CBT IN PILLOLE
Psicoterapia cognitivo-comportamentale nella pratica clinica
di Emilio Franceschina

PRESENTAZIONE DELLA RUBRICA "CBT IN PILLOLE"

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7 gennaio, 2020 - 07:16
di Emilio Franceschina

Mi presento

Sono uno psicologo ed uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e sono da ormai vent’anni professore a contratto di psicologia clinica all’Università di Padova, dove insegno Psicologia clinica (dopo aver insegnato anche Psicologia della salute e Psicosomatica). Ho insegnato per alcuni anni anche all’Università di Parma, mia città natale, titolare di insegnamenti quali Tecniche di indagine della personalità, Psicologia della personalità e Psicologia ambientale. Sono tuttavia, tecnicamente, un libero professionista, un formatore, certo, ma prima di tutto uno psicoterapeuta. Sono abituato a voler verificare, nella pratica clinica, ciò che la ricerca studia e propone, convinto che non sia tutto oro quel che luccica - come si dice –, e che non sempre ciò che appare meraviglioso e perfetto sui sacri testi della ricerca psicologica, sia concretamente o direttamente fruibile per un terapeuta che vuole aiutare persone in carne ed ossa a gestire – e possibilmente risolvere – problemi e disturbi per nulla teorici o astratti, ma assolutamente reali e cuciti loro addosso come una seconda pelle.

Ho scoperto la psicologia cognitivo-comportamentale nel lontano 1984, assistendo a Padova alle lezioni di Psicologia Generale II di Aldo Galeazzi. Era un professore genovese, allora cinquantenne, distinto e pacato, che in modo assai coinvolgente e con un sottile senso dell’umorismo descriveva un modo totalmente nuovo per me di concepire la psicologia, non solo quella generale, ma anche e soprattutto quella clinica. Fu per me una specie di illuminazione. Molti di noi, che si erano avvicinati alla psicologia conoscendo, di fatto, solo un capitolo del testo di filosofia del liceo dedicato a Freud ed alla psicoanalisi, o leggendo, per conto proprio, qualche testo classico (l’Interpretazione dei sogni o Totem e tabù, su tutti), scoprivano allora per la prima volta che esistevano anche altri modi di studiare il comportamento umano e di concepire i trattamenti psicologici, oltre a quelli psicodinamici. Fu per me l’inizio di tutto.

Aldo Galeazzi aveva fondato a Genova, alcuni anni prima, l’Istituto Miller (intitolato a Neal Elgar Miller, uno dei ricercatori più noti e stimati nel panorama behaviorista), ed era tra i soci fondatori dell’AIAMC, l’Associazione Italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento, insieme a Roberto Anchisi, Beatrice Bauer, Ettore Caracciolo, Cesare Cornoldi, Paolo Meazzini, Paolo Moderato, Luigi Pedrabissi, Silvia Perini, Francesco Rovetto e Salvatore Soresi. Aldo Galeazzi fu il mio relatore alla tesi di laurea e poi mi volle con sé come assistente e collaboratore. Abbiamo pubblicato molte cose insieme, negli anni successivi, e con lui è iniziata anche la mia attività di formatore. Molti di quei soci fondatori dell’AIAMC sono stati in seguito miei docenti alla scuola di specializzazione in psicoterapia di Padova, l’Istituto di Terapia Cognitiva e Comportamentale, diretta da Ezio Sanavio ed allora anche da Paolo Meazzini, docenti ordinari nelle rispettive università ed autori di alcuni dei testi tra i più importanti nel panorama CBT italiano degli ultimi quarant’anni e che considero anch’essi i miei maestri, nella clinica e nella formazione.

Oggi sono il Direttore Scientifico di quello stesso Istituto Miller di Genova (con sede anche a Firenze), che è un’affermata scuola di specializzazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale riconosciuta dal MIUR e sono nel Consiglio Direttivo di quella stessa AIAMC (che oggi ha aggiunto nel suo acronimo anche Terapia Comportamentale e Cognitiva). Ho l’onore di essere oggi collega ed amico di molti di quei soci fondatori che sono stati, a suo tempo, anche miei docenti.

 

Scopo della rubrica

Pillole di CBT vuole essere uno spazio dedicato principalmente alla conoscenza della terapia cognitivo-comportamentale, rivolto soprattutto a chi cognitivo-comportamentale non è. Vorrei, molto modestamente, contribuire ad una conoscenza più corretta e realistica di questo approccio, poiché se talvolta la CBT viene addirittura mitizzata e dipinta come se fosse l’unica pratica psicoterapeutica evidence-based, ancora più spesso – altrettanto impropriamente – viene etichettata sbrigativamente come un trattamento superficiale e completamente disattento alla relazione terapeutica (giudicata inutile). Credo che in entrambi i casi ciò derivi principalmente da una conoscenza poco approfondita dell’argomento.

L’intendimento della rubrica, in ogni caso, non è quello di fare confronti con altri approcci, né quello di spiegare come la CBT concepisca questo o quel meccanismo di difesa freudiano oppure l’accettazione incondizionata rogersiana. Il la alla creazione di questo spazio è partito da uno scambio con l’amico Francesco Bollorino, il quale, durante un nostro recente scambio, ha focalizzato un punto di riflessione piuttosto importante: la CBT viene citata in lungo ed in largo, compare in molte slide ai congressi, ma resta per molti psichiatri, di diversa formazione, un oggetto misterioso, guardato spesso con un misto di curiosità e diffidenza.

Lo scopo di questa rubrica è pertanto quello di fare in modo che la CBT divenga un oggetto meno oscuro ed “ostile”. Cercherò pertanto di descriverne, innanzitutto, in modo chiaro e possibilmente critico, le origini, le metodiche e le tante sfaccettature. Sarà la mia una descrizione, inevitabilmente, di parte. È vero, io appartengo “ufficialmente” al mondo CBT, per curriculum ed affiliazioni. Penso tuttavia che assumersi questo rischio, e questa responsabilità, sia da parte mia doveroso ed inevitabile: per imparare a suonare bene il sassofono mi rivolgerei ad un maestro sassofonista più che ad un ottimo trombettista e per conoscere a fondo il pensiero di Jung, ascolterei prima di tutto uno junghiano (possibilmente doc), e via dicendo. Ritengo che lo stesso valga per la CBT. La si può amare o odiare o può lasciarci indifferenti, ma che almeno tutto ciò accada a ragion veduta. Penso perciò che la CBT possa essere meglio descritta solo da chi la conosce dal di dentro, da oltre trent’anni, ed inoltre la pratica e la insegna quotidianamente.

Non ritengo affatto che la CBT sia la panacea di tutti i mali, così come non lo è nessun altro trattamento, che sia psicoterapeutico o farmacologico. Svolgo un’attività professionale da abbastanza tempo per poter affermare che ogni trattamento può essere meglio indicato per alcuni disturbi o problemi ma non per altri, che può differire nella sua efficacia da persona a persona e che le variabili che noi clinici abbiamo sotto controllo si contano sulle dita di una mano, rispetto alle decine-centinaia-migliaia che possono influenzare il funzionamento mentale ed il comportamento di un individuo in ogni istante della sua vita. Fin dai tempi dell’università, ho avuto modo di apprezzare Neil Postman, l’ecologo dei media, che amava terminare i suoi saggi, a conclusione delle sue dotte tesi, con un’espressione tanto surreale quanto straordinariamente “onesta”: o viceversa. Posso similmente ripromettermi altrettanta schiettezza ed onestà intellettuale: da buon comportamentista sono uno scettico metodologico, ed ho imparato a dubitare e a mettere alla prova teorie, convinzioni e pratiche cliniche, comprese le mie.

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