Dostoëvskij e la psichiatria positivista del suo secolo: le tre direzioni dello sguardo di Mitja Karamazov

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6 ottobre, 2012 - 11:23

1) Il problema della discontinuità tra crimine e personalità e il “rimando” alla follia.

La riflessione sulla follia transitoria e sul delirio parziale aveva interessato i medici molti secoli prima che Pinel scrivesse la sua opera sulla mania . 
Pompeo Sacco, un medico italiano del secolo XVII criticò, ad esempio, nel 1717 le idee di Van Helmont sull'esistenza dell'intervallo lucido nel quadro della mania . 
Solamente con le opere di Pinel, comunque, e l'introduzione qualche anno dopo del quadro della monomania da parte di autori come Esquirol , Georget , Marc e Orphila , il problema diviene un oggetto centrale di dibattito nel campo della psichiatria forense. 
Dostoëvskij conosceva le idee degli psichiatri francesi dei primi anni del suo secolo e in Delitto e Castigo troviamo un'allusione di Lebézjatnikov, uno degli amici di Raskolnikov, a un professore di Parigi, morto alcuni anni prima, e all'uso da parte sua di una terapia che può essere facilmente identificata col trattamento morale. 
Il problema del rapporto tra l'esistenza della follia transitoria - un quadro comparabile a una bouffée delirante acuta - e la libertà e la responsabilità dell'individuo, in particolare, è poi esposto con chiarezza da Alekséj al generale dopo l'incidente con la signora baronessa nel VI capitolo de Il giocatore, nel 1865. 
Lo stesso problema è ripreso in modo ancora più chiaro nel 1879 con l'esposizione delle tre perizie sulla salute mentale di Mitja Karamazov durante il processo per l'assassinio di suo padre Fëdor Pavlovic e la discussione sul valore che doveva essere assegnato alla direzione del suo sguardo quando era entrato nell'aula. 
Non ci soffermeremo, in questa trattazione, sulla vicenda generale de I fratelli Karamazov, né sulle caratteristiche del delitto di parricidio di cui Mitja è (ingiustamente) accusato e del conseguente processo . 
Oggetto della nostra attenzione saranno esclusivamente le caratteristiche presentate dalle tre perizie alle quali, una accanto all'altra con una buona consonanza con le leggi della polifonia , nel corso del processo il giovane Karamazov è sottoposto, perché esse possono essere considerate ottime rappresentazioni stilizzate di tre diversi atteggiamenti, tra i più diffusi tra medici, giuristi ed opinione pubblica, sulla possibile relazione tra un fatto reato, le caratteristiche psicopatologiche della persona alla quale esso è attribuito e la sua imputabilità. 
L'esposizione delle tre perizie in successione e, soprattutto, quella dei tre differenti significati attribuiti allo sguardo di Mitja al momento dell'ingresso in aula, sembra gettare un'ombra di scettica e impietosa ironia sulle possibilità della psichiatria forense di poter giungere ad una qualunque comprensione della persona dell'imputato e della sua relazione col reato e contribuire in tal modo alla giustizia. 
Il significato attribuito a questo sintomo, e forse ad ogni altro, Dostoëvskij sembra dire in questo caso, deriva da un pregiudizio già presente nei medici prima dell'osservazione, ed esso sarà rivisitato, dai tre medici, in relazione alla verità che ciascuno di essi si sforza di dimostrare: la discontinuità tra personalità generale e comportamento attuale e il suo rimando alla rottura psicotica per il primo, la diagnosi clinica di psicosi come sviluppo sulla base di un'alterazione dell'umore e di segni prodromici per il secondo, la sanità mentale di Mitja per il terzo.
Dal tempo di Descartes che, in una lettera scritta nel 1646 per difendere un contadino accusato di omicidio, considerava lo stato passionale come una circostanza di riduzione della responsabilità , e ancor più da quello di Esquirol, Georget o Dostoëvskij, d'altronde, il problema della colpevolezza degli atti che traggono la loro origine da una passione così intensa da assomigliare alla follia, ha avuto differenti risposte, e il dibattito tra i tre medici, rappresentato da Dostoëvskij, è aperto a tutt'oggi. 
Utile, in proposito, considerare l'evoluzione del codice penale italiano in proposito.
Il primo Codice Penale dell'Italia unita, che porterà il nome del ministro della giustizia Giuseppe Zanardelli, verrà promulgato, dopo trent'anni di gestazione, consultazioni tra giuristi e psichiatri - durante le quali intervenne anche il direttore del manicomio di Genova e primo docente di psichiatria nell'ateneo genovese, Luigi Verdona, in favore di una discriminazione riguardo all'imputabilità che tenesse conto della particolare costituzione psichica della donna - e discussione, con decreto 30 giugno 1889. Esso sarà noto come compromesso tra le esigenze poste dalla Scuola classica e quelle poste dalla Scuola positiva, che sarebbe comunque rimasta largamente insoddisfatta, nonché per l'abolizione della pena di morte, l'introduzione del manicomio criminale e per una generale tendenza verso la mitezza delle pene. 
Enrico Ferri ci lascia una ricca raccolta dei suoi interventi parlamentari in merito al progetto Zanardelli, che trovò un forte oppositore anche nel Lombroso . Tra i punti più discussi del progetto, troviamo molte questioni ancor oggi all'ordine del giorno: tra le altre, il manicomio criminale, la carcerazione preventiva, il vizio parziale, l'ubriachezza (considerata in quell'occasione circostanza di esclusione dell'imputabilità o diminuzione della pena).
Riguardo agli argomenti di nostro interesse, l'art. 45 sanciva la necessità che l'imputato avesse voluto il fatto, mentre l'art. 46, nel definire la condizione di infermità di mente, riecheggiava concetti assai invisi agli psichiatri positivisti, come coscienza e libertà dei propri atti, ma offriva una definizione di mente corrispondente a tutte le facoltà psichiche dell'uomo, innate od acquisite, semplici e composte, dalla memoria alla coscienza, dall'intelligenza alla volontà, dal raziocinio, al senso morale , ad essi certo più gradita. Vi si stabiliva che: 
«Non è punibile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era in tale stato di infermità di mente, da togliergli la coscienza o la libertà dei propri atti».
L'articolo 47, invece, prevedeva una condizione assimilabile al vizio parziale. 
Per Ferri, un'interpretazione estensiva dell'art. 47 come era stato formulato nel progetto parlamentare avrebbe esposto al rischio di mandar prosciolto proprio il delinquente istintivo, quello dal quale la società avrebbe dovuto maggiormente difendersi, perchè privo del senso morale. La nozione di semiinfermità di mente, per quei casi in cui coscienza e libertà erano compromesse, ma non tolte, era stata a lungo osteggiata negli anni precedenti del resto dagli psichiatri positivisti come Miraglia, Tamburini e Lombroso, fautori dell'inimputabilità in ogni caso di chi era veramente affetto da follia, in polemica col guardasigilli Mancini. Anche per Ferri, questa concezione era scientificamente inconcepibile, ma questa opposizione del Ferri apppare, in realtà, più che altro concettuale. Larga parte dei soggetti che avrebbero potuto beneficiare dell'art. 47, infatti, corrispondenti ai delinquenti passionali della sua classificazione, rotta ogni ambiguità epistemologica con la pazzia, come vedremo, godevano già di una diminuzione di pena grazie all'art. 51. 
Gli unici esclusi da un'eventuale soppressione della semiresponsabilità, sarebbero dunque stati i pazzi morali in senso stretto, da lui definiti delinquenti istintivi e considerati, in termini di difesa sociale, i più pericolosi in assoluto. La semiresponsabilità, invece, sembra interessare il giurista Berardi , convinto seguace della scuola positiva, per il quale, assai realisticamente, la dottrina della responsabilità o irresponsabilità assoluta, e cita in suo suffragio a questo proposito giuristi come Mancini e Pessina e psichiatri come Krafft Ebing, è molto comoda, ma è falsa e non consente di individuare un destino giudiziario per i casi da lui attribuiti alla zona media. Il Berardi ricorda in particolare due casi in cui la semiresponsabilità può ritornare utile: quando l'infermità esiste, ma è insufficiente la sua relazione col delitto; e quando l'infermità è insufficiente ad escludere totalmente la responsabilità, come appunto avviene nei casi che propone di classificare all'interno della categoria della zona media. 
Quanto ai delitti commessi nell'impeto dell'ira, in seguito a provocazione o per intenso dolore, all'art. 51 del codice Zanardelli essi erano puniti con una pena diminuita dalla metà ad un terzo. Come abbiamo visto, per Ferri è importante il carattere sociale od antisociale della passione, e per questo avrebbe voluto che passioni come il dolore garantissero una diminuzione maggiore rispetto all'ira, che rappresenta invece una passione antisociale. 
Nel 1919, Enrico Ferri ottenne l'incarico di dirigere una commissione incaricata della riforma del codice Zanardelli e dell'elaborazione di un nuovo Codice Penale. La pena ha, per il Ferri, il solo significato di una difesa della società dal crimine, ed allora il problema dell'imputabilità viene saltato a piè pari, e con esso quello del vizio di mente. La pena è in realtà una misura di sicurezza del tutto priva di retributività e di relazione con la colpa e col castigo, e riguarda pertanto in ugual misura il sano ed il folle .
Più attento alle esigenze della scuola positiva rispetto a Zanardelli, ma non ad esse del tutto assogettato come il Ferri, sarà invece il codice promulgato con decreto 19 ottobre 1930 a firma del guardasigilli Alfredo Rocco, fondato, com'è noto, sulla teoria del doppio binario, e a tutt'oggi vigente. 
Esso regola il vizio totale di mente all'art. 88, che stabilisce che: 
«Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere l'incapacità di intendere o di volere».
Regola il vizio parziale di mente, invece, all'art. 89, per il quale: 
«Chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tal stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità d'intendere o di volere, risponde del reato commesso, ma la pena è diminuita». 
I giuristi sono in genere concordi nel ritenere che la differenza tra vizio totale e vizio parziale riguardi il piano quantitativo e non quello qualitativo, cioè il livello di compromissione della capacità, e non l'estensione delle funzioni interessate . 
Quanto agli stati emotivi o passionali, sono affrontati all'art. 90, che recita esplicitamente, ribaltando la posizione del codice Zanardelli:
«Gli stati emotivi o passionali non escludono nè diminuiscono l'imputabilità». 
L'unica eccezione, è rappresentata dal fatto che l'aver agito in stato d'ira determinato da fatto ingiusto altrui è previsto come attenuante all'art. 62.

 

2.a) Lo sguardo a sinistra: sull'incoerenza tra crimine e personalità come dimostrazione di uno stato di follia.

Il primo perito che espone le proprie conclusioni al processo Karamazov è, dunque, il dottor Herzenstube, il medico-filantropo del paese, per il quale «l'anormalità delle condinzioni mentali dell'imputato si tradisce da sé». Oltre che da precedenti comportamenti, quest'anormalità poteva essere arguita dal fatto che, entrando in aula, il giovane aveva tenuto lo sguardo dritto avanti a sé, mentre, sapendolo un ammiratore del gentil sesso, ci si sarebbe aspettati che guardasse a sinistra, dove molte signore sedevano tra il pubblico. 

Più tardi, intervenendo come testimone, il dottor Herzenstube preciserà di conoscere Mitja fin da bambino, insisterà sulle condizioni di miseria ed abbandono della sua infanzia, ma, soprattutto, su di un episodio che mostra la natura riconoscente, affettuosa e sensibile della personalità dell'imputato.
Si comprende, quindi, come l'osservazione sullo sguardo di Mitja, in sé banale, voglia rendere conto dello stridore che l'anziano medico avverte tra la personalità di base dell'imputato (non solo rappresentata dall'essere ammiratore delle donne, quanto piuttosto, come è emerso in seguito, dall'essere uomo affettuoso, riconoscente, sensibile) prima dei fatti che gli sono attribuiti, e l'enormità del reato di parricidio di cui lo si accusa.
Quello del dottor Herzenstube, mi pare, è un atteggiamento assai comune: ci sono reati, talmente esecrandi e incomprensibili, che soltanto un matto, o una persona colpita da un raptus di follia, potrebbe averli commesso. 
Un atteggiamento di questo tipo sta del resto alla base del già ricordato concetto di monomania omicida formulato da Esquirol e dalla sua scuola negli anni venti dell'Ottocento; Krafft Ebing, come già prima di lui Falret , contestava l'esistenza del quadro della monomania alla fine del secolo scorso:
«Noi non ci basiamo più sul concetto di monomania, come si faceva un tempo, quando si prendeva il fatto stesso come punto di partenza delle ricerche, e dalla sua motruosità, dalla sua mancanza di motivi e via dicendo, prendendo argomento da tutti i luoghi comuni di un tal genere di diagnostica, si pretendeva di stabilire il giudizio sulla responsabilità; ma invece noi di bel principio prescindiamo dal fatto incriminato [...]» .
Il criterio di partire dal fatto per una diagnosi sull'imputato, per quanto piuttosto diffuso, è anche oggi ampiamente ritenuto inaccettabile ; vale tuttavia la pena di insistere sulle conseguenze che quest'atteggiamento può avere tanto per il soggetto autore del reato che per coloro ai quali deve, invece, essere a tutti gli effetti attribuita, per motivi di ordine rigorosamente clinico, la diagnosi di psicosi. 
In primo luogo, infatti, quest'operazione collettiva di rimozione del reato di persone che, ad eccezione dell'aver commesso quell'atto, sono totalmente normali, nel campo altro della follia, condiziona in senso assai peggiorativo l'immagine dello psicotico nella nostra cultura, portando al rinforzarsi di quello che Bandini e coll. definiscono lo stereotipo del pazzo criminale; se, infatti, i più crudeli, incomprensibili e spaventosi assassini sono definiti, semplicemente in quanto tali, psicotici, è facile arguire che tutti gli psicotici saranno presto vissuti dalla collettività come imprevedibili e pericolosi per gli altri. E` quanto avveniva, del resto, all'inizio dell'Ottocento con l'utilizzo della categoria diagnostica di monomania omicida, nella quale emblematici per la diagnosi di follia erano il tipo stesso di crimine (parricidio, infanticidio) e le modalità con cui era originato ed era stato poi condotto a termine . 
Il giovane Lombroso impostava invece, più correttamente, in questi termini il problema:
«Fra le tentazioni della colpa e l'impulso della manìa, tra la violenza delle passioni e la subitanea ferocia degli istinti morbosi, v'ha una linea così breve e sottile di divisione, che spesso anche l'occhio esercitato è incapace a distinguerla. Sonvi manie che sembrano delitti, come la cleptomania, la piromania, e v'hanno delitti che si dovrebbero, per la loro inumana e assurda disinteressata crudezza, credersi effetto di alienazione, e nol sono» .
E` evidente, in secondo luogo, che un uso inflazionato della diagnosi psichiatrica come motivo di non imputabilità può evocare una reazione di comprensibile fastidio da parte di magistrati ed opinione pubblica, di cui rischiano di far le spese soggetti che, invece, si troverebbero a pieno titolo nella condizione di potersene valere. All'introduzione generalizzata della monomania omicida nelle corti di giustizia, reagì, ad esempio, infastidito, un avvocato nel 1828, suggerendo di allontanare dai tribunali «questi cortigiani dell'umanità [gli psichiatri], che pretendono di onorarla facendo di un crimine una malattia e di un criminale un pazzo». E, negli stessi anni, un magistrato consigliava ironicamente che, se un imputato aveva la monomania di uccidere, bisognava avere a propria volta la monomania di condannarlo .
In terzo luogo, è stato ripetutamente notato come questa deresponsabilizzazione del soggetto possa non esser priva di conseguenze nefaste per lui stesso, perché l'esser definito folle per chi in realtà non ha motivi di avvertirsi come tale può esser più destrutturante, per l'immagine che la persona ha di se stessa, dell'esser definito criminale. E perchè è stato notato come spesso, nell'economia interna, il tribunale degli uomini si sostituisca, attraverso l'irrogazione della pena, al tribunale dell'inconscio, l'nico a prevedere ancora, nel nostro ordinamento, la pena di morte attraverso il gesto suicidario . 
Cherki-Niklès e Dubec , testimoni, in casi di loro osservazione, di atti suicidari verosimilmente riferibili a questa dinamica, arrivano a una conclusione che presenta singolari assonanze con il passaggio che abbiamo citato poc'anzi da Krafft Ebing:
«Caso dopo caso, si giunge a una constatazione: non esiste verità nell'atto che possa dire la verità del soggetto».
A questo terzo punto nel suo complesso, mi pare, a questa restituzione di verità operata attraverso l'esclusione dell'infermità di mente, dovrebbe esser ricondotta la soddisfazione manifestata da Mitja al termine della lettura della terza perizia, quella, sul piano processuale, a lui più sfavorevole, che lo riconosceva responsabile dei propri atti.

 

2.b) Lo sguardo a destra: sul continuum tra stato passionale e infermità di mente.

Segue, a questa prima perizia, l'esposizione della seconda, frutto del lavoro di un medico assai noto e proveniente dalla capitale che perverrà alla stessa conclusione del primo collega, attraverso però un procedimento rigorosamente psicopatologico anziché induttivo. Per il perito moscovita, il fondamento della diagnosi d'infermità mentale va ricercato nella presenza di una ossessione, una mania, un impulso morboso che si era già impossessato di Mitja in modo irresistibile nei giorni precedenti il delitto, ed aveva pertanto escluso, se non la sua capacità di intendere, certamente quella di volere («lo aveva fatto sia pur coscientemente, ma quasi involontariamente»). La mania di Mitja, considerata un possibile prodromo di completa follia, in particolare, persisteva al momento della visita, quando l'imputato aveva manifestato sguardo fisso, risate improvvise, irritabilità continua e incomprensibile, eloquio scucito, agitazione incontenibile allorché il discorso andava a parare sui tremila rubli di cui si sentiva creditore verso il padre. Quest'agitazione, quest'intenso stato passionale, era, in base all'inchiesta, già presente in lui, prima dei fatti, ogni volta che veniva affrontato quello spinoso argomento, e non sembrava in relazione con caratteristiche di avidità. 
Quanto allo sguardo, esso era sì un elemento a favore della diagnosi di anomalia psichica, ma perché ci si sarebbe aspettati che Mitja, entrando, guardasse verso destra, dove sedeva l'avvocato dal quale avrebbe dovuto aspettarsi un aiuto. 
L'atteggiamento di questo secondo perito, come poi quello del terzo, non confonde tra loro un gesto e una persona, non va a rievocare, come aveva fatto Herzenstube durante la sua testimonianza, le condizioni psicologiche e sociali della crescita infantile, le qualità relazionali e umane di quest'uomo, per trovarvi ad un tempo le stigmate della follia sopravvenuta e le condizioni della pietà e della comprensione; nel suo caso, come hanno proposto recentemente ancora Cherki-Niklès e Dubec :
«Accettare di partecipare a un processo significa, per il perito, accontentarsi di verità relative, saper rimanere nel campo sociale, altrimenti egli stesso invaliderà i risultati della sua perizia. E` un punto sul quale l'accordo è pressoché unanime: lo psicoanalista non è il perito e viceversa, perchè la perizia assumerebbe in tal caso una dimensione megalomane e assurda. Essa avrebbe la pretesa di poter dare un significato a ogni cosa, di scoprire ogni volta i meccanismi inconsci, soppianterebbe il soggetto stesso, che deve mantenere i suoi lati oscuri per conservare il proprio posto, per custodire la propria verità per sempre misteriosa, quella che lo rende condannabile, come prezzo della sua libertà. Lasciare al soggetto il suo inconscio è uno dei limiti della perizia».
Il problema che il giudice pone allo psichiatra in merito al quesito di imputabilità è quello di una diagnosi, e non della comprensione sociale, psicologica e umana di un gesto. Come osserva Bruno Callieri , infatti:
«è certo che la diagnosi psichiatrica (qualunque sia la sua giustificazione epistemologica e il suo significato euristico) riguarda un'area di disturbi molto più ristretta rispetto a quella occupata dai c.d. comportamenti antisociali [....]. Pochi sono gli offenders mentalmente disturbati, sebbene spesso si possano reperire conflitti mentali patogeni o tratti peculiari di personalità in molti offenders».
Il perito moscovita, dunque, non valuta che l'output, rappresentato dai sintomi e dai comportamenti che l'imputato presenta. Facendo nostra la distinzione che Speziale-Bagliacca ha recentemente proposto tra una logica della colpa, che si limita alla definizione delle responsabilità oggettive, e una logica della comprensione, che si sforza di cogliere i fatti nel loro storico e scientifico determinarsi, coglie il problema della componente di autentica partecipazione soggettiva e dei condizionamenti, si mantiene, al contrario di Herzenstube, all'interno della prima. 
Sintomi e comportamenti che Mitja presenta vanno, in questo caso indubbiamente, a ricadere in quella zona di nessuno che sta tra normalità e psicosi, tra imputabilità in senso pieno ed inimputabilità, tra passione intensa e alterazione psicotica dell'affettività. Esaminiamoli nel dettaglio: lo sguardo fisso può esser quello di un uomo concentrato su un'idea, ma non necessariamente su un delirio; le risate improvvise, l'irritabilità continua e incomprensibile, l'eloquio scucito, possono esser quelli di un uomo intensamente emozionato, o quelle di un soggetto maniacale; quanto al motivo dei tremila rubli, esso rappresenta, per la psicopatologia dei contenuti del pensiero, un'idea prevalente, e non è, di per sé, quindi, certo sufficiente per la diagnosi di una psicosi.
Ma il perito della capitale, ha, invece, presente un quadro ideologico di riferimento ben preciso: quello dell'omicida pazzo del quale ci dà una rappresentazione, singolarmente corrispondente al nostro caso, Enrico Ferri . Caratteristico dell'omicidio nei pazzi - una situazione per molti versi assimilabile alla monomania omicida di Esquirol, da Ferri rivisitata in riferimento al paradigma ideologico forte rappresentato dalla teoria degenerazionista di Magnan - sarebbe una spinta all'omicidio che può avere la forma dell'ossessione omicida (è più calzante con il nostro caso), e quindi aver sviluppo lento ed essere, in un primo tempo, resistibile, o quella dell'impulso, o raptus, omicida. Nell'ambito di questa trattazione, Ferri riporta un caso descritto da Blanche, nel quale l'impulsività omicidia sembra rimandare, come nel caso di Mitja, a quella che oggi sembra la presenza di una personalità predisponente: «aveva il sangue alla testa, forse tre quattro volte al mese».

 

2.c) Lo sguardo al centro: sulla discontinuità tra stato passionale e infermità di mente.

Buon terzo interverrà il dottor Varvinskij, che si concentrerà, a propria volta, sui sintomi e sui comportamenti come il precedente collega, per stabilire però invece che l'imputato era, al momento dei fatti come in tribunale, assolutamente sano di mente. L'eccitamento, che il precedente perito poneva in relazione, sembrerebbe, con quello che noi classificheremmo come l'esordio di una psicosi affettiva, era invece per lui da ascriversi ad emozioni intense, quali collera e gelosia, nonché all'uso smodato degli alcoolici. 
Quanto allo sguardo, era stato comprensibilmente fisso al centro, dove sedeva il giudice, dal quale dipendeva il suo destino. 
Anche questo terzo perito, come il secondo, ha, evidentemente, in mente una figura ampiamente descritta in psicopatologia: è quella dell'omicida emotivo (che uccide cioè per raptus improvviso), o passionale (che uccide sotto la spinta graduale, eventualmente accompagnata da premeditazione, di una passione, e rappresenta il nostro caso). 
L'omicida passionale presenta infatti, ancora per Ferri, come già per Lombroso , i caratteri psicologici opposti all'omicida istintivo (termine con cui Ferri si riferisce, con buona approssimazione, a quelli che possono essere definiti il pazzo morale o lo psicopatico) e presenta invece qualche sintomo analogo all'omicida pazzo, col quale, come nel caso di Mitja, può essere confuso. L'omicida per passione agisce per Ferri in uno stato di uragano psicologico, e pone dunque in grande imbarazzo i giuristi. Al criterio della scuola classica, concentrato sull'intensità della passione, il Ferri obietta dunque che qualunque passione può raggiungere, in determinate circostanze, un'intensità tale da ottenebrare le condizioni psichiche, e propone di sostituire ad esso nel valutarne il peso come attenuante quello, assai discutibile per la sua chiara connotazione moralistica, della qualità della passione, distinguendo quelle sociali (amore, onore, ideale religioso e politico ecc.), da quelle antisociali (vendetta, odio, cupidigia ecc.). 
Principali caratteristiche del delinquente passionale sono: relativa rarità del fenomeno, età giovanile (meno rilevante nel caso dell'emotivo che del passionale), relativa prevalenza nel sesso femminile, caratteri fisici e psichici normali, anamnesi precedente negativa, movente proporzionato, intensa commozione prima, durante e dopo il delitto, frequenza d'immediato suicidio, esecuzione aperta o inesperta dell'omicidio, mancanza di complici, non opposizione all'arresto, confessione, rimorso, non recidiva ed emenda. Molti di questi caratteri, come abbiam visto, sono certamente presenti in Mitja Karamazov. 
Al termine dell'intervento del terzo perito, come abbiamo già accennato, Mitja manifesterà la sua soddisfazione: gli ha riconsegnata, in senso pieno, la sua responsabilità di fronte al fatto di cui viene accusato e di cui sente, per averlo desiderato, di meritare punizione.

 

3) Emozioni, passioni, imputabilità e infermità di mente.

Resta, per noi, invece, il problema di continuare a percorrere, nei due campi paralleli della diagnosi psicopatologica e della giurisprudenza, il destino di queste situazioni, efficacemente documentate nella seconda e nella terza perizia, che sono tutt'altro che rare e che, rimandino o meno a una particolare struttura di personalità, non possono essere a pieno titolo ricondotte alla totale irresponsabilità dell'esistenza di una franca alterazione psicotica dell'esame di realtà al momento dei fatti, ma neppure ad una condizione di equilibrio psichico e salute in senso pieno. 
Le condizioni, di cui agli art. 88, 89, e soprattutto 90 del Codice Penale hanno suscitato dunque ampie discussioni e dato luogo a numerose pronunce della Cassazione e prese di posizione tra psichiatri forensi e giuristi.
Appare oggi innegabile, infatti, che, da un lato, la capacità di intendere e volere non può essere intesa come una condizione che in senso assoluto possa essere presente o assente al momento del reato, e che tra piena capacità e incapacità totale si stende un'area intermedia estesa, che rappresenta probabilmente la condizione soggettiva in cui più frequentemente viene compiuto un reato (si pensi, in proposito, alla magistrale rappresentazione della condizione di Raskolnikov al momento di uccidere operata da Dostoëvskij ). E' evidente d'altronde che l'avverbio grandemente, che il Codice Penale utilizza per rappresentare il grado di compromissione della capacità di intendere e volere necessario per il riconoscimento del vizio parziale, non può rappresentare una misura sufficientemente univoca e chiara. Dall'altro lato, il riferimento all'infermità psichica che, sul piano eziologico, l'incapacità di intendere e volere deve presentare per essere presa in considerazione, rappresenta un ulteriore elemento di confusione e incertezza. Non si può infatti dimenticare che questo concetto, da intendersi ad avviso di Canepa in senso inevitabilmente più estensivo rispetto a quello, già di per sé piuttosto vago, di malattia mentale, presenta a sua volta gravi difficoltà di delimitazione, e sul terreno psicopatologico possa essere difficilmente discriminabile rispetto agli stati emotivi e passionali, a proposito dei quali l'art. 90 esclude perentoriamente qualsivoglia influenza sull'imputabilità.
La straordinaria frequenza di condizioni a metà strada rende dunque i concetti di piena capacità e totale incapacità di intendere e volere quasi esclusivamente scolastici, e nella maggior parte dei casi poco utili alla formulazione di un giudizio sullo stato mentale del soggetto: di fatto, la straordinaria mobilità emotiva che spesso la commissione di un reato, specie se di sangue, implica per ciascuno, spinge a pensare che in quel momento la capacità di intendere e volere sia in realtà sempre in qualche misura, più o meno grandemente, ridotta. 
Occorre del resto ricordare che, in anni recenti, si insiste giustamente da parte di alcuni sul fatto che una nuova concezione della psicosi nei suoi complessi intrecci con il funzionamento sano della persona fa sì che questa condizione non possa essere considerata elemento sufficiente all'esclusione a priori della capacità di intendere e volere, tanto che si va immaginando un superamento della questione dell'imputabilità con l'asserzione che tutti sono imputabili, e una successiva discussione delle condizioni mentali dell'individuo in ambito di valutazione del dolo o delle circostanze attenuanti . 
Tra questi ultimi, Pastore e Norcio sembrano cogliere in modo particolarmente chiaro il nesso logico che lega la crisi del concetto di non imputabilità per cause derivanti da infermità di mente, legato al carattere mai onnivoro e totalizzante l'esperienza e lo psichismo della persona che oggi viene riconosciuto alla psicosi, a quella del concetto di piena imputabilità a fronte della ricchezza e della complessità della vita psicica e della caoticità dell'universo emotivo. Osservano questi autori infatti :
«La messa in discussione del concetto stesso di “non imputabilità” per infermità di mente comporta la messa in discussione del suo doppio - speculare - che è chiamato a salvaguardare: ci riferiamo, evidentemente, al concetto di (piena) imputabilità che allude, con tutta chiarezza, alla categoria ontologica del libero arbitrio, dell'autodeterminazione».

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