DOPO IL DELITTO
Il supporto psicologico alle famiglie delle vittime
di Rossana Putignano

WINCHESTER CALIBRO 22 SERIE H : INTERVISTA ALL'AUTORE DAVIDE CANNELLA

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10 aprile, 2020 - 18:14
di Rossana Putignano

WINCHESTER CALIBRO 22 SERIE H: ANALISI SPIETATA DEL MOSTRO DI FIRENZE  
INTERVISTA ALL’AUTORE DAVIDE CANNELLA 
 
Davide Cannella, della Falco Investigazioni, è noto per essere stato consulente di parte di Pietro Pacciani tra i tanti attori intervenuti nella triste vicenda del mostro di Firenze. Ha lavorato presso l’arma dei Carabinieri e per le squadre di polizia giudiziaria e in tanti altri reparti operativi. E’ esperto in intercettazioni e rilievi sulla scena del crimine e in sistemi di prevenzione del crimine. Oggi CTU per il tribunale di Lucca e CTP nel caso della Strage d’Erba insieme al biologo forense Eugenio D’Orio e al CRIME ANALYSTS TEAM di cui faccio parte, insieme alla Dott.ssa Mary Petrillo e Aida Francomacaro. Sono passati diversi anni dall’ultima volta che mi sono interessata alla più grande storia del crimine italiana mai esistita e durata così tanto nel tempo ed ora il mostro è tornato da me. Ha proprio ragione Davide quando parla di “maledizione” perché è lui che ti prende e ti porta a sè e non c’è verso di staccarsene. Pare che questa maledizione abbia raggiunto anche me. Nel 2019 esce nelle librerie Winchester Calibro 22 Serie Hche Davide mi spedisce in virtù della nostra amicizia e di lì l’idea dell’intervista che segue. Pare che sia stata una scelta difficile la sua, ponderata per molti anni e non mi sorprende, conoscendolo, in quanto in linea con il suo modo di essere: Davide non ha fretta di giungere a conclusioni sensazionalistiche e degne dei moderni talk show. Davide è metodico e prende tutto il tempo necessario per compiere i suoi passi; segue una linea strategica precisa, lui “pianta paletti” con fatti e carte alla mano; è riuscito persino a convincermi della famosa “pista sarda” perché è di questa che si parla nel suo libro. Certezze, date, fatti e testimonianze acquisite negli anni sono il nucleo dell’opera che non lascia spazio a dubbi e fantasie. Avendo letto numerosi libri sul Mostro di Firenze oggi posso dire che nessuno come lui è riuscito a dimostrare finora la propria tesi. Ecco, vi sorprenderete da come la lettura nel suo lento incedere, improvvisamente, diventa rapida e appassionata.
 
Buona lettura!
 



R: prima di iniziare Davide, ho visto che nutri odio e amore per il mondo degli psicologi e degli psichiatri, in quanto in tanti si sono cimentati nel profilo dell’ipotetico Mostro. Critichi il nostro mondo, tuttavia la psicologia pare essere uno dei tuoi punti di forza. Sono curiosa di sapere quanto abbia influenzato il tuo lavoro, le tue scelte, il tuo modo di investigare, di colloquiare con le persone. 
 
D: E’ chiaro che nel mio lavoro è indispensabile che ci sia una forma di empatia e per empatia intendo entrare nel cervello della mente delle persone e cercare di capire soprattutto se si tratta di una verità o di una falsità e all’empatia subentra anche la capacità di discernimento. Devi capire, non il discorso degli atteggiamenti come incrociare le braccia, quella è aria fritta! Ci sono altre cose che tu le capisci perché la domanda te la fai tu e poi fai un’altra domanda diversa e ti accorgi che la risposta non è più la stessa. Nel sistema scientifico, a parità di condizione devi avere sempre lo stesso risultato e in particolare nel sistema galileano”. 
 
R: Nel 1980 parli della nuova amante di Francesco Vinci: Milva Malatesta, figlia di Renato Malatesta e Antonietta Sperduto. Nello stesso anno Renato Malatesta viene rinvenuto impiccato nella sua stalla, si parlò di suicidio, tuttavia, appare oggi come un suicidio atipico poiché i piedi toccavano per terra. Secondo te, Francesco Vinci avrebbe potuto c’entrare qualcosa in questo delitto dal momento che fu uno dei principali sospettati di essere il Mostro di Firenze? Come mai lo stesso Vinci, il 7 Agosto 1993 venne rinvenuto carbonizzato nella sua auto e dopo 12 giorni, la stessa Milva Malatesta venne rinvenuta, anche lei cadavere, all’interno della sua auto insieme al figlioletto Mirko di 3 anni? E’ possibile che si sia trattata di una faida, di una rivendicazione, insomma, tra clan?” 
 
D: “Al momento non sono in possesso di elementi per poter affermare una cosa del genere, certo è possibile, ma non posso affermarlo, oltretutto io mi sono occupato del Mostro e non di tutte le morti collaterali.  Francesco Vinci, probabilmente, deve aver sgarrato qualcosa, poiché era legato all’Anonima Sequestri Sarda. Lui e il nipote Antonio frequentavano molto il bar di Prato, era un bar frequentato dai sardi e frequentato anche da Mario Sale e da molti componenti dell’Anonima Sequestri Sarda. Antonio parlava spesso dello zio che possedeva tanti i soldi, ne parlava bene poiché lo considerava più di un padre. Infatti, Antonio odiava il padre Salvatore poiché ha sempre sospettato di lui come colui che gli aveva assassinato la madre Barbarina Steri a Villacidro. La mia idea è che Antonio possa essere figlio non di Salvatore ma Antonio Pilli, il primo fidanzato di Barbarina Steri solo che Salvatore la volle a tutti costi, la violentò e la costrinse a sposarsi”. 
 
 
R: Attribuisci il delitto del 9 settembre a Giogoli, quello dei tedeschi Horst Wilhmen Meyer e Jens Uwe Ruch a un “aiuto mostro” poiché trattasi di due amici e non di una coppia in procinto di fare l’amore, anzi i due ragazzi, probabilmente, non erano nemmeno omosessuali in quanto non furono trovati in atteggiamenti intimi. Ritieni che l’ “aiuto mostro” possa essere stato tratto in inganno dal dettaglio dei capelli lunghi di uno dei due tedeschi e che addirittura abbia sparato alla cieca - lo chiami “tiro istintivo”- determinando 3 fori sulla fiancata sinistra del furgoncino e altri 4 purtroppo andati a segno. Ritieni, inoltre, che il delitto sia stato commesso dall’ “aiuto mostro” per scagionare Francesco Vinci. Sottintendi, quindi, che quest’ultimo possa essere il Mostro di Firenze, almeno per questo duplice delitto. Chi avrebbe mai potuto macchiarsi le mani di sangue per tirare fuori dal carcere Francesco Vinci? E’ possibile che possa essere stato Antonio Vinci?
 
D: “Si, potrebbe essere stato Antonio ma non è che lo sospettavo solo io l’hanno sospettato anche gli inquirenti. Anche quello a Lucca, infatti sono due delitti molto anomali: uno lo hanno derubricato dicendo che non era un delitto del Mostro di Firenze, l’altro come un errore del Mostro. Derubricare aprioristicamente il delitto di Lucca è stato un grandissimo errore per conto mio “ma le cartucce non erano uguali”  dissero, e che vuol dire?
 
R: Infatti le cartucce del delitto di Lucca avevano i bossoli con il fondello L. Come mai? 
 
D: “Stiamo parlando di due cartucce serie H calibro 22 facenti parti di distinti lotti, uno a piombo nudo e l’altro con ogiva in rame che rende la pallotta non solo più veloce ma anche dirompente”. 
 
 
R: Stai parlando del delitto di Lucca?  
 
D :“No, sto parlando dei delitti commessi dal Mostro. Nel delitto di Lucca le cartucce che sono state usate sono di origine filandese o norvegese, credo più norvegese e quindi non essendo cartucce del modello serie H e quindi anche la pistola  non andava bene, non è una operazione del mostro di Firenze ma di qualcuno legato al mostro di Firenze e li è un errore perché se esaminiamo la dinamica di questo delitto è identica a quella dei delitti del mostro di Firenze, né più, nè meno: coppia in macchina, in procinto di fare l’amore, gente che non aveva problemi di nessun tipo, persone per bene. La rapina? In una giornata che pioveva come dio la mandava? C’era un nubifragio enorme ed era improbabile che qualcuno andasse a cercare questa coppia in mezzo li, lungo la stradina del fiume per andare a rapinarli di quattro spiccioli e poi gli spari bisogna ancora esaminarli, io dico che bisogna fare una indagine, lasciamo perdere! Non sono solo io a dirlo, lo dice chiunque abbia un minimo di esperienza in ambito investigativo, leggendo gli atti e leggendo errori grossolani, sembra quasi che avessero fretta di chiudere la partita”. 
 
R: A un certo punto ti congedi dall’arma dei carabinieri: avevi voglia di dare il tuo personale apporto alle indagini?  
 
D: “Sono uscito nell’88, mi sono occupato del Mostro di Firenze dall’85, mi sono occupato praticamente e concretamente nell’ultimo delitto, quello dei francesi. La mia è una maledizione. Purtroppo la storia del Mostro mi perseguita dall’85 perché me ne sono occupato nell’arma; a un certo punto della storia leggerai che in caserma entrò un tizio a denunciare un altro tizio che tutte le volte che c’era un delitto del Mostro andava a comprare dei flaconi di alcool etilico in misura smisurata e da li nacque l’indagine e io la conduco  tutt'oggi per come andava condotta all’epoca, io non sapevo niente del mostro. E poi quando sono arrivati i Vinci con la sparizione della figlia di Francesco Vinci e Vitalia Melis, l’abbiamo ritrovata; purtroppo fu adottata, ha cambiato nome e preferisce continuare a chiamarsi con il suo nuovo nome. Ama i genitori adottivi, vuole bene anche i fratelli ma vuole dimenticare e non vuole più legami con la famiglia Vinci. Ho fatto delle indagini sull’ omicidio di Francesco Vinci e appena mi sono avvicinato agli autori qualcuno ha detto a Vitalia di revocarmi l’incarico perché era meglio che non mettessi il naso in questioni che, insomma, era meglio che me ne andassi al lungomare! Mi era arrivata la vocina che avrebbero detto a Vitalia “E’ meglio che si faccia i ca**i suoi”.  Vitalia aveva paura per i suoi figli. Detto questo poi è arrivato l’incarico di Pietro Pacciani che mi chiamava “direttore”! (ride)

 
R: A proposito di sparizioni, a un certo punto sparisce la moglie di Pacciani Angiolina Manni e nel tuo libro racconti che Pietrone, come lo chiami tu, pensava che qualcuno le somministrasse degli psicofarmaci. Spiegaci meglio cosa è successo, avevano ricoverato Angiolina?” 

 
D: “Fu una operazione per farlo rimanere solo, per fargli commettere qualche piccola sciocchezza e che potesse tradirsi, fu addirittura mandata una pornostar ma in questa storia forse c’è lo zampino di una certa persona. Il numero di Pietro Pacciani, inoltre, era sull’elenco telefonico quindi chiunque andasse a San Casciano a Mercatale a cercare Pacciani lo trovava. C’era qualcuno che faceva il furbo, si pensava che quando Pietro non c’era, qualcuno si  introducesse in casa, che drogasse l’Angelina, anche li avevo avuto la certezza, ho scoperto chi era questa donna qui e ho riferito alla procura chi fosse questa donna. Su Pacciani si porebbe scrivere un libro a parte “Pietro Pacciani e le indagini catastrofiche sul mostro di Firenze!”. Angiolina fu portata a Radda in Chianti, l’avevamo raggiunta, abbiamo parlat con lei, l’abbiamo intervistata, le abbiamo chiesto se veramente voleva separarsi dal marito ma ormai era frastornata. ll giorno che andai laggiù, ho commesso un errore perché mi sono fidato troppo, certe volte bisognerebbe non essere corretti e ligi, perché quando siamo andati in caserma c’era Pietro Pacciani e dissi apertamente che saremmo andati con Pietro Pacciani a Radda in Chianti a parlare con Angiolina Manni e chiesi “Pietro Pacciani ha dei limiti di allontanamento o roba del genere?” Il comandante disse “no, non ha alcun divieto! Pietro Pacciani può andare dove vuole!” Benissimo, allora noi andiamo laggiù! Qualcuno deve aver fatto una soffiata perché non voleva che incontrassimo l’Angiolina. Infatti, siamo arravati a Radda in Chianti, avevano fatto sparire l’Angiolina un’altra volta! Angiolina Manni stava sempre lì davanti a questo convento, all’aperto a prendere l’aria insieme ad altri ospiti della casa di riposo, invece quel gioron, anche se era una bellissima giornata, Angiolina non c’era, addirittura, il sacerdote responsabile della struttura si presentò davanti a noi con il registratore in mano”. Solo successivamente, e dopo le mie rimostranze che non saremmo andati via senza incontrarla, riuscimmo a parlare con lei. Nel frattempo, si era diffusa la notizia e naturalmente erano piombati sul posto tutte le testate giornalistiche e tutte le televisioni nazionali”. 
 
R: Tu quando andavi da Pietro eri consapevole che c’erano le microspie, come potevi sentirti libero di colloquiare sapendo di essere ascoltato dalla Procura?
 
D: “Aveva il telefono sotto controllo. Un giorno gli dissi “Pietro da quand’è che non paga le bollette?? perché non glie la staccavano mai! (ride). Si dice “male non fare, paura non avere!” e siccome non avevo problemi dal punto di vista del mio comportamento e anche di quello del mio collaboratore e, sapendo che Pietro Pacciani non c’entrava assolutamente niente con i delitti del Mostro, ero tranquillo in tutto”.   
 
R: Nella perquisizione a casa di Giovanni Vinci, venne rinvenuto un biglietto che sarebbe stato un promemoria per Stefano Mele nel caso in cui sarebbe stato nuovamente interrogato in merito al delitto Locci- Lo Bianco. Di primo acchito, effettivamente, sembrerebbe scritto da un analfabeta. Potrebbe trattarsi, invece, di un dislessico avendo i dislessici problemi con le doppie? (vedi parole “doppo” e “ballistico”). Le ricorda qualcosa questo biglietto?
 
D: “Certo, la lettera famosa inviata a Silvia della Monica. Chi ha mandato il lembo di seno di Nadine Mauriot a Silvia della Monica, si disse che era il classico chirurgo esperto…e allora? “no ma l’ha fatto apposta per sviare mandando la lettera famosa con quegli errori” , si, tutto quello che volete ma la cosa che dico io, quale scopo avrebbe avuto il Mostro nel far arrivare questa lettera a Silvia della Monica proprio guarda caso quando il magistrato non aveva piu’ a che fare con l’inchiesta del Mostro? Noi come esseri umani siamo animali ma spesso ci muoviamo, facciamo errori banali perché quando siamo convinti, quando siamo troppo sicuri di noi stessi facciamo degli errori; l’errore è stato di mandare questo frammento del seno di Nadine alla Silvia della Monica che non si occupava più delle indagini con l’unico scopo di sfidarla. Chi ha fatto quell’operazione conosceva benissimo Silvia della Monica e la sfida era quella di vendicarsi, per la serie “occhio che la prossima potresti essere tu”.
 
 
R: “Affermi che nel ’68, in occasione di un incidente in lambretta di Francesco Vinci potrebbe essere avvenuto il passaggio della Calibro 22 al fratello a Salvatore Vinci poiché Francesco Vinci non era abilitato alla guida e non avrebbe potuto avere il risarcimento dell’assicurazione. Essendo i due fratelli molto simili, date le testimonianze che hai raccolto, affermi che è possibile che Salvatore si sia sostituito al fratello dichiarando di aver avuto lui l’incidente con il Mele e sostieni anche che nel cruscotto della lambretta Francesco Vinci nascondesse la calibro 22. Hai mai pensato alla situazione opposta cioè che la lambretta fosse di Salvatore? A chi era intestata?”

 
D: “La lambretta era di Francesco Vinci, la usava soltanto lui lui e la usava Francesco per andare a lavorare. Francesco tutte le mattine partiva e andava a lavoro con quella lambretta, quella famosa lambretta dove i testimoni da me ascoltati riferirono che Francesco usasse tenere la pistola.  C’è stato un particolare che mi ha colpito molto: leggendo gli atti ho notato che vi era un testimone mai ascoltato, tale Claudio Conticelli, che asseriva, appunto, di sapere dove Francesco usasse tenere una pistola compatibile a quella del delitto del 1968. Cosicché il giudice chiese di fare un esperimento, senza andare a interrogare Conticelli, presero un motorino e li sbagliarono anche il motorino, anziché usare la lambretta usarono un gabbiano e dissero che nel portaoggetti, la pistola come la nostra modello 34 non entra nel porta attrezzi del motorino, figuriamoci una calibro 22 con la canna lunga e la cosa venne rubricata dicendo che era una stupidaggine”. Quindi, a pistola era di Francesco, anzi, anche lui stesso l’aveva più volte fatta vedere ai suoi conoscenti in paese a mo’ di vanto. Lo stesso Conticelli mi indicò dove Francesco andava ad allenarsi. Francesco aveva più pistole, non solo la rivoltella, tutti o il 90% dei Serial Killer sprima di diventare SK sono ladri e lui era un ladro di bestiame, girava la notte per andare a rubare le pecore; girare la notte non è facile, Francesco girava sempre la notte vantandosi di riuscire a vedere meglio di notte che di giorno perché era abituato a girare nei campi, a fare i furti, era un crescendo. Un buon assassino che deve girare la notte, deve sapersi muovere, questa era gente che saltava pure i fossi”. 
 
R: Quindi quanti duplici omicidi potresti attribuire Francesco Vinci?
 
D:” Non lo so, ma sospetto che ne abbia commessi molti. Francesco Vinci è stato accusato anche di un duplice omicidio in Emilia, in provincia di Bologna e probabilmente ce ne sono altri. Il primo delitto potrei attribuirlo a Salvatore Vinci per una questione economica. Salvatore accusa spesso Mele e Mele fa un disastro fornendo informazioni contradittorie, soprattutto nel confronto con Cutrona dove ti accorgi che era tutto tranne che stupido.  Se leggi la parte del confronto con Cutrona e Stefano Mele ti rendi conto con quale astuzia accusa anche Salvatore, ma anche Francesco, prima Francesco e poi Salvatore, ora non ricordo con quale ordine cronologico. Te ne accorgi quando Francesco Vinci ha l’incidente con il Mele e il Mele finisce in ospedale. L’assicurazione doveva pagare ma prima che l’assicurazione pagasse, ma con il Mele in ospedale impossibilitato a lavorare, la famiglia doveva mangiare, allora cosa fa Salvatore Vinci? va all’alimentari sotto casa e dice: “Se viene la signora Mele a fare la spesa dalle tutto quello che le serve poi passo io e pago” e cosi è andata! La famiglia Mele, nel periodo in cui Mele aveva la gamba ingessata, ha usufruito dell’aiuto di Salvatore Vinci. Salvatore che era tutto tranne che buono, per quanto ne sappia io, ha preteso che il Mele o la Barbara gli firmassero delle cambiali in contropartita dei soldi a quelli che lui stava dando all’alimentari e quando è arrivato il momento del pagamento, e guarda caso il giorno prima o addirittura nella stessa giornata dell’omicidio, la Barbara Locci aveva la borsa con i soldi e Salvatore sapendo quanto fosse leggera da tutti i punti di vista, immaginava che la donna avrebbe potuto sperperare il danaro facendo regalie; quei soldi erano suoi, lui infatti quel giorno arrivò a casa del Mele con la pretesa di farsi restituire i soldi delle cambiali e chiese dove fosse Barbara. Barbara uscì con Antonio Lo Bianco, erano andati al cinema. Allora, probabilmente andò a cercarla. Salvatore sapeva che la Locci aveva i soldi con sè ecco perché è possibile che sia stato un delitto d’impeto, di rabbia. Salvatore ha prestato questi soldi al Mele dicendogli, probabilmente “quando ti pagano me li dai” e per sicurezza gli ha fatto firmare delle cambiali. Parte dei soldi erano rimasti nella borsa della Locci, ecco perché il Mostro fruga nella borsetta! Secondo me questi soldi sono spariti e la cosa buffa è che nessuno li abbia mai cercati! Ecco, questo è un altro elemento di indagine, i soldi dalla borsetta sono spariti. Li aveva ritirati lei perché è negli atti, nel racconto di Mele”.  
 
R: Raccontami di questo biglietto “Luna piena, giorno favorevole” 
 
D: “All’epoca il voyeurismo dilagava non solo nella provincia di Firenze ma in tutta Italia. Io ho scoperto cose incredibili, quando noi dell’arma avevamo difficoltà a reperire i rullini per la macchina fotografica, questi qui esperti in voyeurismo avevano già le macchine fotografiche a infrarossi. Poi c’è dietro un discorso di ricatto non solo di tipo sessuale ma anche economico. Credo che questo biglietto sia fuorviante e che non abbia niente a che vedere con la storia del Mostro. Infatti, il bisturi trovato insieme al biglietto nella macchina di Giovanni Vinci fu trovato perché, perché Giovanni amava fare piccoli lavoretti in sughero. Quindi, non possiamo dire che avesse proprio il bisturi, aveva dei coltelli affilati perché lavorava il sughero. Non dimentichiamoci che per i sardi il coltello era una cosa importante. Abbiamo pensato all’uomo senza luna perché il mostro di Firenze si muoveva in novilunio, invece per “favorevole” poteva intendersi che la visibilità sarebbe stata migliore, presumo, per andare a spiare le coppie.  
 
R: Nel 1996 vieni incaricato da Vitalia Melis di indagare sulla morte del marito Francesco Vinci. Hai detto che ti hanno comunicato che era meglio lasciar perdere e così facesti. Poi nel libro si scoprirà che a suggerire a Vitalia di rimuoverti dall’incarico era stato proprio il figlio Fabio “perché potevano esserci collegamenti con gente che era meglio non andare stuzzicare”. Ti riferisci all’Anonima Sequestri Sarda? Poi Fabio decise di occuparsi lui della vicenda del padre e viene rinvenuto in un’auto privo di vita in circostanze del tutto anomale che possono non necessariamente far pensare a una morte accidentale. Hai mai pensato che al suo posto avresti potuto esserci tu? 
 
D: “Chissà, potrebbe, magari in quell’auto no ma in un’altra circostanza si! non vivo di paure se dovessi vivere di paure non vivrei più..chi vive di paura muore tutte le volte chi muore, muore solo una volta e basta!” 
 
 
R: Durante l’incontro con Antonio, Antonio ammette che il padre non era cosi impavido da poter essere il Mostro, strano che voglia difenderlo pur odiandolo; oltretutto, pare che fosse da sempre convinto che sia stato il padre ad ammazzare sua madre Barbarina Steri, per il quale aveva subito un brutto processo in Sardegna. Successivamente Antonio palesa la sua fedeltà assoluta verso lo zio Francesco; Antonio asserisce che avrebbe difeso lo zio  in qualsiasi modo soprattutto negli anni in cui “praticava”, cioè dal 1980 al 1985. Questa è una confessione? 
 
D: preferisco non rispondere 
 
R: A un certo punto chiami i tuoi mostri “Batman e Robin” facendo chiaramente intendere di chi si tratta: Francesco e Antonio Vinci. Antonio è ancora vivo e tu, dopo Spezi, sospetti di lui come molti altri ancora. Quale è il tassello che ti manca per poter affermare con certezza che Salvatore, Francesco e Antonio possano essere le tre mani del famigerato mostro d Firenze? Mai nessuno ti ha intimato di lasciar perdere?  
 
D: “Può darsi che il tassello che dici tu non mi manchi, che ce l’abbia già, che abbia in riserbo qualche cosa che verrà fuori quando sarà il momento, ora non è il momento è come mettere il pollo al forno e tirarlo fuori dopo 10 minuti, devi aspettare per poterlo mangiare. Non bisogna mai avere fretta, mai. Direttamente mai nessuno mi ha intimato di lasciar perdere, mai nessuno ha rischiato di fare un’operazione del genere; invece, indirettamente, sono arrivate dei campanellini”. 
 
 
 
 

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