GRUPPOANALISI E COMUNITA' TERAPEUTICA: Intervista a Carmelo Conforto

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28 novembre, 2012 - 16:42

I: Prendo spunto dalle cose che ha detto stamattina lei ha parlato della possibilità di far emergere i d significati sottesi e le valenze affettive come tema comune al gruppo dei pazienti e a quello degli operatori?
C:I pazienti all'interno del gruppo, manifestano il loro disagio ed ovviamente lo conoscono meglio degli psichiatri perché lo vivono personalmente e da vicino, gli psichiatri possono avvicinarsi a questi vissuti prima perché dovrebbero riuscire a cogliere la verità sottostante ciò che è manifesto -se sono emotivamente validi e se non sono troppo difesi- e secondo perché hanno scelto questo mestiere. .e sicuramente c'è una capacità del gruppo che dipende da come uno imposta la sua definizione di terapeuta di gruppoΣio e la Dott.ssa Acquasanta, anche se non ce lo diciamo, ma è vero, abbiamo un modello di psicodramma, in cui prendiamo in considerazione il gruppo come se parlasse un tuttuno, come se fosse un tuttuno, come se fosse un entità la quale presenta in maniera transferale, lo stato d'animo o la dimensione emotiva che in quel momento ha bisogno di emergere, sia per esigenza del gruppo che perché arrivi agli operatori. In questo senso sono molto vicino al gruppo terapeutico di Bion, ma penso che lo psicodramma sia molto più utile, penso che ci aiuti molto di più, in quanto soprattutto per il paziente grave, introdurre uno schermo gli aiuta di più ad avere degli elementi di identità reale che sono concreti e permettono l'uso del simbolo e della simbolizzazione . Per il nevrotico può rappresentare quasi una difesa, cioè il paziente nevrotico può esprimere un significante avendo in qualche modo" sotto l'ascella" già il significato, e questo è un meccanismo difensivo, il paziente psicotico invece fa l'inverso, e così anche il grave borderline .
I : Secondo lei perché una dimensione gruppale può essere meglio o comunque è preferibile ad una individuale? 
C: Glielo spiego subito, in una Comunità Terapeutica, dove esiste una dimensione gruppale, mentre nella terapia individuale esiste un gruppo interno all'analista e uno all'interno del paziente, cioè si crea una situazione in cui intervengono molti "personaggi" del mondo interno -citavo appunto Pirandello - in C.T. , dicevo, questa molteplicità di soggetti si rivela nel concreto; qui è molto importante la differenziazione tra i singoli, ed è soprattutto molto importante che questa differenziazione tra i singoli membri sia riferibile alla differenziazione di un paziente e del suo tranfert che viene suddiviso tra gli altri ( continuo a chiamarlo paziente anche se oggi si usano termini più delicati, perché mi pare che renda ancora il concetto di pazienza come lei ricorderà in Bergman ne " Il posto delle fragole").
Cioè in C. T., tanto più il paziente è grave, tanto più ha un tranfert che si suddivide contemporaneamente sui vari elementi del gruppo. Ad esempio la settimana scorsa, col gruppo di Sanfre vicino a Bra, abbiamo ricostruito in maniera veramente entusiasmante, tanto che alla fine c'era un'atmosfera quasi di euforia, l'intero mondo interno di una paziente analizzando il suo modo di relazionarsi coi vari personaggi- gli operatori- della Comunità. C'era la "sorella" che invidiava, il "genitore", che era un operatore donna, di cui aveva bisogno e che era assente nella sua vita interna, ed era forse una "preconcezione", era un "pensare" in senso preconscio che esista un genitore che impone dei limiti, perché vuole bene al figlio e non un genitore che lascia fare, lasciar fare significa non avere interesse per il figlio. Era un genitore-mamma che veniva coperto di ambivalenza a cui la paziente si permette di muovere aggressione, ma muovere aggressione significa anche avere col genitore un legame forte, qui il discorso diventerebbe molto complesso.
Il paziente in C.T. che non esprime aggressività, è un paziente che vive al proprio interno male e prova grande sofferenza. Accorgendosi di questo, si interagisce con lui, al punto da consentire alla sua aggressività di saltar fuori; ma perché ciò avvenga, è necessario che il gruppo sia formato da vari personaggi , ciascuno dei quali rappresenta una parte del mondo interno del paziente. Ognuno di noi non fa che vivere il suo mondo interno riproducendolo continuamente nelle varie relazioni che ha. Anche Pontalis, nell'ultimo libro parla di un "tempo circolare", che secondo me è la configurazione del tempo in psicanalisi: il nostro tempo interno è di tipo circolare, nel senso che, i nostri "personaggi", come i sei personaggi di Pirandello, continuano a ripetere la stessa vicenda con le persone che sono intorno a loro , ma c'è un problema e cioè che spesso le persone non lo capiscono e allora le dinamiche si ripetono mille volte, finchè qualcuno non se ne accorge e capisce dove è il problema.
I: Forse c'è un parallelismo : il gruppo terapeutico può servire per far emergere i vari "personaggi"interni del paziente e così il ruolo del supervisore può essere quello aiutare il gruppo terapeutico a cogliere e a rimettere insieme tutti questi "pezzi".
C: Molto spesso è inconscio, da parte degli operatori, quello che sta accadendo, cioè l'inconscio incomincia a diventare una prassi e talora accede ai pensieri. Il complesso lavoro dello psicanalista deve consentire l'accesso a questi pensieri, deve permettere loro di avere uno spazio, e far si che non siano confinati solo ad azioni e comportamenti del paziente. 
Arriva il momento in cui, perché ciò accada, i fatti e i movimenti relazionali devono acquisire significato. Il significato non può che rimandare alla costruzione e se volete alla comprensione di tutto il mondo circolare che è in ciascuno di noi; c'è, però bisogno di qualcuno che, ovviamente a "bocce ferme" e cioè in una posizione assolutamente privilegiata, possa cercare di capire come quell'operatore in quel momento si sentiva. Ad esempio in un caso di una paziente che piangeva, ed un'operatrice mi diceva " io le ero accanto ma in quel momento non mi sentivo bene non ero realizzata, avrei voluto fare delle cose, fare per la paziente cose pratiche" io le ho detto: "ma quando lei è molto triste ha bisogno di qualcuno che le dica: no, ma non è niente, non pensare a queste cose, vai al cinema o fatti una crociera?" mi ha risposto "no, ho bisogno di qualcuno che mi stia vicino e cerchi di capirmi" Ecco è in questo modo che noi lavoriamo ed è questo che avvicina, secondo me, la fenomenologia alla psicoanalisi cioè il fenomeno dell'empatia, cioè io cerco di capire un altro immedesimandomi con lui attraverso la mia esperienza personale. E questo lavoro, se fatto in un certo modo, permette al gruppo di crescere moltissimo, non è facile. 

A cura di L. Valentini, F. Tombesi

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