CORALINE E LA PORTA MAGICA

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2 ottobre, 2012 - 11:43

pol.it

Tutto inizia con un trasloco…

Coraline ora vive nel Pink Palace insieme alla sua famiglia: padre e madre, molto occupati dalle proprie attività lavorative (il catalogo di giardinaggio) che, pur non portandoli fuori casa per molte ore al giorno, di fatto però ne determinano l’assenza o comunque la distanza emotiva dalla figlia. I genitori di Coraline sono una coppia "moderna"; entrambi lavorano, si dividono le mansioni domestiche — il padre cucina, la madre pulisce — dimenticandosi però del compito di occuparsi della figlia. La madre è indifferente, assente, trascurante. Non risponde alle provocazioni di Coraline che cerca di attirarne l’attenzione, dicendole: "non ho tempo per te, adesso". Pur di non essere assillata mentre lavora, preferisce accontentarla cercando la chiave per aprire la porta magica, inconsapevole del pericolo a cui esporrà l’intera famiglia. Colpevolizza Coraline dei propri mali (aver avuto un incidente automobilistico). Non cucina (non provvede — neanche in senso concreto — al nutrimento della famiglia); sembra evitare di continuo lo scambio sincero con Coraline e con suo marito (non condividono quasi mai lo stesso spazio e tempo). Appare incapace di supportare emotivamente sia il marito (episodio della consegna del catalogo) sia la figlia: all’assenza concreta si affianca, quindi, una assenza/inconsistenza affettiva. Il padre mostra un atteggiamento molto simile a quello della madre, seppur si riesca a cogliere un maggiore affetto per la figlia (scherzi, canzoni; è lui che prepara il cibo/nutrimento). Tuttavia, anche se Coraline cerca più volte di attirare la sua attenzione, perennemente rivolta al monitor del computer, il padre non ascolta davvero ciò che Coraline gli dice e la infantilizza mandandola a contare le finestre della casa. Nel rapporto con la moglie, con la quale i momenti condivisi sono limitati, il padre sembra sottomesso (le correzioni definitive e la supervisione del catalogo sono della moglie). Entrambi i genitori reagiscono alla narrazione dei "sogni" di Coraline con un atteggiamento di accondiscendenza svalutante: irrispettosi e banalizzanti di fronte all’inconscio e alle sue oscurità e misteri. Non tanto la ascoltano, la liquidano come "piccola sognatrice" e la madre manda Coraline a parlarne con le attrici che lei stessa ha definito "toccate". Con il dipanarsi della storia sarà evidente come questo consiglio sia stato importante: le due attrici forniscono a Coraline l’"anello" con cui portare a termine il suo compito nella sfida con l’Altramadre, ma — nuovamente — si tratta di un comportamento attuato dalla madre senza alcuna coscienza delle implicazioni dello stesso. L’atteggiamento inconscio perdura nel padre e nella madre fino alla fine del film, quando liberati dalla boccia con la neve rientrano a casa come se niente fosse.

Del pericolo imminente su Coraline sono più consapevoli, anche se in maniera stravagante, gli altri bizzarri abitanti del Pink Palace: Mr B il circense, i cui topi salterini inviano a Coraline il monito "non attraversare piccola porta"; le due attrici che leggono il pericolo nelle foglie di tè e poi donano a Coraline l’anello, utile per le cose "brutte" o per le cose "perse". La nonna di Wyborn conosce i pericoli di Pink Palace, tant’è che prima della famiglia di Coraline non ha mai affittato la casa a persone con figli, ma tace, salvo ammonire il nipote dal frequentare un luogo i cui pericoli non è disposta a svelare chiaramente.


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Ancora alcune domande sulla coppia di genitori di Coraline…Lavorano incessantemente per non vedere altri problemi? Per avere scuse buone per non occuparsi di loro stessi, della figlia, della vita reale? Per limitare le occasioni di incontro trincerandosi dietro il monitor del computer e dietro doveri improrogabili? Scrivono di fiori e piante ma non sono in grado di coltivarli per davvero e di occuparsene (sarà dunque autentica la loro passione per questo lavoro?), e si oppongono alle richieste della figlia di uscire fuori a contatto con la terra. Strano davvero l’interesse per piante e fiori, che rappresentano comunque qualcosa di cui è necessario prendersi cura, seminando, innaffiando, concimando, proteggendo dai parassiti, adeguandosi ai tempi della natura che non necessariamente coincidono con il tempo dei doveri e dei desideri degli uomini. Cosa che loro non sembrano tanto disponibili a fare. Soltanto alla fine della storia saranno in grado di coltivare ed accudire i tulipani, i fiori preferiti di Coraline, e di coinvolgere la figlia in qualcosa di creativo e trasformativo. Sono insomma due personaggi che non sembrano vivere una particolare evoluzione nel corso della storia, se non per questa possibilità, infine, di portare le proprie competenze sul giardinaggio oltre le pagine del catalogo, donando colore ad un giardino inizialmente grigio e secco.

Il mondo al di là della porta

In realtà la storia comincia con le mani dell’Altramadre che, nelle sue sembianze di ragno, svuota una bambola e ne riempie nuovamente l’involucro per confezionare quella con le sembianze di Coraline. Così l’Altramadre si mette in relazione con gli oggetti della sua seduzione: svuotatone, divoratone uno, ne viene cercato subito un altro. Il bisogno di "qualcuno da amare" di cui parla a un certo punto il gatto—guida di Coraline nell’Altromondo — è il bisogno di qualcuno da consumare, di cui nutrirsi, qualcuno che serve in quanto fonte di soddisfazione del bisogno e non in quanto individuo con determinate caratteristiche. Tant’è che lo stesso involucro della prima bambola, privato di tutto ciò che la caratterizzava (bocca, capelli, vestiti), viene riutilizzato per la bambola-Coraline.


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La bambola è una sorta di alter-ego che asseconda le fragilità di Coraline; "spia" come terreno fertile rispetto ai desideri di lei; è lo strumento con cui l’Altramadre osserva in segreto le proprie vittime e le attira verso l’Altromondo. Si rivela per quello che realmente è — vuota, un fantoccio — solo al termine del viaggio, anche interiore, di Coraline. Nel momento in cui Coraline sceglie che cosa vuole in modo autentico, la bambola non ha più modo di esistere o comunque di rappresentare una minaccia.

Whyborn/Whybe ("why born?" cioè "perché sei nato?", o abbreviato "why be?" — perché essere, esistere - con un nome simile certo non si ha un buon punto di partenza…) è all’inizio e alla fine del film un mediatore del rapporto di Coraline con il mondo al di là della porta magica: è lui a portare a Coraline la bambola - senza però dargliela di persona -, è lui che la aiuta a gettare nel pozzo la chiave della porta, e il gatto-guida è quello di cui lui si prende cura. Inizialmente minaccioso, spaventa Coraline, ne sbaglia sistematicamente il nome, per poi diventare un suo amico (anche nel momento in cui lei saprà accettarne le fragilità e le difficoltà), riuscendo finalmente a chiamarla "Coraline" e non "Caroline". Il loro primo incontro avviene in corrispondenza del pozzo che all’inizio è luogo di scontro mentre alla fine sarà occasione di collaborazione per un fine comune.

Il gatto nero è tanto figura di animale reale quanto di animale-guida durante tutto il viaggio di Coraline. Inizialmente muto, è in grado di parlare solo quando il livello della coscienza di Coraline si abbassa; spiega di avere i sensi molto più sviluppati degli uomini e si mostra capace di smascherare i finti-amici di Coraline (ad esempio i ratti) mostrando interesse sincero per lei. In occasione del suo terzo viaggio il gatto-guida ammonisce Coraline: "tu consideri questo mondo un sogno che si avvera ma ti sbagli". Attraverso di lui Coraline sarà in grado di combattere e infine sconfiggere l’Altramadre; sarà lui infatti a strapparle i bottoni dal volto. Il film si conclude con la sua figura che scompare (animale guida interiore oltre che semplice gatto nero in carne ed ossa?).


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L’accesso all’Altromondo avviene attraverso la porta magica ed un tunnel che sembra quasi un canale da parto, e questi elementi rimandano al confronto con il Femminile e con l’inconscio. La porta si attiva inizialmente grazie alla dimensione onirica; successivamente la protagonista avrà maggiore consapevolezza di tale varco e sarà in grado di attraversarlo anche durante la veglia, scegliendo di farlo. Porta come simbolo del femminile, del materno, ma anche possibile simbolo di molte altre cose: porta verso la dimensione inconscia e verso desideri inconsapevoli; porta verso la fantasia; porta come inizio di viaggio interiore; porta come ingresso in un modo emotivo alternativo, da sperimentare per poter crescere.

Scrive Neumann (La Grande Madre):

Nell’inconscio vi sono forze, tendenze, orientamenti, complessi, istinti, pulsioni e archetipi […] sia maschili che femminili. L’inconscio, tuttavia, si manifesta dal punto di vista simbolico come femminile, mentre la coscienza si manifesta come maschile. Le fasi dello sviluppo della coscienza appaiono allora una dopo l’altra come uno stato embrionale in cui si è contenuti nel ‘materno’, come dipendenza infantile dalla madre, come relazione del figlio-amato con la Grande Madre e infine come lotta eroica dell’eroe maschile contro la Grande Madre. La relazione dialettica della coscienza con l’inconscio assume la forma simbolico-mitologica di una contrapposizione tra femminile-materno e maschile-infantile: la forze crescente del maschile corrisponde, perciò, alla forza crescente della coscienza all’interno dell’evoluzione dell’umanità. […] la liberazione della coscienza maschile dall’inconscio materno-femminile è un itinerario conflittuale, duro e doloroso […].

Il mondo dove vive l’Altramadre è un mondo dove tutto sembra "migliore"; anche il bambino rappresentato nel quadro ha un aspetto più felice (peccato che sia una delle vittime-fantasma che Coraline incontrerà); i colori sono sgargianti, il cibo è più buono e abbondante, i genitori sembrano apparentemente bramosi solo di ascoltare e soddisfare i desideri di Coraline senza attesa alcuna. Apparentemente, perché ha un che di opprimente questa disponibilità a saziare i desideri prima ancora che vengano espressi. Apparentemente, perché l’Altramadre ha una bidimensionalità (senza ombra apparente) che — dopo qualche tempo - inquieta Coraline e che non può durare; ben presto si rivelerà infatti per ciò che realmente è.

Tuttavia Coraline — nonostante la diffidenza iniziale e la repulsione per gli occhi-bottone: "tu non sei mia madre" "io sono la tua altra madre, sciocca […] tutti hanno un’altra madre" — si lascia sedurre da queste meraviglie, comportandosi come se davvero tutto potesse essere solo bello senza chiedersi quale prezzo ci sia da pagare per una tale illusione e finzione.

Nei confronti dell’Altramadre Coraline presenta quindi, dopo la iniziale circospezione, una idealizzazione caricata di tutto ciò che la madre reale invece non rappresenta. Coraline aderisce a questa idealizzazione e per un po’ ci si perde, favorita in questo dalle disattenzioni e trascuratezze dei genitori veri, che rendono facile la svalutazione e quindi il mantenimento della scissione fra aspetti che sono però le indivisibili facce di una stessa medaglia. La fantasia — così come la sofferenza - può creare idealizzazioni potenzialmente pericolose che rischiano di fare perdere il contatto con la realtà e di far pagare un prezzo molto alto. Coraline sembra dimenticare l’inquietudine provata inizialmente di fronte agli occhi bottone, la diffidenza "tu non sei mia madre": ora definisce l’Altromondo come "sogni non pericolosi e divertenti".

Se durante il primo viaggio di Coraline gli Altrigenitori si presentano solo con il loro lato di disponibilità che nulla pare desiderare in cambio, già nel secondo viaggio il tono dell’incontro è differente. L’Altramadre definisce quello che inizialmente era in modo relativamente neutro solo "il tuo Altropadre" come "il tuo padre migliore". La seduzione si fa più esplicita e prepotente: "viviamo nel migliore dei mondi".

Da notare che, come nella realtà il padre di Coraline ha un ruolo subordinato rispetto alla figura materna, così si percepisce che l’Altropadre sin dall’inizio è una pedina dell’Altramadre, l’ennesimo fantoccio da lei costruito. Anche lui è l’opposto del padre reale — apparentemente creativo, vivace, artefice del giardino, pronto a dedicare subito attenzione a Coraline appena entra nella stanza. Inconsistente, non è lui che suona il pianoforte ma viceversa, attraverso dei guanti speciali che gli controllano le dita sulla tastiera, ideati dall’Altramadre. Nel momento in cui prova a rivelare a Coraline la pericolosità della situazione e il dolore che si prova al momento della cucitura dei bottoni sugli occhi, viene messo a tacere dall’Altramadre, ma non tenta mai realmente di ribellarsi.

È nel terzo viaggio che viene presentato a Coraline quel conto che non si può pensare di non dover pagare: "devi dirci di sì se vuoi rimanere", sì quindi ai bottoni sugli occhi, alla obliterazione della possibilità di vedere. E il conto viene presentato accompagnato dalla terribile seduzione "vogliamo solo il tuo bene", la seduzione di una completa dedizione dell’Altro a sé; alla fine l’Altramadre tenterà ancora una volta Coraline, ora con la seduzione dell’onnipotenza: "non lasciarmi, morirò senza di te".

Coraline vorrebbe davvero tornare indietro ma adesso non le è più possibile. Troppo facile fare come se il problema non esistesse, ed esimersi dal confronto con quel lato terribile inizialmente trascurato e scotomizzato.


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Per fortuna comunque Coraline si spaventa e dice "no". E il "no" svela l’Altromondo nella sua realtà, o meglio nella sua illusoria finzione. A fronte del rifiuto di Coraline, l’Altramadre si rivela per quella che è, una strega-ragno, la cui tela le porta vicini e le tiene avvinti gli altri, che però lei cerca e attira solo in quanto vittime destinate ad essere divorate.

Coraline incontra i bambini-fantasma che le raccontano come la strega li abbia sedotti, illudendoli della possibilità di un rapporto dove esistono solo "blandizie e delizie" come alternativa alle relazioni reali, fatte di luci ed ombre, di delizie ma anche di amarezze, fatica, desideri a volte appagati a volte frustrati; "[…] invece ci ha chiusi qui e si è mangiata le nostre vite".

I bambini-fantasma non sono solo vittime; è stata loro la scelta di farsi cucire i bottoni sugli occhi, e ora senza occhi le loro anime sono prigioniere.

Coraline capisce infine che questo Altromondo è solo una trappola, una finzione, e che non può esistere rapporto dove è tutto solo bello e facile. In questo momento di nuova — maggiore — consapevolezza, è in grado di scegliere la propria strada: sceglie di recuperare la parte reale, per quando dura, della propria vita e dei rapporti con i propri genitori; si può vedere esclusivamente la parte bella delle persone soltanto rinunciando del tutto a vederne anche l’ombra, in fondo cioè a vedere la realtà a tutto tondo.

Pur riuscendo a tornare nel suo mondo, decide di compiere un quarto viaggio, questa volta consapevole, questa volta finalizzato a qualcosa che non sia la fuga nell’oblio dalle difficoltà e asprezze della vita ma per salvare i bambini-fantasma, i suoi genitori e anche per riscattare se stessa. Un viaggio di iniziazione dunque, attraverso l’accettazione del confronto con l’Ombra e la Madre terribile, un percorso di crescita e di cambiamento che passa attraverso — e la porta a - una maggiore consapevolezza di sé, dei propri desideri e possibilità.

È quindi Coraline a portare in salvo i propri genitori, accettandone le debolezze e l’Ombra. Scegliere di dire sì alla loro richiesta di essere salvati significa anche aver compreso l’importanza di una vita fatta di rapporti autentici. Per aiutarli Coraline è disposta ad affrontare le proprie paure più grandi e accetta il confronto con il lato terribile di ciò che prima sembrava solo meraviglia sfidando la strega, la rappresentazione della Madre terribile. Può farlo grazie alla propria capacità di scegliere ma anche e soprattutto grazie agli strumenti che ha acquisito durante il suo percorso, alcuni dei quali forniti dai suoi "compagni di viaggio"; Coraline infatti, nei momenti più difficili, non è mai da sola (il gatto-guida, i bambini-fantasma, Whybe, le vecchie attrici la guidano e le danno costantemente forza).

Accogliere le difficoltà dei genitori aiuta Coraline a vederne anche le potenzialità. Il cambiamento vissuto da Coraline attraverso il dipanarsi della storia non può non riflettersi anche nel suo rapporto con loro; ora sa di essere fragile e così è maggiormente in grado di capire le difficoltà altrui.

Il film, anche se al centro della vicenda si colloca una intera famiglia — Coraline, madre, padre — è in realtà la storia di un viaggio di iniziazione e crescita, la metafora del confronto con la figura della Madre e con il Femminile, nutrice accogliente e divoratrice/distruttrice. Scrive Neumann ne La Grande Madre:

E se il mondo, la vita, la natura e la psiche sono stati esperiti come Femminile che genera e nutre, protegge e riscalda, anche i loro opposti vengono percepiti nell'immagine del Femminile: morte e distruzione, pericolo e bisogno, fame e mancanza di protezione son vissuti dall'umanità come un soggiacere alla madre oscura e terribile. Il grembo della terra si trasforma nelle fauci divoranti e mortali del mondo sotterraneo, e accanto all'utero da fecondare e alla cavità protettiva della terra e della montagna si spalancano l'abisso e la caverna, l'oscura cavità profonda, l'utero divorante della tomba e della morte, dell'oscurità priva di luce e del nulla; difatti questa donna che genera la vita e tutto ciò che è vitale è la stessa che tutti divora e riprende dentro di sé, insegue la sua vittima e la cattura con cappio e rete.

La carenza della figura materna reale di Coraline la spinge verso il mondo al di là della porta, dove il tentativo di scindere le polarità dell’archetipo naufraga e si infrange drammaticamente. L’Altramadre che inizialmente seduce Coraline presentandosi esclusivamente come colei che "nutre, protegge e riscalda", "genera la vita e tutto ciò che è vitale", si svela inevitabilmente anche come "morte e distruzione, pericolo e bisogno, fame e mancanza di protezione", colei che "tutti divora" ("lo sai che ti amo", "morirò senza di te": invito a un rapporto totalizzante, trappola finalizzata a una simbiosi mortifera; "si è mangiata le nostre vite", come dicono i bambini-fantasma), "insegue la sua vittima e la cattura con cappio e rete". Davvero, perché cappio e rete sono rappresentati dalla sfida, ma anche fisicamente dalla tela di ragno che alla fine, attraverso lo smascheramento operato da Coraline, si rivela essere la vera natura del mondo al di là della porta. Rappresenta anche il luogo della lotta finale contro l’Altramadre che, smascherata nelle sue finzioni, muore nella sua stessa tela.

Il viaggio, il confronto con l’Altramadre, insegna di fatto a Coraline molto di più sul Femminile di quanto non faccia/possa fare la madre reale.

L’Altramadre ha i bottoni al posto degli occhi e caldeggia la scelta dei bottoni per poter "possedere" chiunque, dopo averlo ingannato proponendo una presunta soluzione a tutti problemi. È lei che li cuce alle proprie vittime, ed è stata lei stessa la prima a cucirsi i bottoni sugli occhi, rinunciando così a vedere una qualsiasi cosa che non fosse la propria ossessione. I bottoni sono possibile simbolo di filtro/ostacolo per la realtà e per l’autenticità, la trasparenza; irreversibili, gli occhi si perdono nel momento in cui i bottoni si appongono; rappresentano la scelta della strada dell’autoinganno e del vantaggio effimero ad un prezzo molto alto.

Nell’ottica di cui sopra, i bottoni sono la scelta di non vedere la realtà nella sua completezza, la scelta di dire sì alla facile lusinga del polo "non ombroso" dell’archetipo, senza tenere conto che proprio questa adesione ad una sola delle sue facce è ciò che comporta il più violento erompere dell’altra.

Scrive ancora Neumann:

Accanto alla caverna e al corpo-vaso, la porta costituisce, in quanto ingresso e utero, uno dei simboli primordiali della Grande Madre. […] porta-utero, ingresso nel mondo sotterraneo [...]

e

Il mondo sotterraneo, l'utero terrestre — come pericolosa terra dei morti che il morto deve attraversare, sia per essere giudicato e arrivare al regno ctonio della salvezza e della dannazione, sia per attingere attraverso questo terreno un nuovo, più elevato livello di esistenza — è uno dei simboli archetipici della Madre Terribile.

Non si accede ad un "più elevato livello di esistenza" se non si accetta di vedere, di confrontarsi con la paura e di patire. Bisogna quindi essere in grado di accorgersi degli inganni, riconoscere le proprie e altrui unilateralità, tollerando le frustrazioni inevitabili nei rapporti con gli altri nella vita reale. I bottoni rappresentano anche la rinuncia ad avere una propria visione delle cose, nell’ottica "comoda" di avere tutto ciò di cui si pensa di avere bisogno (lasciando oltretutto a terzi la responsabilità di procurarlo), la rinuncia ad essere se stessi. L’apposizione dei bottoni sugli occhi trasforma la vita in un bozzolo che però non prelude ad una trasformazione ma è piuttosto un’urna dentro cui rifugiarsi, al riparo dalle delusioni ma quindi anche dalle emozioni, e dunque — in fondo — dalla Vita stessa.

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