DIALOGHI SISTEMICI
Conversazioni a partire dalla clinica ma non solo, in cerca di differenze che fanno differenze.
di Massimo Giuliani

Massimo Schinco: "Libertà e responsabilità. Un tema e il suo sviluppo"

Share this
24 febbraio, 2014 - 18:02
di Massimo Giuliani

Ancora dalla lezione tenuta al Centro Milanese di Terapia della Famiglia in occasione del decennale della morte di Gianfranco Cecchin.
Nelle scorse settimane ho pubblicato in questa rubrica il mio contributo alla giornata, nel quale avevo sviluppato (scegliendo fra le "parole chiave" del pensiero cecchiniano) i temi della leggerezza e della molteplicità.
O
nline sono reperibili anche gli interventi di Pietro Barbetta ("Ironia") e di Enzo De Bustis ("Pregiudizio").

Quello che segue è l'intervento di Massimo Schinco, Co-direttore Scuola di Specializzazione in Psicoterapia del CMTF. Le parole chiave che ha scelto sono "libertà" e "responsabilità". 
m.g.

Libertà e responsabilità. Un tema e il suo sviluppo
(di Massimo Schinco)

Nello sviluppo della psicoterapia sistemica il tema della responsabilità appare rilevante fin dalle origini. Esso è alimentato dal lavoro e dal pensiero dei due studiosi che, lavorando insieme all’interno del “gruppo Bateson” sulla comunicazione, han finito per trovarsi su due sponde opposte rispetto alla concezione del cambiamento nei sistemi umani. Gregory Bateson e Jay Haley. Proviamo a sintetizzare le due diverse posizioni.
Secondo Bateson la responsabilità è soprattutto quella di agire con saggezza all’interno dell’ecosistema complessivo, della cui sopravvivenza e salute generale siamo responsabili. La responsabilità coincide quindi con il tentativo continuo non tanto di non commettere errori (non è possibile “non errare” in cibernetica) quanto piuttosto, per riprendere l’appropriata citazione che Massimo Giuliani ha fatto del grande jazzista Thelonious Monk, di non commettere “gli errori sbagliati”. Quali sono gli errori sbagliati? Tutti i relatori che mi hanno preceduto in questa giornata di studio hanno accennato ad essi a più riprese. Sono, in sintesi, quelli che derivano dal credere in una visione lineare e separata dell’agire nel mondo, del rimanere prigionieri della tendenza alla reificazione, dal lasciarsi guidare dalla finalità cosciente senza i correttivi di pensiero implicati nel mondo dell’arte, del sogno, della religione. Approssimando un po’ (seguo l’invito di Enrico Cazzaniga), sono gli errori che si commettono se si crede di poter cambiare stando al di fuori anziché partecipando.
Viceversa Jay Haley ha la paternità dell’approccio strategico. Con la metafora della strategia, che sovente viene percepita con accenti bellici più di quanto Haley volesse evocare, egli intende soprattutto il fatto che è il terapeuta il responsabile di ciò che avviene in terapia. E’ responsabile del setting, delle domande, dei commenti che fa, di come si posiziona nei rapporti di potere con il cliente. Haley appare profondamente convinto che le risposte spontanee nel corso di una interazione diadica abbiano natura simmetrica. Quindi, l’azione responsabile del terapeuta è quella di sfidare il cliente, di “stanarlo” e “costringerlo”, paradossalmente, ad effettuare scelte responsabili. Tutta la terapia di matrice strategica è pervasa da una continua tensione a definire e definirsi, ad andare con chiarezza e semplicità al punto dei problemi e, una volta arrivati là, trovare soluzioni altrettanto pragmaticamente definite e semplicemente riconoscibili.
Ai suoi inizi il modello di Milano attinge ampiamente a entrambe queste fonti, per quanto esse non siano del tutto sovrapponibili tra di loro. La visione generale del processo terapeutico, l’importanza del modo peculiare di condurre il processo di ipotizzazione, il tipo di domande che vengono preferite e modellizzate hanno una chiara impronta batesoniana. Viceversa lo stile di comunicazione, il modo di proporre il setting, risentono fortemente dell’impronta strategica. Non posso che rimandare alla stessa citazione, tratta dal video “la storia del Milan Approach” che si trova sul sito del CMTF, che ha fatto Massimo Giuliani nella sua relazione. Cecchin descrive con fedeltà il clima della seduta negli “anni ruggenti” del Milan Approach.

“Decido io di cosa parleremo. Sono io quello che fa le domande, e non sono solo. Spiego: ci sono persone al di là dello specchio che voi non vedete. E così questa diventa una situazione molto potente: il setting stesso pone già la famiglia in un contesto che non è amicale ed elimina le cosiddette chiacchiere da tè pomeridiano, comuni nelle terapie, del tipo: eccoci qui riuniti, da persone civili che discutono dei problemi. No, noi qui abbiamo lo specchio, la registrazione e facciamo domande. Diciamo loro che stiamo facendo il nostro lavoro. Non vogliamo essere né amichevoli né distanti. Non desideriamo stabilire alcuna relazione particolare con loro (…) Il lavoro è lavoro."

Boscolo e Cecchin però, non solo per scelta teorica, bensì anche e molto di più nella quotidiana prassi terapeutica, si lasciano velocemente alle spalle le seduzioni derivanti dall’idea del potere. In questo stanno al 100% con Bateson. Sono perfettamente consapevoli del fatto che facendo terapia si esercita un potere, ma ritengono che affezionarsi a questa idea, “l’idea del potere” che Bateson vedeva in modo del tutto negativo, sia dannoso. Scelgono invece di affezionarsi all’idea contraria e, irriverenti verso se stessi, questa volta non si tratta di un “flirt”, si tratta proprio di un matrimonio: Boscolo e Cecchin sposano l’idea della libertà e implementano nel processo terapeutico “l’imperativo etico” di Von Foerster. Esso, nella relazione terapeutica, può essere riletto così: la responsabilità del terapeuta consiste nel mettere il cliente in condizione di scegliere più liberamente di prima. In poche parole, si è responsabili nella misura in cui si è liberi. In particolare, nella visione, nella sensibilità e nella prassi di Cecchin, il tema della libertà assume una posizione del tutto preminente. Negli ultimi tempi della sua vita Cecchin amava definirsi, con la consueta autoironia (e con una punta di velenosa polemica, dal momento che in quel periodo i “cattivi” per antonomasia erano i talebani), un “talebano della relazione”. A me Cecchin sembrava ancor più un “talebano della libertà”, un autentico paradosso che ben si attaglia al personaggio nel suo insieme.
Per parlare di responsabilità parliamo quindi di libertà. In proposito, una metafora che ritornava spesso nelle argomentazioni di Cecchin era quella della prigionia: siamo prigionieri – sosteneva spesso in aula - delle nostre premesse epistemologiche, delle nostre percezioni, dei nostri pregiudizi, delle nostre narrative.
Nel corso di quelle conversazioni ci siamo chiesti molte volte: è possibile liberarci di queste prigionie oppure l’unica libertà di cui disponiamo è quella di passare da un prigionia all’altra? C’è anche da dire che un prigioniero in transito in qualche modo è prigioniero e libero nello stesso tempo, in quanto la sua libertà non risiede nel suo Io, che per forza di cose è sempre molto vincolato, bensì nell’atto, o meglio ancora nell’insieme degli atti che attualizzano il processo dello spostarsi, del riposizionarsi tra le sue molteplici e mutevoli identità. Siamo nuovamente immersi nel paradosso: che cosa c’è di più vincolato di una azione, di un movimento? Basta così poco impedire o ostacolare un movimento: un po’ di ruggine, un’infiammazione, un’esitazione nel programmarlo… eppure attraverso questo atto così vincolato si realizza un processo caratterizzato dalla libertà.
Ci sono altre condizioni che agevolano la libertà di movimento, e hanno caratteristiche estetiche: quelle della semplicità, della leggerezza, della piccolezza. Quanto più si è complessi tanto più si è vincolati; se poi si è anche grossi e pesanti spostarsi è sempre più difficile. Ciò apre questioni interessanti: un Jumbo Jet, un Airbus, sono indubbiamente complessi, grossi e pesanti. Però ci accordano la libertà di spostarci in tanti e velocemente da un continente all’altro. Nello stesso tempo basta poco per impedire loro di decollare: un piccolo guasto, un sciopero, un ritardo dell’equipaggio di un volo corrispondente, un po’ di neve.
È peraltro intuitivo che c’è semplicità e semplicità: una cosa è la semplicità di un primula, un’altra quella di una frase musicale di Beethoven, un’altra ancora la prevedibile semplicità di certi copioni di vita (pensiamo alle vite degli utenti dei servizi sociali, oppure dei bambini che finiscono in comunità), e un’altra ancora la semplicità della vita di un anziano affetto da demenza senile…
Ci sono semplicità che liberano e altre che viceversa imprigionano; queste ultime ci interpellano e invitano a seguire un certo percorso, se vogliamo integrarle in un mondo di libertà e responsabilità; nel tentare di descrivere questo percorso con un modello, lo ho suddiviso in cinque passi distinti, e questo farebbe sicuramente sorridere Cecchin: direbbe che mi sono “americanizzato”. Lui infatti sosteneva che, dal momento che una suddivisione in cinque fasi è semplice e pratica, quando gli americani “modellizzano” un processo lo descrivono sempre in cinque fasi. Vediamo come ciò avviene nel mio caso.

1) primo passo:

se è possibile, partecipare;  non si combina niente di buono illudendosi di cambiare le cose “dal di fuori”; detto così è molto bello, ma intendo sottolineare la premessa “se è possibile”. Non sempre è possibile partecipare ad una certa avventura, e quando è possibile può essere faticoso sul piano emotivo, oppure richiedere una grande flessibilità sul piano dei valori e dei pregiudizi. Sul piano concreto questo non avviene solo in psicoterapia; pensate a come può essere impegnativo partecipare ad una organizzazione di lavoro e conservare, o accrescere, dei margini di libertà e responsabilità. A volte, invece, la partecipazione avviene in modo molto naturale. Tutto sembra semplice e questa apparente semplicità può nascondere delle trappole, invitarci in direzioni banali, scontate, quasi obbligate.

2) secondo passo:

giocare alla decostruzione; quando troviamo un modo di partecipare attivamente ad un sistema, e riusciamo farci percepire come non troppo minacciosi per la sua esistenza,  sentendoci abbastanza sicuri a nostra volta, possiamo iniziare a giocare. In che cosa consiste il gioco della decostruzione? Si tratta di allentare quei legami e quelle connessioni che imprigionano la narrativa e le relazioni nei soliti schemi ripetitivi. Spezzettiamo le frasi, o anche le catene di azioni, cambiamo il peso e gli accenti di parole e di singoli atti, introduciamo (o cambiamo) pause e   punteggiature, cambiamo discorso, facciamo domande, dilazioniamo le risposte… tutto ciò ci conduce dritti, in modo molto spontaneo, dal momento che, come diceva Henri Bergson, “la coscienza è esigenza di creazione”, nel

3) terzo passo:

esplorare il potenziale che quelle relazioni, quelle narrative, quei “pezzetti” di sistema, se ricombinati diversamente o indirizzati in una direzione nuova, possono esprimere. La psicoterapia acquisisce così caratteristiche oniriche, che sfidano la realtà attuale e ne esplorano l’amplissimo territorio virtuale. Si apre la porta che da accesso ad una moltitudine di mondi paralleli in cui i vari frammenti di semplicità acquisiscono fisionomie e significati diversi; a volte, come sottolineava Massimo Giuliani, la seduta finisce qui, e i clienti se ne vanno a casa un po’ spaesati ma non in senso negativo; aperti a ricombinare la loro quotidianità secondo forme diverse, a volte originali. Quando è possibile, però, mi piace transitare al

4) quarto passo:

ritornare alla semplicità, la semplicità dell’essenziale. Con l’aiuto della intuizione e della metafora si tratta di far emergere, tra tutta la varietà che si è creata, quell’ordine nascosto, quel principio significativo che conta in quel momento, che risuona, e trasformarlo in una proposta, in una domanda a cui si possa rispondere con una azione; arriviamo così al

5) quinto passo: 

scegliere, esercitare la responsabilità che si esplica in una azione concreta in questo mondo.

Teniamo conto, come sa chiunque sia innamorato, che non solo ciò che è brutto o cattivo può imprigionarci, ma anche ciò che è bello e buono. Per cui il procedimento sopra descritto può essere applicato, anzi forse deve essere applicato anche alle cose belle, forse soprattutto alle cose belle. Non solo di ciò che è “malato” o fa soffrire dobbiamo occuparci: la trascuratezza è sempre pericolosa.

Di tutto bisogna prendersi cura, soprattutto delle cose belle. Una volta, prima di una lezione, Cecchin ed io ci mettemmo ad ascoltare una bella esecuzione di una delle “Triosonate” per organo di Bach. Lui chiuse gli occhi e la sua mano destra simulava i movimenti sulla tastiera. Intanto sussurrava: “perfette, tutte queste note devono essere perfette, se no la bellezza si perde…”
Quando venne a sapere che mi occupavo delle analogie, degli isomorfismi tra pensiero musicale e processo terapeutico si incuriosì e mi incoraggiò a proseguire su quella strada. Addirittura scrisse la prefazione al mio libro “O divina bellezza, o meraviglia”. Condividevamo la consapevolezza del fatto che terapia, sviluppo di resilienza, produzione artistica affondano le radici nello stesso terreno, o meglio ancora, sono manifestazioni differenti della stessa realtà: la creatività. La psicoterapia è qualcosa che si pensa, naturalmente, ma prima ancora si fa e si “sente”. Quindi, per meglio illustrare i passaggi che ho descritto sopra vi propongo un esempio tratto da una improvvisazione del pianista jazz Keith Jarrett a conclusione di un concerto tenuto a Colonia nel 1975. Quel concerto passò alla storia e ne fu ricavato un doppio album. Il brano che ascolteremo insieme è il “bis” che Jarrett concesse alla fine del concerto. Poiché il nostro ascolto ha una finalità didattica, prima di ascoltare il brano nella sua interezza, vi chiedo di concentrarvi sulle prime quattro battute:

Esprimendomi liberamente, vorrei far notare come in queste prime quattro battute si trova l’argomento che darà vita a tutto il brano. E’ un tema semplice, venato di nostalgia, organizzato secondo principi molto tradizionali da un punto di vista formale e tonale.  E’ come se fosse un dialogo, ed facile riconoscere il classico succedersi di una proposta nella prima battuta, una risposta nella seconda, una ripresa o ampliamento del dialogo nella terza, e una chiusura, seppur temporanea, nella quarta. A questo punto ci si può godere il brano dall'inizio alla fine: il brano dall’inizio alla fine.

Il primo passo si realizza nel partecipare, e non è difficile, vista la godibilità e riconoscibilità del tema e il suggestivo intrecciarsi delle voci, per cui il brano prende anima e vitalità andando incontro ad un certo sviluppo. Se per ipotesi il discorso si chiudesse qui, magari con una ripresa del primo tema e una coda, si potrebbe dire che Jarrett ha scritto una bella canzone. Ma intorno al secondo minuto i temi si frammentano (gioco della decostruzione) e inizia una serie molto giocosa e pirotecnica di variazioni (esplorazione). E’ bello ascoltare che cosa succede dal punto di vista della “metacomunicazione” assicurata dagli intervalli che si generano nel dialogo delle voci e nell’armonia. Si apre una infinità di mondi paralleli, indeterminati. Saranno la nostra attenzione, la nostra memoria, le circostanze, i pregiudizi (ciò che abbiamo ascoltato prima, ciò che ci piace, i nostri ricordi e dsideri …) a farci fare delle scelte, ad attualizzarli. Possiamo ascoltare questo brano molte volte (io lo ascolto da circa 35 anni): non sarà mai uguale.  Un po’ prima del terzo minuto però succede qualcosa. Il tempo rallenta, la musica si fa essenziale (ritorno alla semplicità). Addirittura Jarrett fa risuonare più e più volte quello che in termini tecnici si definisce un tetracordo diatonico, cioè una struttura semplicissima fatta da quattro note e tre intervalli che costituisce uno dei pilastri su cui è costruita la musica occidentale. Ascoltatelo qui:

Non vi sarà difficile riconoscere in queste note le stesse che danno inizio a tutto il brano. In un certo senso c’è un ritorno circolare all’inizio ma non è un banale ricominciare da capo; qui è tutto trasfigurato, ridotto all’essenziale… emerge un semplicissimo ordine nascosto (ricordate? Quelli che affascinavano Bateson nelle sue citazioni di sant’Agostino), un ordine che ci prende per mano, che risuona per noi come per gli altri, e ci guida verso la calma, lo spazio, il silenzio, la luminosità: ed è lì che risiede la possibilità di scegliere liberamente.
Le nostre sedute di psicoterapia non si svolgono molto diversamente. L’inizio della conversazione è sempre semplice, organizzato intorno a narrative strutturate in modo tradizionale e spesso ripetitivo, anzi ordinario. Anche le prime domande e i primi commenti del terapeuta sono piuttosto ordinari e lineari. Un po’ scherzosamente ho provato a sovrapporre all’incipit della musica di Jarrett l’incipit di due sedute immaginarie.

La prima riguarda un problema di ansia generalizzata:

Nella seconda abbiamo un problema di coppia. Il commento finale potrebbe essere del marito, ma anche del terapeuta.

In questa semplicità il terapeuta può rimanere intrappolato tanto quanto i suoi clienti; può farsi imprigionare da un eccesso di empatia o scadere nella banalità (pensate che cosa succederebbe da un punto di vista musicale… mi vengono in mente degli esempi ma per amor di patria li tacerò). Viceversa può esercitare la curiosità, e iniziare a sfidare le narrative “banali”. Pur nella comune appartenenza ad un approccio che hanno inventato insieme, la musicalità delle sedute di Luigi Boscolo e quella delle sedute di Cecchin è molto differente. Entrambi puntano all’essenziale… però ci arrivano in modo diverso. Nel caso di Cecchin la frammentazione è più accentuata. Le frasi sono spesso spezzate, si cambia argomento di colpo, si cambiano accenti, si diminuisce, si aumenta, si cambiano repentinamente le coloriture emotive. C’è un tipo di giocosità che a me  ricorda Igor Stravinsky ancor più che Mozart.  Comunque sia, questo modo di procedere permette al terapeuta di aprire la porta di altri mondi e, insieme ai suoi clienti “arrivare dall’altra parte del mondo”, dove quella che sembrava una realtà tristemente semplice in senso banale, ordinario, spesso umiliante, si manifesta in modo differente. La semplicità diventa essenzialità, apre le porte del sacro. Il sacro è  esigente,  come può esserlo qualcosa di universale che ognuno vive in modo unico e personale.

Lì si è liberi, lì si sceglie.

Bibliografia:

  • The Composer's Dream: Essays on Dreams, Creativity and Change. Pari Publishing, Pari 2011.
  • Ma tu, amore mio…” - ricordando Bateson e cercando nuove metafore per la psicoterapia. In “La natura sistemica dell’uomo”, (Bianciardi M. e Bertrando P. editors), Raffaello Cortina Editore, Milano 2009. Pagg. 281 - 293
  • "Il contributo di Gianfranco Cecchin all’identità del terapeuta relazionale”. Relazione al CONVEGNO SIPPR “Sviluppi e tendenze in terapia relazionale: nuove identità per terapeuti non solo familiari”. Forte dei Marmi, 6-7 Maggio 2005 http://www.massimoschinco.it/index_file/cecchin.pdf
  • O divina bellezza... o meraviglia - uno psicoterapeuta ascolta Turandot”. Carabà Edizioni, Milano 2002 (disponibile come e-book:  http://www.amazon.it/o-divina-bellezza-meraviglia-ebook/dp/b0082cbwe6
  • La scelta delle parole nella conversazione terapeutica" (in coll. con S. Bettinelli, B. Bianchi, L. D'Adda, E. Quaroni, F. Ricciardelli)  ECOLOGIA DELLA MENTE, Dicembre 1988, Pagg. 80-95.
> Lascia un commento