PENSIERI SPARSI
Tra psichiatria, impegno civile e suggestioni culturali
di Paolo F. Peloso

IBRIDAZIONE. Politiche delle cure e delle culture: il volume a cura di Pompeo Martelli

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7 settembre, 2019 - 00:38
di Paolo F. Peloso

Curatore: Pompeo Martelli
Titolo: Ibridazione. Politiche delle cure e delle culture
Editore: Il Pensiero Scientifico
Anno: 2019
pp. 151
euro: 20.00
 

Il volume  Ibridazione. Politiche delle cure e delle culture nasce dall’incontro tra Jaswant Guzder, etnopsichiatra e pittrice canadese di origine indiana, e il Museo laboratorio della mente del Santa Maria della Pietà di Roma, diretto da Pompeo Martelli. Il testo segue le tracce della poliedrica personalità di Guzder, e accoglie quindi saggi sull’etnopsichiatria e sulla relazione tra arte e follia, colta da diverse angolazioni.
Come lo stesso Martelli specifica nell’introduzione, la nozione di Ibridazione si riferisce al fenomeno per cui le culture (tutte le culture) vanno incontro nel corso della loro storia a stratificazioni e selezioni che nascono da processi dinamici, di incontro, trasmissione e scambio tra loro. Segue un primo saggio nel quale Vera Fusco, Francesca Gollo e Marco Salustri spiegano le ragioni della mostra Cultural Dislocations and Hybridity. Politiche delle cure, politiche delle culture” tenutasi al Museo Laboratorio della Mente a  Roma dal 10 novembre al 7 dicembre 2017 e illustrano l’utilità della mostra, del luogo nel quale si è svolta e più in generale della cultura museale in psichiatria per l’assistenza psichiatrica di oggi. Prosegue la stessa Jaswant Guzder ricostruendo in sintesi la storia della psichiatria in Occidente e l’importanza oggi dell’ibridazione tra cura e cultura che consente, tra l’altro, la valorizzazione della testimonianza dei soggetti affetti dalle malattie mentali sotto forma sia di parole e di immagini (e mi ha colpito, a questo proposito, il riferimento tra altri a Nise da Silveira, la psichiatra brasiliana alla quale questa rubrica ha già fatto riferimento in occasione dell’assassinio di Marielle Franco[i], il cui nome ricorre ripetutamente nel libro. Di seguito, Guzder illustra le caratteristiche del modello di consultazione culturale McGill, realizzato per le cure primarie di salute mentale rivolte a rifugiati e migranti presso il Jewish General Hospital di Mentréal, al quale collabora. Di qui, passa a considerare una serie di concetti fondamentali per affrontare le situazioni nelle quali la cura avviene tra soggetti appartenenti a una differente cultura. Il primo è quello di “sicurezza culturale”, sviluppato in Nuova Zelanda, in base al quale premessa indispensabile al lavoro di salute mentale con popolazioni fragili (indigeni, rifugiati, migranti…) è l’esistenza intorno ad essi di un clima fatto di rispetto, dignità e “autentico ascolto”; una premessa di natura politica, quindi, al lavoro psichiatrico che come ben sappiamo di questi tempi anche in Italia non può essere dato per scontato, ma deve essere, faticosamente, conquistato. Passa quindi in rassegna diverse esperienze internazionali di ibridazione tra psichiatria e terapia culturale, da quella torinese di Roberto Beneduce, ispirato all’opera di Frantz Fanon[ii],  a quella dell’indiano Jafar Kareem, fondatore a Londra di una clinica psicoterapica, “Nafsijat”, che rende disponibili terapie interculturali in venti lingue fondate sulla premessa che la terapia non può prescindere dalla considerazione delle variabili culturali e sociali che contribuiscono a determinare la posizione del paziente, a quella parigina di Tobie Nathan, certamente più nota. Ancora, si sofferma sull’ibridazione tra la psicoanalisi e le diverse culture e gli interessanti sviluppi ai quali ha dato luogo nel mondo, portando tra altri l’esempio di Girindraskhar Bose, fondatore nel 1922 della Società psicoanalitica indiana, la cui idea di un’inapplicabilità in India del modello edipico come sviluppato da Freud nella cultura giudaico-cristiana fu da questi respinta ma trovò invece interessanti sviluppi. Nella consultazione culturale, quindi, secondo la collega indo-canadese, non è possibile prescindere nella cura, psichiatrica e/o psicoterapeutica che sia, dalla cultura del soggetto ma anche dalla sua posizione in ordine ai diritti civili e alla sicurezza economica, ed è perciò politicamente schierata implicando sempre un indispensabile impegno di advocacy a favore dei diritti dell’assistito: “l’obiettivo della sicurezza culturale è essenziale per l’alleanza terapeutica”, e credo che Fanon avrebbe sicuramente concordato. Un’altra difficoltà nasce quando un terapeuta si trova a curare persone le cui credenze culturali sono molto distanti dalle sue su questioni importanti, e a questo proposito Guzder richiama l’esempio di Eliezer Witztum, il quale – dovendo trattare pazienti ebrei ortodossi dei quali non condivideva le credenze – si rifece a un concetto del poeta S.T. Coleridge per sostenere che per avvicinarsi alla cura come alla poesia può essere necessaria una “sospensione volontaria dell’incredulità”, cioè una sorta di sospensione volontaria del giudizio critico (a ciascuno di noi, del resto, credo sia capitato di trattare pazienti con convincimenti politici opposti ai propri, e il problema non mi sembra lontano). Un altro concetto importante mi è parso quello di “camuffamento culturale” con cui il rabbino E.H. Friedman mette in guardia dal rischio che, in particolare in coppie o gruppi interetnici, conflitti che sono in realtà interpersonali si presentino camuffati da conflitti di carattere culturale (e quanto di simile si potrebbe osservare a proposito della politica, io credo, dove a camuffarsi sono conflitti che hanno la base il potere e il denaro!). Dopo aver affrontato questioni relative alla mediazione culturale o all’uso della lingua di mediazione, Guzder conclude sull’importanza di recuperare – e musei, biblioteche, archivi sono fondamentali per questo, “la lezione delle precedenti generazioni di emarginati, isolati e malati di mente”, nonché di quelli di oggi, giacché “i nostri pazienti sono i nostri maestri nel difendere l’umanitarismo nei nostri modelli di intervento, nella soluzione dei problemi e nella promozione di una resilienza innovativa”.
A Roberto Beneduce spetta fare il punto sull’attuale dibattito sull’etnopsichiatria, a partire dalle perplessità sollevate da Didier Fassin, Elisabeth Roudinesco, Fethi Benslama, Aboubaca Barry, Jantrik Jaffré sul lavoro e la teorizzazione di Thobie Nathan, individuandone punti di forza e di debolezza, sia del modello originale che delle critiche ad esso rivolte. Individuando tra i primi la capacità di coniugare cura e cultura; la valorizzazione delle terapie tradizionali e il recupero delle psichiatrie-psicologie, e culture, “altre”; od offrire spunti per la critica della “chirurgia sociale” spesso attuata nell’approccio a minoranze “altre” brandendo con grossolanità il paradigma, che si pretende di valore universalistico, dei “diritti umani”; l’originale e coraggiosa analisi controcorrente del fenomeno del “radicalismo” come possibile frutto di una ricerca antropologica e culturale sul senso dell’uomo e della vita. Tra i secondi, un’insufficiente attenzione per la dimensione politica dei problemi, a partire dalla permanenza di un animo coloniale della psichiatria e della psicoanalisi occidentali nella loro relazione con “l’altro”, a seguire con la sottovalutazione dell’importanza che l’esperienza migratoria con i traumi che spesso l’accompagnano ha, accanto alla cultura d’origine, per “l’altro” migrante, e ancora la sottovalutazione dei fattori storici e sociali nell’analisi dello sterminio del Rwanda, o la rimozione dell’oppressione della popolazione palestinese in Palestina.
Occorre, insomma, recuperare il mito cogliendo anche ciò che di politico esso è in grado di dirci della vicenda coloniale e/o migratoria; e ancora Beneduce coglie la radice della possibilità di una etnopsichiatria critica, inaugurata da Frantz Fanon, “nell’articolare la dimensione politica delle pratiche culturali, l’intreccio tra storicità, discorso razziale e costruzione degli Stati-nazione, scommettendo al tempo stesso sulla sua capacità di contribuire alla trasformazione delle tradizioni”. Di qui, si passa a una ricostruzione dell’evoluzione attraverso la quale da una psichiatria coloniale emerge, faticosamente, una etnopsichiatria critica a partire da quel 1961 nel quale vengono pubblicati la Storia della follia di Foucault, La terra del rimorso di de Martino, I dannati della terra di Fanon, il romanzo L’aventure ambigue di Cheik Haamidou Kane, al quale Beneduce fa ampio riferimento nel suo testo.
Ma per quanto ci sforziamo, “l’altro” conserva inevitabilmente i suoi segreti, e si citano Lebigot e Mongeau i quali parlano a proposito dello psichiatra e dello psicoterapeuta di “fraternità discreta”, e di un sentimento d’insufficienza che è sempre destinato ad accompagnarci. Ancora un riferimento a un film potentemente evocativo, girato all’interno dell’ospedale psichiatrico di Dakar nel 2015, Ce qui reste de la folie, per poi concludere riprendendo dall’antropologa argentina Rita Laura Segato la proposta di un ribaltamento: non tanto l’invadente curiosità della spinta epistemofilica che ci spinge verso l’altro, quanto invece la disponibilità a lasciarci interpellare dall’altro, i suoi bisogni, desideri, la sua necessità di comprendere i propri problemi.
Nel capitolo che segue è l’antropologo Giovanni Pizza a offrire dal suo punto di vista una lettura dei quadri di Jaswant Guzder, in rapporto agli scritti di Gramsci, de Martino, e di Tullio Seppilli, l’antropologo umbro scomparso di recente, all’attualità del concetto di razza trasfigurato nei dieci anni che trascorrono tra la legislazione razziale e l’elaborazione dell’art. 3 della costituzione, o al Museo che ospita la mostra, e le dona un contesto caratterizzato da “radicale pertinenza politica”.
Ho ricevuto tuttavia, tra i vari saggi che compongono il volume, le suggestioni più intense da quello dello storico Dario Evola, il quale muove da un quadro di Turner del 1840 conservato a Boston, La nave negriera, per proporre una sintetica, efficace e credibile sintesi della storia occidentale dal punto di vista dello schiavismo, sul quale si è fondata. Rintraccia nel XV secolo le origini dei concetti di dislocazione e ibridazione, con la scoperta della prospettiva, le nuove cartografie, la diaspora ebraica e le scoperte di nuove vie commerciali, la deportazione degli schiavi verso il nuovo mondo alla quale faranno eseguito i movimenti migratori degli europei: «Il processo storico iniziato nel XV secolo ha aperto gli orizzonti dello spazio e del tempo, ma ha anche aperto la strada a una “economizzazione dal mondo” sui paradigmi delle strategie di mercato e di produzione imposti dalla cultura occidentale in una logica ancora di tipo coloniale, tendente all’azzeramento dei concetti di differenza». Difficile non pensare che molti dei problemi che l’ibridazione delle cure e delle culture oggi incontra non abbiano a che fare ancora con questo.
Bianca Tosatti apre il suo intervento con un riferimento all’attuale momento del mercato dell’arte, conteso tra il valore artistico e quello commerciale delle esperienze, per poi passare a incrociare le nostre cose con il riferimento ad Aby Warburg, il critico d’arte divenuto nel 1921 paziente di Ludwig Binswanger (il carteggio tra i due è stato pubblicato da Neri Pozza con il titolo suggestivo “La guarigione infinita) e l’apertura di una riflessione sugli irregolari dell’arte, appartenenti alle popolazioni cosiddette primitive od ospiti degli istituti psichiatrici, e il riferimento ai graffiti di Nannetti al manicomio di Volterra è dovuto, come quello a Gino Sandri od Antonio Ligabue, con riferimenti all’arte naif o ai fenomeni artistici raccolti da Gabriele Mina nell’archivio online “Costruttori di Babele”, o nel palermitano Osservatorio di outsider art, o raccolti a Torino presso il Museo Cesare Lombroso o la Collezione Marro, o presso il Museo di Storia della Psichiatria a Reggio Emilia, o ancora a Verona, Bergamo o dispersi negli archivi dei vari Ospedali psichiatrici italiani. O ancora quelli che hanno operato all’interno di esperienze antiistituzionali, la Trieste di Basaglia, ma anche Genova Quarto con Antonio Slavich e artisti come Claudio Costa e Davide Mansueto Raggio, il San Salvi di Firenze.  Tutti esempi di ibridazione, infondo, tra cura e cultura, tra testimonianza microstorica, esperienza di sofferenza mentale (e, spesso, di istituzionalizzazione), intuizione artistica.

Nel video: Un documentario RAI sul Museo laboratorio della mente del S. Maria della Pietà di Roma.
 

 

[i] Cfr. in questa rubrica: Marielle e Nise: due donne contro il potere, POL. it, 18/3/18.
[ii] Per lo psichiatra martinicano cfr. su Pol. It.: Frantz Fanon: nuovi scritti politici, ma non solo, POL. it, 10/2/18.

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