Intervista a Giampiero Di Leo

Share this
24 novembre, 2012 - 12:51

D: Il punto su questo congresso, ovvero che obiettivi avevate e che obiettivi avete raggiunto?

R: Gli obiettivi erano abbastanza articolati ed era il convegno che io avevo immaginato come quello del tentativo di integrazione di varie situazioni. La prima è quella di cercare di integrare il movimento dei familiari e delle loro associazioni con quello che le comunità terapeutiche cercano di fare, cioè di proporsi come struttura intermedia e non come l'unico polo di intervento nella malattia mentale perché noi riteniamo che ove si possa trattare a casa o sul territorio non c'è bisogno che uno lasci il suo ambiente per potersi curare. L'altra è quella che il percorso dovrebbe essere articolato e, per quanto possibile, veloce affinché ci sia poi la restituzione al territorio. Questa è la prima integrazione tra quello che le famiglie si aspettano e quello che in realtà poi è possibile fare, ovvero che il paziente affidato alla comunità terapeutica possa ritornare nel proprio ambiente con le abilità che ha riacquisito per potersi permettere anche una casa o un lavoro. A questo proposito si crea un equivoco spesso con i familiari che chiedono come prima cosa, quando le persone entrano in comunità, se la stessa darà loro un lavoro o una casa.
Tenendo conto poi che il mercato del lavoro è competitivo per le persone che hanno tutte le abilità a loro disposizione figuriamoci quanto può essere difficile per le persone che non le hanno. Questo è il primo obiettivo: parlare insieme e trovare obiettivi anche minimali senza scontrarsi con le istituzioni su qualcosa che non porterebbe a nulla, come ad esempio è successo a proposito delle discussioni sulla legge 180. Noi della FENASCOP siamo a favore dell'applicazione di questa legge su tutto il territorio nazionale in maniera uniforme; per fare questo occorrono ulteriori strumenti normativi che consentano di operare su tutto il territorio con un indirizzo unico che permetterebbe anche di valutare meglio gli esiti. 

D: C'è un tema un po' polemico che è molto discusso, ovvero quello della durata dei ricoveri. Nel senso che accanto a progetti riabilitativi assolutamente seri che quindi prevedono la presenza dei pazienti in CT per un periodo di tempo limitato all'interno di un percorso che porta ad un recupero esiste il problema dei ricoveri protratti; il paragone che mi viene in mente è quello con i progetti di alcuni anni fa di disassuefazione con metadone che erano fatti settimana per settimana e duravano una vita. Esiste una quota di pazienti che per mille ragioni, spesso di tipo psicosociale, ad esempio la mancanza di una famiglia, che porta a non avere soluzioni alternative per cui le CT finiscano per essere il luogo dove il malato rimane. Questo, va detto per inciso, vale anche per i ricoveri prolungati in SPDC. Capisco bene che tale situazione costituisce il male minore, ma il problema esiste. Qual è la tua opinione su questo uso improprio della CT che finisce pera avere una vocazione manicomiale, anche se con le porte aperte, anche se in una situazione completamente diversa. Come si può far convivere l'aspetto di custodia e quelle riabilitativo senza che il primo prevalga sul secondo? E' possibile pensare a comunità diverse? 

R: Partiamo dalla sigla FENASCOP, questa non parla di comunità, ma di federazione di strutture comunitarie psicosocioterapeutiche. Questa è stata proprio una delle discussioni dell'atto fondante della federazione, che nasceva con il contributo principalmente di CT, ma noi abbiamo voluto segnalare già nella fondazione che la CT è solo una parte della cura e che c'è bisogno di aprire e far crescere anche strutture comunitarie non strettamente terapeutiche.
Il concetto di CT come lo intendiamo noi della FENASCOP è esteso anche alle strutture comunitarie in genere, mentre il concetto di comunità terapeutica si riferisce a quella parte del percorso di cura che si collega con la riforma psichiatrica laddove dice che le strutture sono divise in due grandi gruppi: le strutture di ricovero per la fasi acute di malattia e le strutture di prevenzione, cura e riabilitazione che devono trovarsi in ambiente extraospedaliero. La legge 180 prevedeva che anche il ricovero obbligatorio potesse avvenire in case di cura, poi fortunatamente questo non viene fatto anche se a termini di legge sarebbe possibile. Poi abbiamo prevenzione, cura e riabilitazione e le CT hanno attuato anche la parte centrale di questa seconda parte di norma. Nella prevenzione il territorio è fondamentale per identificare prontamente segnali di disagio e intervenire prima della crisi. Penso ad esempio ai disagi da migrazione o da guerra, noi partecipiamo a questo tipo di operazione dove il rischio è molto alto e dovrebbero esserci già sul campo degli osservatori perché prevenzione è osservare i mutamenti sociali e prepararsi. Questa è una cosa che spesso non è stata fatta e la cui carenza fa sì che molte persone senza storia psichiatrica entrino nel circuito assistenziale a seguito di un trauma non adeguatamente trattato. Nell'ambito del convegno c'è stato anche un corso ECM proprio su questo. Veniamo al discorso della durata dei ricoveri che va da diciotto a trentasei mesi, non si può pensare che tutti guariscano e poi tornino a casa perché la stessa malattia non presa in tempo porta ad età che non sono più quelle del ritorno a casa. A questo si aggiunge poi che i familiari spesso non ce la fanno a sostenere la situazione per cui non sono le comunità che cronicizzano la patologia, ma è il tipo stesso di malattia. Quello che bisogna fare è pensare all'assistenza nelle case, la maggior parte dei pazienti che escono dalla comunità sono in grado di essere seguiti sul territorio. Io non voglio criticare i servizi territoriali che hanno sicuramente carenza di risorse, però è vero che è questo che manca, infatti se il percorso residenziale si prolunga spesso è perché manca un'adeguata assistenza dopo la dimissione. 

D: Sorge spontanea un'altra domanda, quella della collaborazione tra il pubblico ed il privato sociale su questo tema. Mi sembra che ci sia ancora del cammino da fare, perché da un lato sembra che il pubblico si metta in competizione con il privato sociale per la costruzione di comunità, dall'altro non vedo ancora con chiarezza un'offerta da parte del privato sociale di un servizio integrato, cioè manca una valutazione delle carenze e un accordo su chi potrebbe coprirle e su questo punto forse la FENASCOP potrebbe intervenire.

R: Quello che noi tentiamo (ed è un altro dei target del convegno) è di avvicinare il privato sociale al pubblico. C'è un fraintendimento, perché quando si parla di sociale si pensa che sia il pubblico a doversene occupare, ad esempio in alcune regioni l'assistenza domiciliare la può fare solo il servizio pubblico e oltretutto lo dovrebbe fare in prosecuzione di un percorso in CT interrompendo di fatto la storia assistenziale del paziente. Possiamo dire che il primo target del convegno è stato raggiunto, ovvero di avvicinare le famiglie all'interlocutore politico; è andata bene anche la seconda parte dedicata agli operatori, mentre per quanto riguarda il rapporto con i servizi, sembra che si sia creata tra loro e la FENASCOP una certa competizione. 

D: Io credo che in un'epoca di riduzione di budget un patto basato non soltanto sul risparmio, ma sull'efficacia dell'intervento terapeutico, sia indispensabile. E questo è un tema civile, cioè da un lato ci sono le famiglie che hanno dei bisogni e protestano, dall'altro c'è il ministero che dovrebbe mediare e arriviamo all'ultima domanda che è sulla differenza tra regioni. La regionalizzazione della sanità ha portato a creare realtà regionale diverse. 

R: Mi ero prefisso in questo convegno di parlare pochissimo della legge 180, invece vi si ritorna in continuazione. La riforma psichiatrica si è fermata alla linea di indirizzo, quello che è mancato è stato il passo successivo, ovvero la creazione di leggi a proposito di cura, prestazioni di ricovero, prestazioni extraospedaliere e tipologie delle strutture di intervento. Affidando da subito e interamente questo compito alle regioni, ognuna ha fatto come ha voluto; questo significa che alcune regioni hanno lavorato bene in questo senso, mentre altre non lo hanno fatto. C'è quindi bisogno di imporre alle regioni una linea di indirizzo chiaro.
L'ultimo target che aveva il convegno è quello del contributo dei farmaci al nostro lavoro. Il nostro obiettivo è di trovare farmaci che ci aiutano a fare meglio il nostro lavoro e dopo questo convegno dovremmo partire con alcune sperimentazioni in collaborazione con le case farmaceutiche. Non si può negare l'utilità dei farmaci e bisogna riconoscere che le case farmaceutiche hanno sostenuto il costo di molta della formazione che si fa in Italia.

> Lascia un commento


Totale visualizzazioni: 547