Intervista a M. Picozzi

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27 novembre, 2012 - 19:39

 

Si e’ assistito ultimamente ad un progressivo interesse dell’ opinione pubblica allo studio della scena del crimine e della mente criminale, da cosa deriva secondo lei?

 

L ’amore per la scena del crimine non e’ mai diminuito! Gli attuali telefilm fra i quali "CSI", " I Ris", in realtà sono figli di Scherlock Holmes e delle sue capacita’ di dedurre chi fosse l’assassino dall’analisi della cenere dei sigari. Venendo, invece, a tempi piu’ recenti, c’e’ quel bellissimo film "Il collezionista d’ossa" in cui Denzel Washington fa l’esperto della scena del crimine costretto a letto da un incidente, avuto proprio in tale luogo, che riesce a prevenire l’uccisione dell’ultima vittima di un Serial Killer capendo che quelle tracce di sabbia appartengono ad una zona specifica di New York permettendo l’intervento della polizia. Per cui direi: nulla di nuovo!

Il fatto e’ che non stanno aumentando i delitti violenti in tutto il mondo, gli omicidi sono in diminuzione in Italia e nel mondo, mentre sono cresciuti quei reati come furti, scippi e rapine che lasciano addosso un senso di insicurezza maggiore determinando la tendenza a ricercare proprio un senso di sicurezza nella figura di un investigatore-detective di tipo neopositivista, ovvero quello che con la forza della ragione riesce ad identificare il male. Forse quello che succede adesso nella nostra societa’ e’ che il concetto di male e’ un po’ piu’ sfumato, il buono ed il cattivo sembrano un po’ sovrapporsi e, quindi, e’ estremamente rassicurante avere qualcuno che arriva e risolve, cosa che non corrisponde assolutamente alla realtà. Interrogando, ad esempio, a questo proposito i Ris di Parma, come anche l’Unita della Polizia Scientifica, direbbero che questi esperti della scena del crimine sono persone che lavorano in collaborazione offrendo un supporto all’investigazione: nessuno di loro risolve. Ovviamente, le fiction hanno esigenze televisive caratterizzate da tempi ridotti, per questo l’esperto della scena del crimine fa anche il detective, lo psicologo, interroga e intervista.

Ma questa "sovraesposizione" del pubblico a telefilm e film del genere non potrebbe far nascere in qualcuno la voglia di provare a effettuare il "delitto perfetto"?Iinfondo offrono molti spunti e, soprattutto, nozioni su come eliminare le proprie tracce…

Non esiste il delitto perfetto!

La maggior parte dei delitti che incontriamo sono delitti d’impeto, particolarmente quelli in ambito familiare. Immaginiamo che sto litigando con mia moglie, perdo il controllo, prendo il coltello e… figuriamoci se penso all’ultima puntata di CSI, al DNA ed ai guanti; invece, l’ assassino premeditato o il killer di mafia non hanno assolutamente bisogno di vedere CSI perche’, tutto sommato, le loro capacita’ e cognizioni le hanno!

Molte metodologie di indagine vengono poi rivelate dalle circostanze stesse, basti pensare alla strage di Capaci, dove si riusci’ a ricostruire il profilo degli autori e ad identificarli tramite un mozzicone di sigaretta ed un campione di saliva: da allora e’ ben difficile che un assassino lasci un mozzicone sulla scienza del crimine.

C’e’ una relazione tra le caratteristiche di una societa’, la presenza/assenza di Serial Killer ed anche il loro modo d’agire? (L’Etnopsichiatria identifica la presenza di determinate malattie solo in alcune società, vi e’ una situazione analoga anche a questo proposito?)

C’e’ una correlazione, ma nessuno sa il perche’. Il maggior numero di serial killer e’ localizzato nelle aree di cultura occidentale e la riprova e’ adta dal fatto che dove si e’ assistito ad un programma di occidentalizzazione o di sviluppo sociale, come, ad esempio, in Australia od in Sudafrica, e’ aumentato il numero di killer seriali. Per cui dire che e’ un prodotto della societa’ industriale si puo’, ma dire il perche’ no, anche perche’ parliamo di personaggi "affascinanti", ma di numero esiguo… se l’unita’ italiana sui i serial killer fosse costituita per i serial killer avrebbe gia’ chiuso! Diversi miei colleghi sostengono che in Italia ci sono 10, 20, 50, 100 serial killer, in realta’ non e’ assolutamente vero! Se ci sono ci sono 2 o 3 personaggi (e non e’ detto, poi, che non si sappia chi siano) non piu’ comunque di questo numero, e cosi’ ridotto e’ anche il numero delle vittime fatte dai serial killer.

La vera sfida investigativa e’ su quei delitti senza apparente movente, in cui c’e’ un incontro occasionale, in cui non c’e’ relazione tra vittima ed autore ed allora li’ e’ il vero problema.

Quindi, c’e’ una relazione tra aumento dei serial killer e societa’ industriale, tra frequenza e concentrazione? Dopo gli Stati Uniti noi presentiamo una concentrazione simile a quella di Francia ed Inghilterra, quindi paesi che ci assomigliano come sviluppo socioeconomico.. forse l’ultimo condannato e’ stato quello della Franciacorta nel bresciano che ha ucciso 3 vittime, prima Stevanin: stiamo parlando di uno ogni tre/cinque anni e dall’inizio del secolo in Italia una cinquantina di soggetti, non di piu’… per cui, bello, affascinante, letterario, funziona molto bene, funziona sempre bene, dai fumetti di "Julia" la criminologa a "Il silenzio degli innocenti", pero’ da punto di vista pratico non e’ una figura cosi’ importante.

Se le dico "Serial Killer" quale le viene in mente come personaggio emblematico?

Il piu’ "affascinante" e letale e’ Ted Bundy, esempio che ha creato un po’ le basi per l’investigazione sui serial killer, portando alla luce la necessita’ di istituire una banca dati per vedere come e dove operassero. Questo omicida, infatti, viaggiando a bordo del suo Maggiolone, uccide al di la’ del confine di diversi stati ed a nessuno viene in mente di rintracciare dei modus operandi in comune. E’ il serial che assomiglia di piu’ ai personaggi letterali: intelligente, di piacevole aspetto, nell’insieme un "predatore letale" ed anche colui che ha messo in crisi la dicotomia riguardante la scena del crimine sempre distinta in "organizzata" e "non organizzata", in quanto col procedere del tempo arriva a perdere il controllo e viene catturato comparando il calco dentale con l’impronta lasciata sul braccio di una sua vittima, prima ancora dell’avvento delle tecniche basate sullo studio del DNA.

Si puo’ ritenere che il killer seriale nelle ultime fasi del suo agire si renda conto che si stia tradendo oppure no? E come reagisce alla cattura?

C’e’chi ha studiato un ciclo nell’ attivita’ del serial killer abbastanza attendibile. Tutto parte da una sorta di fantasia sempre piu’ sadica, poi la persona si mette in cerca di una vittima, la selezione, la pedina, la cattura, la controlla e vivendo, poi, una sorta di rimbalzo depressivo, come se fosse uno scarico emozionale (considerato necessario per la definizione del serial killer, pari modo all’esecuzione di almeno due omicidi). E’ una grandissima fandonia pensare che l’omicida seriale alla fine si faccia catturare come ogni tanto si sostiene (come avvenuto anche nel caso di Michele Profeta di Padova), considerando l’omicida, e cosi’ anche il serial killer, tale per senso di colpa alla ricerca della punizione e per ricevere la quale va a mettere in atto un comportamento violento non tanto per il piacere dell’atto in se, quanto per la soddisfazione inconscia di essere catturato e poi punito: splendida interpretazione, ma in realta’ rimane nel campo delle teorie psicoanalitiche. Portando nuovamente ad esempio il caso di Profeta, questi si tradi’ utilizzando due volte la stessa scheda telefonica, ignaro che si potesse rintracciare.

Riprendendo l’affermazione di Bui sul fatto che la maggior parte degli omicidi non sono premeditabili, spesso si sente parlare da parte dei mass media, in caso di crimine violento, di "Raptus" (qualcosa che improvvisamente "scatta" nella mente del criminale e che non si può prevedere); che cosa ne pensa?

"Raptus" e’ in realta’ un bellissimo termine giornalistico, ma non si trovera’ mai uno psicologo od uno psichiatra a cui piaccia usare questo termine. Bui nel suo intervento ha parlato di premeditato nel senso di "non progettato", ma ogni delitto ha una storia alle spalle. Non credo, sinceramente, nell’idea che esista il raptus, cioe’ la rottura brusca tra un prima, in cui il soggetto non ha alcuna intenzione di commettere atti violenti, ed un dopo, in cui lo stesso commette un omicidio. Pensando, banalmente, ad un automobilista che ti taglia la strada in macchina e che magari ti fa il gesto delle corna, tu scendi, magari con il cacciavite in mano: sicuramente non e’ un’azione premeditata, ma andrebbe indagato il motivo per il quale ti sei portato il cacciavite nel cruscotto!

A cura di S. GotelliM. Fenocchio

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