Sessuale femminile insofferenza

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6 ottobre, 2012 - 15:11

Che cosa può aggiungere l'insofferenza alla sofferenza?

L'insofferenza è definita come incapacità da parte di una persona di adattarsi ad una situazione, a una critica, di gestire gli avvenimenti avversi, di tollerare uno stato di ignoranza, di nutrire disinteresse, provando per contro antipatia.

Al di là di essermi riconosciuta, in alcuni degli aspetti descritti spero di portare un contributo utile a questo convegno, studiando l'insofferenza sia da un punto di vista psicanalitico, che da quello dell'interesse personale.

Vorrei precisare che osservo queste figure (2)  della insofferenza osservando nella loro specificità quelle sfumature utili al soggetto stesso, quelle caratteristiche che una persona incontra nel cammino della vita  e che spesso hanno valore negativo e  sono espressioni della nevrosi.

In tedesco Die Unduldsamkeit è un sostantivo che traduce, insofferenza, intolleranza; è formato da Ungeduld con significato di impazienza; è interessante seguire il percorso della parola fino ad incontrare undulieren che significa ondulare.

Abbandonando il contesto etimologico, mi soffermerei a osservare il senso del ritmo di questa parola. Il suo muoversi su due bordi con differente intensità. Ondulare rimanda a ondeggiare lievemente, fluttuare dolcemente, è un termine che viene dal tardo latinoundula anche ondula con riferimenti francesi onduler (1746 e con uso transitivo nel 1877), nelle quindici specificità di questo termine si incontrano: pendere, sussultare, agitare, muovere simultaneamente, subire forti variazioni o modificazioni, piegare a onda, pettinare a onda.

Che cosa è per me questa parola dalla quale scaturisce un ritmo che non sfugge ai poeti?

Arturo Graf: S'allargava ondulata e verdeggiante/ giù nel profondo la ricurva terra.

In Pascoli: Oh! Le pampe dell'immensa Plata/ verdi sotto il cielo senza nubi/ una solitudine ondulata/ sparsa di isolette e di carrubi.

In D'Annuzio: I poggi/ umili digradano là giù co' filari d'ulivi,/ con le tinte giallastre qua e là, con le creste ondulate/ ed i gruppi di case che fuman tranquille ne `l sole.

In Antonio Fogazzaro: Ne le tenebre/ ondula, palpita ancor l'Oceano.

In Giuseppe Ungaretti: Ondulavale (alla Ninfa) il vento che correva/ con errore galante l'oro fino.

 

La terra, l'Oceano, la solitudine, la Ninfa e le creste sotto l'effetto della ondulazione precisano una nuova zona di senso, un nuovo bordo, un nuovo ritmo per attraversare il limite.

Nell'esperienza di analisi questo limite è un procedere, un avanzare spinti da un desiderio, da una decisione (di formulare una domanda di analisi), nata da una volontà di finirla con qualcosa di intollerabile come il dolore, come la sofferenza.(3)

Insofferenza è ora parola che si muove da un bordo all'altro, all'incrocio tra necessità e contingenza, come nell'analisi, e senza terre promesse, però certo desiderate e sperate.

Possiamo da questa parola dedurre che insofferenza sia una forma di indebolimento della sofferenza.

Il senso etico del lavoro psicanalitico va inteso qui quale indebolimento relativo alle due negatività della insofferenza, troppa critica, troppo pensiero a vuoto, in questo l'indebolimento possono favorire una verità soggettiva, permettendo un passaggio in un sistema più aperto, dato che nel nevrotico è inibito l'assurdo, unitamente alle figure del motto di spirito, del Witz e dell'ironia in quanto nel gioco viene meno il controllo.

Il lavoro psicanalitico porta all' Io quel peculiare modo di agire e quindi può trasformare alcuni sintomi svantaggiosi in altri più utili.

La nevrosi è una delle modalità possibili con la quale un soggetto può, se vuole, costruire la propria soggettività.

La nevrosi è un conflitto tra l'Io e l'Es messo in moto dalla rimozione, nel senso che il soggetto rimuove un evento penoso della sua vita.

Questo modus agendi, usando la rimozione di eventi dolorosi o traumatici, diviene struttura.

Freud inventando l'inconscio procede sullo studio delle nevrosi, prima isterica, successivamente ossessiva.

Fino dagli studi di Charcot (4) si evidenzia che l'isteria chiama in causa l'enigma del desiderio sessuale osservato in pazienti donne;  prima Freud e in seguito Lacan, preciseranno che l'isterica porta nell'analisi l'interrogativo sulla sessualità femminile.

La domanda fondamentale dell'isterica potrebbe essere così formulata: "Dove si nasconde l'oggetto che dà alla donna il suo valore?

Si legge in molti studi sull'isteria (5) che siano proprio quei sintomi, che esibiscono una insoddisfazione di fondo, una insofferenza potente verso qualunque proposta, ad essere presi su di sé e ad essere vissuti con colpa.

Vi sono differenze di base: esiste l'isterica seduttiva che gioca sempre al rilancio e non si concede mai, a intendere che là dove si può credere di afferrare l'oggetto del desiderio, questo sfugge sempre; l'isterica implorativa, sacrificale, oblativa, che lamenta invece di non essere in grado di soddisfare l'altro e, per colpa propria.

Questa mia ricerca sulla insofferenza nell'isteria, sul tema della sessualità femminile, sull'osservazione del pensare e dello scrivere emerse dalla lettura di un libro appena uscito. La vita sessuale di Catherine Millet (6) nel quale trovai interessante proprio il senso di inquietudine espresso fin nella sua prima frase: I numeri sono la mia preoccupazione. Più ancora mi colpì la sofferenza che pervadeva in quelle descrizioni di scene sessuali ripetute all'infinito. Pensai che forse quella non era tanto sofferenza quanto:sessuale femminile insofferenza.

Seguire un pensiero che parte da una libera associazione è complesso dato che si percorrono elaborazioni che possono condurre lontano, anche se solo in maniera apparente, prima di sfociare verso una costruzione che abbia logica e produca verità.

Mi aveva confortato una frase scritta da Derrida(7) a proposito del portarsi dietro un titolo, non giustificato, così cita: E' forse, ad essere in gioco, è proprio questo verificare l'importanza di ciò che non si ricorda.

Ho scelto questa via anziché elaborare un tema più compiuto, perché la formazione psicanalitica accetta la dialettica del riconoscimento e anche il valore di quella del misconoscimento, come la svista, il malinteso, l'errore, l'inganno, il rinnegamento.

L'imperativo della psicanalisi è quello di poter portare al conscio l'uso improprio e antieconomico della libido.

La via per riuscirci non può che essere un percorso attraverso il male ed il bene, soltanto che la psicanalisi non parteggia per l'uno o per l'altro, sapendo che quel male può essere utile al quel soggetto per vivere e per condurlo verso una terza ipotesi: la propria.

La formazione psicanalitica non forma il soggetto ad una conformità reperibile nel mondo, ma a quella specifica soggettività che egli porta al mondo, proveniente dal suo lavoro con l'inconscio.

L'analista, figura che esiste soltanto nella seduta, quando espone è quel ricercatore che trasforma dalla pratica simbolica elementi inediti di sapere tratti dal linguaggio e dal transfert; in questo senso la sua ricerca non insegna, ma offre la propria testimonianza desunta dall'ascolto sul rapporto che si intrattiene nella seduta tra verità e reale.

Ma che tipo di scienza è la psicanalisi?

Se la psicanalisi è scienza di qualcosa, l'unico qualcosa che posso paradossalmente prendere in considerazione è il reale. Questo concetto di reale trova una sua elaborazione teorica nel famoso testo L'Etourdit (8) di Lacan.

Reperiamo una definizione di reale anche nella concezione lacaniana di soggetto presupposto in tre diversi registri: Simbolico, Immaginario e Reale, annotati topologicamente tra loro nella forma del nodo borromeo.

Il registro immaginario riguarda il campo dell'identificazione, quello simbolico il campo del linguaggio e quello del reale il campo pulsionale, legato alla dimensione del godimento.

L'oggetto a è reale nel senso che è in connessione con il godimento pulsionale, ed è proprio attraverso il modo con il quale nel fantasma ciascun soggetto gode che si definisce per Lacan la particolarità soggettiva, la quale non si fonda più sull'identificazione, ma sull'oggetto.

E' l'oggetto del fantasma che dà consistenza al soggetto e gli permette di inquadrare la realtà.

Questa è una prospettiva inedita della psicanalisi: tradizionalmente è l'identificazione che forma l'identità soggettiva. Lacan invece situa nell'oggetto ciò che dà consistenza al soggetto. In questo modo il piano della identificazione si disgiunge da quello della pulsione. Il soggetto può rintracciare ciò che è non tanto sul piano immaginario della miriade di identificazioni che lo hanno costituito, quanto su quello del reale della pulsione.

In fatti uno degli aspetti più decisivi della crisi della adolescenza riguarda proprio l'articolazione tra il piano dell'identificazione e quello fantasmatico del godimento.  

Lacan dedica gran parte della sua formazione alla ricerca teorica sul desiderio nella costituzione soggettiva; l'ambito nel quale è descritto tocca e riguarda costantemente l'oggetto definito in alcune tappe con i seguenti riferimenti: oggetto "a"; in seguito elaborato in una figura topologica a forma di toro, sul cui bordo questo oggetto punteggia: segue il lavoro sul nastro di Moebius; è, infine, la cosa: "das ding."

 

Tornando a riflettere sul titolo della relazione l'unica domanda che riesco a formulare per iniziare è: "qual è il sapere dell'inconscio?

Con quale sapere epistemico posso osservare e descrivere quello inconscio che segue la paradossale ipotesi di essere: non riflessivo, d'essere incapace di accettare formalizzazioni definitive e d'avere come struttura la ripetizione traumatica e che si esprime in quella particolare unicità soggettiva?

L'oggetto della psicanalisi, scrive la filosofa Borutti(9), è il desiderio inconscio, che non è osservabile in comportamenti reali, ma che deve essere ricercato, provato nella relazione analitica.

La psicanalisi risponde con nuove ipotesi su un sapere, nuovi assiomi, pronta in questo sentiero ad accogliere altre successive rettifiche.

Vorrei ora riuscire a formalizzare l'altra parte del titolo del mio lavoro proposto, vale a dire parlare della sessualità femminile e, in tutta franchezza mi è venuto da ridere.

In effetti, osservo vicino a me il libro della filosofa Rosella Prezzo Ridere la verità che mi fa venire in mente una frase:

"I miei pazienti ridono quando sono sul punto di scoprire qualcosa di inconscio" .

Sta citando Freud, nel suo esergo sul capitolo: ridere la verità.

Il ridere e il motto sono formazioni dell'inconscio e, in particolare, quelle che seguo nella mia ricerca con profondo interesse da molto tempo e che hanno la loro fonte nel saggio di Freud Il motto di spirito del 1905.

 

Sessualità femminile

Come posso reperire un sapere sulla sessualità femminile se non c'è proprio nell'inconscio il suo referente simbolico e ce n'è invece uno che è usato per entrambi i sessi ed è denominato nella teoria psicanalitica: fallo?

L'esperienza psicanalitica cerca di reperire i punti di collegamento tra l'atto sessuale e la logica inconscia del desiderio sessuale dato  questo che emerge nella seduta. Nel lavoro analitico si specifica il divenire verso una soggettività: quella propria nelle posizioni simboliche di maschio, di femmina,  bisessuale e omosessuale.

E' il lavoro sull'aggregazione simbolica che permette a ciascuno di riconoscersi come un soggetto.

Non è soltanto la scelta oggettuale a qualificare la posizione sessuale futura del bambino, una volta realizzatasi la maturazione genitale, è anche l'interesse per i propri genitali che lo inserisce nel mondo adulto.

La suddivisione dello sviluppo negli stadi sulla libido, e lo stile del rapporto del soggetto con l'oggetto privilegiato, passa in secondo piano rispetto all'accento posto da Freud su una forma  d'organizzazione della libido, che ha al suo centro un solo genitale

maschile.

E' qui che Lacan individua ciò che Freud era andato precisando e cioè che non si tratta della fase in cui è realizzato il primato dei genitali, ma che il genitale maschile assume valore di un attributo estendibile a tutti gli esseri umani: il fallo.

L'inserimento del fallo nella relazione edipica ha con Lacan il senso di riarticolare la problematica della sessualità femminile non solo all'interno dell'Edipo, come momento di costituzione dell'oggetto d'amore, ma attorno ad un altro complesso denominato castrazione.

L'organizzazione genitale adulta ammette l'esistenza dei due genitali, mentre l'organizzazione genitale infantile prende in considerazione solo il genitale maschile come rappresentante della "differenza sessuale".

La sessualità femminile è un tema che attraversa l'opera di Lacan  i punti più edificanti di questa teorizzazione sono due: uno di non vedere nella sessualità femminile semplicemente un non fallo, bensì un in più: un in più di godimento cui l'uomo non riesce a parteciparvi.

Il secondo momento teorico lacaniano lo leggiamo nel L'etorudit quando scrive che la donna non esiste, strabiliando il mondo.

La donna non esiste nel senso della irrisolvibilità edipica della donna freudiana, obbligata nel sentiero del percorso pre-edipico, lì la donna sfugge alla legge freudiana, sfugge dalla castrazione, ma non per il legame arcaico con la madre, quanto per il fatto che ha una abilità in più di gioire, di usufruire del godimento, da intendere anche come punto massimo di piacere a cui anche l'uomo aspira, ma che non avendo una sessualità sfumata come quella femminile non ci riesce.

E' qui che Lacan teorizza il recupero del significante, del significante della mancanza.

Lacan teorizza un significate messo alle strette, posto in una impossibilità operativa, che si riesce ad articolare solo seguendo in modo radicale il sentiero della verità, fino a porre il soggetto di fronte all'Altro.

Siamo negli anni Cinquanta, e possiamo dire che la valorizzazione lacaniana di questo passaggio ci svela lo sfondo sul quale il femminile trova per lui uno sbocco possibile.

In questo senso possiamo dire che il soggetto non è tanto maschile o femminile quanto invece diviso.

Nel lavoro La significazione del fallo Lacan esplicita il fatto che l'inconscio freudiano non tiene conto della differenza anatomica tra i sessi, ciò significa che una diversa ratio domina l'inconscio, a partire da ciò, Lacan introduce l'idea che è un ordine diverso da quello anatomico a reggere la ratio inconscia, che suppone essere l'ordine significante.

Anche nel Seminario sul Le transfert Lacan mostra l'implicazione tra struttura isterica e posizione femminile attraverso il commento sul caso di Dora e, in alcune parti del Seminario sul Il fantasma, s'interroga sull'atto sessuale e la rappresentazione simbolica della donna in esso. Prende in considerazione il tipo di soddisfazione del tutto analoga a quella sessuale raggiungibile attraverso la sublimazione ma, quest'ultimo è un passo che forse andrà studiato meglio.

E' utile comprendere che esiste una coincidenza tra l'isolabilità del fallo come immagine del sesso e l'isolabilità con cui il pene funziona nell'atto sessuale e come sia invece indefinibile il godimento femminile sia a livello simbolico, a livello di immagine ed anche a quello nella relazione sessuale.

 

Ricerche

Parlando con un medico (10) sull'argomento della mancanza del significante femminile nell'inconscio, si è voluto mettere alla prova ed è emerso che anche in anatomia non vi sia uno specifico referente.

La nominazione maschile dei genitali: pene - fallo viene distinta in pene, che non comprende le gonadi, mentre fallo richiama tutto l'organo.

Per definire l'intero genitale maschile si dice pene e testicoli.

Per la donna le denominazioni anatomiche si indicano con vulva,  e vagina, mentre la parte generativa è omessa per i termini: utero, ovaie e tube.

La parte sessuale costituita dalla vulva comprende: grandi e piccole labbra, clitoride e l'introito vaginale; la vagina è a parte.

Questo medico ha dovuto ammettere che manca il termine, però ha voluto continuare la riflessione spostandola su un'altra osservazione, dicendomi che esiste una denominazione comprensiva della genitalità femminile ed esiste solo nei numerosissimi termini popolari, in genere legati al territorio.

Sono usati sia per il maschile che per la femmina, sono due sinedocchi che hanno in genere caratteristiche negative per l'organo maschile e positive per la sessualità femminile (esempi: bella figa, apprezzativo; bel cazzone, dispregiativo).

Nella lingua italiana c'è la parola fica, figa, come nome che definisce in senso plurale e generico: organi genitali femminili, vulva. Viene specificato che fica sia proprio del linguaggio triviale. Deriva dal latino tardo fica, da fico, calco dal greco fico che ha già in Aristofane il riferimento ai genitali femminili.

 

Vi sono in questo ambito ricerche interessanti, mi riferisco al lavoro di Antoinette  Fouque (11) intitolato I sessi sono due, l'Autrice apre un campo di ricerca nominandolo femminologia dedicato ai contributi femminili sul tema della sessualità femminile.

E' inoltre  interessante il modo con il quale Fouque interroga la psicanalisi a partire dal lavoro di Freud, di Lacan e di Bion senza però giungere a nuove formulazioni, ma auspicando un etica delle donne, che lei ha colto nei poeti-pensanti, (Rimbaud, Rilke e Paul Celan) i quali nella loro Allocuzione di Brema, - ed è qui che si rivolge alle donne,  - che pensare e ringraziare hanno in tedesco la stessa origine.(L'autrice non riporta il tedesco, qui sono le traduzioni da me trovate: Pensare: denken - Ringraziare: danken).

 

Come ultimo riferimento segnalo un lavoro interessante organizzato da Forum Lou Salomé (12) ancora in atto, sulla genesi della sessualità femminile, è una ricerca, una ipotesi sull'esistenza di molteplici modelli strutturali dell'Edipo femminile.

Ipotesi speculativa

La soggettività femminile partirebbe da una autonomia soggettiva che ogni donna troverebbe da sé fra madre e padre.

Dato che il femminile non riesce a stare in un ordine seriale cerca vie alternative nel sentiero della ricerca autonoma: alcune falliscono e rifiutano la sessualità (13), altre si inventano un'ipotesi, altre incontrano alternanze.

Autonomos diviene così, referente teorico del posto soggettivo, come uscita edipica femminile.

   

Conclusione

Che cosa è dunque l'insofferenza? E' una inquietudine che la psicanalisi ammette e accetta, dato che sa provenire da una organizzazione sintomatica che il soggetto ha inventato, articolandola su alcune teorie proprie, non esplicitate, sui temi della sessualità e della soggettività.

Per arrivare a formalizzare questi interrogativi l'esperienza psicanalitica apre una via possibile la quale accetta il male detto, accetta l'osceno come esche, privilegiando il fatto che quel soggetto non debba cedere sul desiderio, non arrivi a dire: allora lascio perdere, allora rinunzio.

Riuscire a dire a se stessi quale sia la propria teoria sessuale è duro, è difficile, è psichicamente costoso, è impossibile.

Quindi l'idea di rinunziare all'impresa è lì, sempre ad un passo.

La rinunzia, scrive Durkaim (14) è un atto criminale e questo lo psicanalista lo sa.

L'esperienza psicanalitica incontra l'affekt e lo fa vivere, lo fa sorgere; sempre prima il significante, sotto questo, sotto la barra il significato.

 

Ultimo pensiero

Il testo scritto, lì, davanti all'autore è corpo morto, rigido,  è pensiero fissato, bianco su nero, la scrittura ha fermato il pensiero, che cos'è  rigido? Viene da ridere: di nuovo la sessualità e il suo opposto.

Il riso nasce dall'inconscio è un suo sapere che si evidenzia in particolare nel motto e nel witz e, Bergson (15), nel suo saggio Il risolo fa sorgere dal modo meccanico con il quale la marionetta torna a far ridere l'umano.

L'analista accetta, non tanto il dolore quanto l'affekt, nodo sintomatico della parola: qualunque parola, dato che l'inconscio non n'è né dell'analista, né del paziente, ma di chi lo lascia essere.

 

*Freud legge Bergson e lo definisce affascinante, uno stimolo per cercare di comprendere la comicità nella sua psicogenesi. La legge fondamentale della vita scrive Bergson è di non ripetersi, se si ripete meccanicamente: rido, rido involontariamente. E' comico ciò che imita la vita nel suo meccanicismo, ma allora è l'automatismo installato nella vita e imita la vita. Perché quando dei gesti non ci fanno ridere, vengono imitati si ride?

 

Note

1.Questo testo è la elaborazione dell'omonimo presentato al Convegno di  Studi Soggetto e Sofferenza, organizzato da Laboratorio di Ricerca Freudiana con il patrocinio della provincia di Livorno, tenuto il 2 Marzo 2002. Nella sede dell'Auditorium del Museo di Storia Naturale.

2.Gabriella Ripa di Meana, Figure della leggerezza, Casa Editrice Astrolabio, Roma 1995. Anoressia e bulimia, stili diversi di un analogo dolore dell'immagine di sé. Forme estreme di un male dell'anima che tortura il corpo a morte.

3.Questa riflessione è potuta proseguire, grazie al contributo teorico di Antonello Sciacchitano.

4. Sigmund Freud, Studi sull'isteria e altri scritti, in Opere, Vol. I, Boringhieri, Torino 1967. (Isteria, 1888,  pag.43.) E' noto quanto la ricerca freudiana si sia lasciata guidare dall'ascolto delle isteriche: Anna, Elisabetta, Dora pretendevano di dire la verità, con Lacan il discorso dell'isterica in Ancore è così articolato, Il soggetto parlante ($ si legge S barrato) si rivolge al significante maìtre (S1), che occupa il posto dell'altro ingannandosi su ciò che muove il discorso, cioè su a, il plus-godimento (plus-de-jouir).

5.Christopher Bollas, Isteria, Raffaello Cortina, 2001; si veda anche di Emicle Dio Bleichmar Femminismo dell'isteria Raffaello Cortina,  Milano 1994

6.Catherine Millet, La vita sessuale di Catherine Millet, Mondadori, Milano 2001. Su questo testo Forum Lou Salomé organizzò un gruppo di studio che aveva i seguenti obbiettivi: identificare i fantasmi fondatori dell'esperienza sessuale; riconoscere come si produce l'accesso al pensiero del corpo, del godimento, del desiderio; situare una possibile diacronia genealogica dell'evento sessuale e, infine, collocare strutturalmente gli snodi dell'investimento oggettuale.

7.Jacques Derrida, Speculare-su Freud, Cortina Editore, 2000, Milano

8. Il testo si trova in Scillicet n.4 Edition du Seuil. Paris, 1973;  traduzione italiana di Feltrinelli, Milano, 1977.

9. Silvana Borutti, Il testo nell'interpretazione, in Scibbolet,  n.1, pag. 165, Edito Shakespeare &Company, Roma 1994.  Si veda inoltre dello stesso autore, Teoria e interpretazione, Edizioni Guerini Associati, Milano, 1991.

10. Ringrazio il dott. Aldo Franzini per avermi aiutata in questa ricerca.

11.Antoniette Fouque, I sessi sono due, nascita della femminologia, Pratiche Editrice, 1999 Milano. Edition Gallimard, 1995, Paris.

12. E' il lavoro organizzato dal 2000 a Milano, è in rete telematica, vi è un sito in interet, Forum Lou Salome. Si possono leggere testi non conclusi e pensieri aperti. I riferimenti a Milano sono Valeria Medda, Laura Pigozzi e Sisa Arrighi. 

13. Su questo argomento è in corso una mia ricerca.

Sulla lettura del femminile si segnalano i seguenti volumi.:

Michèle Montrelay L'ombra e il nome (Sulla femminlità),(1977), Edizioni delle donne, Milano 1980; A.AV.V. Barocco al femminile, a cura di Giulia Calvi, Laterza, Bari, 1992; A.A.V.V. Corpo a corpo a cura di Gabriella Buzzati e Anna Salvo, Laterza, Bari, 1995; Psicoanalisi al femminile a cura di Silvia Vegetti Finzi, Laterza, Bari, 1992.

14. E. Durkheim, L'education moral,, Paris, 1925.

15. Henri Bergson, Il riso, Saggio sul significato del comico, Editori Laterza, Bari, 1996.
 

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