COVID-19: FRAGILITÀ E DISINFORMAZIONE: UN’ANALISI DEI RISCHI CORRELATI ALLA DIVULGAZIONE DI FAKE NEWS E TEORIE DEL COMPLOTTO

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19 marzo, 2020 - 12:54

ABSTRACT 

 

L’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanita ha annunciato lo stato pandemico per il nuovo coronavirus, il SARS-CoV-2. Lo stato di “lock down” imposto dal governo per rallentare la diffusione del contagio e le statistiche preoccupanti sui decessi e sui ricoveri in terapia intensiva, rendono difficile per la popolazione affrontare questo momento, arrivato quasi all’improvviso, dopo una sconcertante alternanza di messaggi tranquillizzanti e di allarmismi. 

Ad aumentare il senso di incertezza, i dubbi, le paure e conseguentemente lo stato di ansia nella comunità, contribuiscono fake news e teorie del complotto sempre più dilaganti. 

Dopo una rapida analisi delle cause che favoriscono la nascita di questi “strumenti di disinformazione di massa”, facilitati nella diffusione dai social network, applicazioni di messaggistica istantanea e testate giornalistiche, verranno trattate e ipotizzate alcune delle conseguenze che questi fenomeni potrebbero avere sullo stato psicofisico degli individui, sul comportamento e sul pensiero collettivo. 

 

UNA CONDIZIONE DI ESTREMA FRAGILITÀ  

 

Siamo in una situazione di emergenza, ci ritroviamo improvvisamente in contatto con una realtà totalmente estranea, che fa naturalmente paura. 

 In giorni come questi, in cui la quotidianità viene spazzata via e i nostri ritmi, le nostre abitudini smettono improvvisamente di esistere, diventiamo rapidamente fragili, il concetto di “Sé” vacilla, tanto che col passare del tempo, rispondere alla domanda “chi sono Io?” potrebbe essere più complicato del solito. 

 

Cosa ci sta succedendo? 

 La nostra personalità si struttura su basi neurologiche, esperienziali, relazionali; fin dai primi mesi di vita, numerosi fattori concorrono a formarci e a farci avere un’idea del nostro Sé: le relazioni, le perdite, le sofferenze, le gioie, i dolori, i successi, gli insuccessi, le delusioni etc.  

Viene creata così una base più o meno solida sul quale appoggiare il nostro “Essere” (Benjamin L. S., Bowlby J. 1982; 1999; Cancrini L., 2013; Kandel et al, 2014). 

 Con la crescita e l’arrivo dell’età adulta, continuiamo sempre più a definire noi stessi e la nostra identità sociale (Tajfel H. 1999), attraverso le nuove relazioni, le abitudini, lo sport, gli hobbies, il percorso di studio, la carriera professionale, lo status sociale ed economico etc.; in questo modo cementifichiamo l’idea che abbiamo di noi stessi e acquisiamo la sicurezza necessaria a procedere autonomamente, con minori incertezze, lungo il percorso giornaliero della nostra vita. 

Oggi gran parte di questo è improvvisamente crollato. 

Oggi molte certezze hanno smesso di esistere. 

Oggi siamo tutti più fragili e insicuri, perché il mondo attorno al quale abbiamo costruito chi siamo, ha subito un arresto improvviso, temporaneamente non c’è più. 

 La perdita del nostro ruolo lavorativo, dei nostri spazi di svago, delle nostre abitudini di vita, rende meno chiara la definizione di Sé; a questo processo può contribuire in maniera importante anche la mancanza di contatto con i familiari, con le amicizie o con le conoscenze, che giornalmente, incrociamo in casa, per strada o sul luogo di lavoro confermandoci come uno specchio, chi siamo agli occhi degli altri e di conseguenza ai nostri (Mead G. H.  1934; Mitchell S., 2002; Tajfel H. 1999) 

 

Come reagiamo solitamente? 

 Il nostro cervello è una macchina meravigliosa e grazie alla percezione delle emozioni “negative” e alla conseguente sensazione di disagio, automaticamente (e spesso inconsciamente), mette in atto dei protocolli, volti a farci tornare rapidamente ad uno stato di benessere (Kandel et al, 2014; Panksepp J., 1998). 

 Evitare i contatti, lavarci spesso le mani, non uscire di casa se non per motivi urgenti, sono azioni che, pur costandoci sacrificio, sono sane e funzionali rispetto alla situazione attuale.  

Non sempre però, reagiamo nella maniera più adeguata e accade spesso che, a causa di bias cognitivi, di incertezze sul reale stato delle cose, di timori per la propria vita e per quella dei nostri cari, si arrivi a comportarsi in modo sconclusionato e dannoso. 

 A seguito riporto due degli atteggiamenti che sono emersi più comunemente negli ultimi giorni, che rischiano seriamente di compromettere lo stato di salute psicofisico delle persone e di creare pericolosi movimenti sociali dalle conseguenze imprevedibili e ingestibili. 

 

1) La negazione della realtà e la minimizzazione del pericolo.  

2) La ricerca compulsiva e sconclusionata di verità, chiarificazioni e spiegazioni, senza la necessaria attenzione all’affidabilità delle fonti di provenienza. 

 

A causa della forte angoscia causata dell’impatto del virus, può nascere la tendenza a rifiutare la realtà, allo scopo di proteggersi dalla paura; è ipotizzabile che questo, si verifichi soprattutto nelle persone psicologicamente più fragili, con un basso livello di istruzione, disinformate e con un ridotto grado di auto-consapevolezza (Gabbard G.O., 2015; Lingiardi V., Madeddu F., 2002). 

 Questo meccanismo di difesa può portare a negare o minimizzare i rischi legati al pericolo, a non prendere le giuste precauzioni per prevenirlo e a far esporre maggiormente sé stessi e gli altri agli effetti negativi ad esso correlati. 

 C’è da considerare inoltre, che l’uomo ha la tendenza a ritenersi un elemento speciale di questo pianeta, a dimenticarsi del proprio status di “animale”, sottoposto agli stessi rischi e non più invincibile di qualsiasi altro essere vivente della Terra. Queste convinzioni potrebbero indurre a considerare la propria vita come una storia, nella quale emergenze come quella che stiamo vivendo, sono ritenute impossibili, assurde, irrealistiche. 

 Altro effetto collaterale di questo tipo di errore è la polarizzazione dell’informazione, che può venirsi a creare in risposta agli eccessivi tentativi di negazione e minimizzazione; chi è impaurito o infastidito dalle inesattezze che vengono fatte circolare infatti, potrebbe tendere a riportare una risposta altrettanto forte e contraria, volta a sottolineare il pericolo e a creare maggiore allarme.   Questo flusso di informazioni, implicitamente contrastante, aumentando l’incertezza, rischia di essere dannoso per la salute psicofisica degli individui e innalza il rischio di panico collettivo (Smelser, N.J., 1968, Cuzzolaro M, Frighi L., 1991) 

 Cercare di trovare un senso a tutto ciò che avviene intorno a noi fa parte del funzionamento cognitivo umano. Quello che non riusciamo a spiegarci e a far rientrare in una logica conosciuta, spaventa, perché risulta imprevedibile e non permette di trovare una linea di comportamento e di pensiero utili a metterci in sicurezza. 

Oggi il contrasto fra il bisogno di dare un senso alla grave crisi in cui ci troviamo e l’impossibilità di farla rientrare in uno schema già noto, creano una dissonanza cognitiva insopportabile per la mente, da cui deriva una fortissima e disordinata pulsione a raccogliere continuamente informazioni, mirata a creare un filo logico che soddisfi chi soffre di questa condizione. 

 

 

IL RUOLO DELLE FAKE NEWS, I PERICOLI DELLE TEORIE DEL COMPLOTTO 

 

 Di fronte a questo estremo stato di fragilità, alimentato da dubbi e timori, gran parte della popolazione diventa facilmente influenzabile ed apre le porte a qualsiasi tipo di notizia, anche quella più scorretta, fantasiosa e pericolosa. 

 

 Le fake news riportano fatti inventati, ingannevoli o manipolati allo scopo di creare disinformazione, scandali o di far trarre un vantaggio a chi le pubblica. 

 Le invenzioni e le falsità (dall’inglese “fake”, falso), possono servire a screditare un avversario politico, ad avvalorare le proprie ideologie, a manipolare mercati finanziari, o come succede negli ultimi giorni con l’uso di titoli allarmistici, ad attirare interesse e favorire un alto numero di “clicks”, attraverso cui guadagnare visualizzazioni, pubblicità e denaro. 

 La potenza e gli effetti di questo tipo di menzogne vengono moltiplicati esponenzialmente attraverso la condivisione fra utenti; non è raro che nel passaggio “di bocca in bocca” o “di social in social” le notizie già, false, vengano ulteriormente modificate. 

 Il livello di infondatezza e tendenziosità che caratterizza questo tipo di messaggi, è equiparabile solo alla velocità della loro diffusione fra gli utenti del web: la fame di informazioni di cui si è accennato prima, permette alle fake news di viaggiare rapidamente, senza controllo né verifica, in tutto il pianeta. 

 

Pur non portando dati statistici significativi, le testimonianze dei pazienti raccolte durante le sedute nella mia attività di psicologo psicoterapeuta1 confermano quanto rilevato da altri studi scientifici volti a evidenziare le conseguenze che una notizia falsa può creare diventando virale: 

 

  • Attraverso la disinformazione, allontana i cittadini dalla realtà, togliendo loro capacità di giudizio e di decisione, rendendoli manipolabili ed esposti a rischi e pericoli. 

  • Nuoce alla salute psicofisica dei cittadini, creando spesso reazioni ansiose/depressive, innescate principalmente da titoli allarmistici. 

  • Aumenta il senso di incertezza, creando un circolo vizioso, a causa del quale non riconoscendo più cosa è vero o falso, si inasprisce la fame di informazioni e si perde ulteriormente la capacità di giudizio e discriminazione.  

(The Lancet, 2020; Brainard J., Hunter P. et al, 2019) 

 

Molti utenti Facebook, nelle scorse settimane, hanno pubblicato informazioni scorrette riguardanti la “scarsa” pericolosità del Coronavirus; è ragionevole pensare che sia stato fatto con lo scopo di tranquillizzarsi, tranquillizzare gli altri e continuare vivere una situazione di illusoria sicurezza, evitando così il contatto con l’angoscia; purtroppo, così facendo, è stato impedito a molti di prendere coscienza della gravità della situazione e di adottare le giuste precauzioni. 

Dichiarare che il SARS-CoV-2 non è più pericoloso del virus dell’influenza stagionale, non tiene conto di molti dati scientifici, come l’elevata capacità di contagio, l’elevato tasso di letalità, l’assenza di un vaccino, le statistiche relative alla necessità di ricovero ospedaliero da parte di chi lo contrae etc. 

Nonostante questo, moltissime persone (inclusi politici, personaggi dello spettacolo e addirittura alcuni medici), sono andati avanti per settimane equiparando la COVID-19 ad una semplice influenza, ignorando l’appello dei virologi, creando incertezza nella popolazione, portandola a sottovalutare i rischi del Coronavirus e a non adottare comportamenti utili ad evitare il contagio, favorendone così la diffusione. 

 

 Le teorie del complotto attribuiscono la causa di un evento, o di una catena di eventi (politici, sociali o naturali) a piani organizzati da figure potenti che tramano segretamente, invisibili al resto del mondo. Emergono solitamente in occasione di eventi di grande impatto emotivo, che colpiscono fortemente l’opinione pubblica, come atti terroristici, disastri, morte di personaggi famosi.  

 Attraverso una ricostruzione narrativa che, solo a tratti, riprende elementi di realtà, si creano congetture, si sottolineano coincidenze, si cercano riferimenti e collegamenti derivati da episodi simili avvenuti in epoche diverse o addirittura, riconducibili a film o a cartoni animati. 

La trama di una storia viene arricchita, aggiungendo particolari ispirati a teorie filosofiche, esoteriche, fantascientifiche, volte ad avvalorare la nuova ricostruzione; spesso inoltre, si collegano episodi indipendenti fra loro con deduzioni molto articolate, azzardate e praticamente impossibili da dimostrare, ma anche da invalidare, come nell’esempio de “Il sasso che scaccia le tigri”: raccogliendo un sasso da terra e sostenendo che ha il potere di tener lontano le bestie feroci, potrete sfidare chiunque a provare il contrario: fino a che non ci saranno tigri intorno a voi, potreste aver ragione!2 

 

Alcuni studi, pur sottolineando la difficoltà di individuazione di un modello di personalità specifico e la molteplicità delle variabili in gioco, hanno individuato quelli che sarebbero alcuni dei tratti più ricorrenti e caratteristici del “complottista”: 

 

 Il senso di inadeguatezza, più o meno negato a sé stessi o agli altri, è una caratteristica che accomuna tutti coloro che vedono l’ombra della cospirazione dietro ad ogni grande accadimento. Difficile fare ipotesi precise sulle origini di tale vissuto, ma è appurato che la mancanza di riconoscimento da parte delle figure genitoriali o di riferimento, non presenti, o solo apparentemente presenti, possa avere una forte influenza sullo sviluppo di una buona percezione di Sé e delle proprie capacità (Bowlby J. 1989; Cancrini L., 2013; Klein M., 2014; Minuchin S., 1977).  

 Un basso livello di istruzione può aumentare il senso di inefficacia, di impreparazione e condurre a tentativi di auto-formazione attraverso canali non ufficiali, in discipline non riconosciute scientificamente, di semplice e rapida comprensione, adatte ai gusti e agli interessi della persona; non è raro che i cospirazionisti, non riconoscano autorevolezza culturale in scienziati, medici, professori o in chiunque si sia formato con anni di preparazione universitaria. La scarsa capacità analitica derivata 

da una formazione povera, favorirebbe l’adesione a teorie del complotto. 

 Il desiderio di sentirsi speciali, “eletti” o “illuminati” accomuna la grande maggioranza dei complottisti. Non a caso spesso si riferiscono a tutti coloro che non riconoscono le loro teorie, come a “masse di pecore” o “ciechi” (intesi come incapaci di cogliere ciò che loro riescono a vedere). È ragionevole pensare che la sensazione di sapere e di capire cose che gli altri non riescono a leggere o interpretare, serva a diminuire l’inadeguatezza da loro percepita. Questo potrebbe spiegare l’aggressività verso chi li contraddice mettendo così a rischio loro visione compensatoria. 

 La sfiducia verso i potenti e verso il governo può affondare le radici sia nei vissuti infantili, (dove un’assenza di cure, di attenzioni e di riconoscimenti, potrebbero aver portato al tradimento delle naturali aspettative del bambino), (Bowlby J. 1989; Cancrini L. 2013), che nella realtà, dove spesso, emergono corruzione, scorrettezza e disinteresse verso i cittadini da parte di alcuni politici. È interessante notare come gran parte dei complottisti abbiano una rete sociale limitata, indice della tendenza a tenere lontano o rifiutare chi ha idee che differenti dalle loro; questo può essere dovuto a due fattori: la necessità di non veder negare la loro visione del mondo che li allontana dal senso di inadeguatezza e il mantenimento dello stato di “minoranza”, l’unico che gli consente di far parte dei “pochi eletti”. È da sottolineare infine, che negli studi effettuati, emergerebbero tratti di personalità paranoide molto accentuati in gran parte dei soggetti partecipanti.  

(Douglas K.M., Sutton R.M.; Cichocka A. 2017; Freeman D., Bentall R.P., 2017) 

 

I pericoli delle teorie del complotto nei periodi di instabilità e di emergenza 

 Non è difficile ipotizzare che innescare dubbi e timori attraverso la divulgazione di teorie fantasiose, non dimostrate e non dimostrabili, in un contesto già impregnato di incertezza, paura, fragilità personale e collettiva, possa avere effetti devastanti sia per l’individuo che per la comunità. 

 

Di seguito viene riportato a scopo esemplificativo una delle teorie del complotto emerse in questi giorni che collega il coronavirus ad azioni militari segrete. 

 

“L’invasione militare da parte di 30.000 soldati statunitensi” 

Questa teoria pubblicata su “Il Manifesto” (Dinucci M. 2020) il 3 marzo 2020, allo scopo di mettere in cattiva luce gli Stati Uniti, è costruita sull’arrivo in Europa di migliaia di militari americani, che saranno impegnati in una esercitazione denominata “Defender Europe 20”, organizzata in collaborazione con vari paesi appartenenti alle forze Nato, pubblicamente annunciata da mesi e ridimensionata causa Coronavirus.  

Attraverso frasi come: “L’arte della guerra. I 30.000 soldati Usa, che si spargeranno attraverso la regione europea, sono di fatto esentati dalle norme preventive sul Coronavirus si rischia di istillare nella popolazione, il dubbio che dietro a queste esercitazioni, ci possa essere un intento di invasione ostile e che i soldati siano incuranti  o immuni al virus; questo confermerebbe l’ulteriore insinuazione che la pandemia, potrebbe essere stata programmata e utilizzata dagli Stati Uniti per scatenare una guerra contro la Russia, passando attraverso l’Europa. Riportiamo un altro estratto: “La “Us Army Europe Rock Band” terrà in Germania, Polonia e Lituania “una serie di concerti a ingresso libero che attireranno un grande pubblico” (sic!). La solita pratica del panem et circenses, com’è evidente. Obiettivo? Il solito: far sì che gli schiavi amino le loro catene e seguitino a essere cultori ignari della propria schiavitù. Con questa affermazione si continua chiaramente a insinuare che Gli Stati Uniti pianifichino un piano di attacco e che per nasconderlo agli occhi della gente, utilizzerebbero una rock band, dando al popolo (equiparato agli schiavi), il divertimento, proprio come facevano gli imperatori romani per ottenere il riconoscimento e la fedeltà dei cittadini. 

 

 

CONCLUSIONI 

 

In situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo oggi a causa del Coronavirus, il senso di incertezza percepito dalla popolazione sembra essere aumentato esponenzialmente. Meccanismi di difesa atti ad evitare angoscia e paura possono aver contribuito a modificare nelle persone la percezione del pericolo, portando sia i cittadini, che le istituzioni, ad assumere atteggiamenti di allarmismo e successivamente di minimizzazione, creando flussi di informazione polarizzata, che hanno alimentato dubbi e insicurezze. L’insieme delle dinamiche e dei processi psicologici e sociali sopra descritti, potrebbero spiegare il motivo per il quale molti cittadini non abbiano assunto, fin dall’inizio dell’emergenza, comportamenti adeguati alla situazione e non abbiano preso tempestivamente tutte le precauzioni per evitare la diffusione del contagio. L’impatto devastante e inaspettato con la pandemia, ha portato la comunità ad una condizione di fragilità psicologica senza precedenti, che assieme al crescente bisogno di informazioni, ha creato terreno fertile per la diffusione di notizie false o manipolate. Alcuni studi confermano che proprio nei momenti di maggiore incertezza, dove c’è grande necessità di schemi logici che aiutino a dare un senso alla realtà, aumenta la possibilità di cadere vittima di fake news e di credere a “teorie del complotto” (Whitson J.A., Galinsky A.D., 2008). 

 Queste “forme di disinformazione di massa”, grazie alla loro rapida capacità di diffusione attraverso social network e applicazioni di messaggistica istantanea, possono raggiungere e influenzare rapidamente migliaia di persone, con importanti ricadute sia sulla salute dei singoli cittadini che sul pensiero e il comportamento della popolazione. Fra le conseguenze più comuni, evidenziate da studi scientifici e confermate dalla mia esperienza clinica con i pazienti, si osservano conseguenze sulla salute psicofisica con aumento della sintomatologia ansiosa e depressiva, senso di incertezza, di smarrimento e di abbandono, incremento di attività compulsiva di ricerca di informazioni, accompagnata da minore attenzione alla verifica dell’affidabilità delle fonti. (The Lancet, 2020; Brainard J., Hunter P. et al, 2019). 

 È ragionevole ipotizzare che l’aumento della sintomatologia ansiosa fra la popolazione, in concomitanza al diffuso senso di incertezza e alla preoccupazione per l’emergenza Coronavirus, possano aver contribuito al verificarsi di pericolosi fenomeni di “isteria di massa” e di panico collettivo, come la corsa ai supermercati avvenuta nei giorni precedenti al “lock down” nazionale. 

Non è da escludere che la diffusione incontrollata di teorie del complotto, possa aumentare il rischio che parte della cittadinanza sviluppi sfiducia e rabbia verso le istituzioni, senso di ribellione e noncuranza del rispetto delle leggi; in un momento come questo, in cui la straordinarietà dell’emergenza, potrebbe far calare pericolosamente il senso di dovere civico e il livello di rispetto della legalità, l’influenza di fattori esterni che aumentano la tendenza alla trasgressione e alla prevaricazione delle regole imposte dalle autorità, potrebbe diventare un fattore di rischio per la stabilità sociale e politica del paese oltre che per la salute psicofisica dei cittadini. 

Le analisi e gli studi di ricerca riguardanti i fattori individuali di “vulnerabilità” alle teorie del complotto e alle fake news, sembrerebbero evidenziare  la presenza di molteplici elementi predisponenti, fra i quali senso di inadeguatezza, tratti di personalità paranoide, un basso livello di istruzione, scarsa informazione specifica, tendenza a non fidarsi delle istituzioni e al mantenimento di una rete sociale limitata (Douglas K.M., Sutton R.M.; Cichocka A. 2017; Freeman D., Bentall R.P., 2017). I fattori esterni che si ipotizza, possano aver contribuito  allo sviluppo di fragilità psicologiche individuali, alla diffusione del senso di incertezza e alla diminuzione del  senso di sfiducia nelle istituzioni, potrebbero trovare collocazione nella iniziale scarsa divulgazione di notizie relative alla situazione epidemiologica internazionale, nel contrasto di opinioni fra rappresentati politici e fra medici e nella eccessiva tendenza da parte dei rappresentanti governativi a tranquillizzare la popolazione di fronte a pericoli reali, alternata poi, a comunicazioni eccessivamente allarmistiche degli organi di stampa. 

Alcuni studi suggeriscono che una riduzione sistematica della comunicazione fuorviante sui social network, così come una formazione specifica rivolta alla popolazione, atta a rafforzare la resistenza personale all’influenza delle fake news e ad evitarne la diffusione, avrebbero un impatto significante nel riuscire a contenere le ondate di disinformazione globale in situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo (Brainard J., Hunter P. et al, 2019). È facile dedurre che una maggiore forma di controllo dei contenuti diffusi sul web, da parte di social network e dei motori di ricerca, contribuirebbe enormemente al raggiungimento di questo obbiettivo. 

Dalle informazioni raccolte, sarebbe auspicabile in futuro, favorire un rafforzamento psicologico nella popolazione, attraverso interventi di sostegno psicologico e psicoterapeutico volti a far prendere ai cittadini maggiore coscienza dei propri processi interni e delle dinamiche che li hanno resi più vulnerabili alle comunicazioni fuorvianti, oltre che più incerti nella gestione dell’emergenza. Si deduce inoltre, che, avvalersi di protocolli di comunicazione redatti da professionisti esperti nelle dinamiche psicosociali, per le comunicazioni istituzionali, potrebbe aiutare a diminuire il livello di ansia e di senso di smarrimento nella popolazione e conseguentemente, il rischio di fenomeni di panico collettivo. 

Per finire, considerata l’alta correlazione che il basso livello di istruzione e la scarsa formazione culturale avrebbero con la diffusione delle “teorie del complotto”, sarebbe augurabile da parte delle istituzioni, un maggiore investimento di risorse nel sistema scolastico ed un rafforzamento degli interventi mirati alla formazione specifica della popolazione. 

 

BIBLIOGRAFIA 

 

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BIBLIOGRAFIA DIGITALE 

 

The lancet, “How to fight an infodemic”, accessed 16/03/2020, DOI: http://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)30461-X 

 

 

ARTICOLI DI GIORNALE 

 

Dinucci M. 2/3/2020 “30.000 soldati dagli Usa in Europa senza mascherina”. Il Manifesto,  Rubriche.

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