LA VOCE DELL'INDICIBILE
I suggerimenti della rêverie degli Artisti
di Sabino Nanni

Le poesie “proibite” – Parte IV di “Baudelaire per il clinico”

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6 agosto, 2021 - 07:29
di Sabino Nanni
        Ogni scritto che tratta certe particolari realtà umane, ieri come oggi, è destinato ad essere censurato o comunque svalorizzato. Ciò avviene per motivi di segno opposto: in passato perché si pretendeva di comportarsi come se tali fatti non esistessero: guai a parlarne! Oggi perché s’impone di parlarne solo in termini elogiativi: guai se ne sottolineiamo le imperfezioni! Eppure sappiamo bene che nessuno di noi è “perfetto”, e nessuna realtà umana, per quanto sana, è priva di difetti. Ciò costituisce un grosso problema per il terapeuta: ogni imperfezione può essere fonte di sofferenza; e, se si vuole curare, occorre innanzi tutto capire. Occorre discutere senza che qualcuno si scandalizzi o si offenda. Capire non significa giustificare e neppure condannare; ciò è incomprensibile per chi sa esprimere solo giudizi emotivi e moralistici, sia pure di segno opposto. Qui, paradossalmente, il bacchettone diviene un alleato di chi si sente “emancipato” all’estremo: entrambi invocano la censura; ed entrambi non riusciranno mai a capire quel che li riguarda da vicino.
        Le “pièces condamnées”, tratte dai “Fiori del male”, rientrano in quanto detto sopra. Esse furono, all’origine, giudicate oscene e censurate. Oggi è impensabile vietarne la pubblicazione ma ciò, a parere di chi scrive, non significa che stia prevalendo un giudizio razionale ed equilibrato nei confronti di quanto, in passato, era degradato a pornografia. Baudelaire è riconosciuto Poeta troppo grande per poterne ignorare le opere, anche queste opere. Tuttavia, permane una sorta di censura nel momento in cui, soprattutto riguardo ai versi che leggiamo più sotto, non è sufficientemente valorizzata la sua capacità di cogliere certe realtà umane nella loro crudezza, riscattandole nella Poesia. La sua visione delle cose non è distorta né da moralismo, né da morbosità; né da idealizzazioni arbitrarie, né da demonizzazioni. Non condanna gli esseri umani di cui parla, né intende compiacerli nascondendo le loro imperfezioni e la sofferenza legata alla loro condizione.  

 
VIII Pièces condamnées tirées des « Fleurs du mal »
 
2 – Lesbos – Pag. 266, 268, 269
 
Mère des jeux latins et des voluptés grecques,
Lesbos, où les baisers, languissants ou joyeux,
Chauds comme les soleils, frais comme les pastèques,
Font l’ornement des nuits et des jours glorieux
Mère des jeux latins et des voluptés grecques,
 
………………………………………………….
Lesbos, où les Phrynés l’une l’autre s’attirent,
Où jamais un soupir ne resta sans écho
A l’égal de Paphos les étoiles t’admirent,
Et Vénus à bon droit peut jalouser Sapho !
Lesbos, où les Phrynés l’une l’autre s’attirent
 
Lesbos, terre des nuits chaudes et langoureuses,
Qui font qu’à leurs miroirs, stérile volupté !
Les filles aux yeux creux, de leurs corps amoureuses,
Caressent les fruits mûrs de leur nubilité ;
Lesbos, terre des nuits chaudes et langoureuses,
 
Laisse du vieux Platon se froncer l’œil austère ;
Tu tires ton pardon de l’excès des baisers,
Reine du doux empire, aimable et noble terre,
Et des raffinements toujours inépuisés.
Laisse du vieux Platon se froncer l’œil austère.
 
Tu tires ton pardon de l’éternel martyre,
Infligé sans relâche aux cœurs ambitieux,
Qu’attire loin de nous le radieux sourire
Entrevu vaguement au bord des autres cieux !
Tu tires ton pardon de l’éternel martyre !
 

(Madre di giochi latini e di voluttà greche, / Lesbo, dove i baci, languidi o gioiosi, / caldi come soli, freschi come cocomeri, / sono l’ornamento di notti e di giorni gloriosi; / madre di giochi latini e di voluttà greche, // […] // Lesbo dove le Frini s’attirano l’una l’altra, / dove mai un sospiro restò senza eco, / come Pafo le stelle t’ammirano, / e Venere ha ben diritto d’esser gelosa di Saffo! / Lesbo dove le Frini s’attirano l’una l’altra, // Lesbo, terra di notti calde e languide, / che portano ai loro specchi, sterile voluttà, / le fanciulle dagli occhi infossati, innamorate dei propri corpi, / a carezzarsi i frutti maturi della loro verginità; / Lesbo, terra di notti calde e languide, // lascia che l’occhio austero del vecchio Platone s’aggrotti; / tu ottieni il perdono dall’eccesso dei baci, / regina di un dolce impero, terra nobile e amabile, / e d’inesauribili raffinatezze. / Lascia che l’occhio austero del vecchio Platone s’aggrotti. // Tu trai il perdono dal tuo eterno martirio, / inflitto senza requie ai cuori ambiziosi, / che attira lontano da noi il radioso sorriso / intravisto vagamente ai confini d’altri cieli! / Tu trai il perdono dal tuo eterno martirio!)

 

[Sensualità e tormento. L’ambizione (l’avidità di un appagamento narcisistico impossibile) intravvede la possibilità di un proprio soddisfacimento in un luogo lontano, che in ogni occasione si rivela irraggiungibile: in “altri cieli”. Eppure l’attrazione verso questa meta è irresistibile. Ciò procura alle lesbiche una sorta di “martirio”, uno strazio che esse subiscono pur di non rinunciare a ciò che sentono come l’unica meta ideale che sanno concepire.]

 
Qui des Dieux osera, Lesbos, être ton juge
Et condamner ton front pâli dans les travaux,
Si ses balances d’or n’ont pesé le déluge
De larmes qu’à la mer ont versé tes ruisseaux ?
Qui des Dieux osera, Lesbos, être ton juge ?
 
Que nous veulent les lois du juste et de l’injuste ?
Vierges au cœur sublime, honneur de l’archipel,
Votre religion comme une autre est auguste,
Et l’amour se rira de l’Enfer et du Ciel !
Que nous veulent les lois du juste et de l’injuste ?
 
(Chi fra gli Dei, Lesbo, oserà esserti giudice / e condannare la tua fronte impallidita nelle sofferenze, / se le sue bilance d’oro non avranno pesato il diluvio / di lacrime che i tuoi ruscelli hanno versato nel mare? / Chi fra gli Dei, Lesbo, oserà esserti giudice? // Che vogliono da noi le leggi del giusto e dell’ingiusto? / O vergini dal cuore sublime, onore dell’arcipelago, / la vostra religione è augusta come un’altra, / e l’amore riderà dell’Inferno e del Cielo! / Che vogliono da noi le leggi del giusto e dell’ingiusto?)
 

[La capacità introspettivo-empatica del Poeta gli consente d’individuare, quale elemento centrale dell’amore saffico, la fissazione ad un rapporto duale madre-figlia; rapporto pre-edipico e pre-morale. In tale relazione non è ancora entrata tangibilmente la figura paterna. Ciò significa che rivalità e gelosia non hanno ancora corrotto la purezza di un affetto fatto di reciproche idealizzazioni; il che implica un carattere grandioso, “sacro”, attribuito alla relazione ed una sorta di reciproca dedizione “religiosa”. L’autorità paterna, con il suo codice morale, non osa ancora interferire su di un rapporto riscattato da tanta amorevole capacità di sacrificio tipicamente femminile-materna (travail significa fatica, sofferenza, ma anche “travaglio”); un rapporto in cui è l’amore, e non i princìpi morali, a dirigere il comportamento, senza alcun bisogno di premi o punizioni.]

 
Car Lesbos entre tous m’a choisi sur la terre
Pour chanter le secret des ses vierges en fleurs,
Et je fus dès l’enfance admis au noir mystère
Des rires effrénés mêlés aux sombres pleurs ;
Car Lesbos entre tous m’a choisi sur la terre.
 
Et depuis lors je veille au sommet de Leucate
Comme une sentinelle à l’œil perçant et sûr,
Qui guette nuit et jour brick, tartane ou frégate,
Dont les formes au loin frissonnent dans l’azur ;
Et depuis lors je veille au sommet de Leucate
 
Pour savoir si la mer est indulgente et bonne,
Et parmi les sanglots dont le roc retentit
Un soir ramènera vers Lesbos, qui pardonne,
Le cadavre adoré de Sapho, qui partit
Pour savoir si la mer est indulgente et bonne !
 
De la mâle Sapho, l’amante et le poète,
Plus belle que Vénus par ses mornes pâleurs !
L’œil d’azur est vaincu par l’œil noir que tachète
Le cercle ténébreux tracé par les douleurs
De la mâle Sapho, l’amante et le poète !
 
Plus belle que Vénus se dressant sur le monde
Et versant les trésors de sa sérénité
Et le rayonnement de sa jeunesse blonde
Sur le vieil Océan de sa fille enchanté ;
Plus belle que Vénus se dressant sur le monde !
 
De Sapho qui mourut le jour de son blasphème,
Quand, insultant le rite et le culte inventé,
Elle fit son beau corps la pâture suprême
D’un brutal dont l’orgueil punit l’impiété
De celle qui mourut le jour de son blasphème.
 
Et c’est depuis ce temps que Lesbos se lamente,
Et, malgré les honneurs que lui rend l’univers,
S’enivre chaque nuit du cri de la tourmente
Qui poussent vers les cieux ses rivages déserts !
Et c’est depuis ce temps que Lesbos se lamente !  
 

(Poiché Lesbo m’ha scelto fra tutti sulla terra / per cantare il segreto delle sue vergini in fiore, / e io fui, fin dall’infanzia, ammesso al nero mistero / delle risa sfrenate miste ai cupi pianti, / poiché Lesbo m’ha scelto fra tutti sulla terra, // e da allora io veglio in cima a Leucade / come una sentinella dall’occhio penetrante e sicuro, / che spia notte e giorno brigantini, fregate e tartane / le cui forme lontane tremano nell’azzurro; / e da allora io veglio in cima a Leucade // per sapere se il mare è indulgente e buono, / e se, fra i singhiozzi di cui la roccia echeggia, / una sera riporterà verso Lesbo che perdona / il cadavere adorato di Saffo che partì / per sapere se il mare è indulgente e buono! // Della maschia Saffo, l’amante e la poetessa, / più bella di Venere nel suo tetro pallore! / L’occhio azzurro è vinto dall’occhio nero che chiazza / il cerchio tenebroso tracciato dai dolori / della maschia Saffo, l’amante e la poetessa! // Più bella di Venere che s’innalza sul mondo / e versa i tesori della sua serenità / e lo sfavillio della sua bionda giovinezza / sul vecchio Oceano incantato dalla propria creatura; / più bella di Venere che s’innalza sul mondo! // Saffo che morì il giorno della sua bestemmia, / quando, insultando il rito ed il culto inventato, / ella diede in pasto il suo bel corpo / a un bruto il cui orgoglio punì l’empietà / di colei che morì il giorno della sua bestemmia. // Ed è da allora che Lesbo si lamenta, / e malgrado gli onori che le tributa l’universo, / s’inebria ogni notte del grido della tormenta / che le sue rive deserte spingono verso i cieli! / Ed è da allora che Lesbo si lamenta!)

 

        [Baudelaire è particolarmente sensibile ai sentimenti ed ai conflitti dell’amore saffico: anche lui, come queste donne, nei primi tempi della sua vita attraversò un lungo periodo in cui il rapporto duale con la madre rappresentò la quasi totalità della sua vita affettiva. Sappiamo, infatti, che, per lui bambino, figure maschili-paterne significative furono poco presenti, o del tutto assenti, o percepite come ostili. In quanto Poeta, egli sa utilizzare queste sue esperienze personali per costruire un ponte di comprensione empatica nei confronti di un rapporto cui, normalmente, il maschio rimane estraneo; un tipo di rapporto che, almeno un poco, coinvolse noi tutti. Egli esprime il suo rimpianto per la sua antica madre, irrimediabilmente perduta, con la quale fu possibile una relazione esclusiva. Come Saffo, questa donna sparì tragicamente dal suo mondo nel momento in cui incontrò il maschio.
        C’è, qui, una contrapposizione fra Saffo e Venere; quest’ultima è consapevole e sicura della forza del suo fascino nei confronti degli uomini: già all’inizio della sua vita, riuscì ad “incantare” il padre Oceano. Al contrario, Saffo, meno dotata di bellezza esteriore (o meno consapevole di possederla) non dispone di altrettanta sicurezza: gli uomini, fra cui il padre, sono meno sensibili al fascino delle virtù spirituali (che Saffo sicuramente possiede) rispetto a quello delle sembianze corporee. Leopardi, come Baudelaire, colse quest’aspetto dell’esperienza affettiva di Saffo: “Alle sembianze il Padre, / alle amene sembianze eterno regno / diè alle genti; e per virili imprese, / per dotta lira o canto, / virtù non luce in disadorno ammanto.” (I due Poeti avevano già presente la necessità di un coinvolgimento affettivo del genitore, oggetto dell’amore infantile edipico, affinché il futuro adulto consolidi la fiducia nella propria virilità o femminilità. Ciò diverrà noto alla Scienza solo nel XX e nel XXI secolo nell’opera di due importanti Analisti: Searles e Ogden).

        L’incontro con Faone, cui la “magia” di Venere (le ineludibili pulsioni eterosessuali di Saffo) ha conferito un fascino irresistibile, si rivela disastroso: la donna lo vive come un “dare il suo corpo in pasto ad un bruto” incapace di apprezzare le sue qualità interiori; lo vive, inoltre, come atto “blasfemo”, come tradimento alla dedizione “religiosa” che finora l’aveva legata alle sue amanti-figlie. L’esperienza dell’incontro con la freddezza e l’orgoglioso egoismo dell’uomo infligge a Saffo un colpo mortale. Per certe lesbiche, il momento in cui emerge una spinta eterosessuale può essere estremamente pericoloso: questo è il principale suggerimento che, su questo argomento, Baudelaire offre a noi clinici.]
 
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3 – Femmes damnées. Delphine et Hippolyte – Pag. 270, 272, 274, 276
 
A la pâle clarté des lampes languissantes,
Sur de profonds coussins tout imprégnés d’odeur,
Hippolyte rêvait aux caresses puissantes
Qui levaient le rideau de sa jeune candeur.
 
Elle cherchait, d’un œil troublé par la tempête,
De sa naïveté le ciel déjà lointain,
Ainsi qu’un voyageur qui retourne la tête
Vers les horizons bleus dépassés le matin.
 

(Alla pallida luce di lampade languenti, / su profondi cuscini tutti impregnati di profumi, / Ippolita sognava le carezze possenti / che alzavano il sipario sul suo giovane candore. // Ella cercava, con l’occhio intorbidito dalla tempesta, / il cielo ormai lontano della sua ingenuità, / come il viaggiatore che rivolge il capo / verso gli azzurri orizzonti oltrepassati al mattino.)

 

[La luce pallida, attenuata, smorta, che illumina debolmente la scena (le lampade “languenti”), i corpi affondati in cuscini che sembrano come catturarli, e togliere il respiro con l’odore di cui sono impregnati: tutto questo evoca una sensazione come di stordimento, di perdita di lucidità e di vitalità; sensazione che pare interessare soprattutto Ippolita, di cui si parla subito dopo. La ragazza sente, come conseguenza dell’amplesso tempestoso appena avvenuto, d’aver subito una sorta di corruzione, avverte una sensazione di perdita.]

 
De ses yeux amortis les paresseuses larmes,
L’air brisé, la stupeur, la morne volupté,
Ses bras vaincus, jetés comme de vaines armes,
Tout servait, tout parait sa fragile beauté.
 
Etendue à ses pieds, calme et pleine de joie,
Delphine la couvait avec des yeux ardents,
Comme un animal fort qui surveille une proie,
Après l’avoir d’abord marquée avec les dents.
 
Beauté forte à genoux devant la beauté frêle,
Superbe, elle humait voluptueusement
Le vin de son triomphe, et s’allongeait vers elle,
Comme pour recueillir un doux remercîment.
 
(Le lacrime indolenti dei suoi occhi pesti, / l’aria rotta, lo stupore, la cupa voluttà, / le braccia vinte, buttate come vane armi, / tutto serviva, tutto ornava la sua fragile bellezza. // Stesa ai suoi piedi, calma e piena di gioia, / Delfina la coccolava con occhi ardenti, / come un forte animale che sorveglia la preda / dopo averla segnata coi suoi denti. // Bellezza forte, inginocchiata dinanzi alla bellezza fragile, / superba, ella aspirava voluttuosamente / il vino del trionfo, e s’allungava verso di lei / come a cogliere un dolce ringraziamento.)
 

[C’è qui un evidente contrasto tra le due amanti: Ippolita ha un atteggiamento d’abbandono che rivela fragilità, passività femminea, sensazione come d’essere stata sopraffatta. Delfina, al contrario, rivela la gioia della vincitrice. Il suo atteggiamento è mascolino, trionfante, tipico di chi è appena riuscito a conquistarsi qualcosa che accresce la propria autostima. Tuttavia, per scacciare ogni dubbio residuo, si rivolge ad Ippolita come per riaffermare la desiderabilità del loro rapporto e chiederne conferma:]

 
Elle cherchait dans l’œil de sa pâle victime
Le cantique muet que chante le plaisir,
Et cette gratitude infinie et sublime
Qui sort de la paupière ainsi qu’un long soupir.
 
« Hippolyte, cher cœur, que dis-tu de ces choses ?
Comprends-tu maintenant qu’il ne faut pas offrir
L’holocauste sacré de tes premières roses
Aux souffles violents qui pourraient les flétrir ?
 
Mes baisers sont légers comme ces éphémères
Qui caressent le soir les grands lacs transparents,
Et ceux de ton amant creuseront leurs ornières
Comme des chariots ou des socs déchirants.
 
Ils passeront sur toi comme un lourd attelage
De chevaux et de bœufs aux sabots sans pitié…
Hippolyte, ô ma sœur ! tourne donc ton visage,
Toi, mon âme et mon cœur, mon tout et ma moitié,
 
Tourne vers moi tes yeux pleins d’azur et d’étoiles !
Pour un de ces regards charmants, baume divin,
Des plaisirs plus obscurs je lèverai les voiles
Et je t’endormirai dans un rêve sans fin ! »
 

(Ella cercava negli occhi della sua pallida vittima / il muto cantico che il piacere canta, / e quella gratitudine infinita e sublime / che esce dalle palpebre come un lungo sospiro. // “Ippolita, cuore mio caro, che dici di queste cose? / Lo capisci, ora, che non bisogna offrire / il sacro olocausto delle tue prime rose / ai soffi violenti che potrebbero sciuparle? // I miei baci sono leggeri come quelle farfalle / che carezzano la sera i grandi laghi trasparenti, / e quelli del tuo amante scaveranno i loro solchi / come fossero carri o vomeri laceranti; // e passeranno su di te come un pesante tiro / di cavalli o di buoi dagli zoccoli spietati… / Ippolita, sorella mia, volgi il tuo viso, / tu, anima mia, cuore mio, mio tutto e mia metà, // volgi verso di me i tuoi occhi pieni d’azzurro e di stelle! / Per uno di quegli sguardi affascinanti, divino balsamo, / solleverò il velo dei piaceri più oscuri / e t’addormenterò in un sogno senza fine!”)

 

[A dispetto del proprio atteggiamento mascolino, Delfina sente il bisogno di celebrare le virtù femminili: la sensibilità, la delicatezza delle proprie carezze, in contrasto con il carattere rude e violentemente sensuale di quelle che avrebbe offerto un maschio. Nel considerarla come “tutta sé stessa” (oggetto della più totale dedizione) e, nello stesso tempo, come propria metà inseparabile, Delfina sembra adottare, verso l’amante, un atteggiamento materno. Tuttavia Ippolita, forse anche in rapporto all’apparente disponibilità ed all’affetto dell’altra, sente il bisogno di confidarle il proprio tormento e la propria angoscia:]

 
Mais Hippolyte alors, levant sa jeune tête :
« Je ne suis point ingrate et ne me repens pas,
Ma Delphine, je souffre et je suis inquiète,
Comme après un nocturne et terrible repas.
 
Je sens fondre sur moi de lourdes épouvantes
Et de noirs bataillons de fantômes épars,
Qui veulent me conduire en des routes mouvantes
Qu’un horizon sanglant ferme de toutes parts.
 
Avons-nous donc commis une action étrange ?
Explique, si tu peux, mon trouble et mon effroi :
Je frissonne de peur quand tu me dis : ‘Mon ange !’
Et cependant je sens ma bouche aller vers toi.
 
Ne me regarde pas ainsi, toi, ma pensée !
Toi que j’aime à jamais, ma sœur d’élection,
Quand même tu serais une embûche dressée
Et le commencement de la perdition ! »
 

(Ma allora Ippolita, sollevando la sua giovane testa: / “Non sono affatto ingrata e non mi pento, / Delfina, ma soffro e sono inquieta, / come dopo un terribile banchetto notturno. // Sento piombare su di me terribili spaventi / e neri battaglioni di fantasmi sparsi / che vogliono condurmi per strade dissestate e instabili / che un orizzonte di sangue chiude da ogni parte. // Abbiamo dunque commesso un atto così strano? / Spiegami, se puoi, il mio turbamento e il mio terrore; / rabbrividisco di paura quando mi dici “Angelo mio!” / e tuttavia sento che la mia bocca va verso di te. // Non guardarmi così, tu, pensiero mio! / O te che amerò in eterno, mia sorella d’elezione, / quand’anche tu fossi un’insidia a me tesa / e l’inizio della mia perdizione!”)

 

[Ippolita, confidando nella capacità materna dell’altra di comprenderla e confortarla, cerca di comunicarle il suo disagio. Si sente turbata e spaventata. Ha come l’impressione che una sorta d’avidità abbia preso il sopravvento su di lei (il “terribile pasto notturno”). Avverte la confusa sensazione d’essere preda di forze ostili, che non riesce a comprendere e a mettere a fuoco (i fantasmi “sparsi”, frammentati); forze distruttive capaci di sopprimere in lei ogni forma d’orientamento, ogni solido punto d’appoggio (la spingono verso strade “cedevoli e instabili”). L’affetto che prova per Delfina è inestricabilmente legato ad una sensazione di minaccia: l’attrazione verso di lei è irresistibile, tuttavia sente che ciò potrebbe essere un’insidia capace di portarla alla perdizione. Si comprende, qui, che Ippolita avverte la minaccia di perdere la propria esistenza individuale separata, la possibilità di accedere pienamente ad un’identità femminile adulta, oltre che di perdere la madre soccorrevole, affidabile, quale oggetto esterno e interno: tale oggetto del suo amore filiale è, infatti, anche la sua nemica. In Delfina, a questo punto, scompare ogni tenerezza materna:]

 
Delphine, secouant sa crinière tragique,
Et comme trépignant sur le trépied de fer,
L’œil fatal, répondit d’une voix despotique :
« Qui donc devant l’amour ose parler d’enfer ?
 
Maudit soit à jamais le rêveur inutile
Qui voulut le premier, dans sa stupidité,
S’éprenant d’un problème insoluble et stérile,
Aux choses de l’amour mêler l’honnêteté !
 
Celui qui veut unir dans un accord mystique
L’ombre avec la chaleur, la nuit avec le jour,
Ne chauffera jamais son corps paralytique
A ce rouge soleil que l’on nomme l’amour !
 
Va, si tu veux, chercher un fiancé stupide ;
Cours offrir un cœur vierge à ses cruels baisers ;
Et, pleine de remords et d’horreur, et livide,
Tu me rapporteras tes seins stigmatisés…
 
On ne peut ici-bas contenter qu’un seul maître ! »
 

(Delfina, scuotendo la sua tragica criniera, / e come percuotendo col piede il tripode di ferro, / l’occhio fatale, rispose con voce dispotica: / “Chi dunque, di fronte all’amore, osa parlare d’inferno? // Sia maledetto per sempre il vano sognatore / che, nella sua stupidità, volle per primo, / appassionandosi ad un problema irrisolvibile e sterile, / mescolare l’onestà alle cose dell’amore! // Colui che vuole unire, in un mistico accordo, / l’ombra al calore, la notte con il giorno, / non scalderà mai il suo corpo paralitico / al rosso sole che chiamiamo amore! // Va’, se vuoi, a cercarti uno stupido fidanzato; / corri a regalare un cuore vergine ai suoi baci crudeli; / e, piena di rimorsi e d’orrore e livida / mi riporterai i tuoi seni segnati da stigmate… // A questo mondo non si può che contentare un solo padrone!”)

 

[Compare, in Delfina, tutta la brutalità della belva feroce che teme di perdere la sua preda (l’aggressività è espressa anche in modo sonoro dalle numerose consonanti “r” dei primi due versi: pare come di avvertire un ruggito). La sua ostilità si volge verso la figura maschile-paterna, che avverte come la minaccia più grande al suo rapporto esclusivo con l’amante. Delfina vuole essere l’unica “despota”, senza rivali. L’uomo (il padre) è qui considerato come un genitore che, inopportunamente e prematuramente, vuole imporre la sua presenza, sconvolgendo il tenero rapporto tra madre e figlia. Si tratta di un rapporto primitivo, capace d’offrire l’illusione di un soddisfacimento illimitato; rapporto che non vuole e non può sottostare a riserve d’ordine morale. Delfina si pone, qui, come una madre incapace di portare (grazie al suo genitore interiorizzato) elementi maschili-paterni nel rapporto duale con la figlia, anticipando così e facilitando gradualmente il passaggio alla situazione triangolare edipica: la “relazione transizionale edipica” descritta da Ogden. Al contrario, Delfina si rivela ostile e rivale nei confronti del mondo maschile. Il suo scopo è quello di congelare e fissare definitivamente la relazione duale madre-figlia, privandola di quegli elementi dinamici che porterebbero al suo superamento e favorirebbero la crescita della bambina. Pare non rendersi conto che se si ferma, se viene privata di ogni possibilità di cambiamento e di evoluzione, la vita non è più vita.]

 
Mais l’enfant, épanchant une immense douleur,
Cria soudain : « Je sens s’élargir dans mon être
Un abîme béant ; cet abîme est mon cœur !
 
Brûlant comme un volcan, profond comme le vide !
Rien ne rassasiera ce monstre gémissant
Et ne rafraîchira la soif de l’Euménide
Qui, la torche à la main, le brûle jusqu’au sang.
 
Que nos rideaux fermés nous séparent du monde,
Et que la lassitude amène le repos !
Je veux m’anéantir dans ta gorge profonde
Et trouver sur ton sein la fraîcheur des tombeaux ! »
 

(Ma la fanciulla, dando libero sfogo a un immenso dolore, / gridò ad un tratto: “Sento aprirsi nel mio essere / un abisso spalancato; quest’abisso è il mio cuore! // Ardente come un vulcano, profondo come il vuoto! / Nulla appagherà questo mostro gemente / e ristorerà la sete dell’Eumenide / che, torcia in mano, lo brucia a sangue. // Che queste cortine ci separino dal mondo, / e che la stanchezza apporti riposo! / Voglio annientarmi nel profondo del tuo petto / e trovare nel tuo seno la freschezza delle tombe!”)

 

[Ippolita, di fronte all’ira dell’amante-madre, avverte la sensazione come di precipitare interiormente (d’aver perso improvvisamente una madre che la tiene e contiene il suo essere). Sente la presenza, nel mondo interno, di un essere mostruoso, avido e dolente, che la tortura: raffigurazione della propria avidità risvegliata dalla frustrazione. Non meno avida è la presenza interiore di una madre crudele che vuole impossessarsi di tutto il suo essere. È significativo che ella chiami Eumenide quest’ultima presenza: Eumenidi (benevole) è il nuovo nome assunto dalle Erinni che perseguitavano il matricida Oreste; nome assunto dopo che, per intercessione di Atena, il vendicatore di Agamennone è stato assolto dall’Areopago. Come conseguenza, le persecutrici sono divenute protettrici. Che questa entità mostruosa sia chiamata “Eumenide” descrive il vissuto di una figlia che vede una madre benevola e protettrice divenire improvvisamente una mortale nemica, attraverso una trasformazione in senso opposto rispetto a quella della tragedia di Eschilo. Per ritrovare la pace, ad Ippolita non resta altra scelta che rinunciare alla prospettiva di una vita adulta e indipendente, e tornare a sprofondare, annientandosi, nel seno materno]

 
Descendez, descendez, lamentables victimes,
Descendez le chemin de l’enfer éternel !
Plongez au plus profond du gouffre, où tous les crimes,
Flagellés par un vent qui ne vient pas du ciel,
 
Bouillonnent pêle-mêle avec un bruit d’orage.
Ombres folles, courez au but de vos désirs ;
Jamais vous ne pourrez assouvir votre rage,
Et votre châtiment naîtra de vos plaisirs.
 
Jamais un rayon frais n’éclaira vos cavernes ;
Par les fentes des murs des miasmes fiévreux
Filtrent en s’enflammant ainsi que des lanternes
Et pénètrent vos corps de leurs parfums affreux.
 
L’âpre stérilité de votre jouissance
Altère votre soif et roidit votre peau,
Et le vent furibond de la concupiscence
Fait claquer votre chair ainsi qu’un vieux drapeau.
 
Loin des peuples vivants, errantes, condamnées,
A travers les déserts courez comme les loups ;
Faites votre destin, âmes désordonnées,
Et fuyez l’infini que vous portez en vous !
 

(Discendete, discendete, lamentevoli vittime, / discendete per la strada dell’eterna dannazione! / Precipitate nel più profondo abisso, dove tutti i delitti, / flagellati da un vento che non viene dal cielo, // ribollono alla rinfusa con un fragore di tempesta. / Ombre folli, correte alla meta dei vostri desideri; / mai potrete quietare la vostra furia, / e il vostro castigo nascerà dai vostri piaceri. // Mai un fresco raggio illuminerà le vostre caverne; / attraverso le crepe dei muri, miasmi febbrili / filtrano infiammandosi come lanterne / e impregnano i vostri corpi dei loro profumi orrendi. // L’aspra sterilità del vostro godimento / altera la vostra sete e inaridisce la vostra pelle, / e il vento furibondo della concupiscenza / fa schioccare la vostra carne come una vecchia bandiera. // Lontane dai popoli viventi, erranti, condannate, / correte attraverso i deserti come lupi; / seguite il vostro destino, anime disorientate, / e fuggite l’infinito che portate in voi!)

 

[Nelle ultime cinque strofe, il Poeta, che sinora aveva dato voce a ciascuna delle due amanti, ora ne prende distanza. Ciò gli consente di capire quel che le due donne, accecate dalla passione, non comprendono in loro stesse. Delfina ed Ippolita stanno scivolando nell’abisso di un rapporto in cui ciò che procura un piacere sensuale immediato e promette sollievo è in realtà destinato ad accrescere sempre più la loro insoddisfazione e la loro rabbia. Il loro piacere è un delitto che contiene, implicito, un castigo. Il loro è un attacco alla fecondità della coppia genitoriale; la sterilità, che ne è conseguenza, sarà motivo di un’insoddisfazione non superabile. Infatti, solo attraverso la discendenza, può essere possibile il pieno appagamento di una forma di narcisismo evoluto, privo di contrasti con la realtà; appagamento che nasce dalla possibilità di continuare ad amare sé stessi, anche dopo la fine della propria esistenza individuale, proiettandosi nei figli che si sono messi al mondo. Lo scopo del loro desiderio irrefrenabile (tale in quanto nasce da un bisogno vitale insoddisfatto) è particolare, e limitato alla loro vita individuale: ottenere, attraverso un’illusoria fusione nell’amplesso, un totale controllo dell’oggetto d’amore ed una conferma, benché incompleta, delle proprie qualità femminili. Privilegiando tale scopo, esse “rifuggono l’infinito”, ossia la possibilità d’andare oltre la propria particolare e precaria esistenza.]

 
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4 – Le Léthé – Pag. 276, 278
 
Viens sur mon cœur, âme cruelle et sourde,
Tigre adoré, monstre aux airs indolents ;
Je veux longtemps plonger mes doigts tremblants
Dans l’épaisseur de ta crinière lourde ;
 
Dans tes jupons remplis de ton parfum
Ensevelir ma tête endolorie,
Et respirer, comme une fleur flétrie,
Le doux relent de mon amour défunt.
 
Je veux dormir ! dormir plutôt que vivre !
Dans un sommeil aussi doux que la mort,
J’étalerai mes baisers sans remord
Sur ton beau corps poli comme le cuivre.
 
Pour engloutir mes sanglots apaisés
Rien ne me vaut l’abime de ta couche ;
L’oubli puissant habite sur ta bouche
Et le Léthé coule dans tes baisers.
 
A mon destin, désormais mon délice,
J’obéirai comme un prédestiné ;
Martyr docile, innocent condamné,
Dont la ferveur attise le supplice,
 
Je sucerai, pour noyer ma rancœur,
Le népenthès et la bonne cigüe,
Aux bouts charmants de cette gorge aiguë,
Qui n’a jamais emprisonné de cœur.
 

(Vieni sul mio cuore, anima sorda e crudele, / tigre adorata, mostro dall’aria indolente; / voglio immergere a lungo le mie dita tremanti / nello spessore della tua pesante criniera; // nelle gonne impregnate del tuo profumo / seppellire la mia testa indolenzita, / e respirare, come un fiore appassito, / il dolce tanfo del mio amore defunto. // Voglio dormire! Dormire, non vivere! / In un sonno dolce come la morte, / spargerò i miei baci, senza rimorso, / sul tuo bel corpo levigato come il rame. // Per inghiottire i miei singhiozzi placati / nulla vale come l’abisso del tuo letto; / l’oblio possente abita la tua bocca / e il Lete scorre nei tuoi baci. // Al mio destino, divenuto ormai una delizia, / obbedirò come un predestinato; / martire docile, condannato innocente, / il cui fervore attizza il supplizio. // Succhierò, per soffocare il mio rancore, / il nepente e la buona cicuta / alle punte incantevoli del tuo seno acuto, / che mai ha imprigionato un cuore.)

 

[Rapporto con una persona amata, cui il Poeta non può rinunciare; persona il cui corpo è raggiungibile, ma non il cuore. L’amplesso con costei diviene l’unico modo per soffocare i singhiozzi della disperazione, il rancore: tutto ciò che, nell’animo del Poeta, nasce come conseguenza della freddezza dell’altra deve essere soppresso, perché lo porterebbe ad allontanarsi da lei, ed egli non può farlo. Le acque del Lete, che il Poeta trova nei baci dell’amata, sono fonte di un oblio che è anche auto-annientamento, ossia soppressione di una soggettività che avverte disperazione e orgoglio mortalmente ferito: i sentimenti di chi si sente non voluto e abbandonato. Incorporando, con l’inalazione, il “dolce tanfo di un amore morto” egli, come ogni melanconico, racchiude nel mondo interno ciò che è oggettivamente perduto (il cadavere dell’oggetto d’amore); come ogni perverso, rende “dolce” ciò che dovrebbe essere repellente, e trasforma in “delizia” il suo supplizio.]

 
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5 – A celle qui est trop gaie – Pag. 278, 280
 
Ta tête, ton geste, ton air
Sont beaux comme un beau paysage ;
Le rire joue en ton visage
Comme un vent frais dans un ciel clair.
 
Le passant chagrin que tu frôles
Est ébloui par la santé
Qui jaillit comme une clarté
De tes bras et de tes épaules.
 
Les retentissantes couleurs
Dont tu parsèmes tes toilettes
Jettent dans l’esprit des poètes
L’image d’un ballet de fleurs.
 
Ces robes folles sont l’emblème
De ton esprit bariolé ;
Folle dont je suis affolé,
Je te hais autant que je t’aime !
 
Quelquefois dans un beau jardin
Où je trainais mon atonie,
J’ai senti, comme une ironie,
Le soleil déchirer mon sein ;
 
Et le printemps et la verdure
Ont tant humilié mon cœur,
Que j’ai puni sur une fleur
L’insolence de la Nature.
 
Ainsi je voudrais, une nuit,
Quand l’heure des voluptés sonne,
Vers les trésors de ta personne,
Comme un lâche, ramper sans bruit,
 
Pour châtier ta chair joyeuse,
Pour meurtrir ton sein pardonné,
Et faire à ton flanc étonné
Une blessure large et creuse,
 
Et, vertigineuse douceur !
A travers ces lèvres nouvelles,
Plus éclatantes et plus belles,
T’infuser mon venin, ma sœur !
 

(La tua testa, il tuo gesto, la tua aria / sono belli come un bel paesaggio; / il riso scherza sul tuo viso / come un vento fresco in un cielo chiaro. // Il passante malinconico che tu sfiori / è abbagliato dalla salute / che si sprigiona come una luce / dalle tue braccia e dalle tue spalle. // I colori strepitosi / che spargi sulle tue vesti / suscitano nel cuore dei poeti / l’immagine di un balletto di fiori. // Quegli abiti folli sono l’emblema / del tuo spirito variopinto; / folle che mi fa impazzire / io ti odio quanto ti amo! // A volte in un bel giardino / dove trascinavo la mia inerzia / ho sentito, come un’ironia, / il sole straziare il mio petto; // e la primavera e il verde / hanno tanto umiliato il mio cuore / che ho punito su di un fiore / l’insolenza della Natura. // Così vorrei, una notte / quando scocca l’ora della voluttà, / verso i tesori della tua persona / strisciare in silenzio, come un vile, // per castigare la tua carne gioiosa, / per straziare il tuo seno intatto, / e aprire sul tuo fianco stupefatto / una ferita larga e profonda. // E – vertiginosa dolcezza! – / attraverso queste nuove labbra, / più splendenti e più belle, / infonderti il mio veleno, mia sorella!)   

   

[Vediamo, qui, in primo piano il sadismo dello stupratore. Esso soddisfa il desiderio di sottomettere l’amata irraggiungibile, di possederla, di guastare quella bellezza vistosa e quella salute che l’essere infelice ed umiliato vive come uno scherno rivolto alla sua condizione miserabile. Solo facendo violenza a quel seno intatto, solo aprendo una breccia che gli consenta di penetrare in quel corpo splendido (ed infondervi il suo veleno), il soggetto potrà cancellare ciò che, nell’amata, lo divide da lui e lo umilia; ed ora costei potrà finalmente divenire per lui una sorella. C’è, qui, un rapporto perverso con un oggetto arcaico idealizzato (accenna anche a madre Natura) la cui bellezza non è condivisibile in altro modo che non sia coinvolgerlo nella mortificazione.]

 
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6 – Les bijoux – Pag. 282
 
La très chère était nue, et, connaissant mon cœur,
Elle n’avait gardé que ses bijoux sonores,
Dont le riche attirail lui donnait l’air vainqueur
Qu’ont dans leurs jours heureux les esclaves des Mores.
 
Quand il jette en dansant son bruit vif et moqueur,
Ce monde rayonnant de métal et de pierre
Me ravit en extase, et j’aime à la fureur
Les choses où le son se mêle à la lumière.
 
Elle était donc couchée et se laissait aimer,
Et du haut du divan elle souriait d’aise
A mon amour profond et doux comme la mer,
Qui vers elle montait comme vers sa falaise.
 
Les yeux fixés sur moi, comme un tigre dompté,
D’un air vague et rêveur elle essayait des poses,
Et la candeur unie à la lubricité
Donnait un charme neuf à ses métamorphoses ;
 
Et son bras et sa jambe, et sa cuisse et ses reins,
Polis comme de l’huile, onduleux comme un cygne,
Passaient devant mes yeux clairvoyants et sereins ;
Et son ventre et ses seins, ces grappes de ma vigne,
 
S’avançaient, plus câlins que les anges du mal,
Pour troubler le repos où mon âme était mise,
Et pour la déranger du rocher de cristal
Où, calme et solitaire, elle s’était assise.
 
Je croyais voir unis par un nouveau dessin
Les hanches de l’Antiope au buste d’un imberbe,
Tant sa taille faisait ressortir son bassin.
Sur ce teint fauve et brun le farde était superbe !
 
Et la lampe s’étant résignée à mourir,
Comme le foyer seul illuminait la chambre,
Cheque fois qu’il poussait un flamboyant soupir,
Il inondait de sang cette peau couleur d’ambre !
 

(L’adorata era nuda, e conoscendo il mio cuore, / non aveva indossato che i suoi gioielli sonori, / il cui ricco armamentario le dava l’aria vittoriosa / che hanno, nei loro giorni felici, le schiave dei Mori. // Quando getta danzando il suo suono vivo e beffardo, / quel mondo sfavillante di metallo e di pietra / mi rapisce in estasi, ed io amo alla follia / le cose in cui il suono si fonde con la luce. // Ella dunque giaceva e si lasciava amare, / e dall’alto del divano sorrideva di contentezza / al mio amore profondo e dolce come il mare, / che saliva a lei come verso la sua scogliera. // Gli occhi fissati su dime, come una tigre domata / con un’aria vaga e sognante provava nuove pose, / ed il candore unito alla lascivia / dava un incanto nuovo alle sue metamorfosi; // e il suo braccio e la sua gamba, e la sua coscia e le sue reni, / levigati come l’olio, sinuosi come un cigno, / passavano davanti ai miei occhi veggenti e sereni; / e il suo ventre e i suoi seni, grappoli della mia vigna, // avanzavano più tentatori degli Angeli del male, / per turbare la quiete che la mia anima aveva trovato, / e per allontanarla dalla roccia di cristallo / dove, calma e solitaria, s’era assisa. // Mi sembrava di vedere uniti, in un nuovo disegno, / le anche di Antiope al busto di un imberbe, / tanto la sua vita faceva risaltare il suo bacino. / Sulla carnagione fulva e bruna il belletto era stupendo! // E poiché la lampada s’era rassegnata a morire / e soltanto il camino illuminava la stanza, / ogni volta che esso emetteva un sospiro fiammeggiante, / inondava di sangue la sua pelle color d’ambra!)

   

[Paradosso di una reciproca sottomissione: la “schiava” vincitrice e trionfante, la “tigre” domata. Ciò che qui compare non è, tuttavia, l’unica apparente contraddizione. Molte caratteristiche dell’amata, e del rapporto che lega il Poeta a lei, fondono qualità opposte in un’unità inscindibile e straordinariamente attraente: il candore unito alla lascivia, l’Angelo “del male”, gli aspetti androgini (la bellezza femminile di un’Antiope unita a quella di un efebo imberbe), la stessa figura di Antiope che, per il suo fascino, suscitò tanto amore quanto gelosia e odio. Ciò che viene evocato è il caos primordiale, anteriore alla distinzione delle qualità e delle cose. Si tratta di un rapporto antico capace di suscitare le sensazioni più primitive e più intense.  Quel che trionfa, in tale rapporto, è una potente sensualità risvegliata da suoni, da luci, da stimoli tattili; una sensualità che non degenera in lascivia, poiché il Poeta non è solo rapito nel corpo, ma anche nell’anima: ciò che l’amata suscita in lui è una sorta di “estasi”, un altro paradosso. L’amplesso che viene qui descritto, probabilmente con una prostituta, è anche con una Dea.]

 
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7 – Les métamorphoses du vampire – Pag. 284
 
La femme cependant, de sa bouche de fraise,
En se tordant ainsi qu’un serpent sur la braise,
Et pétrissant ses seins sur le fer de son busc,
Laissait couler ces mots tout imprégnés de musc :
« Moi, j’ai la lèvre humide, et sais la science
De perdre au fond d’un lit l’antique conscience,
Je sèche tous les pleurs sur mes seins triomphants,
Et fais rire les vieux du rire des enfants.
Je remplace, pour qui me voit nue et sans voiles,
La lune, le soleil, le ciel et les étoiles !
Je suis, mon cher savant, si docte aux voluptés,
Lorsque j’étouffe un homme en mes bras redoutés,
Ou lorsque j’abandonne aux morsures mon buste,
Timide et libertine, et fragile et robuste,
Que sur ces matelas qui se pâment d’émoi,
Les anges impuissants se damneraient pour moi ! »
 
Quand elle eut de mes os sucé toute la moelle,
Et que languissamment je me tournai vers elle
Pour lui rendre un baiser d’amour, je ne vis plus
Qu’une outre aux flancs gluants, toute pleine de pus ! 
Je fermai les deux yeux, dans ma froide épouvante
Et quand je les rouvris à la clarté vivante
A mes côtés, au lieu du mannequin puissant
Qui semblait avoir fait provision de sang,
Tremblaient confusément des débris de squelette,
Qui d’eux-mêmes rendaient le cri d’une girouette
Ou d’une enseigne, au bout d’une tringle de fer,
Que balance le vent pendant les nuits d’hiver.
 
(La donna, tuttavia, dalla sua bocca di fragola, / contorcendosi come un serpente sulla brace, / e strisciando i seni sul ferro del busto, / lasciava scorrere queste parole tutte impregnate di muschio: / “Ho le labbra umide e conosco l’arte / di portare a perdizione, nel fondo di un letto, l’antica coscienza. / Asciugo ogni lacrima sui miei seni trionfanti, / e faccio ridere i vecchi del riso dei bambini. / Per chi mi vede nuda e senza veli, prendo il posto / della luna, del sole, del cielo e delle stelle! / Sono, caro il mio sapiente, così dotta in voluttà, / quando soffoco un uomo tra le mie braccia temibili / o quando abbandono ai suoi morsi il mio seno, / timida e libertina, fragile e robusta, / che, su questi materassi che s’inebriano di turbamento, / gli angeli impotenti si dannerebbero per me!” // Quando ella ebbe succhiato tutto il midollo delle mie ossa, / e mi volsi languidamente verso di lei / per darle un affettuoso bacio, non vidi più / che un otre dai fianchi viscidi e pieno di pus! / Chiusi gli occhi, nel mio freddo terrore, / e quando li riaprii alla viva luce, / al mio fianco, in luogo di un imponente manichino / che sembrava aver fatto provvista di sangue, / tremavano confusamente resti di scheletro / che emettevano lo stridore di una banderuola / o di un’insegna all’estremo di un’asta di ferro, / che il vento agita nelle notti d’inverno.)
 
[Aspetti distruttivi di un’attrazione sensuale perversa portata ai livelli estremi: la donna, qui, si presenta come una figura arcaica di madre persecutoria che, anziché favorire la nascita e la crescita di un nuovo essere umano, al contrario lo degrada a bestia e lo distrugge. L’uomo, tra le sue braccia, vede soffocata tutta la sua vitalità. La bocca della donna succhia tutto ciò che costituisce la linfa vitale dell’uomo adulto: la sua saggezza, la sua dignità, la sua serietà, le sue virtù; lo riduce ad uno sciocco bambino, lo risucchia nel suo ventre. Quando, sazio di questo piacere perverso, il Poeta riesce a guardare con occhio più realistico la scena, egli si rende conto che quest’amplesso, al contrario di quello sano, ha distrutto la vita, anziché crearla: intorno a lui, solo orrore, desolazione e morte.]

[La bibliografia completa, che include anche quella riferita a questa parte, sarà inserita alla fine del libro]

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