La prima cosa bella di Paolo Virzì

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2 ottobre, 2012 - 15:40

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Quante volte, in quanti modi, la letteratura e il cinema ce lo hanno raccontato!

E’ il ritorno a casa, al paese che, come diceva Pavese "ci vuole non foss’altro per il gusto di andarsene via", a quel luogo che comunque ci appartiene, anche quando ci ostiniamo a non appartenergli. La memoria che torna, prepotente, a dispetto dei ripetuti, monotoni tentativi di evitarla.

Avviene di solito a una certa età, quella voglia di pareggiare i conti, di far pace con le radici, con le nostre disapprovate origini, tanto più importanti quanto più le si è volute dimenticare. Fuggirle, a volte, può sembrare una difesa necessaria. Dice Laborit che "la fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio e in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all'orizzonte delle acque tornate calme".

Non sembrano orizzonti sereni, però, né limpidi, quelli di Bruno Michelucci: una convivenza stanca, insieme ad un lavoro di ripiego e qualche spinello di troppo per offuscare le richieste dell’anima. Nessuna cattedra al liceo, come vanta la madre, bensì in uno squallido istituto alberghiero di periferia. Il nostro primo incontro con lui avviene al parco. Bruno è sdraiato, sonnecchia, forse dopo una delle sue fumate solitarie, quando gli arriva un pallone in piena faccia. Il rumore, fortissimo e improvviso, ci fa trasalire sulla sedia: ed è già il simbolo della sua esistenza rinunciataria, insieme al motorino scalcagnato e alla cartella logora da prof.

Fosse per lui, però, invecchierebbe volentieri così, senza nessuna smania di cambiamento, inseguito da un passato che si è fatto fantasma, che come un’ombra tallona senza pietà, mentre soffoca, imbrigliandole, tutte le sue energie vitali. E’ spento, Bruno, e spento rimarrebbe se un giorno la sorella non lo obbligasse a seguirla verso la loro città e verso la malattia della madre, che, ora ha il coraggio di dirlo, "gli ha rovinato l’esistenza".

In ospedale sfugge ancora le svenevolezze di lei, i segni rossi dei suoi baci, gli eccessi passionali (lui che dalle emozioni ha divorziato già all’età di otto anni, quando il matrimonio dei genitori precipita e lo vediamo costretto a seguire la madre da una situazione precaria all’altra).

Bravissima Stefania Sandrelli in questo ruolo di donna così vicina alla morte e così decisa a prenderla in giro fino in fondo. Certo non è affatto un modello di autenticità. Madre e figlio (lei nella sua scelta di leggerezza, lui che non sorride mai) sembrano personaggi costruiti per ammonirci: attenti, vedete cosa succede quando ci si allontana troppo dal vero Sé?

Bruno si è formato in tutto e per tutto in opposizione alla figura materna: serio, ombroso, rigido, quanto lei è superficiale, estroversa, persino imbarazzante nel suo essere leggera. Ed ora, come in passato, a lui tocca essere genitore del genitore, posizione scomoda che si accetta solo dando addio per sempre ai propri desideri, quelli veri, e ad una personalità altrettanto vera.

Ma ora che la madre sta morendo, e non le si può negare l’ascolto, Bruno scopre lentamente i vantaggi della benevolenza (del perdono?), per far pace con lei e con la figura di lei che ha introiettato e rafforzato nel tempo, quella che appunto gli ha rovinato la vita. Un avvicinamento non facile e neanche tanto scontato, che sembra addirittura quasi impossibile a giudicare dal viso sofferto di lui, dalle espressioni irritate, dal fastidio dei ricordi dolorosi che affiorano.

Ci si commuove quando poi la riconciliazione avviene, perché si sciolgono tutte le tensioni adulte e ci si dà il permesso finalmente di ritornare bambini; la storia dell’infanzia abbandonata (in parte reale, in parte amplificata) nella quale ci si è crogiolati tutta la vita può anche essere modificata senza rischi per la nostra identità.

E ancora: se la si smette di raccontarla sempre uguale, si dà spazio a nuovi scenari, nuovi e molto più ricchi. Bruno finalmente capisce che la madre, sincera a modo suo, lo ha amato per come poteva. Finalmente impara, se non proprio a cambiare la sua trama esistenziale, almeno a prenderne un po’ le distanze, da un punto di vista diverso, interrompendo la ripetitività della narrazione. Un po’ come uno scrittore che quando diventa grande sa sfiorare i materiali della sua vita senza scottarsi.

Per questo è necessario che il romanzo familiare (non necessariamente quello teorizzato da Freud, bensì quello che ognuno meticolosamente struttura per sé) ridimensioni le sequenze e che l’autore arricchisca i personaggi delle sfumature che meritano.

Riscriverlo per Bruno è un ritorno alla madre, al padre che non c’è più, ad una rinnovata intimità con la sorella, ma anche al luogo d’origine: Livorno. All’ infanzia e all’ adolescenza vissute in una città intollerabilmente provinciale; ma che è stata testimone dei primi amori e delle amicizie tradite, che l’ha visto crescere, con gli occhi di tutte le case provvisorie in cui la famiglia, senza padre, cercava stabilità. Lo stesso Virzì ammette che la patria è il posto che si identifica con il nucleo di affetti; non importa quanto fragili siano stati i familiari in passato, quanto lo siano ancora.

E il Pavese della luna e dei falò continuava: "Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti"

Che dire poi di Anna, questa madre che continua ad edulcorare la vita per proteggere se stessa e i figli, con cui pretende di cantare "La prima cosa bella" come quando lei era giovane e loro bambini? Il suo destino ricorda l’esclusa di Pirandello, che, accusata ingiustamente di infedeltà e abbandonata, tradirà davvero il marito e, paradossalmente, verrà riammessa in casa proprio dopo il tradimento. Ma è troppo tardi quando il marito di Anna si accorge dell’errore e la famiglia non si ricompone più.

Anna conosce solo la seduzione per farsi strada nel mondo e di strada, con la sua sprovvedutezza, ne fa davvero poca. Le restano però il riso e il sorriso, il fascino delle storie d’amore impossibili come le favole che si è raccontata, e, alla fine, un’ impareggiabile ricompensa: la morte sarà dolce, a casa sua, con figli nipoti genero nuora e il tenerissimo, nuovo marito sposato lo stesso giorno.

Diceva Alda Merini che : "Se le donne sono frivole è perché sono intelligenti ad oltranza". Chissà che non sia vero!

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