LA PANDEMIA E QUELL’INCONFESSATA NOSTALGIA DELLA STORIA

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12 agosto, 2021 - 02:57
Autore: Alessandro Baricco
Editore: Feltrinelli
Anno: 2021
Pagine: 48
Costo: €3.80
Recentemente una collega con cui capita spesso di scambiare suggestioni, spunti o anche riflessioni più articolate, mi ha segnalato il libretto di Alessandro Baricco, “Quel che stavamo cercando” (Feltrinelli, 2021). È questo una sorta di breviario composto di trentatré frammenti che partono dalla proposta di staccare lo sguardo dalla contingenza pressante della pandemia, intesa come mera emergenza sanitaria, e di sollevarlo o indirizzarlo più a fondo, a seconda di come si voglia figurare l’andare-oltre, per tararlo a una sorta di meta-lettura in cui essa diventa la Pandemia: innanzitutto una “creatura mitica”.
Dovrebbe essere tautologico sottolineare che “mitico” non equivale a “fantasioso”, a “fallace”, o “leggendario”, essendo anzi la produzione mitica la matrice profonda che rende disponibile agli uomini qualcosa che possiamo chiamare “realtà”, ma in un’epoca di emergentismo in cui si legittima una fortissima pressione all’adesione senza troppe storie alle politiche securitarie, in nome di una necessità operazionistica, giustamente Baricco sente il bisogno di sottolinearlo, di mettere le mani avanti. Certo per scongiurare il rischio che gli si dia del negazionista o che al minimo gli si rimproveri di fare involontariamente il gioco di no-vax, no-pass e no-qualcosa vari, con quella fallacia logica tanto in voga giornalisticamente e politicamente per cui la bontà di un’argomentazione è inficiata dal corteo che le si può creare dietro e a ridosso, fosse anche in base a un suo fraintendimento. Eppure resta per me sorprendente come si debba ricorrere a tutta la potenza retorica (nel senso positivo del “ben parlare”) e letteraria dell’autore per asseverare l’osservazione, che dovrebbe porsi come quasi ovvia, che, in mano agli umani, non esiste alcun factum che si risolva in se stesso, che non diventi “altro” a partire dalla ricezione di significazioni e valenze, che non allarghi il suo alone semantico, per usare un’espressione cara ai fenomenologi.



Nelle mani degli umani, instancabili artigiani del senso, esseri significanti - nella doppia accezione di datori e recettori di significato - e mitopoietici, il caos di ciò che semplicemente-si-manifesta si trasforma in Evento storico-epocale. In accadere. Esattamente grazie a quella attività significante e mitopoietica.
Così una pandemia, entrando nella vicenda umana, non può ridursi alla sua circostanza fattuale, biologica, clinica ed epidemiologica, ma diventa qualcosa che reca in sé dei pronunciamenti che gli umani fanno a loro stessi per mezzo di essa. Tali pronunciamenti, che Baricco passa in rassegna attraverso brevi illuminazioni, non sono solo la proiezione ex post di immagini inconsce collettive, di archetipi, nel fatto di per sé muto e insensato dell’infezione e della malattia. No, quei pronunciamenti che si possono intravedere se si osa pensare al di fuori degli aspetti più contingenti della vicenda suggestionano a pensare che la Pandemia sembri addirittura essere stata preparata, quasi invocata, incubata in una sorta di ventre oscuro che probabilmente è ancora quello collettivo e primordiale che contiene immagini da sempre presenti o gemmanti. Uno spazio che è per l’appunto ciò che chiamiamo “mitico” e “mitopoietico”.
Per tali motivi nella Pandemia si può individuare anche un risvolto teleologico del suo apparire e non solo quindi una sua riduzione causale e una valutazione degli effetti (come siamo abituati a fare dal modello causalistico-deterministico, nonostante la lezione della Meccanica Quantistica che però evidentemente non ha cambiato il pensiero delle cose di grandi dimensioni).
Sembra che la Pandemia come creatura mitica appaia per dir-ci qualcosa, per portare a inveramento storico ciò che ribolliva sotto la cenere. Baricco accenna in uno dei frammenti alla preconizzazione dell’avvento del nazismo che Jung fece attraverso l’interpretazione dei sogni di alcuni suoi pazienti.
Ecco, mi pare che Carl Gustav Jung bisbigli in molte delle pagine di questo libretto. Ciò che l’allievo eretico di Freud ha postulato per l’individuo vale anche, e in modo ancora più stringente, per l’inconscio collettivo: ogni fenomeno, ogni contenuto mentale, nasce non solo da suoi antecedenti temporali e di legame che chiamiamo “cause”, ma anche in vista di un fine, di un “a-che”. Spesso nasce come “simbolo”, ovvero come la migliore espressione possibile, ma pur ancora misteriosa, di un nuovo contenuto originato nell’inconscio dalla sintesi di opposti apparentemente inconciliabili (Simboli della trasformazione, 1952). Questa attività sintetica che ha luogo nell’inconscio, nella sua versione collettiva è forse la stessa che innalza gli imponenti, meravigliosi e terrorizzanti bastioni delle grandi costruzioni mitiche.
Un altro concetto junghiano che forse può aiutarci a trarci dalla sensazione di avere a che fare con un deragliamento misticheggiante è quello della “enantiodromia”, letteralmente la “corsa nell’opposto”, di ascendenza eraclitea (Tipi Psicologici, 1921). Per lo psichiatra svizzero quando un principio psichico prevale troppo a lungo soverchiando l’espressione degli altri (per esempio la Ragione sull’Intuizione o la Sensazione sul Sentimento) arriverà un momento in cui il principio opposto, quello sacrificato, emergerà prepotentemente, talvolta violentemente, in una sbaragliante reductio ad absurdum dell’esperienza.
Spostiamo questo meccanismo a un ambito storico-epocale e collettivo con un esempio che si ricollega alla profezia junghiana. L’esplosione planetaria di violenza, di sangue e irrazionalità costituita dalle due guerre mondiali e dall’esperienza del nazifascismo tra di esse, arrivò dopo gli anni del trionfo del positivismo e della fede nelle possibilità della scienza di apparecchiare un mondo perfetto e immunitario, per l’edificazione del quale era solo una questione di tempo, fede nella Tecnica che avrebbe cambiato per sempre e in meglio i destini del mondo. Che avrebbe trattato addirittura il male, qualunque male, in modo scientifico, fino a legittimare la speranza di eradicarlo dalla scena del mondo.
Analogamente ci si può chiedere a quali bisogni profondi risponda una Pandemia che ha trovato un mondo perfettamente apparecchiato per farne la straordinaria vicenda che essa è. Perché è innegabile che un’infezione virale e la malattia che essa determina, per diventare Pandemia, per cambiare, dicono alcuni “definitivamente”, il nostro vivere e il mondo in cui viviamo, debba trovare una situazione, un humus, un terreno di coltura in cui dispiegare i suoi formidabili effetti. Questo pabulum perfetto è il mondo della civiltà digitale, della iper-velocità dello spostamento delle informazioni e degli individui, del pulpito virtuale messo a disposizione di tutti, ma proprio tutti, per proporre potenzialmente al mondo il proprio racconto. È il mondo della “viralità”, termine che non a caso ha preceduto la Pandemia per indicare il modo prevalente, nella civiltà digitale, del formarsi e propagarsi di mode, di convinzioni, di racconti, di opinioni, di fenomeni, di modi di sentire e di pensare.
Ben prima della Pandemia è apparso chiaro che la modalità precipua della conquista di un consenso intorno a qualcosa non è più la retorica o la forza intellettuale delle argomentazioni, ma il meccanismo del “contagio”, per cui da alcuni focolai partono elementi cosiddetti “virali” che “contagiano” milioni di persone, coagulandole intorno a una visione, a una proposta, a un racconto che a loro volta, a ben vedere, sono creature mitiche.
In un quadro simile, qualcuno può dubitare che la Pandemia trovasse già anche simbolicamente ritratta la propria potenzialità espressiva?
Ma ciò su cui vorrei soffermarmi, tra i vari pronunciamenti che attraverso la Pandemia stiamo facendo a noi stessi e che Baricco passa in rassegna (per gli altri lascio il piacere della lettura dell’opera), è quello che riguarda il cambiamento del procedere della Storia. Egli infatti intravede nella Pandemia un urlo contro una Storia che appariva ormai “addomesticata”, di morbida continuità nel passaggio di tempo in tempo, connotata dalla mancanza di rivoluzioni o di guerre mondiali o di guerre abbastanza vicine da essere sentite come frammentazione dell’inerzia esistenziale altrimenti dominante nella placidità asfittica.
Ecco, qui mi sento di essere più radicale di Baricco. A me pare infatti che quello celato nel nucleo profondo della Pandemia sia un urlo più radicalmente rivolto contro la scomparsa e l’evanescenza tout court della Storia (che è anch’essa a sua volta, per certi versi, una grandiosa creatura mitica), contro il suo malinconico tramonto piuttosto che più venialmente contro la sua precedente diluizione in un tempo che appariva senza più strappi.
Prima del prorompere della Pandemia si leggeva e sentiva dire da alcuni filosofi e intellettuali che il nostro tempo - quello della postmodernità - era stato abbandonato dalla Storia, facendosi presente a-storico o post-storico.
La Storia appare quando s’individua una direzione entro cui il tempo prende a muoversi, quando esso è indirizzato a una meta, per quanto sempre rinviata, per quanto asintotica, come nella promessa messianica. La meta era una volta l’avvento del Regno di Dio in Terra, attraverso il ritorno di Cristo, alla fine dei tempi (e quindi della Storia); poi questa è trasmutata in varie sue versioni secolarizzate, come quella del sol dell’avvenire, o dell’attesa della costruzione non divina, ma da parte di un uomo divinizzato, di un paradiso in Terra mercé l’ideale immunitario di una società organizzata e governata scientificamente dalla Tecnica, con le sue magnifiche sorti e progressive.
Per Emanuele Severino (Il destino della Tecnica, 1998) il Comunismo, il Nazi-fascismo, il Capitalismo ma anche la prefigurazione da parte della Jihad di un dominio islamico del mondo, sono tutte espressioni in realtà del prevalere di un orizzonte tecnico nel destino del mondo, poiché solo nella cornice del primato della Tecnica uno di quelli potrebbe o avrebbe potuto imporsi.
Il tempo quindi si fa Storia quando esso è concepito muoversi verso la palingenesi o anche verso la catastrofe; comunque verso un gran finale, che tuttavia pareva sempre di là da venire, salvaguardando la sussistenza e la consistenza della Storia.
Vien fatto qui di pensare alla temporalità così com’è concettualizzata dallo psicopatologo di orientamento fenomenologico Bin Kimura (Scritti di Psicopatologia Fenomenologica, 2005). Nell’opera dello studioso giapponese la temporalità viene scorciata attraverso il tipo di angoscia alla quale essa può diversamente associarsi declinandosi in modi tipici. Questi si presentano in forma pura, e per così dire estrema, certo in alcune figure psicopatologiche, ma sono rintracciabili nei tratti prevalenti e collettivi del rapportarsi al tempo in una data epoca. Kimura individua così una temporalità ante-festum, vale a dire una sorta di angoscia o di attesa nei confronti di un futuro di palingenesi o di catastrofe indeterminata, popolato talvolta di oscuri presagi e vaghi presentimenti, insieme a una parallela inconsistenza del vissuto del presente, che oltre che negli schizofrenici e in certe nevrosi giovanili si ritroverebbe nell’aspettativa rivoluzionaria del proletariato. Quella della borghesia sarebbe invece una temporalità post-festum, una coscienza post-rivoluzionaria, in cui malinconicamente s’avverte che ciò che di cruciale e importante poteva avvenire è già avvenuto.
Una terza forma di temporalità è quella detta intra-festum, “una sorta di temporalità puntiforme, istante per istante nel presente, un essere assorbiti nell’immediatezza” (Ballerini, 2002), che trova la sua concrezione esemplare nella patologia borderline, in cui il paziente in ogni sua manifestazione tende a sfuggire al futuro attraverso “l’unione immediata con la pura presenza”. Non si può non essere suggestionati a intravedere in quest’ultimo modo della temporalità il tratto prevalente o diffuso del vissuto del tempo nell’epoca postmoderna, definita da Zygmunt Bauman suggestivamente liquida (Modernità liquida, 1999).
Mi pare che la Storia potrebbe essere dunque, nel senso sopradetto, fatta equivalere alla temporalità ante-festum. Ma nella disillusione e nell’apparente eclissarsi dal mondo del Pòlemos eracliteo che nella sua forma più virulenta (non è un caso che appaia qui questo aggettivo) era stato il motore profondo della Storia e ne aveva determinato le forme e i destini almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, o forse fino alla Guerra Fredda, il successivo prevalere invece di una diffusa temporalizzazione intra-festum, durato fino all’emersione della Pandemia, aveva dato forma a un presente a-storico, a una fenomenologia dell’istantaneità, borderline, senza più possibilità di trascendenza in una prospettiva storica. O al massimo a una temporalità post-festum, a un presente post-storico tramato di un’insidiosa nostalgia depressiva per un tempo che fu Storia.
Tutto questo per dire che mi pare, o mi suggestiona pensare, che la Pandemia come creatura mitica spinta da un collettivo, inconscio “desiderio immane” (come lo nomina Baricco) di capovolgere qualcosa che non è più in grado di rappresentare adeguatamente le immagini e le istanze del mondo, sia anche l’urlo che recupera la dimensione di Storia a un tempo che sembrava informe e ormai senza confini (in assonanza forse all’illimitato spazio globale digitale).
La Pandemia ridona al tempo l’estasi di un “prima”, talvolta vagheggiato come un’età dell’oro perduta, talaltra come un vicolo cieco di situazioni fattesi insostenibili, di un “durante” tragico, a tratti eroico e retorico, a tratti asfittico e quasi sedativo, e di un “futuro” prefigurato nell’attesa di una liberazione.
È forse in virtù di questo bisogno di tornare alla Storia, intesa come tempo che procede verso un qualche esito soteriologico, che pare di sentire, come rumore di fondo che si può percepire chiudendo gli occhi per distoglierli dalla contingenza pressante e dalla ovvia necessità di curare i malati e prevenire i contagi, quasi una riottosità nei confronti della prospettiva di disfarsi definitivamente della Pandemia, quasi un’invocazione inconscia diffusa a non liberarsene troppo rapidamente?
Ci sarebbe poi certo da pensare a ciò che la Pandemia ha urlato a proposito della nostra gaia scienza, mostratasi confusiva, contraddittoria, spiazzante nel mancare l’individuazione di pienamente autorevoli ipse dixit. Così si è manifestata in questo tempo ogni scienza, come giustamente osserva Baricco, non solo la Medicina, ma è innegabile che quest’ultima, per il suo coinvolgimento precipuo, ha parlato per tutte le altre. E non ha tanto leso un dogma di presunta infallibilità, quanto piuttosto ha fatto vacillare la fiducia nella capacità della scienza di essere un sapere utile. Perché anche questa era una creatura mitica, ora andata in crisi. Ma questa è un’altra “storia”. Forse.
 
 
 

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