Giampiero Boniperti (1928-2021). Il mestiere del calcio.

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21 giugno, 2021 - 07:18
Venerdì 18 giugno 2021, è morto Giampiero Boniperti un calciatore famoso che da dirigente non vedeva mai il secondo tempo, ma se ne andava al 45°.
Un novarese di Barengo del 1928, che il “
velenoso” toscano dell’Inter, Benito Lorenzi, chiamava “Marisa” perchè era il più ripulito nel trio formato con Omar Sivori (“El Cabezón” la zazzera, “El Gran Zurdo”, il grande mancino, ma in effetti fu lui in assoluto il primo ad essere acclamato dalla tifoseria del River Plate, “El pibe de oro”, il ragazzo d'oro, prima di Diego Armando Maradona, tutto sommato un bonaccione ingenuo rispetto alla cattiveria e alla scaltrezza di Omar) e John Charles (“King John”, il “Gigante Buono” gallese). Giampiero Boniperti, non sapeva fare altro che Juventus, ma in modo assolutamente professionale. Per questo piaceva moltissimo all’”Avvocato”. Ciò che lo rendeva prediletto e fidato era l’aver inventato il motto “Vincere non è importante: è la sola cosa che conti“. Entrambi erano convinti che più di mezza Italia tifasse bianconero e che la loro “Juve” fosse “la fidanzata degli italiani”. Entrambi facevano il lavoro di facciata, perché c’era chi faceva per loro quello sporco. Luciano Moggi, per esempio, l’ex capostazione di Foligno dove c’erano le “Officine Grandi Riparazioni FFSS, l’accompagnatore che sequestrava gli arbitri, ove necessario. Oppure faccendieri tipo Fabio Paratici, che, si dice, forse truccavano gli esami-farsa d’italiano all’Università di Perugia per stranieri onde “far-passare-con-spinta“ ,giocatori che a malapena dicevano “ciao”, e altro ancora, da sempre.

 

Io, che tenevo rossoblù felsineo, li trovavo insopportabili e spocchiosi. Anzi, me la prendevo coi Romagnoli che tifavano bianconero per far dispetto al “Bologna-che-tremare-il-mondo-fa”, lo squadrone dei favolosi anni trenta. Altri tempi, di una Bologna per fortuna sparita, perchè troppo fascista. Mia madre mi portava “in centro” a Via delle Clavature, per comperare le magliette della salute dalla “Schiavio-Stoppani”. Così potevo vedere il centravanti petroniano Angelo Schiavio - 16 anni al Bologna quasi gratis (1922-1938) - che presenziava le vendite nel suo negozio di abbigliamento, a scopo pubblicitario. Quando si dice il destino. Non aveva ancora due anni che fu miracolato dal luminare Bartolo Nigrisoli chiamato a domicilio dai genitori, nel cuor della notte, in Via Toscana, nel 1906 per un enfisema acuto da costola soprannumeraria. Lo operò sul tavolo di marmo bianco della cucina, da solo.

 

Per inciso, Nigrisoli, lasciò la cattedra di chirurgia per non giurare fedeltà al fascismo. Per inciso, Schiavio andò a giocare nel Bologna, che aveva appena 16 anni, allo “Sterlino”, il campo povero. Ben prima dello sfarzoso “Littoriale”, inaugurato dal “Duce” con tanto di entrata a cavallo, sul terreno di gioco, il 31 ottobre 1926. Non so perchè ma mia madre diceva che era impossibile andare nella fabbrica del “Presidente” Renato Dall'Ara in Via Boldrini. Questo presidente era uno di Reggio Emilia (“n’arzan”) di modeste origini, altrettanto celebre nel campo delle maglierie, dove aveva fatto fortuna, ma era troppo compromesso col fascismo bolognese.

 

Il dominus indiscusso dell’epoca, fu Leandro Arpinati. Un romagnolo di Civitella tra Forlì e Cesena, amico e conterraneo del “Duce”, anche lui interventista ai tempi della “grande Guerra”. Uno squadrista fuori-taglia di provenienza anarchica in funzione antisocialista, sansepolcrista, anticlericale, liberista, che però non mancava di opporsi alla politica ufficiale del Partito, tanto che Mussolini, dopo averlo nominato “Federale” e “Podestà” di Bologna, e anche ministro fascista, lo obbligò alle dimissioni e infine lo mandò al confino a Lipari, per via della sfida a duello con Achille Starace, quello del salto nel cerchio di fuoco. I Trenta, sono stati gli anni d’oro di Arpinati. Aveva rifatto il piano regolatore di Bologna, con le “Case del Fascio” per controllare la gente, l’ippodromo dell’Arcoveggio, la Fiera, lo stadio del “Littoriale” e aveva imposto alla presidenza del “Bologna F.C. 1909” il suo fedele Renatone Dall’Ara. Arpinati morì falciato da una raffica di mitra nel 1945, in circostanze mai chiarite del tutto nella sua tenuta di Malacappa, vicino Argelato, davanti alla figlia. Ma questa è un’altra storia.

 

Quanto al “pedigrée”, c’erano almeno 3 squadre da tenere d’occhio. il Genoa di antico lignaggio, il primo club in assoluto, fondato il 7 settembre 1893, quando mio padre aveva un anno. L’”AC Milan” fondato il 16 dicembre 1899, una specie di” Cavaliere di Vittorio Veneto” del Football e anche l’Ambrosiana Inter, semplicemente l’Inter di Milano, fondata il 9 marzo 1908. Angelo Schiavio divenne leggendario nel 1924 quando, con un “gollasso” dei suoi, infranse l’imbattibilità casalinga della mitica “Pro Vercelli” (Società fondata nel 1892), che durava da 11 anni. Il su mito fu rinforzato quando si coniò per lui “il gol dello zoppo”. Era la finale della “Rimet” del 34, Italia-Cecoslovacchia. Infortunato avrebbe dovuto uscire, fu relegato all’ala, ma beffò Planicka, il portiere avversario negli ultimi secondi dei t.s. Lo spirito olimpico autentico e l’etica di Schiavio erano semplicissimi. A chiunque gli chiedesse se la fama raggiunta gli avesse fatto venire il desiderio di cambiare squadra per guadagnare di più, magari a Roma, a Milano, a Torino, rispondeva «Ho già un lavoro che mi impegna, giocare per il Bologna è solo un onore». Il centravanti che si allenava solo il giovedì, nella sua pausa settimanale, rigorosamente fuori dall’orario di lavoro, non firmò mai contratti, ma s’impegnò a giocare solo per il Bologna. Si sentiva un uomo libero e di parola. La sua principale occupazione era infatti la sua “bottega” in via delle Clavature dove come ho già detto mi portava mia madre per l’intimo elegante.

 

Prima di Boniperti, gli Agnelli avevano iniziato la politica degli “oriundi” comprando sudamericani. Raimundo Bibiani Orsi, inteso "Mumo", un argentino di Avellaneda del 1901, ala sinistra portentosa, gol facile e dribling fulminante, era stato ingaggiato dopo la vittoria alle Olimpiadi del 1928, ad Amsterdam, degli Uruguagi sull’Argentina, in una sfida interminabile. Tra gli acquisti juventini, c’era anche un tal Luis Felipe Monti, anch’egli del 1901, come mia madre, un centromediano rioplatense ringhioso, che quando incontrava Schiavio erano botte da orbi. Era già capitato a Baires il ferragosto del 1929 durante una tournée dei felsinei in Sud America. Colpi durissimi, si sfiorò la rissa ... e dire che era un’amichevole. Tre anni dopo - l’anno mio - in un Bologna-Juventus, gara di campionato giocata il primo maggio, Monti gli spezzò quasi la gamba destra e Schiavio fu trasportato fuori campo dove restò per quasi mezzo tempo. Faranno un armistizio grazie a Vittorio Pozzo e vinceranno i mondiali del 1934, l’anno di mia moglie Silvia.

 

Ah! Dimenticavo. Storiche e ancora contestate le 5 partite Bologna-Genoa del 1925 giocate per stabilire chi, tra le due avrebbe dovuto disputare la finalissima con la vincitrice della Lega Sud, che era l’Alba Roma. Alla fine vinsero i rossoblù petroniani, ma frugando nella rete ho scoperto anche un articolo firmato Gessi Adamoli con un titolo esplicito «Lo scudetto rubato al Genoa: la madre di tutte le porcate» e il proposito di «Ristabilire una verità storica [...] impegno della Fondazione Genoa che ha messo al lavoro un pool di esperti per ridare, 90 anni dopo, quello che il regime fascista rubò al Genoa Cricket and Football Club: lo scudetto del 1925 [...] quel 9 agosto 1925, nella partita giocata contro il Bologna alle 7 del mattino a porte chiuse in un campo alla periferia di Milano». In realtà era un’area recintata del “Forza e Coraggio” dove i giocatori si spogliavano nascondendosi l’un l’altro, non c’erano le docce e non c’erano ancora i numeri sulla magliette! Erano precauzioni per evitare disordini Il maggiore indiziato del “furto” è Arpinati e non è difficile immaginarlo, il romagnolo era un facinoroso. Fu al termine della quarta ripetizione della partita, giocata a Torino il 5 luglio 1925 e finita in parità che alla stazione, salendo sui treni speciali, bolognesi in camicia nera avrebbero esploso colpi di pistola all’indirizzo dei genoani, secondo una versione di Gianni Brera sulla “rosea”.

 

Altri tempi, altri calci, altre dittature, ma anche due feroci guerre mondiali. C’era una volta il tifo, poi vennero il doping, il calcioscommesse e quella specie di antibiotici fatti di euro con cifre a sei zeri che sterilizzano le passion. Del tutto recentemente, a sporcare le interviste televisive degli allenatori di calcio - ben visibili sul tavolo in primo piano - sono compare due bottigliette di una nota bevanda americana quella “normal” e quella “light”. Non bisogna comunque sottovalutare le sempre più frequenti aggressioni ai presidi di lavoratori in sciopero per stipendi di fame e orari da schiavi, che non equilibrano lo sganassone rimediato da Macron nel sud-est della Francia, da un giovanotto che urlava frasi inneggianti alla Restaurazione, per giunta! Attenzione, però. Il clima sembra quello degli anni Venti del secolo scorso. Sono passati due anni dalla ricorrenza del il 23 marzo 1919 quando Benito Mussolini fondava a Milano i “Fasci italiani di combattimento” nell’adunata di Piazza San Sepolcro. I segnali di questa sofferta primavera 2021 fra le vaccinazioni sbagliate alla gente e le botte ai lavoratori non sono affatto buoni, almeno ci viene risparmiato l’olio di ricino. Costa troppo?

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