BUONA VITA
Sostenibile e Insostenibile, tra Psiche, Polis e altre Mutazioni
di Luigi D'Elia

COVID-19: La pandemia è come un Trattamento Sanitario Obbligatorio collettivo

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21 marzo, 2020 - 20:54
di Luigi D'Elia
SECONDA PARTE: COVID-19: L’isolamento prolungato come prassi di autenticità - Segui il link per leggere

La pandemia è come un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) per l’intera nostra civiltà. Ora occorre verificare se è possibile convertirlo in un Trattamento Sanitario Volontario (TSV).

Nella mia trentennale carriera, specie in passato quando ero in trincea nelle comunità terapeutiche, credo di essere riuscito diverse volte nell’impresa di convertire potenziali TSO di pazienti in crisi, in TSV cioé volontari. Tutti noi sappiamo che questa conversione decisionale è un vettore di cambiamento e di evoluzione ben differente nel ripensare il percorso riabilitativo di un paziente in piena crisi rispetto alla traumaticità per la persona di un TSO e la violenza che esso in ogni caso rappresenta.

Credo proprio che in questo momento storico quanto sta accadendo somigli moltissimo alla situazione di un paziente delirante in piena crisi psicotica o maniacale che debba scegliere se subire un TSO o scegliere, ob torto collo, un TSV.

È quanto sostiene la review del Lancet sull’impatto psicologico delle quarantene del 26 Febbraio 2020, già citata in altri miei articoli e interventi, laddove suggerisce, tra le altre cose, che per mitigare gli effetti traumatici dello stress da quarantena è importante che chi vi si sottopone lo faccia volontariamente e con spirito di collaborazione e altruistico. Diversamente, chi vive la quarantena come imposta dall’alto, la vive con maggiore fatica.

Gli organismi evoluti si adattano ai cambiamenti dell’ecosistema. Occorre rapidamente comprendere esattamente quale adattamento questo virus ci sta chiedendo di fare come civiltà alla luce dei sintomi psicosociali che sta producendo e del loro profondo significato.

Un virus, cioè un frammento mutante di RNA, che ha come unico scopo impiantarsi simbioticamente nella specie ospitante (cioè noi) e di riprodursi il più possibile, laddove decida di risparmiare la vita anche al 99% di noi, ha comunque deciso di mandarci in reparto psichiatrico, o in subordine, ci costringe ad una revisione totale del nostro modo di stare al mondo.

Così come accade nelle vite di chi incontra un fermo a livello personale, tramite un sintomo o un disagio indeterminato, e si rivolge poi allo psicologo, ciò che produce quel fermo non è affatto considerato un caso. La parola caso, o fortuna, o sfortuna, sono parole abolite nello studio di uno psicoterapeuta. Non esiste il caso: esiste la storia con antecedenti e conseguenze, con nessi e cause non-lineari, eppure evidenti, con un prima ed un dopo.
Anche il virus non è un caso per la nostra civiltà, ed anche lui sembra essere il prodotto di una storia, la storia delle azioni umane nell’ecosistema. In una parola, il virus è un contraccolpo dell’antropocene. Prima lo realizziamo e lo mettiamo chiaramente a fuoco e prima saremo in grado di convertire questo insensato TSO in un utile TSV.

 
Il virus e la paura

<<Ma più del lupo fa l'Inferno paura!>> A. Branduardi: Il Lupo di Gubbio
 
La paura, se ben focalizzata, è il principale motore del cambiamento. Jung lo dice chiaramente: “dove c’è paura, lì c’è il compito”. Ogni richiesta di psicoterapia, a guardar bene, contiene in maniera esplicita o implicita una paura. Per fortuna.

Paura, sostanzialmente, è problema di focus e di oggetto. L’amigdala si eccita e attiva tutto il cervello emotivo mammifero, ma poi è alla corteccia che spetta il compito di superivisionare e integrare la risposta più adeguata. Se c’è modo e se c’è tempo. La paura è un meccanismo biologico (prepsicologico, irriflessivo) assolutamente salvifico: senza paura nessun animale è adattato.

Di cosa abbiamo paura adesso? Sia che ci troviamo in quarantena, sia che ci troviamo vicini ai focolai più rischiosi. Del contagio? Di morire? Della solitudine? Della povertà? Del cambiamento delle abitudini? Della restrizione della libertà? Del vuoto e della noia? Della depressione? Dell’esercito per strada? Del mondo che non tornerà mai come prima? O di tutto questo senza soluzione di continuità?

Provi ciascuno a cercare la sua principale, autentica, sana, paura. La metta a fuoco e ci stia accanto il più possibile, senza reagire. Solo ascoltandola. Facciamo entrare in gioco la corteccia frontale.
La mancanza di un vero focus determina l’opzione se la paura sarà motivo di “occupazione” o di “preoccupazione”.

Nel primo caso, cioè mi occupo delle ragioni sensate della mia paura: mi informo, seleziono drasticamente le fonti ufficiale e quellei a cui riconosco autorevolezza, riduco al minimo il chiasso mediatico, ascolto pochissimo i notiziari: comprendo ciò che posso comprendere e per quello che non so o che non riesco a comprendere, non mi faccio angosciare e travolgere dall’incertezza e dall’imprevedibilità. Mi metto tranquillo e aspetto. Mi attengo a tutte le disposizioni la cui autorevolezza è certa e non derogo.
Lascia che tutto ti accada, bellezza e terrore” Diceva, saggiamente, Lou Salomè.

Nel secondo caso, cioè mi preoccupo lasciandomi travolgere dalla infodemia: tenderò a farmi divorare sia dalle informazioni pescate nei media totalmente a caso, ma poi agganciandoci ad esse il mio stato emotivo prevalente e dando precedenza alle sole notizie che confermano le mie paure (confirmation bias), sia dalla paura che diventa angoscia (e le preoccupazioni aumentano a dismisura e vanno fuori controllo). Più diminuisce la prevedibilità e la leggibilità del fenomeno e più alzerò la posta del bisogno del controllo, un controllo vano e inutile. Fobia, angoscia, depressione.

La reazione opposta e contraria, ma del tutto equivalente alla risposta fobica è quella di evitare di confrontarmi con la paura,quindi di negarla o di spostarla (controfobia). Ma questa schermatura rispetto al pericolo reale non mi rende più coraggioso, ma solo più cialtrone, più sociopatico, più cinico e indifferente alla sopravvivenza di anziani e malati, che morirebbero in una quantità estremamente maggiore rispetto al una comune influenza, come qualcuno continua ancora oggi a sostenere (secondo stime grezze almeno 17 volte di più, ma probabilmente è una stima al ribasso).

La risposta controfobica di tanti si è saldata magicamente, stranamente, ma neanche poi tanto, con l’antisocialità di alcune posizioni difensive dello stile di vita provenienti dai vari Johnson etc, tendenti a difendere il sistema economico neoliberista e lo stile di vita ad esso sotteso 

Vediamo cosa ci consigliava la Confcommercio di Milano all’indomani delle prime restrizioni di fine Febbraio (immagine in testa all'articolo).

Nel nuovo ordine biopolitico, lo stile di vita, le abitudini, la gioia di vivere, sono valorialmente antecedenti alla vita stessa. Una mia paziente abituata a viaggiare mi ha detto: chi mi restituirà mai questo tempo perduto? Questa non è vita, meglio nulla.

E dunque si difende lo stile di vita prima ancora della vita stessa. Un argomento a favore del TSO e non del TSV… La Confcommercio ci aiuta e ci indica, involontariamente, quale sia il vero problema della nostra malattia.

 
Il tempo, la noia, l’immaginazione

La quarantena forzata ci impone di cambiare stile di vita. Ce lo impone per 2-3 mesi ed intanto l’aria è diventata tersa come mai, l’inquinamento è abbattuto, a Venezia si vedono i pesci in laguna, i delfini si avvicinano ai porti, la criminalità è quasi inesistente. Ma noi, protervi nel voler subire un TSO, immaginiamo di ricominciare tutto come prima come se nulla fosse accaduto.

Una riflessione a latere, ma neanche tanto: la quarantena sta stravolgendo la percezione e la gestione del tempo. In particolare assistiamo al livellamento dell’attribuzione sociale di valore riguardo il tempo libero.
Mi spiego meglio. Se prima della pandemia io fossi stato un top manager di una multinazionale, l’attribuzione sociale attribuita al mio tempo libero sarebbe stata considerata di valore assoluto e altissimo, praticamente oro. Viceversa, se prima della pandemia fossi stato un disoccupato o un emarginato sociale, il mio tempo libero, in grande quantità, sarebbe stato di valore zero o poco più.

Oggi, durante la pandemia, assistiamo ad un reset dell’attribuzione sociale sul tempo. Tutto il tempo libero ha più o meno lo stesso valore. Un livellamento che rimescola le carte in gioco. Oggi, a parte chi sta in prima linea e il cui tempo è considerato giustamente sacro per la collettività, per tutti gli altri in isolamento c’è un generale pareggiamento: chi sa usare il tempo, indipendentemente dalla sua posizione socioeconomica, sta bene e vince.

Si tratta di capire – e mai come adesso possiamo capirlo veramente bene – che la nostra epoca ha realizzato la massima introiezione di codici sociali compiacenti, mi riferisco in particolare ai codici maniacali e consumistici sintetizzabili nel motto: lavora, consuma, crepa. Altroché qualità della vita… Ma oggi tutti noi dobbiamo necessariamente disfarci di questi codici per un paio di mesi per far spazio ad altro.

Sì, ma a cosa?

La gestione della noia. La noia non è l’apatia. L’apatia è rassegnazione nell’impotenza, è calma piatta, inerzia. La noia è inquietudine, è interiormente vitalissima, è insoddisfazione, irrequietezza. La noia sbraita: non è qui che dovrei trovarmi, non è questo nulla che ho da fare! Devo stare altrove a fare ben altro!

A tutti i miei pazienti, nelle sedute online di queste settimane nelle quali si prova a prendere confidenza con l’isolamento e la noia, sto chiedendo di fare un piccolo sforzo di memoria e di ricordare la loro infanzia e in particolare i lunghi pomeriggi estivi o invernali, solitari, privi di impegno. Chiedo loro di ricordare i giochi e i pensieri che facevano durante quelle interminabili ore. Alla maggior parte di loro, dopo un iniziale spaesamento, si illuminano gli occhi e mi raccontano di bambole da vestire far chiacchierare, soldatini da far combattere, campane da saltare, monpattini da costruire e guidare, di giochi fatti con il nulla, di sceneggiature degne dei migliori teatri, di fantasie senza confini. Ma saltano fuori anche libri rimasti leggendari, fumetti imperdibili, passeggiate in luoghi mitici, tramonti mai più visti.

Chiedo loro di riconnettersi con quella bambina e quel bambino annoiato, ma alla fine felice. Felice di aver gettato dentro di sé un amo e di aver pescato un enorme pesce dorato.

Forse allora il nostro TSO collettivo può trasformarsi in un ricovero volontario e preludere ad una trasformazione.
 

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