Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

I ready-made e il culto autoreferenziale dell’arte

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5 dicembre, 2019 - 10:09
di Sarantis Thanopulos
Dialogo tra Sarantis Thanopulos e Monica Ferrando

Sarantis Thanopulos: “Monica, in un tuo intervento su Qui e Ora (n.28) fai un’analisi della presenza del ‘ready-made’ -un oggetto ‘pronto all’uso’, seriale, non fatto su misura- nell’arte contemporanea. Un oggetto comune, è tolto dal contesto anonimo del suo uso quotidiano per essere esposto come opera d’arte senza alcuna sua modifica da parte dell’artista. Il cui intervento si limita nello spostamento di un oggetto da un contesto a un altro. Lo spostamento, apparentemente dissacrante, serve, nelle intenzioni dei suoi fautori, a evidenziare che non sono gli oggetti artistici a fare dei musei un tempio dell’arte. Sono, al contrario, i musei, tempio di per sé, a conferire sacralità a qualsiasi cosa del mondo esterno si depositi in essi. Sennonché, come fai notare, questi oggetti una vota depositati nel luogo da dissacrare, sono stati, ironicamente, investiti da quella stessa aura di sacralità che si intendeva smascherare.

Monica Ferrando: Perché, dopo più di cento anni dalla sua comparsa, parlare ancora di ready-made? Con la scusa di sospendere l’uso comune degli oggetti esso ha prodotto un numero sterminato di oggetti senza uso, ma con una funzione precisa, quella dell’Arte. Se l’opera si autodenuncia come merce, deve farlo nello spazio istituzionale riservato all’opera. Cosa accade però? Che il nome impiegato per l’operazione cede il suo significato di ‘oggetto pronto all’uso’ per fondare un nuovo genere artistico e una provocazione, da unica e definitiva, diventa ripetizione infinita. La pretesa dissacrazione conteneva infatti il solito, inconfessato modello (l’artista rinascimentale) che, col gesto premeditato dello scacchista, inaugura un culto vicario. La storia si ripete ma come parodia. Invece dell’opera, un nome (l’artista), in un luogo (il museo), per oggetti (indifferenti) con un commento estetologico (che fa la differenza).

Sarantis Thanopulos: “Quando la provocazione dei ready-made è stata lanciata, l’opera artistica stava già diventando un oggetto ‘pronto all’uso’, da consumare in modo indifferente come oggetto (narcotizzante) di un culto collettivo: l’arte come valore sicuro nel mercato delle certezze culturali, finanziarie e psicologiche. La provocazione si è fatta impossessare da ciò che contestava, come tutte le contestazioni che pensano di sovvertire un sistema cultuale usando le sue modalità categoriali e comunicative. Il sistema Arte, che si nutre delle provocazioni, assimilandole al suo funzionamento, ha creato un cortocircuito tra l’artista, il suo pubblico e l’opera e ha reso mistificatorio, preconfezionato l’uso di quest’ultima. L’opera non è fatta a misura del gesto di esposizione al mondo che essa estrinseca: lo contraffà e lo mercifica.
 
Monica Ferrando: “All’anarchica pluralità delle ‘opere’, già sempre libere dall’uso e capaci di rimanerlo anche nel lasciarsi usare, simili a gestazioni che diventano, se riuscite, indispensabili e riconoscibili senza il nome del loro autore, si sostituisce l‘Arte’ ufficiale, alla quale non importa né di riuscire (semmai di funzionare), né di destare ammirazione, né di donare commozione. Nel dominio dello Spirito reificato in Tecnica universale, la sovranità diviene esornativa e, come la monarchia britannica, nondimeno cultuale e necessaria al consenso. Solo però grazie a quel gesto dissacrante e provocatorio l’Arte, senza altro contenuto che la parodia spettacolare di cui deve ripetere il verso ma provvista di contenitori edificati per celebrarne il culto autoreferenziale, potrà tranquillamente fungere da legittimazione trasgressiva del sistema di valorizzazione capitalistica che doveva sbugiardare. Ecco il compito dell’artista ‘sovrano’.

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