Un ricordo di Lorenzo Calvi (1930-2017). Lo psichiatra che imparava ad entrare dentro i sassi di Flaubert con l’aiuto di Cargnello.

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24 giugno, 2018 - 10:37
Riassunto. È il 2010. l’Autore coglie l’occasione dell’ottantesimo compleanno di Lorenzo Calvi (1930-2017), un grande maestro italiano della psicopatologia fenomenologica, recentemente scomparso, per farne un ritratto a tutto tondo dell’opera, della personalità, delle ricerche e dell’insegnamento. Il pretesto è la rievocazione di un convegno di psichiatria “conciliare” del 1993, che era stato organizzato, al Castello Farnese di Caprarola (VT), dal Centro Studi e Ricerche “La Bussola” - Psichiatria Democratica, per far incontrare le varie correnti di psichiatria riformata e senza manicomio a 15 anni dalla riforma. Il testo presenta un interesse storico per il duplice motivo di rievocare il quarantennale della cosiddetta “Legge Basaglia” e di aprire uno spaccato sulle diverse correnti e sulle varie modalità di praticare e dibattere la salute mentale in Italia, dopo l’abolizione dei manicomi, negli anni Novanta del secolo scorso. Nell’ultimo mezzo secolo, la psichiatria mondiale è cambiata, ma anche gli operatori della salute mentale e perfino i soggetti, oggetto di trattamento, presa in carico e prevenzione, sono profondamente mutati. Resta comunque il fatto che l’esperienza italiana è rimasta unica].

 
«Nella notte tra il 18 e il 19 maggio [2017] ci ha lasciati il prof. Lorenzo Calvi, uno dei grandi padri della psichiatria fenomenologica italiana. Aveva 88 anni». Così inizia il suo necrologio Gilberto Di Petta, che ne ha ereditato la direzione di “Comprendre”, la prima e prestigiosa rivista  italiana di antropologia e di psicopatologia fenomenologica, creata nel 1988 dal maestro lombardo rifugiatosi nella tranquilla Lierna «Quel ramo del lago di Como…», per concludere serenamente la sua fruttuosa esistenza. È ormai trascorso poco più di un anno, dal momento del suo congedo, definitivo, lucido e sereno. Mi sembra di non poter fare cosa migliore, per ricordarlo, che pubblicare un mio vecchio testo di quasi 10 anni fa, che per una serie di strane coincidenze restò inedito. Naturalmente, il suo temperamento rigoroso e diffidente degli encomi, giocò un ruolo importante, fino a portarlo a ritenere “eccessivi” e “lusinghevoli” i meriti che gli avevo riconosciuto tratteggiando la sua figura, i suoi studi e le sue ricerche di psicopatologia fenomenologica, segnatamente quelle relative alla corporalità. Ecco il saggio così com’è stato elaborato nel 2009.
Quando ci siamo scambiati gli auguri per il Natale 2009, Gilberto Di Petta, mi chiese se avessi voluto scrivere qualcosa per Lorenzo Calvi che, giusto nel 2010, a marzo, avrebbe festeggiato il suo ottantesimo anno (1). Gli avevo appena consegnato una recensione del testo per l’ottantacinquesimo di Bruno Callieri (2) e risposi che ero lusingato di poter continuare una riflessione a tutto campo sulla psicopatologia fenomenologica con un altro grande esponente di questo indirizzo, che ben conoscevo. Tra l’altro, in tale circostanza, avevo apprezzato un suo breve saggio sulla corporeità.
Ora però, accingendomi al compito celebrativo di un traguardo così importante nella vita di un Maestro, uno studioso appassionato e autorevole come Lorenzo Calvi, mi sono accorto di non averlo mai conosciuto personalmente, mentre ero assolutamente convinto del contrario. Questo apre un piccolo giallo, la cui spiegazione potrebbe risultare utile a descrivere oltre mezzo secolo di cose della psichiatria che anch’io, come Lorenzo, abbiamo attraversato.
L’equivoco nasce in un lontano fraintendimento (noematico?) della mia memoria che vale una piccola narrazione e una premessa che è un antefatto personale. Non è a dire che sia una fausse reconnaissance con Bruno Callieri, col quale ho consuetudine e frequentazione da oltre sessant’anni. Si tratterebbe, semmai, come scrive Luciano Del Pistoia a proposito di luoghi e personaggi che si raccontano di «quei sedimenti della memoria che la fantasia richiama in vita quando ci capita di sognare il nostro tempo passato» (3)
La premessa è necessaria per qualche ragguaglio a guisa d’antefatto storico-narrativo. Quelli della mia età – anch’io, al Ciel piacendo, fra un paio d’anni giungerò al traguardo di Calvi – avvertono spesso la necessità di collocarsi in un contesto storico. Di rappresentarsi iscritto, appeso e ancorato alle coordinate spazio-temporali di quel piano cartesiano della vita in cui ha inciso il tragitto di esistenza fin lì compiuto. Al contempo, quanto dirò di personale, potrà aiutarmi a spolverare il mio pensiero eidetico, ma anche a fornire ai lettori più giovani qualche credenziale circa la mia competenza a parlare di Lorenzo Calvi: grande specialista italiano e punto di riferimento della psicopatologia fenomenologica e dell’antropologia filosofica europea. Cercherò anche di non deludere Gilberto Di Petta, che ha avuto la cortesia d’invitarmi a ricordare la figura del Maestro e la sua lunga “navigazione” in questa disciplina difficile e sofisticata tra cultura filosofica, sapere antropologico e odore acre di fenoli o ipocloriti di corsia.
 
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L’antefatto, dunque. A questo tipo di riflessioni e di competenze psicopatologiche, non remote alla filosofia fenomenologica, sono aduso da tempo. Approdatovi in modo del tutto fortuito, ma non altrettanto casuale, mi è capitato sovente di tornarvi nel corso di questi ultimi quarant’anni. Avevo pensato di dedicarmicisi completamente, allorché – folgorato sulla via di Damasco, in compagnia e con la malleveria contagiosa di Bruno Callieri (4) – mi apparvero improvvisamente praticabili, oscure nozioni come la riduzione eidetica e la descrizione noematica della fenomenologia husserliana. Solo che fossero appena incalzate dalla critica dell’esistenzialismo sartiano (per me più familiare), promettevano insperate illuminazioni sulla comprensione della follia umana.
Di codesta “psicopatologia filosofica”, ne scoprì personalmente le infinite possibilità alla sala dell’Auditorium del Palazzo dell’Amministrazione Provinciale di Milano, nei sei giorni di fuoco (12-17 ottobre, dal sabato al giovedì) che incendiarono il famoso XXX Congresso della Società Italiana di Psichiatria  (SIP) del 1968 (5). Ero sceso alle “Stelline”, con quel sussiego altezzoso, tipico di chi si teneva sul sicuro delle certezze neurologiche, girava per la “Neuro”, con la “lucciola” e l’oftalmoscopio, nel taschino e, nella tasca del camice, il martelletto: quello col manico lungo, di legno, alla Russell Brain, per intenderci. Ero li, a Milano, al Congresso degli Psichiatri, perché, nonostante lo scetticismo e la prosopopea, le mie certezze neurologiche, in fondo, non erano poi tali. Soprattutto erano lungi dal soddisfare completamente i miei interessi riguardo alla persona ammalata nel cervello e dintorni (6).
Avevo trascinato fin lì tutti i miei dubbi di neuropsichiatra, quella mattina del 15 ottobre 1968, che cadeva di martedì. Di buonora, nella sala della piccola colazione, mi sedetti accanto a Bruno Callieri che stava quasi ultimando la sua e ordinai un caffé, prima di tutto.
Con amabile sollecitudine – quella che Lorenzo Calvi chiama la cordialité de la parole (7) – mi disse
“Su, fai in fretta, ché alle 10 c’è il secondo tema di relazione: Personalità premorbosa ed esordio della schizofrenia introduce GE Morselli… guarda che GE sta per Giovanni Enrico, non fare confusione… poi, a seguire, le relazioni di Vella e Giannini”.
Un po’ febbrilmente, informatissimo e col solito entusiasmo, schiacciava sul tavolino, scansando tazzine, bricchetti e ripulendo dalle briciole, il depliant del Congresso, la pagina aperta sul programma della giornata, come fossimo al Festival di Cannes:
“GE Morselli, un fenomenologo straordinario, lavora all’Ospedale psichiatrico di Novara, è un’autorità internazionale sulle esperienze allucinatorie. Gli altri due sono candidati alla cattedra, è il loro battesimo del fuoco, Vella lo conosci, no? Giannini, invece… beh! Bisogna che tu ci parli. Si dice sia l’astro nascente della psicopatologia fenomenologica, è sposato con la Del Carlo, la neuropsichiatra infantile, viene dalla scuola di Pisa, è un toscano coltissimo. Ora finisci di fare colazione, bada, però, che alle 11 non devi assolutamente perdere la Relazione di questo Aldo Giannini Modalità esistenziali e situazioni prepsicotiche schizofreniche. Sai, ci ha lavorato tutta l’estate!” – Mi spiegava tutto ciò, confidenzialmente, da fratello maggiore.
”Pare sia anche andato un paio di volte da Cargnello, a leggergliela”.  
Bruno, entusiasta come al solito, era tanto assertivo, quanto convincente e premuroso. Mentre trangugiavo il caffellatte aggiunse:
“Ah! Se non dovessimo rincontrarci, ricordati domani, mercoledì 16 ottobre, ore 9, Aula A, c’è Cargnello, tratta Il problema della corporeità, devi sentire anche lui. Poi c’è Adolfo Bovi, un ferrarese bravissimo, Corporeità e schizofrenia...”
Continuando a sfogliare il depliant aggiunse portando la voce dal fondo sala:
“Vedi che con Cargnello presiede Fabio Visintini, cattedra di Parma, buona scuola psichiatrica, sai che non è distante dalle posizioni fenomenologiche? Sono curioso di sentire i commenti… ciao!” – Imboccò acrobaticamente la porta-saloon aperta dall’avventore che lo precedeva prima che si richiudesse e, senza staccare le mani dal programma, se ne andò (8).
 
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E veniamo a Lorenzo Calvi. Al punto nave della sua esistenza, del suo lavoro di studioso, di clinico e di scrupoloso direttore di una Rivista prestigiosa e conosciuta di psicopatologia fenomenologica. «Quando ho avuto in mano il fascicolo di “Comprendre” offerto ad Arnaldo Ballerini per festeggiare i suoi ottant’anni, mi sono detto che anch’io – scriveva in occasione dell’ottantesimo del presidente della Società Italiana per la Psicopatologia – non ero lontano da questo traguardo» (9).
Oggi, che è giunto il suo turno, è giusto rendergli omaggio, almeno da parte di tutti coloro che si sono appassionati, si appassionano e ancora si appassioneranno alla psicopatologia fenomenologica. Festeggiare questa ricorrenza col tributo che si conviene ai massimi cultori di questa non facile disciplina, madre nobile del coté clinico, è tributo di riconoscenza per nulla di circostanza. «Ricorrenza convenzionale, si dice – sottolineava garbatamente il direttore Calvi nella sua nota, per aggiungere poi subito, fuor di artifizi retorici, un inesorabile – ed invece no, perché la biologia vieta di considerarla trascurabile» (10). Tra l’altro, il 2008, coincideva con un duplice evento temporale: l’anno del passaggio della direzione della Rivista a Gilberto Di Petta e quello della nascita di Comprendre, per cui il vecchio direttore scriveva accomiatandosi: «… ho riflettuto che nell’anno 2008 Comprendre faceva vent’anni ed ho concluso che potevo “lasciare”»..
Rileggendo ora quelle sue dichiarazioni di necessitato commiato, anche per l’intrascurabilità della biologia (com’egli afferma con piena ragione), non si può non sottolineare come il passaggio di testimonio sia stato sobrio, sommesso, elegante, ancorché sofferto. Uno stile, quello di Calvi, mai presuntuoso, né strepitato ma improntato a grande generosità.
«… molti hanno detto che avrei potuto continuare. Ma perché privare un altro d’una fatica così esaltante? Perché sottrarre ad un altro le soddisfazioni che si possono avere “facendo” Comprendre? Perché togliere a me stesso la gioia di scrivere queste righe avendo davanti le bozze di questo fascicolo della rivista? Fascicolo che dice da solo quanto sia stata indovinata la decisione di Arnaldo Ballerini e mia di affidare a Gilberto Di Petta la redazione di Comprendre. Grande è il mio piacere di vedere camminare con le gambe di un altro la rivista, che ho concepito vent’anni fa e per la quale ho speso per vent’anni una parte non indifferente della mia giornata»(11).
Una laboriosa fatica quotidiana, la sua, mai ostentata, com’è nel carattere riservato di Lorenzo Calvi, quasi volesse far passare, con nonchaloir, il suo tenace e coltissimo spirito di servizio, per una semplice fatica da travet. Non lasciatevi ingannare. Ha lavorato sodo e continua a farlo (12). Studioso sapientissimo, austero, generoso, indefettibile, Calvi ama presentarsi in maniera minimalista, senza superbia, quasi in punta di piedi per non turbare il clima rarefatto delle koinonie di esperti delle scienze filosofiche, che pure lo invitano sovente a partecipare e a dare il suo contributo. È un tratto del suo carattere. Sempre schivo, lontano dai clamori polemici, la sua colta ritrosia lo ha tenuto lontano dalle ribalte. In queste parole di commiato dalla direzione di Comprendre si coglie l’uomo-Calvi, con una sua peculiare aura di heideggeriana sensucht, un velo di nostalgia, una rammemorazione vicina del lontano lavoro psicopatologico che, in ogni caso, si propone di continuare.
 
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Ora proverò a dire qualcosa sullo strano ricordo, come ho accennato all’inizio, di conoscerlo senza aver avuto modo d’incrociare la sua esistenza. Una pareidolia? Talvolta, come scrive Luciano Del Pistoia, sopra richiamato a proposito della sua esperienza a Fregionaia, il manicomio lucchese di Maggiano, che fu anche romitorio di Mario Tobino «… luoghi e personaggi […] della memoria […] non hanno alcun riscontro con personaggi reali, ivi compreso ciò che il racconto chiama Mario Tobino e ciò che la fantasia evoca con il nome di Lucca» (13) .
Ho due immagini vividissime di Lorenzo Calvi, due presenze molto vivaci e tra loro confliggenti, mi si riverberano nella mente. L’una remota, surreale, oniroide, una sorta di cielo fisso dantesco. L’altra, reale, concreta, soprattutto dialogante e continua nel tempo, a far data dalla invenzione della sua creatura prediletta: la Rivista “Comprendre”. Di questo secondo incontro, però, dirò diffusamente parlando della sua psicopatologia fenomenologica, della sua antropologia filosofica e degli argomenti che mi pare egli prediliga e tratti con maestria, segnatamente quelli della corporeità.
Partiamo dal primo incrocio, non so come altro potrei definire questo singolare ricordo di presunto incontro con la sua presenza. Era una solare mattinata di maggio del 1993, non saprei dire quale delle tre giornate di studio tra il 20 e il 22. A Caprarola, vicino Roma, sulla Cassia-Cimina per Viterbo, nell’antica terra degli Etruschi, si teneva il Convegno “L’approccio fenomenologico al vissuto psicotico” (14).
In quegli anni si consumava una stagione della psichiatria, à l’âge contemporaine, in cui gli specialisti secondo la folgorante constatazione di Luciano Del Pistoia e Franco Bellato, erano «nella condizione, a dir poco imbarazzante per chi fa professione di spirito critico, di doversi destreggiare in una situazione in cui le pressioni per le scelte aprioristiche di campo oscillano dalla sollecitazione insistente all’affermazione della necessità autodifensiva – e concludevano – … diversità e divergenze fra coloro che sono abilitati al curare in psichiatria sono tali da apparire, perlomeno, inquietanti» (15). Ma proprio per questo l’ideologia inflazionava il ragionamento sociale e scaldava gli animi di operatori impegnati in una psichiatria senza manicomio, all’indomani del maggio 1978 (16). Gli operatori «Si fanno al massimo delle concessioni – aggiungevano Del Pistoia e Bellato, precisando che – gli psicoanalisti hanno fatto alle- e hanno ricevuto dalle- istituzioni delle concessioni, i farmacoterapeuti han fatto concessioni al sociale, gli antipsichiatri alla farmaco terapia; ma è certo che tutto questo non è neppure l’inizio di un confronto critico fra le varie posizioni, implicante, per ciascuna, il rischio di una rinuncia a sé stessa, e, per tutte, le incognite di un’avventura» (17). Mai parole furono più profetiche di queste di Lucca scambiate coi transalpini nel lontano ottobre del 1980 davanti a 103 Convegnisti (18).
A Caprarola, la corrente di “Psichiatria democratica” cercava un incontro con quelli della SIP e, prendendo spunto dal fatto – per andare brutalmente al nocciolo – che tanto i basagliani quanto quelli della psicopatologia fenomenologica avevano nello stesso “Pantheon”, Jaspers, Binswanger, Minkowski, per parte psichiatrica e Husserl, Heidegger, Sartre, Ricoeur, Merleau-Ponty, per parte filosofica, si potevano trovare delle convergenze (19). Quel giorno c’erano Bruno Callieri, Arnaldo Ballerini, Gilberto Di Petta e Sergio Piro. Arrivai che si era avviata la discussione subito dopo l’intervento di Sergio Moravia.
Ebbene, scommetterei (con la mia memoria) d’aver visto Lorenzo Calvi in questa circostanza. Dirò di più. La mia fallace dea Mnemosine mi stimolava un petit regret per il fatto che il mio ritardo aveva purtroppo vanificato l’ascolto di una sua eventuale chiosa alle argomentazioni di Moravia. Ma non era così e nessuna chiosa fu mai fatta da Calvi in quella circostanza. Mi parve perfino che qualcuno degli amici me lo indicasse con rispetto e ammirazione, come si additano i primi attori famosi del teatro: “Vedi, quello è Lorenzo Calvi… lì seduto sulla destra, vicino alla finestra, quello coi capelli bianchi, a fianco del tavolo dei relatori.”. Niente di più illusorio. Non era lui, quel convegnista coi capelli bianchi, un po’ defilato, attento, raccolto, che, nel mio ricordo, se ne stava appartato. Niente! Calvi non c’era, oppure quello non era Lorenzo Calvi. Scherzi della memoria? Vediamo di riordinarla.
Dunque, ero andato a Caprarola con Antonino Lo Cascio, Fausto Antonucci e Raffaello Vizioli. Avevo scambiato qualche parola con Tommaso Losavio, Ferdinando De Marco e Giuseppe Mannu. Sergio Quondamatteo (che era stato mio Aiuto a Dolianova), mi aveva brevemente aggiornato sui fatti della psichiatria cagliaritana del dopo riforma. Non saprei dire chi fra costoro, dandomi di gomito, trovò il modo di attirare la mia attenzione sussurrandomi qualcosa che riguardava un’avance politica di “Psichiatria democratica” ai fenomenologi e ai filosofi, che erano stati invitati numerosi, appunto, per un dialogo «neutrale» sull’approccio fenomenologico al vissuto psicotico. Un po’ era per far dimenticare le frange antipsichiatriche del loro movimento, ma la questione grossa era su come impostare un discorso polivalente sulla riabilitazione psichiatrica. Non saprei neppure dire chi fra questi Colleghi, fosse il mio mentore delle segrete politiche psichiatriche del tempo, ma rammento che aggiunse qualcosa il cui senso era più o meno questo: “quelli della psichiatria sociale sono qui per tentare un armistizio difficile, ad escludendum, coi “basagliani” (20). A giudicare dalle relazioni, di codesti antropofenomenologi (o simpatizzanti della fenomenologia e dintorni) (21), ve n’erano di autorevolissimi, di buoni e di discreti. Di più o meno noti anche ai non addetti ai lavori della salute mentale (come s’è principiata a chiamare l’assistenza psichiatrica, dopo la riforma).
Rammento ancora (o così mi pare) che il mio irricordabile “Virgilio” (che chiamerò V), tra i vari Convegnisti “conciliari” (che mi andava enumerando a dito), ebbe ad indicarmi Lorenzo Calvi (presente in sala). Il dialogo, brevissimo, col mio Interlocutore (surreali, tanto l’uno che l’altro, dunque di forte sapore kafkiano, perché senza identità rintracciabile il secondo, e privo di riscontro obbiettivo il primo) potrebbe noematicamente essere ricostruito così:
(V) “Guarda c’è anche Lorenzo Calvi…  della corrente di psichiatri filosofi di cui tu sei un gran patito… un antropo-fenomenologo… di quelli veri, però… non come tanti che qui s’atteggiano jaspersiani… s’improvvisano husserliani…  o sartriani …”
“Beh!... io non sono propriamente un fenomenologo… mi appassiono a questo modo di comprendere filosoficamente la psichiatria, la psicopatologia e soprattutto l’esperienza psicotica”
(V) “È un allievo diretto di Cargnello… ha lavorato con lui a Sondrio, in Ospedale psichiatrico”
“Si, lo so! Per questo sono venuto oggi… per sentire la parola dei fenomenologi “
(V) “Ma c’è qualcosa di misterioso con Cargnello…”
“Cosa?”
(V) “Si dice che abbia lasciato il manicomio per il reparto di neurologia dell’Ospedale «Civile» di Sondrio”
“E Allora?”
(V) “Non se ne comprende la ragione, perché continua a fare della psicopatologia fenomenologica… una raffinata filosofia neuro-antropologica… “
 “Ciascuno fa come crede…”
(V) “Si, certo… Il contrario di quello che hai fatto tu… hai lasciato la neurologia universitaria per la psichiatria manicomiale e t’ispiri alla fenomenologia”
“ Mah!... Chissà se per Calvi è andata proprio così!”
Niente di tutto questo, mi è stato possibile verificare a distanza di 17 anni. Dunque un falso ricordo, e poi della fenomenologia, ero solo un acerbo simpatizzante. Si, mi ero dato alla lettura intensiva di alcuni classici della materia (22), ma le letture procedevano con difficoltà e, per la verità, gli interlocutori erano rari, a meno che non si andasse ai martedì di Callieri alla “Martellona” di Guidonia.
Come faccio ad essere così certo del mio falso ricordo? Sono andato a riprendere in mano gli Atti (23), e passandoli da cima a fondo, mi sono fatto persuaso che di Lorenzo Calvi non c’era traccia. Ho usato perfino lo stratagemma da lui suggerito quando consulta i nuovi libri da recensire: le feuilleter à l’envers (24). Nulla! Nessuna traccia di Lorenzo Calvi, negli Atti di quel Convegno (25), che conservo come un cimelio prezioso di uno spaccato di Lebenswelt della psichiatria attraversata da quelli della mia stagione. Evidentemente l’imponenza della costruzione del Sangallo e del Vignola a Caprarola, lo straordinario pentagono, la salita per la Via Dritta, la “scala del cartoccio”, il “Piano dei Prelati”, la “Scala Regia” dove il Cardinale saliva a cavallo per andare nella sua camera da letto, le sale, gli affreschi, mi avevano stordito. Va detto, però, che nel 1993, l’inconciliabilità dei partiti della psichiatria succeduta al manicomio, non era certo minore di quella dell’età dei Farnese. Forse anche per questo, mi ero confuso nei famosi giochi visivi del Palazzo e perso negli anacoluti delle correnti della salute mentale. «Queste diversità e divergenze si sono poi inasprite in seguito ad una commistione di ingredienti politici – cito ancora Del Pistoia e Bellato (26) – intesi non come rapporto critico con il potere – cosa da cui uno psichiatra non può esimersi, ed è bene che non si esima – quanto come un ibrido tecnico-politico mal definito, rinviante però a definite militanze politiche».
La rievocazione narrativa torna utile a tratteggiare il clima in cui quelli della fenomenologia erano giudicati con sufficienza per essere, in fondo, stravaganti medici-filosofi e per giunta velleitari. Eppure erano branditi anche come vessillo, perché criticavano l’organicismo, il positivismo, il biologismo e persino l’apoditticità del freudismo postfreudiano. Or l’uno or l’altro, di codesti fenomenologi, venivano eletti (spesso a loro insaputa) a guru dalle più disparate contestazioni rivoluzionarie (organizzate o disordinate) verso ogni sorta di istituzione, nessuna esclusa. Per quanto riguarda la psichiatria, si andò da quella giacobina dell’antipsichiatria a quella vandeana della reazione istituzionale. In radice, tutti i movimenti di negazione della follia, chi più, chi meno, avevano bisogno dei sistemi di pensiero fenomenologico applicati alla psichiatria, per dissimulare il luddismo nascosto dentro una sostanziale vacuità ideologica.
Insomma, alla fine della mia rivisitazione mnemonica, sono rimasto profondamente deluso di non aver (ri)trovato Lorenzo Calvi, tra le mie carte (e i miei ricordi) di quasi vent’anni addietro, che davo per certi, le une e gli altri. Mi sarebbe bastato anche ritrovare un Calvi muto, ma almeno presente. Una traccia fra la lista dei partecipanti (che peraltro nella pubblicazione non c’era), una foto di gruppo o qualcuno che desse un riscontro. Ho pensato anche di telefonare agli amici più cari, ma molti sono quelli presenti solo eideticamente; nel senso figurato dell’eidolon che abbandona il guerriero morto delle pitture greche antiche. Niente! Un Calvi solo immaginato!
Ho dovuto mestamente concludere che, così come il collodiano “Mastro Ciliegia” sentiva una vocina uscire da un pezzo di legna da catasta, anch’io ero rimasto vittima della stessa illusione, fortemente desiderata. Non saprei neppure più dire in quale stanza del Palazzo dei Farnese si svolsero le sedute del Convegno, ma certamente detti un’occhiata alla sala del “Mappamondo” e a quella dei “Fasti Farnesiani”. Questo lo ricordo benissimo. Il pensiero, però, tornava a Calvi e alle “vocine” del Collega-mentore di quel giorno di maggio del 1993. Ma come, andavo ruminando nella mente, era passato da testimone privilegiato delle meditazioni valtellinesi di Cargnello su “Clita” alla corsia neurologica dell’Ospedale di Sondrio? Strano – pensavo tra me – questo Calvi fantasmatico, immagine eidetica che, affacciandosi sui registri dell’operaia Clita, mi si copre e mi si scopre nella memoria (27). Sarà stata vera quella diceria? Ci potevano essere altrettante ragioni per crederci che per dubitare. Conclusi che il dettaglio fosse, al fondo, del tutto trascurabile. Mi era, tuttavia rimasto quel flash, che ora tornava, e tant’è.
 
***
 
Ho desistito dal proposito di raccogliere l’Opera omnia della produzione scientifica di Lorenzo Calvi. Fatica improba per almeno due motivi: è quasi sterminata e, in larga misura, si rinviene spesso indovata nella più disparata convegnistica e letteratura specializzata delle scienze umane. Sono riuscito a scovare perfino un suo lontano saggio sull’arte di maniera e sul manierismo schizofrenico (28). Tuttavia mi sono sufficientemente documentato. Dal 1981 al 2009, tra elzeviri, fondi, introduzioni, corsivi, saggi, recensioni, editoriali, note redazionali, scritti dal Nostro, riordinandoli cronologicamente, ne ho compulsato un paio di dozzine. Tra l’altro ho scoperto che i suoi lavori di psicopatologia fenomenologica (anche cofirmati con Cargnello) iniziano dal 1959 (29).
Nell’incipit del sesto capitolo de Il tempo dell’altro significato (30), c’è la prova documentale (istruttivo e prezioso ricordo), delle iniziali collaborazioni fenomenologiche con Cargnello:
«Per cinque anni dal 1959 al 1963, Cargnello mi ha chiamato a lavorare con lui. Il frutto più evidente di questa collaborazione è una ricerca sui Principii ordinativi per un inquadramento antropoanalitica delle fobie […]. Nel corso di questa ricerca si era toccata una questione cruciale. Fare esperienza di un oggetto fobico non è lo stesso che fare esperienza della cosa corrispondente. Per un cinofobico, ad esempio, un cane è ben diverso da quel che lo sia per una persona sana. Questo è ovvio: sennonché quello che venivo scoprendo è che la fenomenologia consiste, tra l’altro, nel problematizzare un’ovvietà. Venivo imparando che Husserl avrebbe chiamato “costituzione oggettuale” l’operazione capace di rendere un cane quello che è per un cinofobico. E questo lo venivo imparando soprattutto attraverso la lettura che Paci e i suoi allievi stavano facendo di alcuni testi di Husserl […]»
Il mistero se Lorenzo Calvi fosse presente o meno a Caprarola, forse resterà tale, e comunque è del tutto irrilevante, ma quello dei suoi rapporti con Cargnello, è risultato chiarissimo. Dal canto suo, il diretto interessato non perde occasione per ricordarlo, come in questo articolo breve, ma significativamente autobiografico su Comprendre (31).
«Dal 13 al 15 dicembre 2002 si è tenuto a Sondrio un congresso della Società Italiana per la Terapia Sistemica. Gli organizzatori hanno voluto che il congresso fosse dedicato a Mara Selvini [e] a Danilo Cargnello, che ha dedicato gran parte della sua vita alla direzione dell’Ospedale Psichiatrico di Sondrio. Nato a Castelfranco Veneto nel 1911, Cargnello è morto a Montagna in Valtellina (un comune finitimo di Sondrio) nel 1999.
Sono stati invitati a ricordare Cargnello Eugenio Borgna e Lorenzo Calvi.
Borgna ha riassunto il contributo decisivo offerto da Cargnello allo svecchiamento ed alla sprovincializzazione della psichiatria italiana col portare Binswanger al centro dell’attenzione e del dibattito. Calvi è restato sul piano personale (avendo lavorato accanto a Cargnello dal 1958 al 1963). Quella che segue è la sua “comunicazione”».
Così leggiamo nella premessa di questo Ricordo cargnelliano di Calvi. Se ne riporta qualche frammento, che, ancora una volta, dà la misura del riserbo, l’amore per il dettaglio, che è essenza e senso della cosa intera, nonché esemplare misuratezza dello studioso e dell’allievo.
«Poiché mi si domanda di raccontare in pochi minuti un mio ricordo di Cargnello, ho pensato che avrei dovuto innanzitutto decidere lo scenario dove inquadrare il mio ricordo: l’ospedale, il suo studio, la biblioteca, la partecipazione ad un congresso? Ho scelto un viottolo di campagna, che corre per un tratto ai piedi dell’ospedale psichiatrico di Sondrio, delimitato da un lato dal muro di cinta e dall’altro da un ciglio erboso, dal quale lo sguardo spazia sulla cerchia montuosa della Valtellina: un panorama che Cargnello definiva “glorioso”. Passeggiando per questo viottolo, abbiamo passato insieme molte ore. Ogni sasso, ogni ramoscello, ogni segno del passaggio d’un animale, umano o non umano che fosse, gli offriva il destro per le sue osservazioni» (32).
 
L’ambientazione del ricordo, ogni dettaglio – la corsia d’ospedale, lo studio, la biblioteca, il viottolo, il panorama montuoso della Valtellina i ciottoli – come, si può vedere, è essenziale, e assolutamente, straordinariamente, radicalmente fenomenologico; inoltre racconta di sé e della sua scelta.
«Per poter continuare il mio racconto, è necessario a questo punto che dica qualcosa di me. Arrivavo a Sondrio senza aver letto una riga né di Husserl, né di Heidegger, né di Binswanger, attirato solamente da un articolo di Cargnello letto per caso e da una conferenza di lui ascoltata a Milano alla Cattolica. Tutto il bagaglio che portavo con me era una frase di Flaubert, che dovevo poi scoprire essere celebre e che suona pressappoco così: “A furia di guardare un sasso, mi sembrava di esserci entrato dentro”. Benissimo detto, suggestivo e potente, ma come farlo? Eppure avevo la vaga intuizione che bisognasse cominciare da lì» (33).
Ancora traspare la garbata, proverbiale, prudente discrezione di Calvi. Come se leggere Flaubert – l’autore sofisticatissimo e perfezionista di Madame Bovary, dei folgoranti Aforismi tipo “Lo stile è sia sotto che dentro le parole. È quindi l'anima e la carne di un'opera” – per un neuropsichiatra aduso alle complicazioni delle “sindromi alterne”, fosse una cosa da nulla, dal punto di vista delle curiosità letterarie. La sua modestia, che maggiormente esalta la stima per il Maestro, si conferma nel passo seguente.
«M’accorsi subito che Cargnello mi stava insegnando proprio questo “come farlo”. Le sue parole non erano particolarmente eloquenti, ma erano molto incisive ed in nessun modo separabili dalla sua mimica. Il suo discorso non aveva un’impostazione cattedratica, ma non lasciava spazi per la disattenzione e per la divagazione. Il suo tono era suadente e realizzava quel che si dice un’autentica comunicazione, che andava ben oltre l’informazione culturale ed erudita in cui pure era ferratissimo» (34).
Ed ecco il fascino misterioso della formazione, che è un po’ iniziazione, un po’ trasmissione di una forma mentis, di un’attitudine fenomenologica, ma molto di abitudine all’ascolto di sé e dell’altro, alla sintonia con le cose, i fatti, i fenomeni, la percezione dei sensi e quella al di sopra di essi.
«Che cosa dicesse davanti ad un sasso e ad ogni altra cosa insignificante m’è purtroppo impossibile né ricordare né ripetere. Ma non era sicuramente il tenore del discorso quello che contava e che conta. Una volta che avessi riferito ch’egli mi parlava di qualità sovrasensoriali e d’essenze fenomeniche, non avrei precisato che ben poco. La realtà è ben altra cosa. Col suo aiuto, il sasso non m’era più insignificante ed io c’entravo dentro per davvero, nel senso che avevo imparato a confrontare la mia consistenza corporale con la sua. Lungo quel viottolo io non imparavo la fenomenologia (imparavo anche quella, veramente), ma imparavo a fare fenomenologia» (35).
Ed ecco l’ammonizione di Calvi, a sua volta Maestro, affinché siano colte nel loro senso le piccole cose del mondo (raffinato stile crepuscolare gozzaniano) e l’invito a ripensare l’ambiguità della metafora come esercizio clinico-noematico della riflessione antropofenomenologica sulla follia.
«… Nessuno dovrebbe passare con indifferenza accanto ad una qualsiasi cosa del mondo, animale o vegetale o minerale che sia, perché qualsiasi cosa può entrare col suo nome in una metafora. Nessuno psichiatra può ignorare che la metafora è lo strumento retorico ricorrente di continuo ed in modo indispensabile nella comunicazione tra lui ed il malato e tra il malato e lui. Nessuno psichiatra dovrebbe ignorare che la metafora può essere anche un paravento, occultante e non manifestante il senso, se viene assunta nella sua accezione comune, resa opaca dall’uso e dal consumo» (36).
E poco oltre
«La fenomenologia orienta lo psichiatra a cogliere la cosa situata nel cuore della metafora, al di qua della parola che la indica ed intorno alla quale la metafora è strutturata verbalmente. Cogliere la cosa vuol dire sentire col proprio corpo la sua corposità. Così si verifica se essa è idonea ad esprimere un vissuto e non soltanto a ripetere un luogo comune. Questo ho imparato da Cargnello su quel viottolo di campagna» (37).
In questo passo, l’esercitazione socratica di coscienza di non sapere, allo stesso tempo di modestia e sapienza, è autentica, radicale, esemplare, così come lo è la riconoscenza tributata a Danilo Cargnello.
«Ed ora non mi si chieda che io mi renda qui ed ora docente di questa specifica disciplina, che si chiama fare fenomenologia, per convalidare il ricordo del discente che sono stato. Come sanno tutti coloro che masticano qualcosa di filosofia esistenzialista, è necessario trovarsi in situazione. Quel viottolo è stato appunto lo scenario dove s’è creata la situazione favorente il mio apprendimento. Ma una situazione d’apprendimento non è altro che l’alone accompagnante la figura e la parola d’un maestro. Cargnello è stato il maestro (38) ».
Ma allora, com’era stata possibile questa sorta di déjà vu (che si tirava dietro anche il gemello déjà vecu) capitatami a Caprarola? Procedendo a controllare sistematicamente l’opera di Calvi, ho scoperto l’arcano sortilegio di Mnemosine, la dea della memoria che per nove notti si giacque con Zeus per generare le nove, o una musa, secondo tradizione. L’essermi familiare di Calvi, derivava dal fatto che avevo imparato a leggerlo (spesso e volentieri), e a conoscerlo a fondo con l’inizio di "Comprendre – Archive International pour l’Anthropologie et la Psychopathologie Phénoménologiques”, la Rivista che ha fondato nel 1988 e ha diretto per un ventennio.
Se Calvi non è Zeus, “Comprendre” è certamente un po’ la sua musa, la sua creatura prediletta, che – a quanto mi riferisce Gilberto Di Petta – ancora segue con amore e acribia filologica. Un’opera preziosa, meritoria e infaticabile, la sua attività redazionale ed editoriale, di divulgazione, di insegnamento, di amorevole coltivazione di una disciplina che, tra le altre cose, aveva fra i suoi intendimenti, quello di sottrarre al positivismo, al biologismo e al biochimismo, l’esclusivo dominio della psicologia e della medicina mentale, riconsegnando la psiche dell’uomo-esistenza e dell’essere-intenzione al suo naturale e antico dialogo con l’antropologia filosofica. Una Rivista tanto aperta, loquace, faconda, quanto la persona del suo direttore risulta essere riservata, schiva, di parola asciutta, essenziale.
 
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A questo punto della ricostruzione biografica di Lorenzo Calvi, la narratologia e la fenomenologia (riferimenti fondamentali e strategici della psicopatologia eidetica) suggerirebbero un titolo suggestivo e anche un po’ sciamanico: Lo psichiatra neurologo che in Valtellina imparava ad entrare dentro i sassi di Flaubert con l’aiuto di Cargnello.
Intanto si può ritenere per assodato che Calvi ha “lavorato accanto a Cargnello dal 1958 al 1963”, com’egli stesso scrive. Resterebbe da stabilire se il termine “lavorare accanto” significasse una presenza come assistente del Manicomio “Carlo Besta” (39), oppure un “distacco” a quell’Ospedale Psichiatrico dalla Divisione Neurologica dell’ospedale Civile di Sondrio. Volendo ulteriormente approfondire si potrebbe verificare se all’epoca, i due presidi ospedalieri fossero semplicemente divisi, oppure ubicati in due diverse strutture. In ogni caso resterebbe una discussione sul sesso degli angeli del tutto oziosa.
È certo, però, che Calvi giunse a Sondrio nel 1959 all’Ospedale Civile, per lavorarvi come medico nel reparto di neurologia. Che frequentava Cargnello, che lo incontrava con frequenza assidua – quasi giornaliera, a quanto par di capire – nel suo studio, in biblioteca, e nei viottoli della Valtellina sullo sfondo di un panorama glorioso. Che colà e da lui, ha imparato una “specifica disciplina che si chiama fare fenomenologia”.
È altrettanto indubitabile che le sue acute (originarie e originali) osservazioni sulla gestualità coreutica del corpo infermieristico (40) – quasi una danza sacra esibita sulla scena della rappresentazione della malattia, dalla corporeità, agita e vissuta, degli infermieri che si prendono cura dei corpi dei malati neurologici – siano partite proprio da un reparto neurologico che imparava a trattare psichiatricamente anche le presenze vulnerate nel soma neurologico.
Di questo abbiamo anche testimonianza più recente attraverso il rendiconto di un Congresso di psichiatria(41). Nella nota redatta a cura di Elena Laura Fiscella e Paola C. Rossi relativa alla «Sessione per Infermieri ed Educatori Professionali "Assistenza Infermieristica alla persona con disagio psichico: evoluzione nella formazione e nelle responsabilità"» si legge
«… viene invitato a portare la propria testimonianza, seppur non previsto nel programma, il Prof. Calvi, che […] Racconta come all'inizio della propria carriera di medico ospedaliero in un reparto di neurologia, al primo impiego presso l'Ospedale Civile di Sondrio nel 1959, due anni dopo l'avvento rivoluzionario dei primi psicofarmaci […] si sia trovato a vivere un periodo di sostanziale cambiamento nell'operare psichiatrico, che coinvolgeva in primis gli infermieri, abituati a relazionarsi con pazienti neurologici. Gradualmente ma velocemente, con ritmo incalzante, si poteva ricoverare in reparto un numero sempre crescente di pazienti altrimenti destinati all'ospedale psichiatrico; dal suo ingresso nel reparto al momento in cui si è trasferito, i posti letto sono passati da 9 a 90 unità. Suo compito è stato anche quello di aiutare il corpo infermieristico ad affrontare una routine diversa da quella passata, a lavorare con naturalezza e tranquillità. Nel rapporto infermiere-malato si deve considerare l'aspetto psichico e organico, da viversi con spontaneità, senza sospetto o insofferenza, e l'aspetto corporale, vale a dire quel manifestarsi delle persone attraverso il corpo, quell'aspetto comunicativo che si esprime con la fisionomia, le movenze ed i gesti, rispetto al quale bisogna saper tenere la debita distanza, essere di fronte, piuttosto che stare di lato o dare le spalle al malato. Gli infermieri, a fronte di questi cambiamenti, cercavano un minimo di acculturazione rispetto alla nuova realtà prospettatasi […] a loro suggeriva spesso libri e film […] oggi consiglia a chiunque voglia avvicinarsi e comprendere un minimo il mondo del disagio mentale la visione di un film […] dal titolo "Parla con lei" (42) ».
È possibile che proprio questo mutamento di prospettiva, questo passaggio dal mondo del mentale a quello del nervoso, gli abbia consentito di approfondire lo studio della corporeità, in ogni sua più riposta vibrazione e sonorità comunicativa che magistralmente egli riesce ad esplorare. Proprio nella (e dalla) corporeità neurologica, nelle sue infinite modalità di esprimersi e dire, senza parole, l’offeso, l’inarticolato, il sofferente, Lorenzo Calvi a mio avviso, è maestro impareggiabile. Non solo di clinica, egli lo è, ma anche di semantica, di semiotica, perché ci ha insegnato il linguaggio preciso, i termini esatti con cui ci si deve esprimere per cogliere questi segni dell’umano che la percezione clinica della corporeità ci rimanda e talvolta ci distrae. C’insegna come indagarle, queste datità dell’essere malato, come valutarle e, infine, pensarle psicopatologicamente. Il suo linguaggio, si badi bene, non è mai quello aridamente semeiologico, rigidamente simmetrico, alterno, incrociato, invertito, schematizzato dalla neurologia.
 
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Due parole ancora sulla persona, sul modo di essere fenomenologo, sul temperamento fenomenologico di Lorenzo Calvi. Egli rivela una sua peculiare originalità fenomenologica, quando si declina nelle modalità dell’incontro-con-l’altro, non importa se in neurologia, in psichiatria, in psicopatologia o in qualsiasi altrove mondano, umano, animale o minerale, quand’anche si trattasse di confrontare la sua consistenza corporale con quella di un sasso insignificante, ma in cui, per paradossale che possa apparire ad un uomo di scienza medica, ci si poteva entrare. Oltre a quanto si evince chiaramente dal suo racconto relativo alla collaborazione con Cargnello, altri elementi ci vengono da Roberta De Monticelli dell’università di Ginevra.
La filosofa del sentire, si domanda incuriosita: «Come avviene che sotto il camice del medico stia nascosta, pronta a dispiegarsi, l’ala del filosofo?» (43). Beh! Accade talvolta, e questo è il caso, per l’appunto. E poco oltre scrive la De Monticelli «Lorenzo Calvi è fra i più originali ed attivi rappresentanti di quell’indirizzo fenomenologico della psichiatria e della psicopatologia che annovera fra i suoi fondatori alcuni psichiatri la cui opera s’ispira direttamente a Edmund Husserl, ma anche ad Alexander Pfänder, a Max Scheler, a Martin Heidegger e, in ambito francofono, a Henri Bergson: come Ludwig Binswanger, Erwin Walter Straus, Jakob Wyrsch, Medard Boss, Eugène Minkowski. Un indirizzo che in Italia ha avuto un suo originale seguito a partire dagli anni trenta, con la figura precorritrice di Giovanni Enrico Morselli e poi nel dopoguerra con Danilo Cargnello, Bruno Callieri, Fernando Barison, Eugenio Borgna ed altri» (44).
Qualche altro piccolo segreto dell’uomo-Calvi, si può cogliere in alcuni dettagli del suo stile di lavoro e della sua strumentazione di scrittura, le sue minuziose e naturalistiche osservazioni che talvolta ricordano il naturalismo psicologico di Anton Pavlovic Cecov, un Collega illustre della letteratura. Uno che, a mio avviso, faceva antropofenomenologia ante litteram: «La medicina è la mia legittima sposa, mentre la letteratura è la mia amante: quando mi stanco di una, passo la notte con l'altra».
Non so se oggi risulti offensivo dire di qualcuno che è all’antica. Ebbene, Lorenzo Calvi, a mio avviso, lo è. Da cosa si intuisce? Da una serie di dettagli che circondano la sua presenza e le conferiscono rilevanza autorevole e austera nel gesto, nella parola, nell’osservazione puntuale nell’essenzialità dell’eloquio e nella parsimoniosità della scrittura (45).
Ad esempio, leggendo il suo pezzo Humanitas ed umanità di Bruno Callieri (46), si scoprono qualità nascoste che rivelano un Calvi abilissimo anatomista della parola. Si fa semiota raffinato, filologo elegante, semantico rigoroso, quando si domanda perché Callieri «… ha consumato i gomiti di molte giacchette a leggere ed a scrivere [mentre] potrebbe tranquillamente far a meno d’aggiungere qualcosa a quello che sa». Qui non tratteggia soltanto una garbata gouache naturalista di un Collega, ma cerca di entrare nel personaggio per comprenderne la spinta, la forza, «qualcosa di veramente nuovo», che la sua grande sapienza gli possa ancora insegnare Ed ecco che Calvi scopre e rivela di Callieri che in effetti non cerca alcunché di nuovo «… (non ne avrebbe bisogno), bensì la prova e la conferma di trovarsi al cuore d’un contesto culturale, di partecipare ad una concertazione del sapere». Coglie il peculiare Mit-einander-sein del cultore della Daseinsanalyse e «come dice Michele Bracco […] l’incontro interumano è il problema centrale di Callieri» In definitiva Calvi, fa emergere la presenza di un Callieri che «… può essere effigiato in un’erma bifronte, con una faccia rivolta alla sua biblioteca e con un’altra rivolta al suo pubblico», tra cui ci metterei anche i pazienti. Infine Calvi espone le qualità del Collega più anziano – che «… vive come una vittoria il trovare nello scritto d’un altro quella parola che gli fa vibrare l’antenna della consentaneità» – additandole ad esempio ai più giovani. Virtù preziosa, e innata, quella che Calvi indica generosamente di Callieri, non esitando a dire: «La chiamerei una forma d’empatia verbale».
Restando nel campo della parola scritta, quando parla della scrittura e degli strumenti di cui si serve per praticarla, tratta la materia con la levità artigianale di un amanuense di monastero medievale. «A me piace pensare un’“antropologia della scrittura”. Ne ho già dato un piccolo saggio (2003)» – scrive ad Arnaldo Ballerini (47) – «… ho intuìto che la scrittura può essere una metafora molto potente, se si pensa allo stilo (anticamente) ed alla penna (modernamente) impugnati». Poco oltre, sembra quasi giudicare con aristocratico distacco chi nega l’impugnatura della penna alla propria mano, in nome della modernità: «Se penso alla mia mano scrivente (dica la sua chi usa la tastiera), la ritrovo nel corpo di chi, malato o no, solca lo spazio per allontanarsi o avvicinarsi a me, incide con i suoi gesti il mio campo visivo, urta il mio orecchio con la sua voce, che reca un messaggio non incorporeo bensì impregnato di fisicità ovattata, flautata, roca, stridente, ecc.». Metafora coreutica straordinaria, della sofferenza del corpo infermo (quando lo sia), che traccia, che incide lo spazio del campo visivo, dello sguardo neurologico che percepisce clinicamente, quell’impaccio. Ma l’occhio di Lorenzo Calvi (neurologo antropofenomenologo e filosofo) va oltre, cogliendo per tutti i canali pervi della sua sensorialità empatica l’essenzialità di quella presenza, che reca quel male, e a lui si rivolge per emendarlo. Questo gli fa concludere «La scrittura corporea è ricca d’innumerevoli segni, molti di più dell’alfabeto».
Un esercizio difficile per chi sembra amare la tradizione della scrittura piuttosto che la protesi della tastiera (non importa se di macchina per scrivere o di personal computer) e, senza batter ciglio, dirige la Rivista che dal 2008 esce anche on-line. Un giovane collega neuropsichiatra infantile, mio allievo, che sta facendo un dottorato di ricerca alla SPIGA, rifiuta per scelta l’uso del PC (48) e la moglie, una collega, anch’ella neuropsichiatra infantile, è perfettamente d’accordo con lui. Conosco molte persone che vivono benissimo senza cellulari, televisioni e PC. Per converso, l’amico e Collega Raffaello Vizioli, scomparso quattro anni fa, abilissimo con penna stilografica e quadrotta Fabriano, soffrì moltissimo il passaggio dall’era pre- a quella post-PC. Non seppe adattarsi e trascorse gli ultimi anni della sua vita solo leggendo, ascoltando musica e conversando.   
Dunque un vero atto eroico direi, quello di Lorenzo Calvi. Non solo perché ama la scrittura a mano e ancor più ama veder compiersi la magia della sua rappresentazione grafica come su un quadro: «Per la strada ogni passante, ogni automobile scrive sulla pagina dello spazio il suo percorso. Fuori dalla mia finestra si stendono le pagine dei prati, gli abeti tracciano “aste” verticali come in prima elementare»
 
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Dell’opera fenomenologica di Lorenzo Calvi e della sua lontana collaborazione con Danilo Cargnello, in parte, abbiamo già fatto cenno. Si potrebbe aggiungere come, da sempre, egli abbia “trattato” la “materia” eidetica della psicopatologia antropologica. Il pensiero e il linguaggio fenomenologico, sospeso tra la mitologia (che, tuttavia, non rifiuta) e il rigorismo della logica husserliani che, oltrepassata l’epoché, si declina nel rosario quotidiano delle cose della carne che danno senso e figura alla vicenda umana dell’esistenza, sono un po’ l’essenza di ciò che si può leggere in un Calvi d’antan allorché esplora, meglio, tenta «di raggiungere ciò che c’è prima della costituzione del mondo» (49).
Qui ricordiamo brevemente alcuni suoi libri fondamentali. Antropologia fenomenologica (Franco Angeli, Milano 1981), è un ricco volume collettaneo da lui curato, in cui figurano nove saggi di collaboratori, la maggior parte psichiatri (sette su nove), che sviluppano, chi sul piano intuitivo, chi sul versante riflessivo un ragionamento a tutto tondo sulla fenomenologia. Prospettive antropofenomenologiche, sviluppa una materia a lui cara di cui è maestro e impreziosisce il “Trattato italiano di psichiatria” (Masson, 1993). Ne Il tempo dell’altro significato Esercizi fenomenologici d'uno psichiatra (Mimesis, 2006), Calvi – tra una introduzione filosofica di Roberta De Monticelli e una postfazione fenomenologica di Riccardo Dalle Luche – racconta la sua esperienza di psicopatologia antropofenomenologica ricavata in uno spazio di nicchia, come si dice, scavato tra lo psico-biologismo, lo psico-farmacologismo, il comportamentismo e lo psicoanaliticismo imperanti. Il consumo del corpo Esercizi fenomenologici di uno psichiatra sulla carne il sesso, la morte. (Mimesis, 2007), è una sorta di corollario del precedente, dove il filosofo Carlo Sini, mette in risalto l’esercitazione fenomenologica fondamentale compiuta da Lorenzo Calvi per avvicinarsi alla casistica clinica della follia, che consiste in «…una messa in questione “sempre di nuovo” dei limiti dell’umano». E codesto è, a giudizio di Sini, il suo segreto (anche artistico) «di applicare tutto questo all’incontro con il disagio mentale».
Ma senza dubbio alcuno il suo sapiente, acuto, attento, certosino lavoro redazionale è stato magistrale. Lo testimoniano non solo la fondazione e la direzione di Comprendre (50) per vent’anni, ma anche la capacità di promuovere dibattiti d’argomento fenomenologico, raccogliere i contributi di colleghi e poi editarli con erudite presentazioni in volumi collettanei. Non è cosa da poco. Usando una metafora cinematografica (ma anche calcistica e orchestrale), si potrebbe dire che mancando la visione superiore, teleologica, sensibile e complessiva del regista, del metteur en scène del direttore d’orchestra, l’opera d’insieme dei singoli (anche se bravissimi solisti, etoile, perfino), risulterebbe senz’anima né cuore.
Lorenzo Calvi nella lettera di presentazione di “Comprendre” scriveva nel 1988: «Cher ami,  ce n’est pas là une nouvelle revue, mais un moyen rapide de communication entre tous ceux qui aiment l’anthropologie phénoménologique».
La scelta del francese non è, a mio avviso, casuale. Si diceva un tempo che la lingua dei nostri cugini transalpini fosse la lingua della diplomazia, ma anche la lingua di Cartesio, della Ragione, del Secolo dei Lumi. Non solo risulta una traduzione in lingua romanza di taluni difficili concetti della lingua germanica, ma il francese è espressione di filosofi illuministi, positivisti, esistenzialisti, di alienisti profondissimi, di psicopatologi illuminati come Minkowski, pensatori come Meunier, Ricoeur, Nedoncelle, Camus… «Ce n’est que pour des raisons pratiques qu’il vaudra mieux utiliser le français, l’ita1ien, l’anglais et l’allemand. Il est donc souhaitable que 1es amis par1ant d’autres 1angues ne refusent de choisir l’une d’elles»
Si, la ragion pratica, d’accordo, ma vi si potrebbe anche scorgere una sottile polemica col casualismo psicoanalitico, col pragmatismo comportamentista, con lo psicologismo sperimentalista d’oltre oceano. Caro amico – l’intento cordiale è quello del Maestro Cargnello – Non una nuova Rivista, ma semplicemente un mezzo rapido di comunicazione per tutti coloro che amano l’antropologia fenomenologica. Poi si chiede serenamente quanti siano codesti amanti dell’antropologia fenomenologica. «On ne sait pas encore si ceux-ci sont nombreux», ma è convinto che esistano sicuramente «des savants isolée ou de petite groupes gardant dans leurs pensées les thèmes et les méthodes de l’anthropologie phénoménologique».
Infine (argutamente) auspica di poter ritrovare fra questi amici: chi assalito dal rimpianto per una passione antica (le regret d’une ancienne passion), chi, neofita, preso da interesse attuale (pour d’autres un intérêt actuel) chi assorbito dall’impegno culturale della mano sinistra, altri ancora della mano destra (pour d’autres l’engagement culturel de la main gauche, pour d’autres encore de la main droite). Comprendre n’avance pas de droits de copywright car il paraît pro manuscripto.
Calvi lanciava il suo garbato appello a queste persone che immaginava con percorsi e storie differenti, ma accomunate dal medesimo interesse per la psicopatologia fenomenologica.  Comprendre est un service pour la science et non pas un instrument pour le pouvoir, donc il n’a ni directeur scientifique ni comité de rédaction
Il suo invito cadeva giusto vent’anni dopo il XXX Congresso milanese della SIP del 1968, di cui sopra s’è detto, sibilato dalla contestazione, che tutto travolse sotto la sferza di un Basaglia durissimo, esplicito, fuor di epochè (Appunti di psichiatria istituzionale), rispettando però il palco di uno strepitoso fenomenologo debuttante come Aldo Giannini (Modalità esistenziali e situazioni prepsicotiche schizofreniche), pur schierato tra gli “odiati baroni universitari”, l’impeccabile lezione dell’anziano Maestro Cargnello (Il problema della corporeità), sebbene schierato nella squadra dei manicomiali e la relazione di Adolfo Bovi (Corporeità e schizofrenia) un altro fenomenologo universitario venuto da Ferrara. Io c’ero, a Milano – come ho detto all’inizio – in quei giorni di fuoco del 1968, al Congresso degli psichiatri italiani. C’ero con Bruno Callieri che mi catturava alla psicopatologia fenomenologica. Ci è passato davanti uno dei pezzi più coinvolgenti della storia della trasformazione della psichiatria in Italia, tuttora da capire.
Pochi o tanti questi amanti della psicopatologia fenomenologica? Forse il numero è un dettaglio trascurabile. A oltre vent’anni dalla sollecitazione di Lorenzo Calvi, e a quaranta da quel fuoco sessantottino che non incenerì (anzi) i protagonisti della comprensione della presenza malata, questi amanti dell’ascolto, del dialogo Io-Tu, sono bastevoli a dare senso umano ai servizi pubblici della psichiatria riformata e ad assicurare la continuazione della disciplina antropofenomenologica.
 
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E veniamo ora alle questioni più strettamente riguardanti il modo di pensare e di fare fenomenologia psicopatologica di Lorenzo Calvi. Per delinearne le caratteristiche vorrei richiamare due suoi interventi di squisita qualità fenomenologica: uno di carattere generale, l’altro attinente alla corporalità del mondo di corsia.
Il primo rientra in una querelle tipicamente fenomenologica sui rapporti tra le ispirazioni illuminanti suggerite dal pensiero filosofico e quelle certamente più prosastiche derivanti dalla clinica. Inutile sottolineare che, chi ha contezza di un minimo di psicopatologia fenomenologica, sa che su questo terreno particolarmente tellurico i fenomeni sismici sono ciclici, frequenti e anche di particolare intensità. Questo di cui farò cenno, non è stato un terremoto, ma un semplice dibattito che ha visto coinvolti alcuni fra i più importanti studiosi italiani della disciplina. Qui si riporta, per sommi capi, il triangolo dialettico che si è svolto tra Luciano Del Pistoia, Arnaldo Ballerini e Lorenzo Calvi, “complice” la scomparsa di Lantéri-Laura (come s’usa dire, ricorda Del Pistoia, giacché, in effetti, i grandi non scompaiono). Il teatro di rappresentazione, è “Comprendre”. La discussione verte su alcune delle tematizzazioni suscitate dall’opera di una personalità di smisurata cultura, di altrettanta umanità e di pari ironia, come quel Maestro Nizzardo, di lontane ascendenze aretine, che risponde al nome di Georges Lanteri-Laura (1930-2004). Ma procediamo con ordine.
Luciano Del Pistoia – che, come ho ricordato sopra, nel 1980, insieme a Franco Bellato, aveva avuto la cortesia d’invitarmi a Lucca per una di quelle riunioni italo-francesi di alienisti cui partecipò anche Lantéri-Laura (51) – aveva pubblicato un coltissimo saggio di psicopatologia fenomenologica, amplissimo, completo e diffuso: Il contributo di Georges Lantéri-Laura all’atteggiamento fenomenologico in psichiatria. Lettura di un allievo (52). Si trattava di un’elegante e fondamentale messa a punto della questione fenomenologica in un momento cruciale della psichiatria italiana ed europea. Il merito di questo lavoro (53) del vivace Collega versiliese, era duplice: da un lato diffondeva in Italia il pensiero di Lanteri-Laura, dall’altro riproponeva l’annosa diatriba della funzione della psicopatologia e soprattutto se essa dovesse restare ancorata alla strategica descrizione della semeiotica clinica tradizionale, oppure se potesse dare libero accesso al confronto con la filosofia fenomenologica. Questione non secondaria, sviluppata da Luciano Del Pistoia, nell’arco di ben 43 pagine, con toni polemici, anche sarcastici e godibilissimi, molti attribuiti al Maestro francese, di cui ha goduto la stima e l’amicizia, ma altrettanti suoi.
Nel 2004 Lantéri-Laura venne a mancare (travolto da una leucemia mieloide) inaspettatamente. Ebbene, Luciano Del Pistoia scrisse un affettuosissimo e commovente necrologio come raramente è dato leggere, per rendere omaggio allo studioso francese, del quale fu allievo. La sua commemorazione funebre ebbe vasta risonanza tra gli addetti ai lavori e fu riprodotto, con qualche variante, anche su riviste universitarie on line (54).  Un po’ sull’alea di questa emozione, presumo, ma anche per reagire al vuoto improvviso lasciato da un grande della psicopatologia fenomenologica, Arnaldo Ballerini dedicò un commento agli scritti di Luciano Del Pistoia, sotto forma di lettera (55) inviata alla redazione di “Comprendre”, alla quale, nel 2008, infine, rispose il direttore Lorenzo Calvi (56).
 
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Nel commentare il lavoro esegetico di Luciano Del Pistoia sui testi e sull’insegnamento di Georges Lantéri-Laura, Arnaldo Ballerini ne sottolinea alcuni passaggi fondamentali e ne indica alcune possibili derive filosofisticheggianti (additate come “fumisterie pseudo-filosofiche”) che qui riassumiamo per sommi capi.
Inizia la sua lettera a “Comprendre” – Arnaldo Ballerini – rammentando di aver conosciuto e frequentato, «in anni lontani», Lantéri-Laura, Daumézon, Le Guillant e Bonnafè proprio «nell’epocale passaggio dalla philosophy del manicomio… alla psichiatria di settore, dalla quale è germogliata la psichiatria nella comunità». Dà atto a Del Pistoia di porre la questione delle ripercussioni che la psicopatologia fenomenologica ha avuto «sulle istituzioni della psichiatria» e soprattutto sugli effetti da essa prodotti, sul fare oggi psichiatria. Gli riconosce anche il merito di esporre chiaramente il pensiero di Lantéri-Laura, senza «cadere nel dogmatismo», e cioè rimarcando la differenza tra coloro che «pensano ad una psicopatologia di “ispirazione” fenomenologica» e quegli autori che ritengono di dover effettuare una «“applicazione” della filosofia fenomenologica» alla psicopatologia. Ma anche, aggiungerei io, alla psicologia e alla psichiatria, proprio per non cadere «nello sterile gioco dell’ortodossia e dell’eresia», impasse denunciata da Del Pistoia. Infatti, sottolinea Ballerini «… non esiste una filosofia, di necessità elaborata lontano dall’osservazione clinica, che possa dettare regole e vincoli alla ricerca psichiatrica, e dalla quale far discendere conclusioni psicopatologiche» (57).
Successivamente pone in evidenza il fatto che Del Pistoia rileva – nel pensiero del Maestro francese – la radicale importanza (strategica, pratica e teorica, a mio avviso) attribuita alla «scelta “eidetica”» per coloro che fanno della psichiatria clinica. Insomma quelli che, in tutta umiltà si dedicano ad incontrare, ad ascoltare, a frequentare pazzi, per dirla brutalmente. Ma pazzi veri, grandi o piccoli, quelli di cui hanno quotidiana consuetudine gli psichiatri clinici dei presidi del SSN, non quelli che la vulgata pensa debbano essere “i pazzi” o, peggio, che un certo sociologismo d’accatto accredita per immagine sociale della follia.
In estrema sintesi, fare della psichiatria e/o della psicopatologia fenomenologica, non è altro che il tentativo (husserlianamente inteso) di ricavare le essenze dei fenomeni delle presenze malate; cioè di pensare gli oggetti ideali della mente (eidetici)  indipendentemente dalla realtà esterna in cui si configurano. Dunque la metodologia eidetica, consta di un procedimento che si compone di una serie di scelte e atti in parte tra loro contraddittori: se valga, cioè, il primato della percezione della tradizione fenomenologica, e dunque della semeiotica clinica, rispetto alla rappresentazione fenomenologica, oppure l’esatto contrario: la speculazione filosofica anteposta alla pratica della psichiatria svincolata dalla clinica, che sarebbe in forte odore di ideologia.
D’altro canto, scrive Ballerini «la psicopatologia è stata sollecitata dall’incontro con patologie diverse verso aspetti diversi della costituzione della coscienza», per poi alla fine ritrovare una congiunzione di tutti «questi aspetti come costitutivi dell’umana presenza in generale». E fra codesti aspetti clinici, costitutivi della coscienza patologica, ne indica alcuni fenomenologicamente esemplari e significativi, come la temporalità melanconica del depressivo, la spazialità e la allusività simbolica delirante dello schizofrenico, la problematicità empatica e lo scacco interrelazionale posti dalle angustie egoiche del soggetto autistico, e così via.
«Del Pistoia si domanda se gli studi fenomenologici sui mondi alienati ci possano insegnare qualcosa sul nostro essere al mondo», è un altro dei quesiti rilevanti che rilancia Ballerini nel dibattito sulla psicopatologia antropofenomenologica. Mentre l’autore francese sembra scettico, l’autore versiliese appare più fiducioso. «Io credo che la psicopatologia fenomenologica – si sbilancia Ballerini – riesca ad illuminare tratti costitutivi importanti per l’umano esistere, proprio perché coglibili in stato di carenza o sproporzione…» – e conclude la chiosa citando Blankenburg, autore a lui caro, discepolo di Klaus Conrad e, a sua volta, maestro ad Heidelberg – « … che paragona il common sense naturale alla forza di gravità nella quale tutti viviamo a-problematicamente, mentre l’effetto sugli astronauti della sua assenza ne mostra l’importanza fondamentale che ha per ognuno di noi».
Segue una serie densissima di altri assunti e tematizzazioni dubitative, aporetiche, ossimoriche, fra le quali citiamo il tema del profilarsi all’orizzonte (parola usata spesso da Del Pistoia, nota Ballerini ed io aggiungerei con il sapore noematico dell’epifania) del “manifesto” dall’“immanifesto”; l’interciso radicale fra “deutung” e “undeutlich” fino al «sovvertimento del rapporto fra “interpretabile” e “non-interpretabile”», che in Lantéri-Laura marca la palese diversità tra «interpretazione normale e interpretazione patologica». Per inciso noto che sulla interpretazione dell’interpretazione Nietzsche ha espresso intuizioni vertiginose (58). E, sfiorando appena la costituzione intersoggettiva dell’ipseità (menzionata da Del Pistoia nel testo di Lantèri-Laura e puntualmente rilevata da Ballerini), senza dimenticare un fugace richiamo alla scoperta dei “mirror neurons“ (“controfaccia neurofisiologica della costituzione dell’Altro”), si giunge infine «al capitolo conclusivo sulla “funzione” della psicopatologia». Qui siamo proprio nel cuore del problema sollevato da Del Pistoia e rilanciato da Ballerini. Il punto è: la psicopatologia potrà continuare a costituirsi come fondazione credibile nella clinica psichiatrica «o invece resterà una “glorieuse inutilité”» come scriveva Arthur Tatossian? Chi può dirlo? Eppure ci sono confortevoli motivi di speranza anche se «Lantéri-Laura, accentuando il primato della semeiotica, ha finito per sottolineare, scrive Del Pistoia, la versione ideologica, deteriore della psicopatologia».
Ballerini rammenta ancora che «la psicopatologia di ispirazione fenomenologica (sia pure con la declinazione di fenomenologia “soggettiva”) nasce con K. Jaspers e la sua proposizione della priorità dello studio dell’interno esperire del malato». Però ne indica anche il possibile rischio, da Jaspers in poi, di avventurarsi per sentieri che conducano lo psichiatra e/o lo psicopatologo lontano dall’esperienza psicotica con cui il malato gli chiede (più o meno direttamente) di confrontarsi. Fuori dalla strada jaspersiana – con tutti i limiti insiti nella psicopatologia della comprensibilità – «… altre declinazioni della psichiatria rischiano una disastrosa carenza di ascolto e, alla fine, il disturbo psichico cade nell’insignificanza di un corpo che non ha senso, o di un ambiente che è totalmente estraneo, in una per me artificiosa separazione Io-Mondo».
C’è anche un monito: «… quel che più conta non sono le dottrine fenomenologiche ma ciò che indicherei come “atteggiamento fenomenologico” – mentalità che il Presidente della Società Italiana per la psicopatologia, sintetizza nelle seguenti tre qualità auree – … l’attitudine all’ascolto e alla ricerca di senso, la capacità d’immedesimazione e assieme di distacco, l’uso dell’empatia senza paura ma senza restarne intrappolati». Giustamente Del Pistoia propone tutto ciò quale «garanzia di razionalità all’agire terapeutico» e invita a meditare «su quale bussola da naviganti noi pensiamo orientare le nostre scelte farmacoterapiche?». Se l’atteggiamento psicopatologico è fenomenologico, e non sembra esservi dubbio che possa darsi altrimenti, in psichiatria, dal momento che essa si è sempre costituita, non dimentichiamolo, come cura dell’anima, allora «qualsiasi sia il nostro approccio terapeutico – afferma Ballerini – non possiamo che lasciarci guidare dall’attenzione e dallo studio dell’interno esperire del malato e dalla nostra risonanza ad esso: vale a dire osservando la soggettività dell’altro mentre si osserva la propria».
Poco oltre, è ancor più esplicito
«… l’ultimo “effetto” della fenomenologia e dell’antropologia psichiatrica che Del Pistoia ricorda è di fare da tramite fra la clinica psichiatrica e la cultura di un’epoca. Ma questo non è l’unico compito di legame che abbia l’antropo-fenomenologia»
L’osservazione mi pare condivisibile, anche ricordando quanto scriveva un lungimirante Hans Kunz nel 1930, anno giubilare di cui stiamo appunto celebrando l’ottantesimo di Lorenzo Calvi e altri insigni psicopatologi. Kunz prefigurava, fin da allora, una psichiatria che sarebbe sempre stata lo specchio della società che la esprime. “Se l’umanità non può scegliere le sue malattie mentali – scriveva – può scegliere però la sua psichiatria. La psichiatria riflette lo spirito del tempo e la sua «antropologia latente»” (59).
Nelle note conclusive – parlando dell’indispensabilità del materiale clinico e della semeiologia psichiatrica, non meno importanti del riferimento filosofico, per poter conferire a questa hyle della follia umana un effetto di senso – Ballerini osserva «… il rischio che la fenomenologia psicopatologica ha corso è di chiudersi in una sorta di turris eburnea e di essere vista da psichiatrie che si richiamano esclusivamente all’“oggettivo” e “oggettivabile” quale una fumisteria pseudo-filosofica». Rischio tuttora presente, per cui vale la pena meditare sul compito della psicopatologia fenomenologica che «… deve tenere assieme le due superfici della riflessione filosofica e della percezione clinica, come due facce di una stessa moneta», la qual cosa, appare una saggia conclusione.
 
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Lorenzo Calvi ci mette quattro anni a rispondere e se ne scusa con l’amico «… sono da tempo in debito con te d’una risposta alla tua lettera indirizzata alla Redazione di Comprendre… » ma lo fa in maniera scarna e limpidissima: un manifesto attualissimo di psicopatologia antropologica e fenomenologica. Scrive (60) il direttore di Comprendre
Prenderò le mosse da due passaggi della tua lettera, che riprendo tali e quali. «Il rischio che la fenomenologia psicopatologica ha corso è di chiudersi in una sorta di turris eburnea e di essere vista da psichiatrie, che si richiamano esclusivamente all’“oggettivo” e “oggettivabile”, quale una fumisteria pseudo-filosofica»; «Del Pistoia si domanda se gli studi fenomenologici sui mondi alienati ci possano insegnare qualcosa sul nostro essere al mondo. Nonostante la risposta negativa di Lanteri-Laura, l’Autore sembra incline a pensarla diversamente».
Circa il primo spunto, decide di essere l’inglese del “not complain, not explain” anziché il francese della politique d’abord rispondendo alle obiezioni che da sempre si è sentito rivolgere con un inequivoco e fermissimo «Ebbene, sì, mi pregio che noi, fenomenologi clinici, siamo indicati come medici-filosofi […] Basta con i patteggiamenti, basta con gli equilibrismi trasversali». Aggiunge anche di non avere la profondità di conoscenza dello studioso francese che ha Luciano Del Pistoia e dunque di ignorare se sia stato un “empirista scettico”, ma gli riconosce in questa sua presa di posizione una cospicua dose di amorevolezza, che fa scrivere a Calvi «Ricordo quando discutevamo di “visione eidetica”: «Dobbiamo far capire – mi diceva – che non siamo ubriachi ».
Quanto al secondo spunto, Calvi mette a fuoco il concetto di relativismo (61), riferendo di essere stato attaccato, in un «dibattito (tra colleghi!)… » di area cattolica, con un veemente «”Allora lei è relativista!” credendo d’inchiodarmi così ad una targhetta detestabile e di costringermi a scontatissime contorsioni per sottrarmi sì e sottrarmi no – nello stesso tempo – ad una genuflessione davanti a chi detiene il monopolio della verità». Ebbene, il direttore di Comprendre, per nulla intimidito, ha ridotto al silenzio il fondamentalismo del suo interlocutore, con una pronta ammissione senza giri di parole:: «Se devo avere una filosofia, allora sono relativista».
La risposta a Ballerini, circa le accuse di “fumisterie pseudo-filosofiche”, rivolte agli psicopatologi di ispirazione fenomenologica dai loro colleghi detrattori, è, invece, più garbata ma altrettanto diretta: «… caro Arnaldo […] cerchiamo di rispondere facendo della buona filosofia. – spiegando anche che – se abbiamo scelto la fenomenologia è perché essa ci ha promesso che ci avrebbe dato la possibilità ed il dono di scoprire qualcosa di nuovo là dove tutto sembra ovvio».
Può avere una funzione pedagogica e un carattere formativo lo stile fenomenologico verso le future generazioni di psicologi e di psichiatri? Lorenzo Calvi risponde affermativamente.
«Spieghiamo ai giovani perché e come passare dalla tradizionale “cartella clinica” (anamnesi ed esame) ad una relazione “clinico-noematica”. E non dimentichiamo di rispondere ai corifei dell’“oggettività”, che si attardano anche loro, per lo più senza saperlo, con una filosofia, per giunta poi non così pregevole, come il positivismo. A questo proposito rimando volentieri alla ricostruzione storica ed alle pungenti osservazioni di Luciano [Del Pistoia]».
            Ma può avere anche, la visione fenomenologica, una carica innovativa e sorprendentemente rivoluzionaria – se non fraintendo il pensiero di Calvi – una volta che si siano lasciate sedimentare le scorie ideologiche di molti oggettivismi e di radicalismi sociologistici non ancora del tutto tramontati nel panorama della salute mentale in Italia, avviato alla stagione di una rielaborazione intelligente della “psichiatria nella comunità”.
«Non curiamoci […] più di tanto degli “oggettivisti” e neppure (se posso dirlo, ma Luciano e tu ne sapete assai più di me) dei “sociologismi”. Alle pretese dei quali ultimi tu stesso opponi, giustamente, il dato di fatto (e non d’opinione) che la fenomenologia non è stata seconda a nessuno nell’abbattere le mura dei manicomi».
            Più si procede nella lettura di questa puntuale risposta alla lettera di Ballerini (definita dall’autore «velocissimo appunto, assai più concitato che argomentato») più si scopre la natura autentica dell’amicizia, la passione per la ricerca della verità, l’uso nitido e lineare della logica, il rigore e l’essenzialità, qualità adamantine dello studioso Calvi, ribadite nel passo seguente.
«Col nostro fare clinico – cioè clinico-noematico, beninteso – ci può capitare di contribuire, sia pure con un minuscolo frammento, all’edificio dell’antropologia. Si tratta, io credo di poter dire, di quel lato dell’edificio, che si eleva fatto di linguaggio. Tutto il nostro fare è un ascoltare, un dire, uno scrivere. Ascoltiamo i discorsi dei malati e le domande degli interlocutori. Diciamo le nostre osservazioni ai malati e le nostre lezioni. Scriviamo le nostre relazioni clinico-noematiche ed i nostri articoli. Barison […] parla di ermeneutica e tu [Arnaldo], che ami citare Gadamer, sicuramente ne convieni».
E ancora nella conclusione: «Fin dai tempi più antichi si è detto e ripetuto che la filosofia non ha mai guarito nessuno: un bell’alibi per i “biologisti”! Invece noi abbiamo fiducia nella filosofia. Fenomenologi, ermeneuti, antropologi della scrittura, stiamo a sentire Wittgenstein […]: “Il filosofo si sforza di trovare la parola liberatrice”. Liberatrice perché incide, taglia, amputa, investe qualcosa». Tanto più apprezzabile questo rimando alla parola, al logos, a Wittgenstein (che è filosofo della chiarezza), ed ogni buon clinico della medicina mentale sa quanto il massimo della chiarezza contribuisca alla costruzione del massimo di salute mentale, così come il massimo di confusività è destinato a facilitare occasioni di introito alla dimensione psicotica.  
 
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Ho lasciato per ultimo il tema specifico della corporeità. Quello che più mi ha colpito, di Lorenzo Calvi, sono le sue riflessioni, i suoi lavori e quanto da anni va scrivendo sul corpo neurologico e/o psichiatrico, ma anche su quello di ogni umana presenza. Mi colpisce e m’interessa in particolare, del suo tratteggiare l’incombere ineludibile della corporalità nell’osservazione clinica neuropsichiatria, quella parola-laser che ne illumina spietatamente la pesantezza, ne evidenzia pudicamente la motorica impacciata, offesa, asimmetrica, ne scolpisce paticamente l’immotilità flaccida, che rimandano tutte alla psiche di quel körper cui egli è vicino. Ma sopra ogni cosa, entro in sintonia con la sua visione eidetica allorché coglie la ricchezza e la pregnanza (anche terapeutica, non solo umana) della temporalità trascorsa accanto al corpo infermo. Un tempo infinito eppure racchiuso nel “tempo debito” della terapeuticità, nella forza empatica della vis medicatrix medicae e della comprensibilità jaspersiana. Un tempo-accanto-all’ente-malato, quello adombrato da Calvi, ricchissimo, impagabile, che egli sembra preservare rigorosamente dalla blasfemia de “il-tempo-è-denaro”. Non è il denaro ad avvilire il tempo, tentando di corromperlo, è semmai miserabile colui che tenta di comprare il tempo col denaro.
Colgo l’occasione, di questo giubilare ottantesimo di Calvi, per riprendere e continuare una riflessione che avevo iniziato, leggendo il suo Per una fenomenologia dell’incontro come luogo di vissuti corporali, scritto per l’ottantacinquesimo di Bruno Callieri (62). Nel saggio in discorso, Lorenzo Calvi, ammetteva d’interrogarsi da tempo sullo specifico fenomenologico che si dà nell’esperienza dell’incontro, tema caro a Callieri e più volte da lui sollecitato ad approfondire. Per l’occasione, avvertiva che non avrebbe fatto necessariamente una riflessione filosofica, ma si sarebbe limitato ad accennare al sentire spontaneo, semplice immediato dell’incontrare l’altro. Per parlare della fenomenologia dell’incontro tra vissuti corporali, Calvi sgomberava subito il campo da equivoci circa il significato del termine “fenomeno”. In tale operazione di chiarificazione semantica si metteva ad adoperare il logos da par suo: una sorta di bisturi linguistico, per scollare il leggero foglietto di clivaggio che separa la parola apparenza dalla parola apparizione. Leggendo i primi tre paragrafi del suo saggio breve si poteva intravedere come un’abilissima dissezione anatomica del linguaggio. Una suggestione di questo tipo, si ricavava da quel suo affermare che «L’apparenza […] rimanda a qualcosa di meno, l’apparizione a qualcosa di più. L’apparenza allude ad una mancanza, l’apparizione ad un’eccedenza» (63).  Perfetto. Sullo sfondo c’è il corpo, un corpo anatomico – si vede, si sente, si percepisce come (Körper) – ma si intuisce chiaramente che esso diviene ente, presenza umana vitale, corpo vissuto (Leib), solo attraverso l’epifania di un incontro con un altro corpo (la relazione interpersonale).
La sua lezione sulla corporeità, nell’orizzonte clinico in cui si declinano i fenomeni della patologia neuropsichiatrica, è, in questo suo breve lavoro, di una chiarezza esemplare. In estrema sintesi «... un fenomeno è un ente “essenziale”, nel senso che in esso s’incarna un’essenza – ci fa osservare – che non è né meno grande né più grande di esso» (64). Ma è Platone, ci spiega, suffragando la sua argomentazione, ad affermare «che un ente, qualsiasi ente, si presenta come fenomeno quando è portatore d’un senso sul quale l’ermeneutica può esercitarsi», per l’appunto sulla platonica pianura della verità. Calvi paragona «l’avvento del fenomeno […] al ricevimento d’un dono, […] di qualcosa che non si deve pagare né con lo studio né con il lavoro né con qualsiasi tipo di fatica, ma che si riceve gratuitamente purché ci si mantenga in un atteggiamento d’attesa, d’attenzione, di fiducia e di pazienza». In particolare, rileva che nelle professioni di aiuto, dunque anche nell’esercizio delle discipline mediche e psicologiche, tale dono «si manifesta come accoglienza, partecipazione, comprensione». Attitudini psicologiche di questo tipo dovrebbero essere insite, ma forse anche acquisite in via propedeutica a «chi si accinge a praticare la cura».
Codesto tipo di approccio ai temi dell’incontro di corporeità problematiche, mi sembra rievocare narrazioni somatiche di tempi, non troppo remoti, che rimandano alle istituzioni asilari. In chi, come me, ha attraversato anche la stagione manicomiale, siffatti incontri corporali rammemorano un pezzo di storia della follia (ben oltre l’età classica, foucoldianamente parlando) ormai superata. Ebbene, in quel tempo istituzionale, appena trascorso ma ancora gonfio di esulcerazioni patiche e fisiche, non era infrequente il corpo a corpo, nelle molteplici forme della “colluttazione”, dello “scontro fisico”, della “contenzione”, del “rapporto di forza”, della “sorveglianza-a-vista” e così via. La massima cosificazione istituzionale del Körper-della-follia, meramente accreditato di “tendenze” (alla fuga, alla lacerazione, alla pantoclastia, all’insudiciamento fecale, ecc., scritto in alto a destra della cartella manicomiale con lapis blu), da custodire, sorvegliare ed eventualmente curare. Si trattava, sub specie aeternitatis, di un lessico asilare comune anche ad altre istituzioni totali. Basterebbe pensare che la selezione del corpo infermieristico manicomiale non si basava tanto sul titolo di studio, quanto piuttosto sulla prestanza fisica. Sulla corporalità, appunto, tanto che la locuzione “guardiamatti” era riferita agli infermieri e “strizzacervelli” agli psichiatri, ossia ai capi dei “guardiamatti”, che una vulgata diffusa li denotava più matti dei matti.
Riguardo alla corporeità, quella più fisica, per intendersi, Lorenzo Calvi – affinché risulti chiara a tutti la distinzione e a cosa egli intenda riferirsi – non tralascia di richiamare, senza ipocrisie, i piani bassi di Freud, ossia quelli della libido e i piani elevati ovvero quelli della trascendenza di Binswanger. Il piano concreto dell’incontro corporale, la fenomenologia della relazione con l’altro, soprattutto nel contesto della cura, viene illustrato dal Nostro – nel saggio in discorso – tra le concezioni più heideggeriane di Ferdinando Barison e quelle più binswangeriane di Bruno Callieri, che invita ad essere insieme-con-l’altro (mit einender sein) e dunque ad accettare la sfida di sentirsi coinvolto. La corporalità è imprescindibile per entrambi, che non ignorano la filosofia esistenzialistica sartriana e soprattutto merleau-pontyana. Entrambi hanno diretto manicomi – la “Brusegana” di Padova, il primo, la “Martellona” di Tivoli il secondo – ed entrambi hanno osservato e studiato la relazione tra infermieri e malati mentali gravissimi, perfino «privi di linguaggio orale e di gestualità», come sottolinea Calvi a proposito di questi ultimi (65).
Barison – osserva Calvi – intuisce che gli infermieri riescono a farsi carico di malati molto gravi, riconducendo, però, tali rapporti «romanticamente, alla virtualità comunicativa del silenzio». Lo fanno, annota Calvi, «… muovendosi nello stesso clima heideggeriano [di Callieri, in cui però Barison] descrive questo essere con l’altro come un coinvolgimento della coppia, tale da potersi dire che faccia emergere una trasformazione rivelatrice di significato che egli [Barison] definisce ”verità ermeneutica”». Eppure, sottolinea Calvi con sottigliezza filologica, a differenza di Bruno Callieri, «… Barison non è approdato alla fenomenologia husserliana, di modo che la sua intuizione, […] eidetica, non è valorizzata da un’adeguata presa di coscienza»(66).
Calvi ripudia come anti-ippocratica la freddezza del “compilatore di ricette”, indifferente alla interiorità del paziente, mentre, attingendo ai suoi vecchi ricordi manicomiali, mostra di comprendere le tentazioni impulsive di taluni Colleghi (empaticamente coinvolti) di reagire “fisicamente” alle tenaci convinzioni deliranti. Infatti, nota come siano proprio i deliri assurdi e irriducibili che, per il loro coinvolgimento emozionale (confronto umanissimo e autentico), rendono il terapeuta impotente e lo schiacciano nella situazione dello scacco, esito frequente dell’incontro con lo psicotico. «A volte mi prudono le mani – gli confidava uno “psichiatra manicomiale” – È come essere in montagna con solamente una scatoletta per mangiare. Hai provato con la chiavetta, hai provato col temperino. Alla fine cerchi di sfondarla con un sasso. Così io provo con l’elettrochoc, l’insulina, il cardiazol. Capisco lo scassinatore davanti alla cassaforte» (67).
Una pertinente citazione di Calvi riguarda le indagini corticali che hanno condotto alla scoperta dei “neuroni specchio”. Codesta evidenza anatomo-funzionale, completerebbe alcuni tasselli mancanti nella spiegazione dei comportamenti mentali. In particolare l’ipotesi che essi costituiscano le basi neurofisiologiche dell’empatia. Mi permetto, sommessamente, di osservare in proposito che la grande fortuna scientifica di cui attualmente godono i “neuroni specchio” è forse eccessiva. Sovente da ambienti neuroanatomistici o neurofisiologici o neurotrasmettitoriali (specie da laboratori di ricerca oltre-Atlantico) si accendono i riflettori sulla “scoperta delle basi biologiche delle passioni umane”, ma è necessaria estrema cautela. Al riguardo nutro sempre qualche riserva. Fin dai tempi remoti, il pregiudizio antropocentrico voleva che fossero le scimmie a “scimmiottare” l’uomo. La scoperta di una reciprocità speculare della motorica e della fisiognomica tra primati, potrebbe non essere propriamente una rivoluzione copernicana. Semplicemente la riprova che – prevalendo la funzione epicritica del neopallio su quella protopatica dei nuclei della base e dell’archipallio – l’essere umano è in grado di esercitare la funzione del pensiero, della fantasia e di elaborare simboli.
In siffatte argomentazioni riguardo la prossimità corporea in psichiatria clinica, sono insiti, a catena, una infinità di altri problemi. A principiare dall’inesperienza (per insicurezza) nella pratica del mondo-del-corpo (del proprio e di quello altrui), al timore dell’incontro-col-corpo-malato; dalla perplessità di misurarsi con la corporeità apparentemente normale dell’alterità aliena (l’essere-con-l’altro-alieno per interagire con lui) alla dissimulazione dell’inautenticità dell’incontro dietro la formalità della “visita burocratica”. E ancora: guardarsi dalla sublimazione angelicata di richiami provenienti da presenze border-line; diffidare delle fascinazioni vertiginose della corporeità psicotica, proprio in quanto tale; temere la propria violenza e controllare le proprie pulsioni sadiche che avessero ad esercitarsi sulla corporeità già addolorata dalla sofferenza mentale e così via. Si può convenire che l’incontro-con-l’altro (anche terapeutico) sia un dono, se si può essere ragionevolmente persuasi del postulato di Calvi: un fenomeno è un ente essenziale, perché proprio in esso s’incarna un’essenza (68). L’essenza della presenza nella quale ci siamo imbattuti o che si è fatta incontro a noi per chiederci aiuto. Ma su tali tematizzazioni si potrebbe procedere all’infinito.
Conosco il tempo trascorso accanto al corpo malato nello spirito, che è altrove. L’ho con-vissuto codesto tempo, l’ho con-diviso anche per turni di giorni, con malati psicotici, acuti, cronici, cronicizzati, angosciati, mutacici, persi nelle loro fantasie inaccessibili, lontane, anzi aliene. Tempo-insieme, tempo-con, aspettando lo spiraglio, l’adito giusto per entrare nel mondo dei vissuti, delle esperienze, dei simboli psicotici e coglierne il senso, l’ermeneutica. Il tempo della crisi, il tempo penoso di quelle che una volta erano le cure somatiche e il risveglio da queste inutili pratiche comatose. Il tempo trascorso abbracciato alla convulsività epilettica, in attesa che esaurisca tutta la sua forza tellurica, col tubo di gomma infilato tra i denti a proteggere la lingua. Il tempo di vigile attesa della diaschisi post-ictale di Monakow, pronti a “scoagulare” col bolo venoso. Un tempo terapeutico – si badi bene – di prossimità al corpo sofferente dell’ammalato, tempo di cura, di speranza, di conforto, di aiuto, con o senza infermieri. Non il tempo trascorso al capezzale del malato col rantolo stertoroso di Kussmaul, o il singulto di Cheyne-Stokes, che è tempo ultimo, di compagnia della buona morte, un tempo deontologico, obbligato, cui il medico non può sottrarsi, né ricusare senza abdicare alla sua qualifica e alla sua funzione.
Non solo agli psichiatri nella comunità capita di condividere questa prossimità corporea. Altri Colleghi dell’aera oncologica o di quanti sono impegnati con pazienti terminali hanno analoghi obblighi prossemici e di vicinanza con la morte.  Lorenzo Calvi conosce perfettamente queste tematizzazioni fenomenologiche della vita, della salute, della malattia, della morte (69). La più immediata delle associazioni, mi fa venire alla mente quel tempo-empatico (breve o lungo, non importa) che un genitore vive-in-allarme accanto al figlio-bambino-malato, anche soltanto per una banale febbre. Semmai resterebbe da chiedersi quanto sia ancora attuale una riflessione di questo genere nell’odierno mondo della salute.
Concludo questo colloquio (noematico) con Lorenzo Calvi, utilizzando un passo ricavato dalla ristampa di un lavoro del suo maestro Cargnello, nel quale è contenuto l’auspicio che tutti gli psichiatri vogliano accettare “l’invito a sopportare la situazione ambigua di chi – riportando le sue parole – «Deve muoversi, come pratico e come studioso, su due piani diversi», perché la psichiatria «costringe chi la esercita a oscillare tra un aver-qualcosa-di-fronte e un essere-con-qualcuno»” (70). Un racconto, il mio, più che una ricostruzione biografica, ma anche un piacevole dialogo/monologo che reca il segno della comune passione per talune consonanze, tratti di strada e pezzi di storia coeva che s’e attraversata. Avevo detto a Gilberto che conoscevo Calvi, poi mi sono accorto che non era così, ma ora che ho frugato nella sua Lebenswelt fenomenologia, nel suo pensiero, nella sua opera (nella sua Rivista soprattutto) mi è divenuto familiare al punto che mi pare di averlo sempre frequentato. Un caldo augurio Lorenzo.
Che questo lungo antico inedito richiamo alla tua opera e alla tua persona serva a mantenerne vivo l’insegnamento e l’esempio presso i giovani colleghi.
 
 

 
Note
 
1. Il 1930, guarda caso, coincide con l’anno di nascita di Eugenio Borgna, piemontese e di Alberto Arbasino,  corregionale di Calvi, da Vigevano e avrebbe coinciso con quello di altri esponenti, più o meno insigni, della fenomenologia come Lantéri-Laura, scomparso nel 2004 e Adolfo Bovi che ci lasciò ancor prima, nel secolo in cui era nato.
2. Angela Ales Bello, Arnaldo Ballerini, Eugenio Borgna, Lorenzo Calvi. Io e Tu. Fenomenologia dell’incontro. Omaggio al Prof Bruno Callieri per il suo LXXXV anno. A cura di Gilberto Di Petta. EUR, Roma, 2008.
3. Luciano Del Pistoia. Il giardino delle statue di sale. Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 1997, p. 216.
4. L’amico Callieri, che era già stato contagiato da medesima folgorazione nei suoi giri di apprendistato da Heidelberg a Zurigo, a Parigi e in quasi tutte le scuole della mitteleuropa del secondo dopoguerra, a sua volta, si dedicava a folgorare antropofenomenologicamente allievi, amici e colleghi, e non solo romani.
5. Provenivo dalla Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Roma, non ancora “La Sapienza”, semplicemente “Università degli Studi”, versione meno retorica del littoriale “Studium Urbis”, ma assai più prestigiosa e sapiente di quella odierna. Mario Gozzano aveva sostituito Ugo Cerletti, ormai da quasi un ventennio, nella direzione dell’Istituto.
6. C’era qualcosa, della follia, in particolare, che mi sfuggiva e m’incuriosiva allo stesso tempo. Alcunché d’inelegante, illogico, brutalmente tragico, e irridente, nella psicosi, si beffava del mondo neurologico, neuroanatomico, istopatologico, neuroradiologico. Questo m’inquietava, anche perché sovvertiva le leggi della neurofisiologia più eccelsa, quella di Moruzzi e Magoun, il sonno, la veglia, quella di Eccles, inibizione, facilitazione di potenziali pre-, post-sinaptici, allora in grande auge, sui quali mi ero giocato tutto: tesi di laurea, specializzazione, libera docenza e un timido conato di carriera accademica (il ramo psichiatrico di quella che allora era la neuropsichiatria) per la stima e l’affettuosa insistenza di Raffaello “Ninì” Vizioli.
7. Cfr. Lorenzo Calvi. Callieri ou la cordialité de la parole.  PM n 5 1990, p. 111 e Comprendre 5/1990.
8. Questo fu, per l’appunto, il mio battesimo all’antropofenomenologia. Poi, come dicevo, me ne sono allontanato per dedicarmi all’incontro con l’alterità esotica: l’immigrato. Da circa trent’anni è divenuto un tema di stretta attualità. Studiare una persona che giunge nel nostro paese da altre  culture, altri modi di pensare il mondo, la spiritualità, di osservare le feste e le tradizioni, m’incuriosiva. M’interessava sapere quali difficoltà dovesse superare, l’altro, per vincere le sue e le nostre diffidenze. Quale prezzo valessero i suoi adattamenti culturali per trovare il pane che andava cercando. Se, nel Servizio di Salute Mentale, dove ho continuato a lavorare dopo la chiusura dei manicomi, potevo in qualche modo aiutare i nuovi ospiti che vi si rivolgevano. Ma anche a chi ce li accompagnava, i suoi datori di lavoro (per lo più) a comprendere prima di tutto un bisogno elementare, che noi, in un passato non lontano, avevamo conosciuto molto bene. Ho sempre pensato che l’ascolto delle narrazioni delle storie di vita delle persone migranti, non fosse molto distante dalla psicopatologia fenomenologica e dall’antropologia culturale, ma la questione centrale restava che non si era mai riusciti a spiegare con sufficiente chiarezza le differenze tra alterità culturale e alienità mentale. Una faccenda apparentemente ovvia, in realtà difficilissima, almeno a giudicare dal riaffiorare di derive xenofobe. Peraltro, tutte le ovvietà sono tali, dal momento che ciò che è lapalissiano per uno non è detto che lo sia anche per l’altro, fermo restando la buonafede di tutti, gli uni e gli altri. Monsieur de La Palice lo era sicuramente, ma la storia ha dimostrato che l’ignoranza si può emendare, sempre, la malafede no.
9. Lorenzo Calvi Presentazione, Comprendre 19-2009 (pp. 7-8)
10. Ibid.
11. Ibid.
12. Fernanda Conti Pallai, direttrice della Casa Editrice EUR, che pubblica opere di psicopatologia fenomenologica, mi ha detto che anche quest’anno era a Figline Valdarno all’inaugurazione del corso 2009-2010.
13. Luciano Del Pistoia. Il giardino delle statue di sale, cit., p. 216.
14. Nella straordinaria cornice del Palazzo Farnese era approdato un confuso, quanto volenteroso tentativo d’imbastire un dialogo tra operatori (come si diceva un tempo) della psichiatria di varia estrazione e provenienza, molti dei quali ex manicomiali. L’ideologia – una forma di esaltazione fissata (Verstiegenheit) per dirla alla Binswanger – era moneta corrente e spendibilissima, quasi vent’anni fa, ma si trattava di un’altra stagione di lettura della pazzia.
15. Luciano Del Pistoia, Franco Bellato (a cura di). Curare e ideologia del curare in psichiatria. Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 1981, Prefazione dei curatori, p. 5.
16. Bruciava ancora lo scontro con quelli della “psicoterapia istituzionale”, con quelli della “psichiatria di settore”, e quelli del nuovo sociologismo (sostanzialmente area “Psichiatria democratica”), che trovavano ingombranti gli eredi dell’antipsichiatria e della negazione della malattia mentale, si rendevano conto che era stato passato il segno un po’ di tutte le modalità d’intendere l’approccio alla follia. Oltre 13 anni addietro, si era giunti ad una situazione, «in cui i terapeuti delle varie posizioni, se a volte ancora si “salutano”, certo è che non si “parlano”» – scrivevano preoccupati Del Pistoia e Bellato (Curare e ideologia del curare…, cit., p. 6).
17. Del Pistoia e Bellato. Curare e ideologia del curare…, cit.,  pp. 5-6.
18. Per inciso, Del Pistoia e Bellato, riuscirono a far convergere al Convegno di Lucca 103 partecipanti, tra infermieri, medici, psichiatri, sociologi, assistenti sociali, amministrativi, amministratori, psicologi, assistenti ambientali, capigruppo di partiti, funzionari dello Stato, neuropsichiatri infantili, antropologi, studenti, filosofi, avvocati, assistenti all’infanzia, cattedratici emeriti di neurologia, psicoanalisti, storici. Un qualificato spaccato della “società civile”, come si direbbe oggi che questa categoria sociale è quasi evaporata per gli infiniti motivi che tutti conoscono ma che molti si sono stancati di denunciare perché inascoltati, anzi ridotti al silenzio dal clamoroso dilagare dell’illegalità finalizzata alla realizzazione degli obliqui interessi di pochi, oltre che al dilagare dell’incultura.
19. Il Castello-fortezza dei Farnese poteva prestarsi eccellentemente come sede di un Concilio di Trento della psichiatria riformata o di un «compromesso storico», come più realisticamente scrivevano 13 anni prima Del Pistoia e Bellato. Curare e ideologia del curare…, cit.,  p. 6.
20. Gli psicoanalisti, all’epoca, oltre ad essere in dissidio con gli uni e gli altri, erano in minoranza.
21. Ne cito alcuni: Angelo Addabbo ( Siena); Giuseppe Agrimi ( Massa Carrara); Arnaldo Ballerini (Firenze); Eugenio Borgna (Novara); Bruno Callieri (Roma); Gabriele De Ritis (Frosinone); Giovanni De Plato (San Giovanni in Persiceto); Gilberto Di Petta (Napoli); Alberto Gaston (Roma); Amalia Mele (Napoli); Stefano Mistura (Piacenza); Carlo Monteleone (Catania); Sergio Moravia (Firenze); Narciso Mostarda (Frosinone); Agostino Pirella (Torino); Sergio Piro (Napoli); Donato Rufo (Frosinone); Antonio Scala (Napoli); Adelmo Sichel (Reggio Emilia); Giovanni Stanghellini (Firenze).
22. Sartre L'esistenzialismo è un umanismo (1946); Id. Immagine e coscienza. Einaudi, 1964 [nel 1963 avevo visto al teatro Eliseo di Roma Il diavolo e il buon Dio, con un istrionico Goetz magnificamente interpretato da Alberto Lionello (anch’egli del 1930) per la regia di Luigi Squarzina]; Husserl. Ricerche logiche nella traduzione curata da Giovanni Piana per Il Saggiatore, Milano, 1968 (2 voll); Cargnello. Alterità e alienità. Feltrinelli, 1966; Merleau-Ponty. Fenomenologia della percezione nella traduzione e con l’appendice bibliografica a cura di Andrea Bonomi per Il Saggiatore, Milano, 1965.
23. Bruno Dei, Giuseppe Mannu. L’approccio fenomenologico al vissuto psicotico. Prefazione di Eugenio Borgna. Atti del Convegno 20-22 maggio 1993 Caprarola (Viterbo), Organizzazione: Centro Studi e Ricerche “La Bussola” – Psichiatria Democratica Centro Italia. Edizioni "La Bussola". suppl. a “La Bussola” – Periodico quadrimestrale del Centro Studi e Ricerche “La Bussola”. Anno II – numero I – Autorizz. Trib. di Frosinone n. 227 del 19. 11. 1993. Direttore responsabile Alberto Cedrone. Stampa 24 maggio 1994 Union printing spa – Viterbo.
24. Lorenzo Calvi. Callieri ou la cordialité de la parole: p. 111 PM n 5 1990 e Comprendre 5/1990.
25. Una stranissima pubblicazione (tipo instant book) edita da “La Bussola” con due presentazioni (Tommaso Losavio, Psichiatria Democratica Centro Italia e Ferdinando De Marco, Centro Studi e Ricerche “La Bussola”), una prefazione (due paginette di cortesia di Eugenio Borgna) e una introduzione bifilare psicologico/psichiatrica (Bruno Dei del “Direttivo La Bussola” e Giuseppe Mannu del “Direttivo PD Centro Italia”), incredibilmente parafata da una minuscola epitome di Marcel Proust a mo’ di postfazione, nelle prime 25 pagine. Fa bella mostra di sé, in quadricromia, la Stanza delle carte Geografiche del Castello, sulla copertina degli Atti di codesto Convegno.
26. Luciano Del Pistoia, Franco Bellato (a cura di). Curare e ideologia del curare in psichiatria., cit., p. 5.
27. Il passo, di cui si può notare la palese deissi logica, è il seguente «E così dicasi delle individualità devolute […], nel campo schiettamente psicopatologico, alla sola categoria dell’esser coperto o scoperto (come per esempio in un caso da me illustrato di una giovane operaia [Clita N.d.R.] che, salvo nei momenti del lavoro in fabbrica, ovunque ma specialmente in pubblico era attanagliata dall’ossessione di esser nuda [… Sul problema psicopatologico della distanza (“Arch. Psicol. Neur. Psich.”, IV, 1953)]». Danilo Cargnello Alterità e alienità. Introduzione alla fenomenologia antropoanalitica. Feltrinelli, Milano, 1966, p. 169.
28. Lorenzo Calvi. Art maniéré et manierisme schizophrenique. Acte Neurol. Psychiat. Belgica, 640, 125, 1964.
29. Danilo Cargnello, Lorenzo Calvi. Esquisse d’un arrangement anthropo-analytique de la série des phobies. Comptes rendus du Congès de Psychiatrie et de Neurologie, Tours, 1959, p. 237, Masson, Paris, 1960. Id. Principi ordinativi per un inquadramento antropoanalitica delle fobie. Arch. Suisses Neurol. Neurochir. et Psych, 87°, 327, 1961. Per inciso il 1959 cadeva un anno dopo la mia laurea, con una tesi di neurofisiologia sul sonno.
30. Lorenzo Calvi. Il tempo dell’altro significato Esercizi fenomenologici d'uno psichiatra. Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni, Milano, 2006; in questo volume, a pagina 59, c’è il capitolo 6 intitolato La costituzione trascendentale dell’ “oggetto” fobico, (corsivo mio) che rimanda ad un suo remoto “esercizio” del 1963. [Lorenzo Calvi. Sulla costituzione dell' “oggetto fobico” come esercizio fenomenologico, I parte. “Psichiatria generale e dell’età evolutiva”, 1, 3, 1963].
31. Lorenzo Calvi. Ricordo di Danilo Cargnello (1911-1999), Comprendre n. 12/2002, pp. 132-135.
32. Ibid., pp. 133-134.
33. Ibid, e infra.
34. Ibid., p. 133
35. Ibid., il corsivo è mio
36. Ibid., p. 134
37. Ibid., il corsivo è mio.
38. Ibid.
39. Il manicomio di Sondrio fu intitolato ad un celeberrimo neurologo valtellinese: Carlo Besta da Teglio (Sondrio) 1876-1940.
40. Il “comparto”, si direbbe, metonimicamente oggi, nell’arido linguaggio sindacale.
41. VI Giornate psichiatriche ascolane "La pulsione, il controllo: se i freni si allentano" seconda giornata - giovedì 12 maggio 2005.
42. Il film Parla con lei, Spagna, 2002, drammatico, durata 112’, è firmato dal regista Pedro Almodovar che tratta della stimolazione acustica somministrata alle persone in coma profondo per risvegliarne la coscienza.
43. Roberta De Monticelli. Prefazione. La coscienza paziente. In: Lorenzo Calvi Il tempo dell’altro significato, cit., p. 11.
44. Ibid. 1. La stirpe degli psichiatri-filosofi, i nomi di persona degli autori li ho aggiunti io.
45. Una certa aneddotica di Indro Montanelli vuole che codesto famoso giornalista avesse in uggia (se non addirittura in odio al punto di dichiarare senza mezzi termini che avrebbero meritato una punizione sommaria come la fucilazione) tutti coloro che avendo potuto scrivere un articolo in venti righe, ne avevano impiegate quaranta. Per fortuna ce l’aveva solo coi giornalisti.
46. Lorenzo Calvi. Humanitas ed umanità di Bruno Callieri. Comprendre n. 12/2002 (pp. 1-10).
47. Tutte le citazioni virgolettate relative all’antropologia della scrittura qui riportate, sono tratte da Lorenzo Calvi Risposta ad una lettera di Arnaldo Ballerini alla redazione di comprendre. (Comprendre 16-17-18, 2006-2007-2008, p. 65).
48. Forse non era casuale il suo rammarico di aver scelto incondizionatamente il “liceo scientifico”, anziché il “classico”. Mi confidò che all’origine del suo errore formativo vi era stata un’infatuazione per il disegno tecnico (matematico, meccanicistico, macchinistico e anatomistico) di Leonardo, e la convinzione che l’inglese fosse il linguaggio universale della letteratura scientifica. Ora avvertiva acutamente la mancanza del greco e del tedesco.
49. Lorenzo Calvi. Fenomenologia dell’espressione e dell’espressività. Annali di Freniatria, 1963.
50. Sul frontespizio della sua creatura più cara, si legge: “La rivista Comprendre nasce nel 1988 per iniziativa del Prof. Lorenzo Calvi – libero docente in clinica delle malattie nervose e mentali ed in psichiatria, primario neurologo ospedaliero – con l’intento di collegare tra loro i vari esponenti dell’antropologia e della psicopatologia fenomenologiche e di allargare la conoscenza del loro lavoro ad un uditorio più vasto”.
51. Luciano Del Pistoia, Franco Bellato (a cura di). Curare e ideologia del curare in psichiatria. cit.
52. Comprendre n. 13/2003, pp. 27-66.
53. Poi confluito come capitolo del libro di Luciano Del Pistoia. Saggi fenomenologici. Psicopatologia, clinica, epistemologia, Giovanni Fioriti, Roma, 2008.
54. Luciano Del Pistoia. Georges Lantéri-Laura: profilo bio-bibliografico. Comprendre 14/2004, pp. 9-16; Id. Georges Lantéri-Laura: medico e uomo di cultura. Comprendre 14/2004, pp. 17-31. Nella circostanza, vi fu un tributo unanime di studiosi italiani che Lorenzo Calvi ospitò su Comprendre, dandone notizia nella Presentazione del n. 13/2003, pp. 6-7, e dedicandovi l’intero numero successivo (14/2004) con un editoriale ad hoc.
55. Lettera alla redazione di Arnaldo Ballerini Comprendre n. 14/2004, p. 32-35.
56. Risposta ad una lettera di Arnaldo Ballerini alla redazione di Comprendre, di Lorenzo Calvi Comprendre 16, 17, 18, pp. 63-66 (28/9/2008).
57. Lettera alla redazione di Arnaldo Ballerini, Comprendre n. 14/2004, le citazioni virgolettate a partire dalla presente che trovasi alla p. 32 sono racchiuse nelle pagine a seguire fino alla 35.
58. Jaspers, commentando Nietzsche, scrive che nella Weltanshauung del filosofo di Röcken, “La nostra comprensione del mondo è un’interpretazione, e la nostra comprensione del mondo altrui è un’interpretazione dell’interpretazione”. Psicopatologia Generale. Il Pensiero Scientifico, Roma, 1964, p. 321.
59. Hans Kunz. Die existentiell Bedeutung der Psychoanalyse in ihrer Konsequenz für deren Kritik. Nervenarzt, 3, 657, 1930.
60. Risposta ad una lettera di Arnaldo Ballerini alla redazione di Comprendre, di Lorenzo Calvi Comprendre (28/9/2008). cit. Anche qui le citazioni virgolettate fanno riferimento alle pp. 63-66, cui si rimanda.
61. Molto in voga, a vario titolo e con varie finalità, da Benedetto XVI a Giovanni Jervis, sempre più giù fino ai cosiddetti “atei devoti” che volano basso in cerca di prede facili nel presente orizzonte culturale italiano.
62. Angela Ales Bello, Arnaldo Ballerini, Eugenio Borgna, Lorenzo Calvi. Io e Tu. Fenomenologia dell’incontro, cit.
63. Ibid., p. 94, il corsivo è mio, anche nelle citazioni successive.
64. Ibid., p. 95.
65. Ibid., corsivo mio. Per chiarire il passaggio citato e tutto quanto concerne l’osservazione corporale di accudimento ai malati degli infermieri, studiata dall’autore, si rinvia anche a Lorenzo Calvi. La fenomenologia del corpo e l’antropologia dell’infermiere, RSF, 1985; Id. Da Flaubert ai neuroni specchio, in Stefano Besoli (curatore). Ludwig Binswanger. Esperienza della soggettività e trascendenza dell’altro. Quodlibet, Macerata, 2006; Id. Il consumo del corpo. Esercizi fenomenologici di uno psichiatra sulla carne, il sesso, la morte. (cap. 1 e 4 ), Mimesis, Milano, 2007.
66. Ibid., p. 95, corsivo mio.
67. Ibid., p. 97
68. Ibid., p. 94, corsivo mio.
69. Lorenzo Calvi. Il consumo del corpo, cit.
70. Premessa di Lorenzo Calvi a Danilo Cargnello. Ambiguità della psichiatria, Comprendre, n. 9, 1999, p. 5.
 

 
 

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