JUNG E KERNBERG A CONFRONTO

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10 dicembre, 2019 - 16:24

JUNG E KERNBERG A CONFRONTO1 Conferenza del 20 Ottobre 2018 di Luca Valerio Fabj e Sergio Dazzi.

SCUOLA DI PSICOTERAPIA ANALITICA AION – BOLOGNA

 

Interventi:
Luca Valerio Fabj (Medico Chirurgo, Specialista in Psicoterapia Analitica e Direttore Istituto Aion aut. MIUR 172.)

Sergio Dazzi (Psichiatra, Fondatore Associazione per lo studio e il trattamento dei disturbi di personalità)

Modera: Alessandro Raggi (Psicologo, Psicoterapeuta, Docente Scuola Aion)

 

 

Raggi:

Salve a tutti. Nel presente convegno verranno esplicitate analogie molto interessanti tra la teoresi junghiana e l'attuale tecnica evidence-based psicodinamica TFP di Kernberg: analogie riconosciute anche dal defunto professor Canestrari, che ricordiamo essere stato nostro presidente. Anzitutto ringraziamo per essere qui con noi il professor Sergio Dazzi, che farà il suo intervento assieme al Dottor Fabj. Il professor Dazzi è presidente del PDLab, società scientifica che si occupa di studi e ricerche nel campo della clinica delle relazioni oggettuali e dei disturbi gravi di personalità. Egli è anche teacher supervisor TFP, acronimo che sta per Transference Focused Psychoterapy, cioè una psicoterapia basata sul transfert quale modello italiano del sistema di Kernberg e che verrà in seguito descritta meglio dallo stesso professore. Lascio a voi la parola.

 

Fabj:

L'intervento è dato, come accennava il Dottor Raggi, non tanto dal confronto tra la teoresi junghiana e la teoria di Kernberg, la qual cosa prenderebbe molto tempo, ma dal confronto tra la teoresi junghiana e la TFP, quale metodo clinico. Ringrazio anch’io il collega Dazzi per la disponibilità ad essere qui, per poterci confrontare assieme. Egli interverrà per confermare se le cose che dirò sul sistema di Kernberg abbiano un senso rispetto al nostro operato, sia come Scuola di specializzazione, riconosciuta dal Miur, sia come professionisti.

La sfida del nostro metodo didattico è quella di cercare di inserire l'orientamento junghiano all'interno della moderna psicoterapia psicodinamica, al fine di estrapolarne un modello che non sia soltanto in grado di dialogare con gli altri paradigmi, ma che possieda anche una dignità scientifica secondo quelli che sono gli attuali criteri psicodinamici, peculiarità che, a mio avviso, è non comune nelle altre scuole di orientamento junghiano.

Stiamo dunque cercando, avendo adottato come riferimento diagnostico all’interno della scuola l'attuale nuovo manuale psicodinamico diagnostico (PDM-2), di inserirci in quel sistema nel quale è inserito Kernberg, seppure con le proprie differenze rispetto al PDM.

 

Dazzi:

Confermo. Al momento attuale ci sono due riferimenti di grande utilità, novità e riconoscimento: uno è il PDM-2 che, possiamo dire, è “fatto in casa” dagli addetti ai lavori che si occupano di psicodinamica. L'altro è il modello cosiddetto alternativo del DSM-V, assolutamente rivoluzionario, in quanto tutto ciò che riguarda la psicodinamica, comprese le relazioni oggettuali e lo stesso pensiero di Kernberg, finalmente accede al DSM-V, anche se sotto forma di un modello alternativo e questa è una vera e propria rivoluzione rispetto a tutte le precedenti edizioni del DSM.

Nel modello delle relazioni oggettuali, il lavoro di Kernberg che entra a far parte del DSM, è il criterio di gravità. Dunque, non si è più esclusivamente focalizzati sul tipo di categoria in cui collocare il disturbo, quanto piuttosto su quale livello di gravità si presenta il funzionamento della personalità di quello specifico soggetto. Questo è ciò che noi abbiamo definito: organizzazione psicotica, borderline o nevrotica di personalità ad alto o basso funzionamento.

Il punto centrale, dunque, sta nel fatto che esiste una continuità nella personalità (sia essa sana che disturbata) che è di tipo dimensionale. Pertanto, è importante tener presente che sussiste una psicodinamica descrittiva dove un certo tipo di carattere, sia esso di ordine depressivo, masochista, ossessivo, isterico o isteriforme, presenterà sì una tipologia di conflitti differente, ma avrà anche dei livelli di funzionamento inseriti lungo un continuum di gravità.

 

Fabj:

Questa posizione attuale di riferimento nasce dal fatto che, come sosteneva il compianto Aldo Carotenuto, la psicodinamica sia una sola anche se caratterizzata da orientamenti differenti e che sia dunque auspicabile, a prescindere dal manuale diagnostico utilizzato, avere la possibilità di un dialogo tra questi orientamenti. Infatti, come sosteneva nel 1977 il già citato professor Carotenuto: “è necessario considerare la psicoterapia come una totalità di concezioni diverse. Per esempio, quando si dice che la pittura è una, non si pretende che Giotto sia lo stesso di Piero della Francesca. Anche le religioni sono tutte diverse, ma esse formano comunque quella totalità che è chiamata ‘religione’”. Per cui noi riteniamo che la teoresi junghiana abbia tutta la dignità per far parte di questo consesso.

Quindi è per tale motivo che oggi qui ci confrontiamo sull'importanza del transfert all'interno della psicoterapia moderna con chi ha un modello codificato e riconosciuto scientificamente di una psicoterapia basata sul transfert, quale appunto è la TFP del gruppo Kernberg, e lo facciamo tenendo sempre presente che “l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento” (Art. n. 33 della Costituzione Italiana).

Il transfert può essere definito come l'esperienza che il paziente fa degli affetti, delle percezioni, delle attitudini e delle fantasie che si verificano nell’interazione terapeutica. Questi aspetti non derivano dal terapeuta, ma vengono, come suggerisce il termine, trasferiti, sul e nel terapeuta per mezzo di processi di proiezione psichica che, a loro volta, determineranno una risposta del terapeuta verso il paziente, definita controtransfert. Quindi il transfert è una relazione psicologica molto profonda che si instaura nella diade analitica e i cui contenuti verranno affrontati più avanti.

L'idea che il transfert in psicoterapia psicodinamica sia di fondamentale importanza, non è certo un'acquisizione recente. Sin dal 1966, infatti, psicoanalisti quali Jean Laplanche e Jean-Bertrand Pontalis lo riconoscono come il terreno in cui si svolge la problematica di una certa cura psicoanalitica. I due autori infatti definiscono e codificano, all’interno della famosa enciclopedia di psicoanalisi, le fasi di una psicoterapia psicodinamica, ovvero le modalità di interpretazione e risoluzione, come “un insieme di processi che sono resi possibili essenzialmente e fondamentalmente da un presupposto che viene definito il terreno del transfert”.

In ogni caso, attualmente, come rileva Arthur Green, solo dieci anni dopo Laplanche e Pontalis, “il transfert come il controtransfert non sono più concetti psicoanalitici da pensarsi alla stregua di altri ma sono la condizione, a partire dalla quale, tutti gli altri concetti possono essere pensati”. E ciò non vale solo per la psicoterapia, a prescindere da quale sia il suo orientamento, ma anche per tutta la psicologia, poiché attualmente la psiche dell'uomo non può più neppure pensarsi al di fuori dei suoi rapporti relazionali esterni, che sono un rispecchiamento di quelli interni.

Questi rapporti sono intimamente connessi alla regolazione delle emozioni, così com'è stato ampiamente dimostrato dagli studi di neuroscienze, grazie ai lavori di Gallese (2000, 2003) e di La Mounde (2009), sull’intersoggettività dei neuroni a specchio. Per cui la relazione medico-paziente, ovvero il transfert, è definita come un processo neurofisiologico intersoggettivo.

Tutto ciò ha consentito ai moderni teorici della psicoterapia psicodinamica di affermare che il transfert sia la via regia per la comprensione della vita emotiva e psichica del paziente. Pertanto, l'interpretazione del transfert e del controtransfert è divenuto uno strumento assolutamente fondamentale al punto che, attualmente, se non vi è un lavoro tra terapeuta e paziente che ponga al centro l'interpretazione della relazione transferale, non può esservi alcuna terapia a carattere psicodinamico.

La evidence-based ottenuta dal metodo Kernberg, focalizzato sul transfert, mostra tutta la validità scientifica e oggettiva di questa impostazione, ottenuta da una tecnica che inevitabilmente è soggettiva e ciò è stato un risultato di immensa utilità per la psicodinamica a prescindere dal suo paradigma teorico di base. Io non so se sei d'accordo con me su questa impostazione, cioè sul fatto che in realtà siete riusciti ad ottenere la evidence-based su un processo, quale il transfert e il controtransfert, che è inevitabilmente soggettivo. Che cosa ne pensi?

 

Dazzi:

È tutto vero, le tappe metodologiche sono ovviamente quelle della terapia a fondamento psicoanalitico. Esistono, infatti, a livello teorico quattro aree ritenute essenziali: l'analisi del transfert, l'analisi del controtransfert, il senso dell'interpretazione e il principio di neutralità dell'analista, su queste fasi il gruppo che ha sviluppato la TFP ha creato un manuale della terapia. Tale strumento però non ha la stessa validità che potrebbe avere per una terapia cognitivo-comportamentale in quanto in psicodinamica è fondamentale il lavoro sull’interazione.

Le fasi di creazione di un manuale iniziano all’interno di una certa cornice teorica, esso viene in seguito perfezionato sulla base dell’esperienza clinica degli autori poi, quando si è avuta una certa sicurezza clinica su ciò che è stato teorizzato, viene creato un trial o studio clinico randomizzato (RCT). A questo punto, viene preso un certo gruppo di pazienti e assegnato ad un campo di terapie diverse dove si osservano i risultati tenendo conto di alcuni punti fondamentali: i terapeuti inseriti in quella psicoterapia rispecchiano nel loro lavoro i principi del manuale? Sono stati rispettati i criteri di aderenza e concretezza per quel modello? Quest'ultimo punto, in psicodinamica, è in effetti il più difficile da misurare per la sua componente soggettiva. Infine, per il professionista, subentra il lavoro più impegnativo da affrontare in questa terapia che non riguarda solo il sapere cosa si deve fare, ma che prevede anche tutto l'iter didattico tra cui: supervisioni, insegnamento, analisi personale ecc., che poi è ciò che avviene in molte scuole di specializzazione.

L'aspetto interessante è che ormai molte terapie evidence-based, anche di derivazione non analitica mostrano dei risultati su una certa tipologia di pazienti nello specifico per il disturbo borderline di personalità. Infatti, grazie ad esse, tra questo tipo di pazienti si riscontrano sempre meno suicidi, una diminuzione degli atti autolesivi, della rabbia e dunque c’è un effettivo contenimento.

Quello però che solo la TFP ha modificato, a differenza di altre terapie, è stata la capacità della funzione riflessiva, tale aspetto, che è presente come sottoscala dell'Adult Attachment Interview (AAI), empiricamente misura se un dato soggetto è in grado di concepire che l’altro, con cui è in interazione, ha una sua mente con pensieri, idee, intenzioni e desideri propri, che non appartengono alla mente del soggetto. Quindi si tratta di una misurazione empirica, osservata anche in tre studi clinici randomizzati, di una funzione che solo la TFP ha saputo modificare.

Tutto ciò ha infine portato al concetto di inesorabilità dell'interazione intersoggettiva come oggetto del lavoro.

 

Fabj:

Possiamo, dunque, affermare che attualmente il transfert e il controtransfert sono assolutamente centrali in una psicoterapia psicodinamica. Questo era già perfettamente chiaro nella mente di Jung fin dal 1946 e anche prima, quando definiva l'interpretazione del transfert come “l'alfa e l'omega della terapia” (Psicologia della traslazione, 1946). Infatti, Jung è stato il primo a creare un setting dove analista e paziente sono seduti di fronte, alla pari (vis-à-vis), eliminando sia la posizione dietro al paziente, che l'interposizione di tavolo o scrivania tra terapeuta e analizzando. Questo tipo di setting, che favorisce nel modo più assoluto le proiezioni del paziente e le contro-proiezioni dell'analista, è attualmente condiviso dai moderni orientamenti psicodinamici.

La psicoterapia psicodinamica ad orientamento junghiano, fin dal suo inizio, in tempi in cui il transfert era considerato poco più che una resistenza e il controtransfert qualcosa da evitare, può essere considerata un metodo di psicoterapia che, come la TFP, si focalizza sul transfert.

Tuttavia, a causa della sua assoluta non sistematicità, Jung non ha mai codificato un modello terapeutico che seguisse una validità teorica certa o precise fasi interpretative da parte del terapeuta e tutto quello che di necessario ha invece fatto la TFP di Kernberg, ottenendo la evidence-based per il trattamento del disturbo borderline di personalità.

Tutto ciò ha reso impossibile la validazione, secondo i modelli scientifici attuali, di un metodo terapeutico junghiano. Quindi non si può avere una evidence-based del modello junghiano perché non c'è un modello junghiano, oltre al fatto che il mondo junghiano se ne è interessato pochissimo, come del resto ha fatto il metodo freudiano ortodosso e quello lacaniano.

Tuttavia, questo aspetto, a mio avviso, non impedisce di fare due considerazioni. La prima riconosce a Jung di essere stato uno dei primi, se non il primo, teorico dell'interpretazione del transfert e del controtransfert, come elemento centrale e fondamentale della terapia psicodinamica. La seconda riguarda la possibilità di dialogare e integrare finalmente, nel proprio paradigma, quei modelli psicodinamici validati come la TFP, che pongono al centro della loro metodica l'interpretazione del transfert. Tutto ciò ovviamente se si è disposti ad accettare l'interpretazione del transfert quale focus del metodo junghiano e non altre tecniche psicodinamiche.

Per quanto riguarda invece le concezioni sui contenuti e sul significato del transfert, già dalla sua prima formulazione di Freud, nel famoso caso clinico di Dora, subirono moltissime trasformazioni. Freud partì dall'idea che il transfert fosse una resistenza al trattamento analoga a tutte le altre resistenze, passando poi alla nozione che si trattasse di una ripetizione tout court delle esperienze infantili rimosse, fino ad approdare all'idea che, nella situazione analitica, il paziente riproducesse il ricordo esperienziale del complesso di Edipo proiettandolo sull'analista, con la formazione di quella che Freud chiamava nevrosi di traslazione. Si andava a creare, per così dire, una sorta di nevrosi artificiale indotta dalla diade analitica in cui, per mezzo dell’interpretazione del transfert, si giungeva infine alla sua risoluzione. Infatti per Freud ricordare, ripetere ed elaborare formavano la triade teorica su cui si basava il proprio metodo psicoanalitico.

Il punto essenziale è che, da sempre, il transfert è stato considerato come la proiezione da parte del paziente sull’analista di rappresentazioni relazionali interne distorte, infatti lo stesso complesso di Edipo era per Freud una rappresentazione inconscia di una relazione familiare che oggi noi chiamiamo relazione oggettuale interna. Pertanto, sin dal suo inizio, il contenuto del transfert, ovvero quello che viene proiettato dal paziente sull'analista, era considerato una rappresentazione psichica distorta, un’immagine fantastica, nel senso più ampio del termine, emotivamente carica, legata all'esperienza passata del paziente e vissuta nel presente della relazione terapeutica. Si può, dunque, affermare che il transfert è un processo intersoggettivo di carattere immaginale.

Quando parliamo di immaginale noi junghiani non diciamo infondo qualcosa di molto diverso da quello che sostiene anche Kernberg quando parla di rappresentazioni distorte. Henry Corbin, per esempio, definiva l’immaginale come qualcosa che è in grado di determinare una modificazione sul soggetto. Pertanto, con tale termine non si fa riferimento alla fantasia, quanto piuttosto al “fantasma”, nella visione kleniana, il quale ha una propria autonomia e per questo il paziente spesso non se ne rende conto.

Freud, nel 1912, adottò il termine imago per designare una rappresentazione di quelle figure interne del passato che sostituiscono l'oggetto di spostamento sull'analista. Ciò che è stato di recente riconosciuto, da Jean-Michel Quinodoz, è che il termine imago era già stato coniato da Jung molto prima del 1912. Jung è da sempre stato convinto che, alla base della dinamica della mente, esistano oggetti psichici relazionali interni i quali assumono la forma di rappresentazioni immaginali. Il concetto di imago viene quindi solo accettato e adottato da Freud ma è stato formulato da Jung fin dall'inizio delle sue teorizzazioni sulla dinamica della psiche ed è un concetto centrale e moderno nella psicoterapia psicodinamica scientificamente riconosciuta, come lo è la TFP di Kernberg che, a sua volta, ha integrato le concezioni della Klein.

Secondo A. M. Cooper la concezione moderna considera il transfert come “una organizzazione dell'esperienza attuale, secondo modelli interni, dove il dramma transferale non è visto come una semplice ripetizione del passato, ma come un'esperienza nuova influenzata dal passato”.

Anche Kernberg, in accordo con la Klein, definisce il transfert come “un misto di esperienze reali e immaginarie del passato e di difese contro entrambe e non solo come la riedizione realistica di esperienze relazionali significative precoci”.

Questa moderna idea del transfert come esperienza nuova ha portato alla focalizzazione precoce, del lavoro terapeutico e delle interpretazioni, nel “qui e ora” piuttosto che nel materiale genetico. Ma questa concezione tende a sua volta a confermare la teoresi junghiana, che dava nell’attualità della nevrosi una grandissima importanza alla comprensione del disagio psichico.

Inoltre, la psicoterapia psicodinamica, rifacendosi alla Klein, ha ritenuto possibile un'interpretazione non solo del cosiddetto transfert positivo, cioè di una proiezione di alleanza di tipo erotico (nel senso più ampio del termine), ma anche di un transfert negativo verso il terapeuta. Infatti, rispetto alla tecnica del modello Kernberg, F. E. Yeomans enfatizza l’importanza delle interpretazioni precoci del transfert negativo, mentre altri autori pensano che l'alleanza terapeutica sia più efficacemente rafforzata dal porre l'enfasi sugli aspetti positivi del transfert.

Noi crediamo in ogni caso che l'alleanza terapeutica venga costruita ponendo l'accento sulla capacità, da parte del terapeuta, di empatizzare con l'esperienza soggettiva del paziente nella sua totalità, includendo anche i suoi elementi negativi più rabbiosi ed ostili. Il terapeuta, dunque, dimostrando abilità e disponibilità a tollerare e a lavorare con questi aspetti del paziente lo rassicurerà sul fatto che la terapia potrà contenere l'intensità e la confusione della sua esperienza. Cosa ne pensi di questa sorta di interesse verso gli aspetti negativi del transfert?

 

Dazzi:

Ci sono alcuni punti su cui vorrei soffermarmi prima di affrontare la tematica del transfert negativo. Anzitutto, in merito al riconoscimento scientifico della TFP, non si deve pensare che Kernberg abbia ottenuto l'evidence-based del modello perché ci sia arrivato con facilità. Kernberg ha imparato a nuotare perché stava affogando! Infatti, alla fine del '900, il modello scientifico premeva affinché si creassero delle prassi valutabili empiricamente e, in quel periodo, l'intero mondo del pensiero psicanalitico era in piena crisi. Per cui non è certo stato un piacere per Kernberg mettersi a fare delle ricerche su questo campo, è stata piuttosto un’esigenza, una necessità. Addirittura, fu J. F. Clarkin a proporgli di attualizzare degli studi empirici, ma lo fece soprattutto al fine di non annegare.

Per quanto riguarda invece l’assimilazione degli assunti kleiniani, anche noi psicodinamici in passato li abbiamo utilizzati in maniera un po' inesatta e grossolana. La fama della Klein è stata piuttosto breve nella storia della psicoanalisi, questo perché vi era in lei una concezione di oggetti esistenti nella mente. Furono gli stessi aderenti alla Klein, a partire dagli anni '50, quali Paula Heimann, Hanna Segal e Joan Riviere a rivedere tale assunto ponendo l'attenzione sulla differenza tra oggetti interni e relazioni oggettuali interiorizzate. Nel secondo caso entrano prepotentemente in campo come oggetto d'indagine gli affetti. Infatti, nella concezione della Klein vi erano la distruttività primitiva, il possesso e i demoni, ma non l’affettività.

Ciò che avvenne dopo la Klein, con i neo-kleaniani (Bion, Hanna Segal e Betty Joseph) ma anche con i neo-freudiani (Edith Jacobson e Margaret Mahler), fu di intendere la relazione oggettuale come composta da una rappresentazione di sé e una rappresentazione dell'oggetto tenuti insieme da uno specifico affetto. In ogni caso, non fu certo Kernberg il primo ad asserire questo fatto, fu piuttosto lui a sistematizzarlo.

Ciò che si tenta di raggiungere grazie al lavoro sul transfert è la possibilità di integrare, nelle relazioni oggettuali costituite da affetti polarizzati, gli opposti di amore, idealizzazione e investimento libidico, da un lato, e di distruttività, rabbia e aggressività dall'altro. Nei disturbi gravi di personalità (borderline, paranoide, narcisistico) è di fatto importante creare le condizioni terapeutiche adatte, ovvero stipulare il cosiddetto contratto terapeutico, al fine di mettere in luce quanto più rapidamente possibile gli elementi negativi della relazione transferale, cioè tutti quei segmenti farciti di aggressività.

Per rispondere dunque alla tua domanda, sì, noi riteniamo che sia la precocità nel far emergere gli aspetti negativi, all'interno del materiale tra analista e paziente, a rendere solida l'alleanza, e non celarli o tentare di mantenere solo gli aspetti positivi, pensando che questo alla lunga sarà un bene per il trattamento. Tutto ciò richiede comunque un'operazione preliminare fondamentale nella terapia, che è quella di strutturare il trattamento e mantenere la neutralità del terapeuta.

 

Fabj:

Dunque, questo transfert negativo, estremamente coinvolgente e perturbante per l'analista, di esperienze oggettuali primitive nel paziente era ciò che Jung definiva, utilizzando la simbologia alchemica, transfert archetipico, in quanto primitivo ed estremamente sconvolgente per l'analista. Vorrei evidenziare che occuparci dell'interesse che Jung ha avuto per l'iconografia alchemica dipende solo e unicamente dal fatto che, secondo lui, il materiale simbolico meglio si presta a spiegare la complessità delle dinamiche psichiche.

Anche nella teoria delle relazioni oggettuali della Klein, la fantasia è espressione mentale degli istinti delle relazioni oggettuali, ma anche dei meccanismi di difesa che si oppongono agli impulsi istintuali, per cui anche le difese hanno una loro rappresentazione simbolica. Queste fantasie inconsce, nella teoria kleiniana, tendono a verificarsi nel mondo simbolico della cultura a partire dal mondo primario del corpo. È interessante pertanto notare che l’iconografia presa in esame da Jung rappresenti simbolicamente tali fenomeni in forma immaginale come legati al corpo, alle emozioni e agli affetti. A tal proposito ci tengo a ricordare ciò che ha scritto di me il professor Canestrari nella prefazione al mio libro “Alchimia dell'immagine”:

Mi piace sottolineare lo sforzo costante dell'autore di spogliare l'opera di Jung dalla concezione magica e mistica che lo avvolge. [...] Luca Valerio Fabj intende rivendicare la scientificità di Jung in quanto antropologo e quindi anticipatore dell'antropologia simbolica psicologica di Lèvi Strauss e di Eliade.

Ritengo sia importante sottolineare questo punto che chiarisce la serietà della Scuola, che non ha assolutamente alcuna finalità di tipo esoterico.

Tornando alla tematica del transfert, la concezione di Freud, secondo cui il transfert è considerato una ripetizione di esperienze relazionali passate, è rimasta in gran parte invariata ad oggi. Di fatto Kernberg asserisce che “il transfert è una ripetizione inconscia nel “qui e ora” di passate relazioni oggettuali internalizzate”. Il transfert, infatti, è spesso razionalizzato dal paziente come una ripetizione realistica di aspetti percepiti con precisione nel terapeuta, è dunque cruciale che quest’ultimo sia in grado di discernere la realtà della distorsione contenuta nello stereotipo del paziente. Il transfert è un inappropriato e distorto aspetto della relazione del paziente con il terapeuta, quello che Freud definiva “falso nesso” e che Jung invece chiamava “incongruo amore”. Pertanto, ciò che è rimasto invariato nel transfert è la ripetizione di un’esperienza passata, mentre ciò che è profondamente cambiato, grazie anche alla teoria delle relazioni oggettuali, è il senso e il significato di questi oggetti interni.

Quindi, possiamo affermare che la teoria delle relazioni oggettuali è un modello della mente che spiega funzioni dinamiche in termini di relazioni fra oggetti interni ed è, pertanto, la relazione con l'oggetto, anziché la pulsione come invece sosteneva Freud, a rappresentare la motivazione fondamentale dello sviluppo di sé. L'aspetto motivante della pulsione viene di fatto sostituito dal bisogno di relazione e l'oggetto esterno con la sua relazione funge da modificatore di una relazione primaria che nell'individuo è già esistente. In buona sostanza, non è tanto la pulsione che va verso un certo oggetto esterno, quanto l'oggetto esterno che attiva in un oggetto interno la conseguente pulsione.

La rappresentazione immaginale presente nel transfert è, dunque, passata dalla simbolizzazione delle pulsioni freudiane alla rappresentazione di modelli interni di relazioni oggettuali e delle rispettive difese a cui si legano le pulsioni stesse. Questa è, peraltro, un’opinione condivisa da altri autori tra i quali Bion, Ogden e anche Kernberg.

Rispetto a quello che sosteneva precedentemente il collega Dazzi, la teoria delle relazioni oggettuali pone particolare enfasi sul fatto che gli impulsi di invidia e aggressività, descritti da Freud, non nascono dal niente ma sono sempre esperiti in relazione ad uno specifico oggetto “altro”. Le relazioni oggettuali interiorizzate sono i mattoni, come li chiama Kernberg, di cui sono composte le strutture psichiche, e fungono da principi organizzatori della motivazione e del comportamento. Esse sono unità costituite da una rappresentazione di sé, da un affetto connesso ad un impulso, o rappresentativo di esso, e da una rappresentazione dell'altro quale oggetto dell'impulso. Le unità Sé-altro rappresentano perciò la diade delle relazioni oggettuali.

Risulta, infine, importante notare che le rappresentazioni presenti in ciascuna diade non sono accurate rappresentazioni di sé e dell'altro ma riguardano, piuttosto, la modalità di esperienza che un individuo ne fa in specifici momenti nel corso delle prime fasi di sviluppo. Le diadi interne oggetto-Sé formano il modo in cui l'individuo percepisce il “qui e ora” e tali esperienze fatte nel presente vanno ad attivare quei paradigmi relazionali caricati di affetto che a loro volta formano la percezione dell'individuo relativa all'esperienza attuale. Si può in definitiva affermare che è la diade interna, Sé-affetto/oggetto della rappresentazione attivata in modo reciproco fra le due parti, a determinare la percezione dell'esperienza esterna dell'individuo.

 

Dazzi:

Tutto corretto. Quando dici “attivata in modo reciproco tra le due parti” sottolinei un aspetto centrale nella teoria delle relazioni oggettuali. Se, per esempio, in un certo momento nella relazione terapeutica, si attiva nel paziente un segmento della sua esperienza psichica per cui vive il terapeuta come una madre estremamente calda e disponibile attivandosi in lui una conseguente rappresentazione di sé come quella di un bambino che viene soddisfatto nel proprio bisogno di essere compreso da una madre affettuosa, nell'altra parte della diade non viene posto semplicemente un marchio di madre buona a prescindere da ciò che il terapeuta prova, come invece asseriva il discorso kleiniano. Avviene piuttosto una induzione per fare in modo che il partner della relazione oggettuale provi, sperimenti dentro di sé, faccia suo e si attivi in lui prepotentemente quello specifico vissuto. A sostenere questo fatto fondamentale del lavoro terapeutico, dopo la Klein, sono stati autori quali Bion, Edith Jacobson e Joseph e Anne Marie Sandler. Per cui se, a contenimento dell’ansia, la capacità del paziente è in quel momento quella di riattivare una relazione oggettuale idealizzata di madre buona, conseguentemente indurrà nel terapeuta uno stato della mente soggettivo in cui quest'ultimo, non sempre rendendosene conto, agirà, si calerà in questo ruolo. Questo è ciò che Anne Marie Sandler definiva la “responsività di ruolo” o role-responsiveness ed è qui che entra in gioco il controtransfert. Quando si attivano nel terapeuta sentimenti negativi, naturalmente egli si troverà a detestare il paziente, così come l'attivazione nello stesso di segmenti positivi lo indurrà ad amare e a voler aiutare il paziente.

La capacità intrinseca nell'analisi del controtransfert sta dunque nel riuscire a cogliere la distorsione che può essere riscontrata, ad esempio, nel momento in cui proviamo antipatia per il paziente, sotto forma di un tipico quesito: “è un problema mio se provo antipatia verso questo paziente o è lui che sta proiettando qualcosa di negativo verso di me?” Solitamente sono veri entrambi i motivi, perché altrimenti non esisterebbe relazione oggettuale.

La role-responsiveness consiste perciò nella capacità del terapeuta di divincolarsi dalla caoticità data dall'induzione controtransferale e di riflettere sulla propria reazione, cioè sul controtransfert che permetterà la comprensione di cosa il paziente sta attivando in quel momento. Infine, c'è da aggiungere che più primitivo è il paziente e più clamoroso e disturbante sarà il controtransfert, mentre più sano è il paziente più tenue e moderata sarà la sensazione provata.

 

Fabj:

Si tratta dell’identificazione proiettiva. Il punto fondamentale, dunque, pare essere il seguente: l'attivazione della diade oggettuale, provocata dall'affetto e dalla modificazione della percezione, corrisponde, a mio avviso, all'idea che Jung ha di complesso autonomo, cioè di un agglomerato di rappresentazioni inconsce dotate di autonomia legate ad uno specifico affetto, che sono in grado di determinare modificazioni nella coscienza, tali da provocare specifiche percezioni della realtà e specifici comportamenti nell'individuo.

Ai tempi degli studi sperimentali di Jung, prima del 1911, si parlava di complesso anziché di oggetto interno. Attraverso i test sull'associazionismo verbale, al paziente venivano proposte una serie di parole alle quali egli era invitato ad associare una parola corrispondente. Sulla base di questa tecnica Jung notò che, laddove vi erano parole che andavano a toccare il tono affettivo del complesso del paziente, il processo logico e mentale in quel soggetto si arrestava. Jung si accorse, così, che esisteva una situazione interna o complesso interno che attivato da un affetto corrispondente. Ciò, secondo me, non è molto diverso da quello che il collega Dazzi ha descritto prima, cioè che il paziente arriva a percepire l'analista come una madre buona e calda perché si è attivato in lui, all’interno di quella particolare percezione, l'affetto dell'accudimento. Tale percezione affettivo-emotiva, che viene attivata anche nel terapeuta oltre che nel paziente, porta alla modificazione della diade oggettuale che noi junghiani chiamiamo appunto complesso a tonalità affettiva.

Il concetto fondamentale è del tutto simile a quello che asseriva prima il collega, poiché si tratta sempre e comunque di una relazione emozionale. Anche per Damasio è lo stato emozionale ad essere attivo a livello del transfert, perché stiamo parlando principalmente di relazioni primitive. Ciò rappresenta, a mio avviso, un'altra similitudine tra i due costrutti teorici presi in considerazione.

Proseguendo su questa linea, dunque, gli oggetti interni, definiti anche introietti, possono essere divisi in: buoni-cattivi, parziali-interi, assimilati all'identità del Sé o non assimilati all'identità dell'Io. L'analisi dei primitivi rapporti oggettuali ha rivelato fantasie di oggetti introiettati fin dalla prima infanzia sotto forma di rappresentazioni di oggetti parziali a partire dal seno buono, che soddisfa ogni bisogno, e seno cattivo persecutorio che frustra ogni bisogno (Klein). Questi oggetti parziali (della madre e del padre) sono quelli che da prima vengono proiettati all'esterno e che, successivamente, nello sviluppo normale, tendono a divenire oggetti interi sia buoni che cattivi. Con lo sviluppo, il senso di realtà agisce in maniera più integra e gli oggetti interni diventano totali, cioè si approssimano alle persone reali del mondo esterno. Per cui la nostra percezione emotiva della realtà esterna altro non è che una proiezione immaginale di rappresentazione del mondo, che è corretta quando aderisce al piano di realtà.

Questo concetto è quello che Arieti, nel 1974, definiva percettualizzazione del concetto, si trattava cioè della sua spiegazione e del risultato, in termini di tecnica psicoterapeutica, rispetto alle voci degli schizofrenici. Per percettualizzazione di un concetto Arieti intendeva la possibilità che, nel momento in cui viene intaccata l'autostima dell'individuo, un concetto si trasforma in una percezione, cioè in una voce. Infatti, in generale, il metodo psicoterapeutico di Arieti si basa fondamentalmente sul riuscire a collegare la comparsa del sintomo all'emozione, con conseguente sparizione della voce. Questo fatto tende a confermare quello che già era scritto nell'antico Talmud: “le cose non sono quello che sono ma sono quello che siamo” che è un punto centrale nella teoria delle relazioni oggettuali.

L'idea che la conoscenza relazionale sia frutto della proiezione di immagini, ovvero che la percezione emotiva della realtà sia una proiezione, è un'altra concezione assolutamente presente nella teoresi junghiana, già sostenuta da Jung nel 1921, ma elaborata anche da un altro importantissimo teorico junghiano del transfert, C. A. Meier, il quale giunse a considerare la proiezione e non la rimozione quale regina delle difese.

Se durante il processo di sviluppo psichico l'integrazione degli oggetti parziali in oggetti totali non si realizza, l’individuo rimane ad un livello primitivo in cui si instaura una condizione strutturale psichica definita organizzazione borderline di personalità. Tale organizzazione psichica è costituita da immagini primitive distorte che rimangono scisse l'una dall'altra e che vengono perpetuate nella psiche adulta.

L’organizzazione borderline è composta da tre caratteristiche psico-strutturali: la sindrome da diffusione dell'identità, la scissione come principale meccanismo di difesa dell'Io e il mantenimento dell'esame di realtà. Questa organizzazione è alla base di differenti disturbi di personalità, così come sono classificati dal DSM, oltre ad altri specifici disturbi indicati da Kernberg, il quale include nell’organizzazione borderline anche i disturbi: schizoide o schizotipico, paranoide, istrionico, narcisistico, antisociale, dipendente, la sindrome da narcisismo maligno, l'ipocondria e l'ipomania, con le tre caratteristiche prima descritte. Questa visione valuta i disturbi di personalità secondo il carattere dimensionale, come nel PDM-2, anziché a carattere categoriale, come era nel DSM-IV. Nel PDM-2, infatti, come riporta la Mc Williams a proposito dei disturbi della personalità, vengono descritte persone e non sintomi. La caratteristica stessa della diagnosi in psicodinamica è proprio quella di non limitarsi a ricercare nella persona che si ha di fronte ciò che c'è di comune rispetto alle categorie nosografiche, ma bisogna soprattutto riuscire a comprendere ciò che in quell'individuo è unico, e questo è quello che rende completamente differente la clinica psicodinamica da quella di altre forme di terapia.

 

Dazzi:

Rispetto alle categorie che tu hai elencato prima ci sono state in effetti delle modifiche ad oggi. Non è che non esistono più le specificità, ad esempio dell'antisociale o del disturbo paranoide di personalità da un punto di vista psicodinamico, ma un conto è parlare di psicodinamica ed un conto è parlare di struttura. Infatti, in termini di struttura tali categorie vengono considerate rispetto alla gravità dell'organizzazione in cui sono inserite. Nell’iter diagnostico si dovrebbe pertanto valutare: quanto è diffusa l'identità, quanto ampia la scissione e quanto è mantenuto l'esame di realtà. Dovremo dunque vedere questi aspetti come aree di indagine al fine di identificare in linea generale quanto è marcata la disfunzionalità. Quello che, infine, risulta essere centrale in psicodinamica è la priorità del livello di funzionamento e dunque il livello di gravità.

 

Domanda dal pubblico:

Come viene intesa la differenza tra tratto e struttura?

 

Dazzi:

Questo aspetto è molto interessante e richiederebbe molto tempo per una risposta adeguata. Tuttavia, possiamo dire che generalmente nel mondo categoriale del DSM, questa differenza non viene proprio intesa. La parte alternativa del DSM-V ha tentato di accontentare alcune aree principali, tra queste vi è la psicologia dei tratti, appunto, relativa ai cinque fattori. In quel caso la patologia o il disturbo si presenta come una variazione nell'intensità di questi tratti, per cui al variare dei tratti dalla normalità, si ha la malattia. La psicodinamica invece crede che la clinica o la psicopatologia si basi su qualcosa di diverso, che non sia una variazione rispetto alla norma del tratto. Si deve invece considerare la struttura psichica come composta da dei mattoni a cui fa riferimento l’intero mondo delle rappresentazioni e che dovrebbe riguardare tutta la psicologia e non solo quella psicoanalitica. In altri termini, la personalità è vista come il destino maturativo a cui va in contro una certa funzione psichica volta a creare delle strutture composte da rappresentazioni di sé e degli altri.

 

Fabj:

Possiamo dunque asserire che, nel sistema Kernberg, esiste anche una struttura di personalità normale.

In ogni caso, la struttura borderline di personalità determina una sindrome di diffusione dell'identità caratterizzata dalla mancanza di un concetto integrato di sé e degli altri significativi. Questa mancanza, che ha un impatto fondamentale nell’esperienza dell’individuo e del mondo, diventa evidente nelle descrizioni del paziente non riflessive, caotiche o contraddittorie di sé e degli altri e nell'incapacità di integrare o persino di divenire consapevoli di queste contraddizioni. Il meccanismo di scissione o di dissociazione primitiva è caratterizzato da una totale sconnessione emotiva tra gli stati contraddittori dell'Io, in particolare dall'esperire in modo completamente scisso e alternante percezioni idealizzate persecutorie di relazioni con gli altri significativi, in cui lo stesso oggetto viene percepito come buono o cattivo in modo alterno, con la manifestazione di un comportamento conseguente a questo tipo di percezione. Tale alternanza, senza percezione di contraddittorietà, è caratteristica della sindrome di diffusione dell'identità presente nell’organizzazione borderline di personalità.

Lo scopo della terapia è dunque l'integrazione contro la diffusione, cioè l'obiettivo terapeutico dell'interpretazione del transfert in pazienti con organizzazione borderline, consiste, secondo Kernberg, nella trasformazione di relazioni oggettuali parziali in totali, con superamento dei primitivi meccanismi difensivi scissionali e conseguente risoluzione della diffusione dell'identità (Lingiardi).

Anche per Jung la personalità malata è scissa, divisa e lacerata tra due opposti, che sono oggettuali. A rappresentazione di questo Jung utilizza, quale simbologia alchemica, l'immagine tratta da Aurora Consurgens che mostra bene il caos, laddove la luna, che combatte il sole, ha lo stesso sole sullo scudo, e viceversa il sole, che combatte contro la luna, ha la luna impressa sullo scudo: tale è la situazione di confusione nella diffusione di identità, che così viene simbolizzata. Pertanto, lo scopo stesso della psicoterapia psicoanalitica è quello di giungere all'unità di questi opposti, con conseguente integrazione dell'individuo. Il concetto di individuazione, teorizzato da Jung, significa proprio questo: un processo di progressiva consapevolezza e integrazione che porta alla formazione di un individuo nel senso etimologico di non-diviso, ed è ciò che avviene anche nella rappresentazione simbolica della trasformazione alchemica del transfert, dove gli oggetti divisi devono divenire oggetti totali. Il frutto dell'unione di Re e Regina quale androgine alchemico, che rappresenta l'unione di due opposti chimici, porta al risultato della pietra filosofale, ovvero da oggetto separato diventa oggetto unico. Tutto questo, altro non è che la descrizione simbolica, in termini amplificativi junghiani, del processo terapeutico di integrazione contro diffusione che viene invece descritto da Kernberg in termini psicodinamici.

In questa situazione di organizzazione borderline di personalità viene dunque da chiedersi: quali sono le condizioni transferali e controtransferali? In cosa consiste la terapia TFP che porta dalla diffusione dell'identità alla sua integrazione? Ma soprattutto, queste concezioni moderne hanno qualcosa a che fare con la teoresi junghiana?

La dinamica transferale e controtransferale, nei casi borderline, è dominata dall'identificazione proiettiva. Kernberg descrive l'identificazione proiettiva come un meccanismo di difesa dell'Io, ufficialmente isolato dalla Klein nel 1946, che consiste in una forma primitiva di proiezione, caratterizzata da una tendenza inconscia ad indurre nell'altro significativo ciò che viene proiettato e a tentare di controllare l'altra persona, che si suppone funzioni sotto il dominio dell'aspetto proiettato dell'esperienza negativa di sé del paziente. Detto in altri termini, in questo tipo di proiezione ciò che io sento su di me e avverto come proveniente da me è invece quello che mi viene proiettato sopra.

L'identificazione proiettiva consiste in pratica di tre processi: proiezione di aspetti cattivi sull'oggetto, mantenimento di un contatto empatico con quanto è stato proiettato e induzione sull'oggetto. Tutto questo spinge perciò il terapeuta a sperimentare su di sé, attraverso canali di comunicazione che vanno oltre quello verbale, ciò che il paziente proietta, determinando, inoltre, un comportamento e un'attivazione del controtransfert nel terapeuta sulla base delle modalità di proiezione primitive del paziente. Infatti, come riferiva precedentemente il collega, i segmenti negativi proiettati dal paziente sul terapeuta attivano in quest’ultimo sentimenti spiacevoli di antipatia verso il soggetto proiettante e, quanto minore è nel paziente la consapevolezza conscia di proiettare, tanto più violentemente l’esperienza soggettiva proiettata è esperita nel controtransfert dal terapeuta.

Secondo Kernberg l'attivazione dell’identificazione proiettiva sviluppa parallelamente un annebbiamento dei limiti tra sé e oggetto, ovvero si ha una perdita dei confini dell'Io, in quanto l'impulso proiettivo viene solitamente riconosciuto come facente parte dell'Io.

Sé e Oggetto arrivano perciò a fondersi in maniera talmente caotica da far sì che si verifichi un’identificazione profonda di scambio, tale per cui, come afferma Yeomans, “noi ci sentiamo come loro sono”.

 

Dazzi:

Assolutamente sì, l'esperienza soggettiva del paziente viene attivata in maniera totale nel hic et nunc della relazione con il paziente e dunque egli si identifica con una certa idea di sé e identifica il terapeuta con un'altra idea di sé. La caoticità è data dal fatto che il paziente confonde quello che c'è dentro di sé con quello che c'è nella realtà.

Per cui, un paziente ben organizzato potrebbe presentarsi in seduta dicendo: “Guardi dottore avrei pensato di non venire più, perché sento che lei ultimamente è un po' distratto, forse abbiamo fatto quello che dovevamo fare e mi sembra che lei non sia più tanto interessato a me”. Non si tratta qui di un paziente che scinde, anzi riesce ad avere una rappresentazione totale dell'oggetto, ha un buon legame il quale, tuttavia, è secondario alla percezione frustrante della relazione e questo perché può parlarne apertamente senza dover proiettare. Un paziente borderline, invece, entra nella stanza sbatte la sedia ed esclama: “Qui dobbiamo parlare del fatto che per me questa è l'ultima volta che vengo perché lei ce l'ha con me!” In questo caso non c'è spazio del modo di vedere dell'altro, la scissione implica che un paziente organizzato in modo borderline si sente come egli è in quel dato momento. Per cui in quel momento il terapeuta, profondamente identificato con l'oggetto cattivo, tenderà a confondersi con delle parti cattive di sé come, ad esempio, l'idea di rifiutare il paziente.

 

Fabj:

Rispetto ai concetti appena delineati, ci tengo a precisare che sono stati affrontati molto tempo prima (1921) da Jung che li ha definiti: proiezione attiva e immedesimazione. Questi termini non riguardano la simbologia alchemica, come molti autori, tra cui Schwartz-Salant, hanno voluto affermare, quanto piuttosto delle vere e proprie definizioni psicopatologiche. Questo aspetto è fonte e trattazione di una mia pubblicazione, ma lo si può leggere direttamente da Jung nella sua opera “Tipi psicologici”:

Si possono distinguere questi tipi psicologici in una proiezione passiva e una attiva. La seconda forma si trova come componente essenziale nell'atto di immedesimazione. L’immedesimazione è un processo di introiezione, giacché serve a mettere l'oggetto in intimo rapporto col soggetto. Per stabilire questo rapporto, il soggetto stacca da sé un contenuto, ad esempio un sentimento, lo trasferisce nell'oggetto, il quale viene così ravvivato - o attivato - e include in questo modo l'oggetto medesimo nella propria sfera soggettiva. La forma della proiezione attiva si trova però anche nel giudizio - per esempio: “dottore, lei non si occupa più di me!”- che ha per scopo la separazione del soggetto dall'oggetto.” Quest'ultimo aspetto riguarda l'identificazione proiettiva, in cui i contenuti negativi provenienti dall’oggetto vengono inseriti sul e nel soggetto, per poterli controllare.

La proiezione – continua Jung - è pertanto un processo introversivo, in quanto essa non comporta una inclusione o un'assimilazione, ma una distinzione e un distacco del soggetto dall'oggetto. Essa ha quindi una funzione di primo piano nella paranoia la quale porta di solito ad un totale isolamento del soggetto.” In quest'ultimo passo viene quindi descritta, più di venti anni prima, la posizione schizo-paranoide teorizzata dalla Klein.

Jung è, inoltre, ancora più chiaro nel descrivere l’immedesimazione come processo psichico fusionale: “L’immedesimazione è un processo di percezione caratterizzato dal fatto che per via affettiva un contenuto psichico essenziale viene trasferito nell'oggetto, sicché l'oggetto viene assimilato al soggetto e collegato ad esso in modo tale che il soggetto si sente nell'oggetto. Tuttavia non è che il soggetto si senta come proiettato nell'oggetto, al contrario è l'oggetto che ha subito l'immedesimazione ad apparirgli animato e di per sé parlante.” Questo è il motivo per cui, se il paziente in un dato momento si sente frustrato, può pensare che l'analista ce l'abbia con lui.

Di norma la proiezione trasferisce nell'oggetto contenuti inconsci e per tale ragione, in psicologia analitica, il concetto di transfert è designato anche come traslazione, intesa come una sorta di fusione psichica che può essere utilizzata in terapia.

Quindi, è possibile, a mio avviso, asserire che: identificazione proiettiva ovvero proiezione attiva, immedesimazione e traslazione sono la medesima cosa nella teoresi junghiana. Jung e Kernberg, come del resto la Klein, sembrano concordare pienamente su tali definizioni anche se utilizzano termini differenti.

Fin dal 1929 era chiaro a Jung che il rapporto paziente-medico induceva una reciproca trasformazione operata da fattori irrazionali e tali reciproche modificazioni, che si verificano in terapia, venivano da Jung paragonate ad una sorta di legame chimico. Questo legame spesso è di intensità tale che si potrebbe parlare di unione, come accade tra due elementi chimici che si uniscono alterandosi a vicenda, che poi è ciò che si verifica anche nella traslazione. Tali nozioni della teoresi junghiana possono considerarsi ante litteram come anticipatori di moderni concetti quali il controtransfert.

Secondo la moderna psicoterapia psicodinamica esistono principalmente due tipi di controtransfert: un controtransfert concordante, mediante il quale il terapeuta si identificherà con l'esperienza soggettiva centrale esperita in quel momento dal paziente, e un controtransfert complementare, in cui il terapeuta si identificherà con l'altro interno al paziente che è dissociato e proiettato all’esterno esattamente così come viene esperito.

Alla luce di queste considerazioni verrebbe da chiedersi se l’identificazione controtransferale, citata nei testi della TFP, non sia forse una sorta modificazione psicologica fra il terapeuta e il paziente che corrisponderebbe all’immedesimazione provocata dalla proiezione attiva, definita simbologicamente da Jung (1929) legame chimico?

I due concetti di identificazione controtransferale a me sembrano di fatto molto simili, laddove l'unione psichica che porta alla modificazione di entrambe le parti nella diade analitica, quale legame chimico di Jung provocato dal transfert, pare essere analoga al controtransfert concordante e/o complementare di Kernberg. Quello che invece tende a differire molto rispetto alla teoresi junghiana è, a mio avviso, l’attenzione che il sistema TFP ha posto proprio sulla comprensione profonda del controtransfert, ma c'è da rendere atto a Jung che, essendo stato un pioniere, non ha avuto tempo per sviluppare questo aspetto.

Infine, per quanto riguarda la tecnica della TFP, essa è considerata una psicoterapia espressiva basata sull’interpretazione, che avviene attraverso una tecnica dialettica strutturata. Le interpretazioni sono formulazioni verbali/dialettiche di ipotesi concernenti legami tra comportamenti consci e preconsci e le loro determinanti inconsce. Essa prevede l'uso sequenziale della chiarificazione, del confronto e dell’interpretazione vera e propria che rappresentano le tre componenti della tecnica espressiva. Queste componenti possono e devono focalizzarsi sul transfert, sulla realtà esterna, sul passato del paziente e sulle difese attuali. È ancora così la tecnica?

 

Dazzi:

Si tratta in effetti di una tecnica assolutamente dialettica perché si fonda sulle parole, cioè sul cambiamento derivato dallo scambio verbale che si ha tra terapeuta e paziente e viceversa. Il meccanismo del cambiamento consiste nel rendere progressivamente consapevole il paziente del segmento di relazione oggettuale che egli sta attivando in quella relazione.

Nello scenario, in quel teatro che è la relazione con il terapeuta, è molto importante formulare l’esperienza soggettiva alla luce di chi è il paziente, chi è il terapeuta per il paziente e quale affetto dominante li unisce in quel momento. Sembra semplice ma, se pensiamo che abbiamo a che fare con pazienti che scindono, essi tenderanno ad agire piuttosto che pensare. Non faranno come quel paziente che va dal terapeuta e afferma: “avrei pensato che...” in questo momento, infatti, il soggetto non sta attivando un comportamento aggressivo ma sta modulando la sua relazione affettiva con il terapeuta. Altra cosa è, invece, quando una relazione oggettuale si innesca in un paziente borderline, tale attivazione è massiccia e la prima operazione tecnica da mettere in atto è chiarificare, cioè dare un nome o mettere in parole l'esperienza soggettiva del paziente in quell'istante.

In base a questo, se il terapeuta riesce, attraverso la chiarificazione, a contenere l’esperienza emotiva del paziente e a condividere con lui lo stato emotivo emerso, allora è già avvenuto il cambiamento. In seguito, il terapeuta potrà provare a confrontare l’esperienza soggettiva attuale del paziente con un sentimento emerso, ad esempio, in una seduta precedente oppure che era presente all'opposto in un'altra relazione, ampliando così la propria consapevolezza, per vedere se il paziente riesce poco alla volta ad integrare. Dopo di ché, si può provare ad interpretare, però l'interpretazione stessa nella TFP è un processo e non un atto e tale processo ha diversi livelli di gradualità e di profondità.

La parte più importante in tutto questo è comunque la chiarificazione, perché ciò che si deve interpretare non è molto complicato, ma il rischio è di “sparare alle nuvole”. Solo la chiarificazione ci mette in sintonia con il paziente poiché, dando un nome alla sua esperienza soggettiva, si attiva in lui l'inizio della capacità di riflettere. Inoltre, per poter chiarificare, molto importante è il controtransfert, sia concordante che complementare, perché ci aiuta a capire qual è l'esperienza soggettiva del paziente. Quindi, aldilà di quello che ci dice il paziente, molto più importante è come ce lo dice e ciò che esso stimola in noi. Questa è l'anima della TFP, in due parole.

 

Fabj:

Si tratta, in effetti, di un procedimento dialettico molto simile a quello junghiano, che è definito anche procedimento dialettico-maieutico socratico. In questo processo è importante prendere consapevolezza e far venire alla luce. Tale processo dialettico deve avvenire tra coscienza e inconscio dell'individuo, rispetto ai contenuti emersi in analisi. Infatti, nell’analisi ideata da Jung, paziente e analista si siedono l'uno di fronte all'altro e la terapia che si svolge è un confronto, un dialogo tra i due, definito da Jung metodo dialettico sintetico, che vuole designare un processo creativo di nuove sintesi, non un’azione immediata, che coinvolge insieme le due persone in analisi. Per Jung era chiaro che la psicoterapia psicodinamica richiedesse un metodo dialettico di interpretazione, che portasse ad una sintesi tra coscienza e inconscio di quei contenuti che da essa emergevano e che non potevano e non dovevano limitarsi al passato del paziente. Era perciò necessario prendere in considerazione anche alcuni aspetti quali: la situazione attuale, il transfert primitivo archetipico, il modo di vedere il mondo, la realtà esterna e il vissuto emozionale.

La tecnica dialettica usata per l'interpretazione, nel metodo TFP, non è forse una procedura dialettica strutturata, composta da formulazioni verbali di ipotesi concernenti legami tra comportamenti consci e preconsci e le loro determinanti inconsce? Non si tratta forse di un metodo che porta ad una sintesi tra coscienza e inconscio del paziente dei contenuti emersi in anamnesi, analoga al metodo dialettico sintetico di Jung? Anche in questo caso io credo proprio di sì.

Concludendo, ritengo che la geniale tecnica della TFP sia un utilissimo metodo che consente di integrare, in senso moderno, quelle che furono le nozioni ideate proprio da Jung molti decenni prima che queste idee venissero scientificamente codificate dalla psicodinamica. Questa è anche la ragione per cui ritengo che Jung e Kernberg, come tutti gli altri modelli psicodinamici, debbano essere studiati in maniera speculare e non come sistemi in contrasto fra di loro. Non ci si dovrebbe, infatti, trincerare dietro un'obsoleta e anche alquanto presuntuosa ortodossia di fedeltà al proprio paradigma di origine. Ciò, a mio avviso, non costituisce solo un corretto atteggiamento scientifico, ma anche un procedimento teorico clinico, che ci consente di aumentare enormemente il nostro bagaglio di tecniche terapeutiche a tutto vantaggio dei nostri pazienti, i quali si affidano a noi ogni giorno nella speranza di far sì che possiamo alleviare le loro sofferenze e quelle dei loro famigliari, spesso coinvolti nel loro disagio psichico, e che non ci chiedono di servire da cavie per dimostrare la validità delle nostre concezioni.

 

1PER GENTILE CONCESSIONE Il Minotauro “problemi e ricerche di psicologia del profondo”Anno XLV n.2 Dicembre 2018 Il Minotauro” (ISSN 2037-4216) è una rivista semestrale di Psicologia del Profondo, fondata a Roma da Francesco Paolo Ranzato nel 1973. È stata riconosciuta come rivista scientifica dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR, Area 11 – Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche).

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