fatte le tre. E’ ora. E’ giusto prima che il primo gallo canti. Si ravvia i capelli con la mano destra, si asciuga il sudore sulla fronte. Alle tre e qualcosa esce lentamente dalla sua vettura, richiude la porta senza fare troppo rumore. Il suo fisico è scavato. I tratti del volto, tesi, conservano l’energia dell’uomo che è stato, di quello che ha costruito, realizzato, sognato. Ora la notte è perfetta e la luna è piena, è un magnete d’argento sospeso sopra di lui. L’uomo prende posizione, si colloca tra la sua vettura e l’altra, tra le quali ha lasciato abbastanza spazio, per consentire la caduta del suo corpo a terra. Il suo corpo, il nostro corpo, è l’ultima cosa che ognuno si porta fino all’ultimo istante. Il cui movimento scomposto gli sopravviverà per una frazione di secondo. Allarga un poco le gambe e si tiene saldo. Mette la mano sinistra sul tetto della macchina accanto. Il metallo caldo è l’addio del mondo. Sa che l’impatto di un proiettile 357 magnun è in grado di spostare una massa ben superiore alle sue quattro ossa. Adesso il suo sguardo è vuoto, la sua mente è vuota. Tutto è automatico. Estrae dalla tasca dei pantaloni il revolver, se lo punta al mento, alza il cane e poi, appena mette l’indice sul grilletto, il colpo parte con dolcezza, senza bisogno di esercitare grande pressione. E’ in fondo così facile morire. Torna, dopo il colpo, il silenzio sovrano della notte. Nessuno si accorge di nulla. Al mattino qualcuno noterà il corpo. Il via vai dell’ospedale, nel frattempo, sarà ripreso. Guardie giurate, carabinieri, magistrato si avvicendano. L’arma è accanto al corpo, che si è fatto ancora più piccolo. I mozziconi, fumati fino al filtro, sono nel portacenere della vettura. Dopo qualche ora nessuno ne parlerà più. Notizia da cronaca flegrea on line. A ferragosto, in fondo, si pensa ad altro. L’estate goduriosa impazza. Le masse invadono spiagge e ristoranti, è tutta una grande braciata. La popolazione che abita un ospedale, del resto, come quella del tribunale, è avvezza a macinare rapidamente tutto.   Noi dell’SPDC, invece, questo mese siamo allo stremo delle forze. Abbiamo fatto ferie a morsi, stringate, turni come da ruolino di guerra. Monto, smonto, rimonto. Abbiamo ricoverato con un’intensità crescente con l’avanzare del mese. Uno psicotico psicopatico cocainomane Ex Rems, una signora che ha ucciso un ragazzo con la propria auto piantonata dalla polizia. Paranoici inveterati in casa da anni di cui ora i fratelli si accorgono, pretendendo da noi che li facciamo nuovi. Esordi confuso-deliranti febbrili, abuso di sostanze e alcolisti, fratture vertebrali da maldestri suicidi mancati. Siamo costretti a prendiamo in consegna gli indesiderati, gli agitati, i disadattati, i minacciosi, gli aggressivi, i violenti, i barricati in casa. Spegnamo incendi, facciamo sparire per un po’ dal giro quelli che danno fastidio a questo mondo distratto, superficiale e godereccio.  Quelli che richiederebbero più tempo, più attenzione, più ascolto, più supporto. Da qui inviamo quelli che non hanno patria nelle strutture che li accolgono, qualunque esse siano, dovunque siano, da chiunque siano gestite, purchè abbiano un maledetto posto, che ci consente di avere un letto libero. Qualche volta abbiamo passato in reparto anche la branda del medico di guardia. Nessuno, poi, che voglia riprendersi il proprio congiunto. Qualcuno che, dimesso al mattino, ce lo riporta la sera. Il PS  che ha chiamato consulenze in continuazione, fino a tre per notte. Siamo costretti a rimandare gente casa con valutazioni di pochi minuti, spesso fatte di notte, in stanze di PS affollate di corpi, di flebo e di dolore. Pratichiamo terapie importanti a volte senza aver capito la diagnosi. Dimettiamo persone che avrebbero bisogno di più tempo. Non riusciamo a liberare letti che si occupano. A volte al ritmo di più ricoveri al giorno o durante la notte. E’, questo, il fronte oscuro della psichiatria negata. Di cui nessuno parla più. Dei reparti che prendono fuoco. Delle tensioni terribili tra chi vuole uscire e chi non può farti uscire. L’ SPDC è l’ultimo frangiflutti a vista dalla costa, rivolto al mare, dove si abbattono le onde poderose e ivi smorzano l’energia, per favorire chi sta a riva. Noi, con il nostro avvicendamento forsennato, consentiamo ai bagnanti di prendersi il sole al riparo. Siamo l’ultima gendarmeria delle passioni turbate e travolgenti. Gli infermieri sono esausti. Ritengono che la maggior parte dei nostri siano ricoveri incongrui. Ma non sappiamo più, a questo punto, che cosa è congruo. Tra loro abbiamo il grado di burnout più alto. E nessuno se ne cura. Alcuni assumono psicofarmaci da tempo Era questa la 180? E tutta la psiconcologia di cui si parla, e tutta umanizzazione delle relazioni in medicina, e tutto questo bla bla come ha ache fare con un proiettile 357 magnum esploso dentro un cranio e verso la luna piena? Siamo la trincea della follia dove le giovani reclute che rare arrivano invecchiano molto presto. E dove i veterani contano i giorni che mancano alla fine. Dove i concorsi vanno deserti, perché nessuno vuole venire a fare questa vita qua. Io stamane sono ancora  qui, a tenere compagnia alla collega che fa 12 ore oggi e 12 ore domani. E domani notte sarò ancora qui. E domenica notte sarò ancora qui. Con il caldo che asfissia, e con la memoria di un cadavere coperto da un lenzuolo a pochi metri da me, di un uomo che non conosco ma che considero, da stanotte, il mio compagno segreto. E che stanotte, in fondo, mi ha aiutato. Perché non si è fatto triagiare in PS prima di spararsi. E’ stato un vero signore. Se, infatti, lo sconosciuto fosse passato prima per il PS, il collega mi avrebbe chiamato in consulenza, e io, dopo averlo ascoltato, l’avrei rimandato a casa, trovandolo sano di mente, e comprensibilmente depresso, (perché avrei dovuto ricoverare in sovrannumero un ottantenne con un K terminale?), stamattina avrei visto i carabinieri solerti portarmi ancora una volta (un altro) avviso di garanzia. Siamo qui con l’aria condizionata a scartamento ridotto, non sparata a palla come nel nuovo PS. Ed è il cuore di agosto. Stanotte certamente qualche stella sarà caduta. Ma io non lo vista, nel mio andirivieni dal PS, tra tentati suicidi e homeless in cerca di un letto. La luna. La luna sull’SPDC incombre grande come una cometa. La luna è l’ultimo spettacolo che ha visto l’uomo ignoto, il mio compagno segreto di stanotte, forse il mio alter ego, mentre alzava il mento per fare spazio alla canna della pistola. La stessa luna, alla quale stanotte chissà quanti amanti, vicini e lontani, hanno volto lo sguardo nella stessa ora, per dirsi le loro parole clandestine. Ho pensato, in questo mese, per la prima volta, io che ho votato la mia vita alla psichiatria, di mollare anche io tutto. Sarà stata la stanchezza. Poi, però, sono ancora qui. Perché mi sorprendo ogni volta di quello che non so ancora. Di ciò che la mente umana può. Di quello che io posso, ma soprattutto di quello che non posso. Di questa luna che, sospesa sulle nostre tragedie e sulle nostre speranze, sull’amore che sento ancora palpitare dentro di me, stanotte, e sulla morte che sento così vicina. Penso ai due pazienti che ho dimesso oggi pomeriggio. A cosa avranno combinato questa notte. Penso all’antisociale che dimetterò venerdi, dopo un inutile TSO voluto da famiglia e territorio. Nelle mani di ognuno di loro, antisociali, prostitute, matti, senza fissa dimora, io, come i miei sventurati colleghi, affidiamo la nostra vita. Con la certezza che le loro sono le peggiori mani possibili, forse solo dopo quelle dell’istituzione che mi fa e ci fa lavorare in queste condizioni. Penso a tutti coloro che stanno sopra di me, in vacanza, e a quelli che stanno sotto di me, e che masticano rabbia sorda, senza possibilità di sublimazione. Penso al mio essermi fermato giusto nel mezzo. Dove la carne incontra il piombo. Senza essere riuscito più a né ad andare avanti e né a tormare indietro. E a questa notte magica, di luna piena, trascorsa in compagnia di un suicida, di un reparto di matti chiusi, e del sogno di poter un’altra volta, un’altra volta ancora, vivere anche io il mio amore e la mia vita.
   
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Commenti

Caro Gilberto,
è assai intrigante il fatto che hai dedicato tanto spazio alla solitudine finale nella morte. Mi sembra come una drammatica metafora del suicidio della Psichiatria nel mandato unico possibile del poter guarire o della presenza che accompagna sempre. Infatti tu stesso ti poni come il possibile sconfitto, come il possibile suicida che prende atto che l'unica possibilità è morire con dignità, nella radicale assunzione della propria umanità. Poi prosegui descrivendo il vortice folle di una psichiatria che non "ha tempo". Qui tocchi la domanda che mi tormenta da tanti tanti anni: Penso spesso che nessun chirurgo accetterebbe di operare se tutto non sia accuratamente sterilizzato, se gli imponessero tempi operatori, durata dell'intervento totalmente dementi rispetto al compito operatorio specifico. Trapianto di cuore in 30 minuti??!! Senza il tempo necessario svanisce ogni competenza professionale, svanisce la possibilità di identificare le buone pratiche dalle pessime pratiche. E allora perché la Psichiatria non ha difeso fino alle estreme conseguenze il prerequisito per potersi dichiarare ? Vi sono tante ipotesi, la più terribile è che la Psichiatria non creda alla Psichiatria come sapere terapeutico evolutivo verso la possibile guarigione. E allora il cerchio si chiude e lentamente ogni vita ritorna nelle mura manicomiali della cronicità. E sulla cronicità vengono spostate le risorse! Ma la Psichiatria della cronicità non è Psichiatria. Bastano gli OSS, dato che anche gli psicologi psicoterapeuti per lavorare devono diplomarsi OSS. Nulla contro questa professione, a sua volta eroica, ma...la psichiatria dove è stata sepolta dopo il suicidio? Un abbraccio e avanti come possiamo ma sempre con la dignità della denuncia a noi stessi non ad altri, politici o familiari che siano.

Corrado Pontalti come ogni volta cogli il cuore della questione. Il suicidio di un uomo sofferente non da un cavalcavia qualunque, ma nell'ospedale, è come una legittimazione eutanasica con altri mezzi : voi avete fatto la diagnosi, per una patologia di cui non c'è cura, pertanto assumetevi anche la responsabilità della mia rottamazione. Questa è la metafora della psichiatria. Spentosi l'anelito riformista alla Pinel-Basaglia, spentosi l'anelito psicoterapeutico alla Freud-Jung, spentosi l'anelito psicopatologico alla de Clerambault-Schneider..cosa resta? Tu dici bene: la prima a non credere a se stessa è la psichiatria stessa. Non può una scienza o un sapere che si ritengano tali credere veramente che il piano neurobiologico spieghi e curi l'uomo. La pericolosa destituzione di senso della psichiatria, il suo limitarsi ad un capillare e gigantesco opificio diagnostico-sedativo, non è che la premessa alla sua fuoriuscita dalla storia, ovvero dalla cronaca dei fatti. Poichè la storia delle idee già non è più cosa che pertiene alla psichiatria mainstream. Come si può essere schierati di fronte al dolore umano con l'attuale pochezza di equipaggiamento? I tempi degli strumenti salvano le altre branche della medicina. Il mondo ipermoderno contrae, infatti, aziendalisticamente, tutti i tempi umani. Non però quelli delle macchine. A volte consideriamo le macchine fredde. Ma le macchine, con la loro incomprimibilità, le macchine salvano i chirurghi. Le macchine salvano i medici. Le macchine salvano i pazienti. I tempi degli interventi in tutte le branche della medicina, sono dettati dai tempi tecnici degli strumenti. La psichiatria non ha strumenti. La psichiatria non ha macchine. Checchè si cianci nei convegni mondiali (sono reduce dalla WPA di Lisbona..) la psichiatria non ha strumenti che non siano quelli umani. Dunque comprimibili. Ho addosso lo sguardo truce, che non dimenticherò, di un gruppo di giovani attiviste che sotto il sole, mentre centinaia di noi psichiatri eravamo asserragliati nel palazzo di vetro con aria condizionata, hanno piantonato tutti e quattro i giorni, sotto il controllo di un cordone di polizia, lo spazio antistante il palazzo di vetro. Avevano addosso solo una t-shirt nera con una scritta bianca : "Non drogate i bambini". Io mi sono preso quello sguardo, tutto, era uno sguardo di odio. Uno sguardo che mi ha fatto abbassare il mio sguardo. E spero che il pudore che ho avuto di abbassare lo sguardo dall'altra parte sia stato colto non solo come viltà, ma anche come crisi di una coscienza che problematizza. Ho pensato, in quel momento, a tante situazioni. Ognuno di noi ha dentro tante situazioni. Avrei voluto, in quel momento, togliermi il cartellino, la camicia e la giacca, e chiedere loro una t-shirt nera, per trascorrere il resto del tempo con loro. Senza guardare con odio i miei colleghi. Poi ho pensato a Bruno, a cosa avrebbe detto se mi avesse visto. Gli ho promesso che avrei mantenuto la posizione ad ogni costo. Mi sono sentito, però, in quel momento, quasi come Tom Cruise reduce dal Viet-nam ridotto sulla sedia a rotelle in "Nato il 4 luglio", quando finisce, lui che ha combattuto e visto l'orrore, tra le fila dei dimostranti. Non l'ho fatto. Sono un soldato che ha fatto un giuramento, rimane al suo posto. Anche se è convinto, oggi, che il nemico è altrove e la guerra andrebbe combattuta con altri mezzi. Sento, in questo, la responsabilità di una lunga catena umana, che da Pinel passa per Bruno, e per i tutti mestri che ho amato, e, oggi, Corrado, passa anche per te. Ti abbraccio.

solo una annotazione: le attiviste erano al 99% reclutate da Scientology che come esempio di rettitudine e correttezza credo faccia acqua da tutte le parti.
Sollevare un problema vero: il rischio di psichiatrizzare l'infanzia non può prescindere dal pulpito da cui è lanciato.

Caro Gilberto, grazie per averci permesso di "vedere" la scena di Lisbona. Mi ricordo, per averle vissute, scene analoghe nel 68': sempre l'Accademia, psichiatrica o psicoanalitico-psicoterapeutica, arroccata e fuori la realtà della vita. Ricordo un convegno di psicoanalisi quando Malcon Pines interruppe un oratore dicendo: "mentre noi siamo qui a spaccare il capello in quattro in Vietnam si combatte una guerra atroce". E' casuale che anche tu ritorni al Vietnam?
Sono comunque felice che i due universi si siano nuovamente, fisicamente confrontati. E anche il cordone di polizia ci dovrebbe far riflettere, in un'epoca di ritorno spietato e mascherato al custudialismo. Ti ringrazio anche per ricordarci il giuramento. Tu, io, tanti colleghi, per fortuna, ma sparpagliati, hanno preso quel giuramento di Ippocrate come un rito non formale, vuoto, ma sacro. Se ancora si indossa quella maglietta e si resta per quattro giorni al sole, c'è speranza e consapevolezza civile. E allora vale la pena di non mollare, ne sull'etica delle idee ne sulle pratiche che fondano la loro legittimità nell'assunzione radicale dell'umanità del paziente e dei suoi familiari. Mi fermo qui. Al prossimo nostro incontro!
.

Gilberto riesci sempre a riaccendere, anche se ti ritrovi stanco ed affranto in trincea, l’animo di quanti quotidianamente si spendono per offrire sprazzi di attenzione ai naufraghi che approdano all’isola ospedaliera. Provo a rispondere alla domanda “E tutta la psiconcologia di cui si parla, e tutta l’umanizzazione delle relazioni in medicina, e tutto questo bla bla come ha a che fare con un proiettile 357 magnum esploso dentro un cranio e verso la luna piena?”
Mi sento chiamato in causa, e prima di scrivere mi sono messo in contatto con la collega che si occupa di psicologia nel reparto d’oncologia dell’Ospedale di Pozzuoli la quale mi ha detto: “… ho visto il corpo … ho pianto”. Noi ci siamo, e penso anche che non diserteremo gli sperati concorsi che mai indicono. Mi occupo di Psicologia nel DH di oncologia dell’Ospedale San Giuliano, un presidio ospedaliero nel cuore della cittadina di Giugliano in Campania, e come gli altri colleghi della stessa ASL ci ritroviamo ad operare con un contratto 15 octies a 24 ore settimanali.
Siamo, come Plinio il Giovane sulle coste di Miseno che assiste allo spettacolo mortifero dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.c., lì impotenti quando la malattia, l’intruso di cui parla Jean-Luc Nancy, ha ormai imposto la sua legge che non lascia scampo e non ci permette più di averci a che fare.
Quando i colleghi oncologi, mi chiamano, perché si deve comunicare un’infausta diagnosi, sono lì con loro, e non ci sono tecniche che tengano per ovviare al senso di “estraniamento”, un po' come il coma quando il dolore è troppo forte, che colpisce indiscriminatamente il paziente, i familiari più affettivamente coinvolti, e vi dico che l’ho osservato anche nei medici, negli infermieri ed in quelli che da troppo tempo sono sommersi dai fumi tossici che il Vesuvio emana prima di eruttare: la malattia oncologica.
Un estraniamento che va intercettato, che solo la Luna Piena a cui ha dedicato gli ultimi momenti di vita il paziente ottantenne rivela la triste realtà.
Come Plinio il Vecchio, lanciarci; ma per questo, come rammenti tu, dovremmo far assumere maggiore consapevolezza a quelli che gestiscono la Sanità Pubblica, perché questi pazienti sono “Quelli che richiederebbero più tempo, più attenzione, più ascolto, più supporto.”

Caro Giuseppe, tu raccogli l'appello di esserci. Tu raccogli il richiamo stremato del suicida all'incontro, alla presenza, al presidio umano di situazioni un tempo affidate ai rituali e ai cerimoniali consolidati della tradizione, della famiglia, della religione, oggi lanciati come granate nelle coscienze individuali, di uomini senza orizzonti di senso, senza trascendenza, senza reti di sostegno. Il compito che ti proponi è superiore alle tue e alle vostre forze contrattuali. Siete rondini che non fanno primavera. Se anche ci fosse, come mi auspico, una colonizzazione di psicologi e psicoterapeuti nei reparti di medicina e di chirurgia, rimarrebbe pur sempre il problema fondamentale dell'umano : può l'umano dolore essere categorizzato, trattato, rielaborato? Se si, con quali mezzi? quanta disponibilità umana è richiesta all'operatore del dolore? Che formazione deve avere? Possono i tecnici esimersi dalla relazione con il dolore, esaurito il proprio compito di tecnici? Io non ho le risposte. Sento però che tanti colleghi come te si pongono il problema della relazione, del suo significato, del suo senso. In psichiatria, scienza relazionale per eccellenza, oggi la relazione non è più il cardine dell'intervento. Nel resto della medicina non lo è ancora. Possiamo sperare, e impegnarci, tra questo non più e non ancora, come coloro che non fuggono l'incontro. Poi il resto potrebbe venire. Ti ringrazio della tua sensibilità.


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