Teatro di parola e guerra di droni - “Chi io?” La compagnia di Francesco Pannofino all’Ambra Jovinelli di Roma.

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22 maggio, 2024 - 08:38
Dopo una notte insonne, sono andato a vederlo all’Ambra Jovinelli, uno dei più importanti teatri di varietà della capitale. Davano “Chi io?”, scritto e diretto da Angelo Longoni, con Francesco Pannofino, Emanuela Rossi, Eleonora Ivone e Andrea Pannofino. Era la domenica 14/04/2024, lo spettacolo era quello pomeridiano delle 17, mi accompagnava mia figlia Giovanna, quella dei due gemelli che ha scelto Architettura. Per tutta la mattina siamo stati col fiato sospeso ignorando i danni procurati dall’imponente flotta di 331 armi aere lanciate dall’Iran direttamente sul suolo d’Israele in ondate successive, per la durata di 6 ore, il tempo di arrivare a destinazione, come annunciato per terrorizzare maggiormente chi di dovere (ma anche quelli che non c’entrano nulla, come il mondo intero, per esempio): 110 missili balistici, 185 droni e 36 missili da crociera. Costo dell’operazione circa un miliardo di dollari, per abbatterne il 99,9% , compresa la quota degli alleati, ossia, Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Era la risposta iraniana all’attacco di Israele mirato contro la propria ambasciata a Damasco, per uccidere diversi alti ufficiali dei Pasdaran, compreso il generale comandante Reza Zahedi [01].

 

Ovviamente, tutto il mondo era stato in apprensione, nella notte tra il sabato 13 e la domenica 14 aprile, sapendo che non solo la “Situation Room” era riunita nei sotterranei dell’ala Ovest della Casa Bianca, con la famosa valigetta in pelle nera dei pulsanti nucleari (la “Nuclear football”) a portata di mano, ma neanche Xi Jinping, nè Putin avevano dormito, come pure il gabinetto di guerra del VI governo Netanyahu, in cui prevalgono Ben Gvir e Bezalel Smotrich, i più irriducibili ortodossi e bellicisti di “Potere Ebraico” e del “Partito Sionista Religioso”, entrambi corifei dei coloni nati in loco, detti “i messianici” per la loro esaltazione feroce. Essi vogliono cacciare i Palestinesi dalla Palestina, perché non discendono dagli antichi pastori che parlavano la lingua semitica e neppure gli epigoni del popolo fuggito dall’Egitto in condizione di schiavitù e condotto da Mosè, alle porte della Palestina, per ordine di Yahweh, che aveva loro “promesso” quella terra, dunque sono abusivi, usurpatori e per giunta musulmani credenti in Allah, dunque totalmente stranieri. Personalmente, non sapevo se avremmo dovuto dotarci di qualche chilo di ioduro di potassio e cercarci un rifugio antinucleare (come nel frattempo avevano fatto Joe Biden e “Bibi” Netanyahu), paventando lo scoppio della terza guerra mondiale - la seconda guerra nucleare - o, invece, nella migliore delle ipotesi, avremmo potuto andare a Teatro. Fortunatamente non è morto nessuno e così abbiamo potuto andare all’Ambra Jovinelli per partecipare a un rito antichissimo, che l’umanità celebra riunita, attenta, seduta, in silenzio ... nel senso che parla solo chi recita e fischia solo chi assiste e paga, se lo spettacolo è brutto.

 

Il matinée, era l’ultimo spettacolo della Compagnia, che si congedava da Roma per iniziare il suo giro di primavera nelle Marche, a partire dal Teatro Concordia di San Benedetto del Tronto. Conosco Fancesco Pannofino da molto tempo. Ero finito nel mondo celato dei doppiatori, dopo l’”Accademia Sharoff”, fin dai tempi della specializzazione, perché, mi fu detto, non fosse decoroso per un medico neuropsichiatra, fare teatro col nome in ditta, meglio una voce anonima su un volto noto nelle sale buie della sincronizzazione. Apprezzo di Francesco Pannofino, non solo il timbro della sua voce con la quale ci fa quello che vuole, ma il fatto che sia anche e soprattutto un attore di teatro, dunque un intellettuale, e non si dimentichi di calcare con una certa assiduità le tavole del palcoscenico per concedersi in toto e dal vivo ai suoi estimatori, me lo rende anche nobile e generoso. Fu mia moglie Silvia, buonanima, a farmi incontrare Francesco fuori dalle sale di doppiaggio, tanti anni fa. Poteva essere la fine degli anni Novanta del secolo passato e mi disse «Stasera dobbiamo assolutamente andare al “Teatro della Cometa” - un gioiellino in Via del Teatro di Marcello - a vedere Pannofino, è bravissimo, fa una cosa con Anna Foglietta ... ». Non vorrei sbagliare, la memoria tende a sbiadirsi, ma mi conferma ciò che avevo sempre sospettato. Francesco Pannofino è nato per fare teatro, la sua passione primigenia il suo talento assoluto! Scrive anche libri [02] e gioca straordinariamente bene al calcio, ma tutte le attività che svolge nel campo dello spettacolo - a mio giudizio - sono orbite satellitari, in attesa di scendere sul pianeta Teatro. Infatti, anche l’anno scorso avevo dovuto faticare per fargli gli auguri. Era scappato a Torino al “Carignano” per continuare la tournée di “Mine vaganti” una trasposizione da cinema a teatro dello stesso Ozpetek [03].

 

La pièce di Angelo Longoni è un suo atto unico che dirige lasciando liberi gli attori di dar fondo alla loro verve e spontaneità. Una commedia stravagante e un po’ naif, sul tema difficile della psicoterapia, più specificatamente della psicoanalisi, della durata di 80 minuti, che un quartetto di attori professionisti - teatranti provetti - rende godibile e divertente. La figura centrale è il prof. Leo Mayer, luminare della psicoanalisi, con disturbi di coscienza con caduta a terra, difficilmente distinguibili, dal punto di vista semeiologico, tra quelli cardiovascolari da sincope improvvisa, tipo “afib”, o tia”, o epilettici come “assenze”, ma anche le semplici “eclissi” per ipotensione da improvviso calo pressorio nel passaggio dal clino- all’orto-statismo. Non certamente disturbi psico-somatici, che tutti i personaggi, dal protagonista, in primis, sembrano escludere, perché nessuno ne parla mai e il dubbio non viene neppure insinuato nel testo dall’autore e regista. Col procedere dell’azione rappresentata, i due personaggi femminili entrano nelle vesti di “Anima” e “Psiche”, argomento temerario già di per se, che Emanuela Rossi e Eleonora Ivone affrontano mirabilmente tra loro, nelle rispettive vesti sceniche e ai danni del luminare della psicoanalisi il cagionevole “professor Mayer” - uno splendido Francesco Pannofino capocomico incallito - facendo mille acrobazie per aderire ad un piano di realtà folle e per di più continuamente cangiante di prospettiva. Meno male, vien da dirsi, che non si getti anche Edipo in questo impensabile agone teatrale della psicologia dell’assurdo, salvando dalla fatica Andrea Pannofino, che può esibirsi nelle vesti d’attor giovane con una dizione elegante e pulita. Il nome scelto per il protagonista “Leo Mayer” mi è sembrato azzeccato e molto verosimile, per chi di mestiere si prende cura della salute mentale [04]. Lo schema è il classico triangolo della vita, anzi un trapezio scaleno, perché alla moglie e all’amante del professore, si aggiungono i problemi psicologici del figlio del professore. La scenografia mi è piaciuta nella sua essenzialità stilizzata e simbolica. Centrata e assolutamente pertinente, oltre che originale, persegue il suo fine laddove l’inconscio è rappresentato dai cavalloni del mare in burrasca e le proiezioni psichiche dei quattro personaggi si stagliano nel blu di un cielo notturno, solcato da traccianti luminosi, biancastri, del tutto simili ai droni e ai missili visti, nella sinistra notte precedente lo spettacolo viaggiare verso Israele e trasmesse da tutte le televisioni mondiali.

 

La platea, registrava un tutto esaurito che rende merito agli attori e alla compagnia. Un glorioso carro di Tespi come ai tempi eroici dei teatri ambulanti, con la semplice variante che ora viaggiano gli attori, per raggiungere le sedi teatrali dove esibirsi. Nondimeno il capocomico Francesco Pannofino, si allinea perfettamente ai canoni tracciati dal mitico “Tespi d'Icaria”, descritto da Orazio nell'Ars poetica. I patiti del teatro, sanno che per andare sul palcoscenico, specie se si guadagna col doppiaggio e le “serie televisive”, ci vuole una bella tempra e una grande passione, oltre che una certa affinità e la compagnia ha un altissimo tasso di famigliarità. Chi ama il teatro sa che Francesco Pannofino di lontane origini liguri-pugliesi e Emanuela Rossi, sorella maggiore di Riccardo Rossi e minore di Massimo Rossi entrambi attori-doppiatori, nonché cugina dei doppiatori attori e registi Laura e Fabio Boccanera, sono marito e moglie, per essersi conosciuti e frequentati al doppiaggio, nei set televisivi, al cinema e nel teatro. Anche la coppia Eleonora Ivone una romana dell’Esquilino, attrice/doppiatrice/regista/indossatrice e Angelo Longoni un attore/regista milanese proveniente dal “Piccolo”, per il tramite del “Civico Paolo Grassi”, sede “Stelline” a corso Magenta, sono moglie e marito. Ai quattro, si è aggiunto Andrea Pannofino, che porta il nome del nonno, cioè del padre di Francesco, come s’usa tradizionalmente, ma ha staccato il volto alla madre Emanuela. Per me è stata una piacevolissima e gradevolissima sorpresa, perchè non lo avevo mai visto calcare il palcoscenico e sapevo che il parto di Emanuela era stato difficile, ma si erano aiutati entrambe, madre e figlio, con grande abilità e perizia professionale, come del resto sempre quando lavorano insieme a teatro. Dunque si può ben dire come si tratti di una compagnia familiare come loro stessi hanno dichiarato in una hanno dichiarato in una intervista televisiva per la lunga consuetudine di lavoro teatrale televisivo e cinematografico, dove c’era chi scriveva i testi, chi recitava, chi faceva la regia e tutto era intercambiabile. Se mi è permesso un leggero appunto, io avrei scelto un teatro più piccolo, dato l’argomento, dove prevale il lettino dello psicoanalista (che si presume, non di indirizzo junghiano) e non sempre la parte più intima della seduta, giunge fino alle orecchie degli spettatori ipoacusici come chi descrive questa felicissimo e indimenticabile incontro. In ogni caso il teatro resta la più elevate delle manifestazioni umane, mentre la guerra rimane la più imbecille.

 

Note

01. Da quando un drone americano, nel gennaio 2020, colpì, disintegrandolo, il capo dei “Pasdaran” Qassem Suleimani, sulla strada dell'aeroporto di Baghdad, Mohammad Reza Zahedi è il comandante iraniano più alto in grado ad essere ucciso, si presume dallo stesso nemico comune.

02. Pannofino, Francesco, Mieli, Lorenzo, Corradi, Roberto. “Dài, dài, dài! La vita a ca**o di cane”. Compagnia editoriale Aliberti, 2023.

03. Si veda Francesco Pannofino - Il regalo di Natale: Dài, dài, dài! La vita a ca**o di cane. di Sergio Mellina (www.psychiatryonline.it/node/9698 10 gennaio, 2023)

04. Personalmente di Mayer ne ho conosciuto uno, di nome Roberto, neuropsichiatra infantile, che ha lavorato con Giovanni Bollea negli anni Sessanta del secolo passato e io ho studiato sul trattato di Mayer-Gros uno psichiatra tedesco, di nome Wilhelm, costretto dall'avvento del nazismo a rifugiarsi in Inghilterra nel 1933, dapprima a Londra poi a Birmingham.

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