Perizia su STEFANO DIAMANTE

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5 ottobre, 2012 - 16:38

NDR: La corte d'Assise d'appello di Genova ha condannato nel Gennaio 2002  a trent'anni di reclusione Stefano Diamante, il ragazzo che nell'ottobre del '99 uccise a coltellate e martellate la madre Silvana Petrucci per non doverle confessare che era lontano dalla laurea, al contrario di quanto le aveva fatto credere.

 

INTRODUZIONE

Il sig. Stefano Diamante si presenta al colloquio con modalità comportamentali scorrevoli, a prima vista adeguate, ben curato nella persona per ciò che la situazione consente. L'attitudine generale è in linea di massima mite, o fors'anche sottomessa, con una sfumatura di condiscendenza assoluta, senza poter nascondere il sospetto ed il timore del resto comprensibilmente portati dalla situazione fiscale. Già al primo impatto si coglie nettamente l'ambivalenza, insita nel comportamento generale, con una insufficiente mescolanza tra esigenza di piena collaborazione ed una corrazzata e diffidente resistenza. Ne consegue una certa incongruità generale che si coglie nella postura, nei movimenti rigidi e talora non ben integrati col tono di voce ed i contenuti che esprime. La mimica è in qualche nodo poco mobile, talora figée, come se indossasse una maschera teatrale per la occasione specifica del colloquio. Egli comunica dunque la sensazione di un continuo arrière pensée, come se esistessero due modalità di vissuto, una di superficie che si utilizza per il rapporto attuale ed una sottostante, ma immediatamente in contatto con la prima con la quale interferisce.

 

 

ESAME PSICHICO

Sciolto nei movimenti, non presenta turbe di coscienza di nessun tipo. Lucido, orientato nel tempo e nello spazio e nelle persone, il campo di coscienza è sufficientemente esteso e comprensivo, senza restringimenti, e la coscienza permette slittamenti e spostamenti temporali adeguati e competenti. La coscienza dell'Io sembra nella norma, non si hanno alterazioni del sentimento di proprietà dei propri atti di conoscenza; non depersonalizzazione auto-allo o somatopsichica. Non vi sono fenomeni di Vorbeireden, non fenomeni di dreamy states. I compiti mnesici e operativi sono eseguiti senza operazioni a côté, o al di là del punto. La memoria sembra, nei termini elementari, in ordine. Gli eventi immediati, recenti e presenti sono ricercati con caparbietà e precisione. I contenuti mnesici sono sistemati in schemi temporali esatti, non v'è rattrappimento della susseguenza temporale e storica degli eventi, non vi sono paramnesie, non confabulazione, non aspetti dismnesici o di deformazione di nessun tipo. Abbastanza prevedibilmente, gli eventi che coincidono e riguardano il matricidio sono invece riferiti con scarsa precisione, come in mezzo ad uno sfumato pittorico, come annebbiati, ma alla fine ordinati e sistemati in gruppi di eventi. Si comprende, da quel che abbiamo detto, che l'attenzione è in ordine: le risposte sono adeguate, parla opportunamente se interrogato, ma prende iniziative autonome nel racconto, con una buona tensione attiva verso la situazione e le argomentazioni: non v'è, insomma, segno di ipoprosessia.

Manca ogni segno focale. Non afasie né ricettive né di trasmissione né espressive, non disartrie. I compiti di sistemazione spaziale nel foglio sono normalmente eseguiti, non aprassie costruttive, né aprassia in generale ( bene eseguite le prove di Pierre Marie), non agnosia né agnosia simultanea, prove di costruttività normali, non closing-in, non fingeragnosia, non acalculia, normale l'incolonnamento nelle operazioni aritmetiche, non alterazione destra-sinistra, non somatoagnosie.

Il linguaggio, come si coglie durante il colloquio, appare corretto, del tutto scorrevole e talora ridondante, con frequente presa di iniziativa, ricapitolazioni e richiami, addirittura richiami all'ordine dell'interlocutore se ha l'impressione che questi lasci l'argomento inconcluso.

Il lessico è buono, corrispondente al livello culturale personale e dell'entourage familiare, i legami associativi a tutti i livelli, grammaticale, sintattico e logico, sono in ordine. Accettabile dunque la fluenza del discorso, non vi sono aspetti di deviazione, di deragliamento o di iperinclusività, non si hanno espressioni psicologiche o neologistiche, non stereotipie o palilalie. Insomma sul piano strettamente formale il linguaggio sembra in ordine, ma a dire il vero qualche segno di intoppo, di scucitura dell'apparato logico e comunicativo, una certa singolare prosodia (impressione di modalità declamante), danno alla comunicazione una sfumatura stridente, un po' innaturale, come di una persona che viva in un mondo suo, distaccato, in modo eccessivamente autonomo. Talora si notano complesse e ricercate modalità lessicali, tecnicismi, calambours o frasi costruite ed elaborate, sembra al fine di divertire o impressionare l'interlocutore.

La percezione è come di norma: non esistono oggi, e non risulta siano mai esistiti, fenomeni dispercettivi né quantitativamente né qualitativamente, non fatti illusori, non percezioni senza oggetto, quindi non allucinazioni, né pseudoallucinazioni, non percezioni corporee anomale.

Non risultano percezioni deliranti, fenomeni di diffusione o furto del pensiero, iperallusività, ripetizione sonora del pensiero, commento degli atti, colloquio di voci, allucinazioni imperattive, esperienze di influenzamento. In sintesi non vi sono fenomeni appartenenti alla sindrome di azione esterna o all'automatismo mentale.

L'affettività ha una apparenza abbastanza inadeguata e recitante e sembra svolgersi in una atmosfera poco genuina che pare seguire un copione prefissato. Alle magniloquenti espressioni di gravità del matricidio come fatto in sé, non corrispondono sottolineature emotive, quasi che egli parlasse del matricidio in generale, non del proprio. Insomma gli eventi, emotivamente immani, del matricidio, sembrano scuoterlo poco: il coinvolgimento è limitato, i vissuti di rimorso sono formali, l'argomento è distanziato e raffreddato. Tuttavia non c'è dubbio che il livello ansioso deve essere notevole, e deve essere sempre stato così: si tratta, sembra, di un'ansia vissuta come esperienza interiore astenizzante e bloccante, e sembra che ogni richiesta di aumento di prestazioni interpersonale e sociale produca la risposta astenica, determinando una componente di inerzia e di rinuncia che limita criticamente ogni tipo di rendimento sociale. E' esistita, a suo tempo, il perseguimento di alcuni modelli di tipo sportivo (il nuoto) ma la loro tenuta è stata scarsa anche per il basso livello di tolleranza alla frustrazione. Esiste anche, di fondo, sommersa dalla recita disinvolta e grandiosa, un certo grado di depressione che è oggi difficile dire se legata, in termini reattivi, alla gravosa situazione generale e alla specifica situazione carceraria, o ad una struttura inerte, priva di spinte, tendenzialmente con uno scialbo e scuro colorito del tono dell'umore proprio della struttura temperamentale. E' proprio ad ovviare questa struttura, come dire a questa impostazione astenica e psicofobica, che è risultato per lui utile l'uso sporadico di cocaina. In ogni caso non si rileva propriamente un quadro depressivo conclamato, non rallentamento psicomotorio.

La struttura fobica inadeguata trapela: paura del buio, delle altezze, dell'isolamento e così via.

Tuttavia non vi sono fobie strutturate, non claustro ne agorofobie, non sentimenti di panico. Invece esiste un quadro di stato da allarme generale, che investe la cenestesi, la sfiducia nel proprio corpo, il senso di precarietà generale e di bisogno di conferma e rassicurazione. Su questa sorta di inerzia genericamente psicofobica si basa la grande dipendenza del paziente, che andava dal bisogno ambivalente della madre fino alla dipendenza da ipervalutazioni esterne e, del tutto saltuariamente, da sostanze.

L'ideazione, nei suoi aspetti formali, non presenta processi rilevanti di accelerazioni o di rallentamento. Si può invece notare una certa vischiosità, nel modo prolisso, circostanziato e tornante di procedere della narrazione. Non manca in questo un certo grado di ripetitività ossessiva che, anche se non raggiunge il livello propriamente ossessivo-compulsivo, ci si avvicina nella rimuginazione e nella insicurezza associata ad una sorta di continuo bisogno di conferma, evidente dall'attenzione estrema posta ai movimenti mimici dell'interlocutore e alla ipercompiacenza, con estrema prontezza ad aderire agli "statements" dell'intervistatore. Non vi sono convincimenti di pensiero erroneo o distorsioni della coscienza della realtà o perdite del "reality test", che possano far pensare a strutture deliranti.

Esiste invece nettamente una situazione di "überwertige Idee" (idea prevalente) riguardo la relazione materna che ci porta nel centro del nucleo patologico del paziente.

Il rapporto di questo figlio unico con la madre è stato vissuto con modalità invadenti: la vischiosità reciproca si sviluppa intorno a questo rapporto critico, in cui nel vissuto del paziente, alla madre che rovesciava sul figlio istanze compensatorie, rispetto ad una serie di frustrazioni emotive, personali e sociali, corrispondeva la risposta del figlio, con una dipendenza assoluta negata ed espressa con l'ambivalenza evidente in un senso di sorda ribellione e di rodente recriminazione.

All'interno di questa relazione arcaica, regressiva, di amore e odio, si sviluppava l'abbraccio mortale, con la formazione di un Super Io arcaico e di un inarrivabile ideale dell'Io, per cui, nell'impossibilità di produrre le prestazioni sociali e di studio pretese dalla madre, e nella corrispondente impossibilità di riconoscere e comunicare queste impossibilità, dopo un tentativo di costruire un modello ideale autonomo e non madre-dipendente, quello sportivo, nettamente fallito, si delineava l'unica soluzione possibile, la menzogna patologica e la esecuzione di un curriculum di studi inventato.

Il momento inevitabile della rivelazione della falsa narrazione costruita, il momento del rendimento dei conti, non è stato tollerato da Stefano: troppo arcaica e quindi carica di angoscia la relazione, troppo intensa la dipendenza, troppo violento il sentimento di trovarsi scoperto, carico di vergogna, rifiutato e disprezzato dall'oggetto antico del bisogno, per poter essere gestiti da una psiche vulnerabile e fragile.

Subentrò in quel momento uno stato confusionale, con restringimento crepuscolare della coscienza, e perdita del sentimento di proprietà degli atti, con eccitamento psicomotorio e violento a corto circuito mirante ad abolire l'oggetto dell'intollerabile situazione: di questo Stefano conserva tracce mnesiche obnubilate e frammentarie, via via corrette e ricostruite dalla esigenza di numerose rinarrazioni successive.

Il seguito, via via che la condizione confusionale acuta si attenuava, è stata la conseguenza del fatto, che a circolo vizioso ha innestato l'angoscia, con un vissuto anomalo e falso di imperturbabilità, e tentativi naïfs di nascondere, più che agli altri, a se stesso il terribile esito.

 

 

INQUADRAMENTO DIAGNOSTICO

L'inquadramento diagnostico del caso presenta qualche difficoltà poichè è incentrato sul problema della menzogna patologica, problema di incerta sistemazione nella nosologia psichiatrica.

E' intanto evidente che non ci troviamo di fronte ad un quadro psicotico evidente e conclamato. L'integrità sostanziale del linguaggio, la coerenza e il susseguirsi corretto delle concentrazioni associative, l'attitudine generale globalmente adeguata, i contenuti di pensiero privi di dimensione di convincimento palesemente erroneo, o di allontanamento della coscienza di realtà ("reality test"), l'assenza di elementi dispercettivi, di automatismo mentale, di fenomeni di azione esterna, di tendenza all'autoriferimento, di sensitività e proiettività paranoide, la presenza di una motilità sciolta, e non bloccata, senza fenomeni di stereotipia, di palicinesia, di alterazioni posturali, e priva di scoordinata concitazione, depongono per una assenza di fenomeni psicotici della serie schizofrenica, dalla schizofrenia, alle forme schizoaffettive o schizofreniformi, dai disturbi paranoidi a quelli più genericamente deliranti.

L'umore sembra adeguato alla situazione, né si rilevano nella storia clinica momenti di tipo depressivo franco, né, tanto meno, di polarità opposta. Non c'è insonnia, , né specifiche variazioni mattino sera, nè rallentamento psicomotorio, né idee di colpa o di autoaccusa. Situazioni di nevrosi strutturata specifica non sono osservabili: non idee fobiche, né manifestazioni comportamentali o ideatorie di tipo anancastico; non risultano turbe delle cenestesi.

Sul piano psicorganico non vi sono rilievi da fare. La presenza di coscienza, orientamento e memoria ineccepibili, l'assenza di segni focali, la mancanza di difficoltà lessicali, di linguaggio concreto, di cenni di incoerenza, il buon livello comunicativo e della conversazione non permettono di porre una diagnosi di disturbo psicorganico di alcun tipo.

Altra cosa però, se si passa dai quadri clinici conclamati alle sfumature. Si può notare in questa area, della valutazione di nuancescomportamentali e relazionali, un certo grado di rilassamento e di scucitura dei nessi logici più sottili, una certa perplessità espressiva ed alcuni stridori nella connessione e nell'adeguatezza delle tonalità affettive, un certo grado di atimormia, di inerzia e di arresto di fronte alle difficoltà.

Presente l'ansia, ma vissuta come esperienza interiore astenizzante e bloccante, di fronte all'aumento di richiesta di prestazioni sociali, con esperienza di perdita del sentimento di proprietà dei propri atti di conoscenza, una sorta di confusione psicogena, accompagnata da intenso sentimento di autoinsufficienza. Un quadro di questo genere, sarebbe stato definito anni fa, in una nosologia forse poco sistematica ma estremamente espressiva, da Hoch e Polatin, schizofrenia pseudoneurotica. Non usiamo questo termine in primo luogo perché la terminologia non è più in uso nella nosologia attuale, in secondo luogo perché essa tende a essere confusa col paziente borderline, che non è il caso del nostro sig. Diamante, in terzo luogo perché sottolinea aspetti narcisistici di personalità che troveranno la loro posizione proprio nei disturbi di asse II che utilizzeremo più avanti. Il motivo per cui vi abbiamo fatto cenno qui è che questa considerazione ci verrà estremamente utile in seguito, quando ci porremo a tentar di comprendere l'evento delittuoso.

Ma al di là di queste considerazioni, non v'è dubbio che il problema di questo caso si pone in un'area specifica, che è quella della pseudologia fantastica o menzogna patologica. E' uno di quei molti casi in cui, attraverso la menzogna, o il racconto di cose non avvenute, si manipola una situazione di studio, di posizione sociale, dalle grandi cose fino a quelle irrilevanti, avventure galanti, o eventi anche inimportanti in cui l'individuo è protagonista. In questa elaborazione fantastica talora l'individuo può procedere fino a conseguenze straordinarie (primari medici senza laurea e così via), ma più spesso i nodi vengono al pettine fino a creare il crollo dell'impalcatura pseudologica e la rivelazione della menzogna. Questa sorta di "anagnorisis", come nella tragedia greca, fa cadere tutta una serie di elementi che, tenuti in piedi dal puntello della menzogna, crollano tutti assieme. Come si vede, nella pseudologia fantastica si può andare dalla norma alla piccola menzogna autoelogiativa che ogni persona può usare, allo spaccone (al "Milesgloriosus"), fino al mitomane, per giungere alle pericolose creazioni di realtà di vita basate sul nulla, come quella, nel caso di Stefano, di studenti che narrano sistematicamente in casa gli esami dati, falsificando per esempio i libretti universitari, fino alla tragica scoperta dell'inganno. Non è neppure esatto presentare la cosa come vera simulazione o menzogna, che comporta una precisa coscienza dell'Io e uno scopo preciso della menzogna, come nel caso dei millantatori a scopo di truffa, dato che talora queste pseudologie fantastiche si posano sul filo del rasoio tra conscio e inconscio, e talora queste menzogne sono sintoniche e disappropriate rispetto alla coscienza dell'Io.

Dato che il punto di queste situazioni è sempre quello, anche se a livelli diversi e in dimensioni diverse, di porsi in una luce migliore e più brillante di quella reale, se si vuole oggi sistemare questo stato psicopatologico, non si può che ricorrere al disturbo istrionico della personalità.

Si tratta di personalità con una emotività pervasiva ed eccessiva mirante all'approvazione o alla ricerca di accettazione e di attenzione. Non sempre ciò comporta seduttività o apertura verso gli altri, anzi spesso queste qualità tendono ad indebolirsi a causa del malumore e delle astiose pretese che nascono in questa situazione. Spesso per ottenere il risultato, possono "drammatizzare", cioè metter in scena qualcosa, inventare una sceneggiatura, mentire, raccontare storie (pseudologia fantastica), per porre su se stessi l'attenzione richiesta o porsi nella situazione desiderata. Assai più frequentemente questo comportamento è diretto verso persone a cui l'individuo è legato (più spesso genitori e coniugi) o con persone verso cui è diretto l'interesse sessuale o sentimentale, e si può manifestare in una grande gamma di situazioni sociali e professionali; in taluni casi la neocostruzione di situazioni è stabile e dura a lungo, in molti altri casi l'espressione emotiva è invece labile e superficiale.

Questi individui hanno un eloquio eccessivamente impressionistico e privo di dettagli. Convincenti opinioni vengono espresse con acume, ma le ragioni sottostanti sono di solito vaghe e generiche, senza fatti e dettagli di supporto. Per esempio, un individuo con Disturbo Istrionico di Personalità può commentare che una certa persona sia un essere umano meraviglioso, ma è incapace di fornire esempi specifici di qualità positive che supportino questa opinione. Gli individui con questo disturbo sono caratterizzati da autodrammatizzazione, teatralità ed espressione esagerata delle emozioni. Comunque, le loro emozioni spesso sembrano accendersi e spegnersi troppo rapidamente per essere vissute in modo profondo, cosa che può portare gli altri ad accusare l'individuo di simulare questi sentimenti.

Esiste un elevato grado di suggestionabilità. Le opinioni e i sentimenti vengono facilmente influenzati dagli altri e da momentanei entusiasmi. Possono essere eccessivamente fiduciosi, specialmente nei confronti di figure con forte autorità, a cui attribuiscono la risoluzione totale dei loro problemi. Tendono a seguire le impressioni e ad adottare rapidamente convinzioni. Gli individui con questo disturbo spesso considerano le relazioni più intime di quanto non siano in realtà, descrivendo quasi ogni conoscente come "mio caro, caro amico".

E' molto evidente che questo quadro, che rientra nel fenomeno generale della conversione, o dell'isteria, per usare un termine obsoleto ma classico, si basa sulla plasticità della coscienza dell'Io e sulla possibilità della mente di manipolare la realtà ogni volta che si presenta una situazione di conflitto impercorribile e insostenibile. La coscienza dell'Io può essere manipolata alterando i mezzi di comunicazione, da quelli somatici (con i disturbi somatoformi o con la psicosomatica), a quelli ancorati agli organi di relazione, sensorialità e motilità (con i disturbi di conversione), o, in modo più complesso all'alterazione della coscienza e della memoria (stati confusionali psicogeni, stati crepuscolari), o, crescendo nella scala della complessità funzionale, a tecniche e attitudini recitanti o infine, alla menzogna.

Così nel nostro caso il sig. Diamante recitava una parte con una sceneggiatura che comportava la menzogna degli esami dati e della laurea, allo scopo preciso di controllare la madre attraverso la manipolazione, manifestando nello stesso tempo, com'è d'uso in questi casi, una marcata dipendenza dalla stessa. E' accaduto qui ciò che è tipico di questa personalità: il flottare di un vissuto intensamente intollerante e frustrato dalle situazioni chiave e dai "redde rationem", dove la gratificazione sia in drammatico procinto di cadere e si preveda con ciò il disprezzo e il crollo dell'ideale dell'Io, ha fatto sì che la capacità di contatto venisse meno e lasciasse il campo a reazioni emotive catastrofiche e a valanga. In questo caso, l'azione residua adrenergica e stimolante della cocaina può avere, coi suoi effetti confusivi ed eccitanti, non certo causato, ma favorito la reazione psichica.

Il comportamento delle ore precedenti il fatto è del tutto coerente con l'insieme del vissuto: ore confuse, caotiche, fatte di incontri, di cambi di luoghi, di assunzione di cocaina, di impacciate relazioni colla fidanzata, un andirivieni affaccendato che dimostra l'inizio della perplessità psicogena nell'appressarsi del momento critico (la scadenza della menzogna), e il tentativo scoordinato di dilazionarlo e di immergerlo in una atmosfera caotica.

D'altra parte una situazione di menzogna patologica come questa, finita così tragicamente, e questo così acuto rovesciamento dalla dipendenza alla distruzione, non può spiegarsi senza aggiungere un altro elemento della struttura psichica del sig. Diamante che è quella della dissociazione, fenomeno peraltro della stessa famiglia del disturbo istrionico.

Queste situazioni di pseudologia fantastica, con menzogna patologica non mitomane legata a situazioni di scissione dissociativa, connesse ad una certa ottusa chiusura, priva della scherzosa gioiosità superficiale del mitomane, legate spesso, come è proprio il nostro caso, ad un Super Io arcaico, sono ovviamente esposte, dicevamo sopra, al redde rationem, ed al crollo del sistema narrativo, che avviene di solito in modo subitaneo, globale e catastrofico. In questi casi, si creano situazioni psicopatologiche acute pericolose, con reazioni implosive psicosomatiche mortali, fughe incontrollate, suicidi e attacchi distruttivi verso le persone, le stesse in funzione delle quali era stata costruita la situazione pseudologica.

Ma perché si giunga a questo punto è necessario qualcosa in più della personalità istrionica e della scissione dissociativa. Occorre tenere presente che la conversione, e la sua corrispondente personalità istrionica, e la pseudologia, sono non tanto una malattia quanto uno stile di vita. Si va dalla modesta menzogna, al folkloristico mitomane, al millantatore allegrone, al cupo e sinistro matricida, come nel caso di Stefano. Per scivolare in un caso di questo genere è necessaria la presenza di altre dimensioni patologiche che qui esistono. Non a caso abbiamo prima citato la schizofrenia pseudoneurotica di Hoch e Polatin: dovremmo qui, con termini odierni, rifarci agli elementi di withdrawal, di chiusura, di scarsa adeguatezza affettiva, legati ad altri aspetti di Asse II, i tratti narcisistici della personalità, che si sono combinati con la pseudologia per creare, al momento del crollo del sistema pseudologico, questa gravissima psicopatologia durante l'atto di cui questo processo si occupa.

Ma un'altra considerazione, non meno importante, va fatta per comprendere il movimento psichico del sig. Diamante, che parte da una domanda che viene da porsi. Quale era la situazione di conflitto insostenibile che, come abbiamo sottolineato, sottende sempre la menzogna patologica? E quale la sua gravità specifica per creare, al momento della dissoluzione e del redde rationem, una psicopatologia così funesta? Sarebbe certo naïf pensare che era il desiderio di mostrare che egli era bravo e aveva sostenuto gli esami. In realtà qui la menzogna aveva un significato vitale e imprescrivibile, serviva per sanare una intollerabile ferita narcisistica, e per sostenere l'autostima, corrosa e sfiancata dal confronto con un Ideale dell'Io e con un Super Io arcaico e schiacciante, in parte anche formato per meccanismi di proiezione del sé grandioso. Il Super Io materno invasivo ed arcaico era legato al rapporto simbiotico e al legame soffocante con la madre, e alla totale dipendenza con le istanze fortemente ambivalenti ad essa collegate: la menzogna rispondeva all'esigenza di essere come egli pensava che la madre desiderasse che egli fosse, e probabilmente come la madre veramente desiderava che egli fosse.

L'inarrivabilità del modello, l'esigenza assoluta di recuperare l'accettazione materna e la parallela impossibilità di ottenerla, collegata a profondi elementi di invidia, e gelosia inconscia, ha creato il bisogno della menzogna e l'intolleranza della rivelazione, configurando quindi qui la dimensione istrionica non per essere importante ma per raggiungere la prestazione richiesta dal Super Io, minima compatibile per la sopravvivenza emotiva. Non si può dimenticare, a questo proposito, l'intensa componente incestuosa profonda in questo legame ambivalente, fatto di odio, bisogno, intimità. I sogni incestuosi erano la regola, così come la intensa competitività e la rovente aggressività verso il padre, su cui Stefano riusciva a trionfare tramite la collusione con la madre. Collusione tormentosa e tirannica da parte della stessa madre, che usava, nel vissuto di Stefano, modalità passivo-aggressive e vittimistiche per ancorare a sè il figlio, configurando così, appunto, un Super Io arcaico.

Abbiamo ora tutti gli elementi per comprendere ciò che è accaduto nel giorno del matricidio. La caduta della menzogna e della pseudocostruzione, indispensabile per mantenere la propria integrità narcisistica di fronte all'Ideale dell'Io e al Super Io arcaico, ha scatenato una regressione di fronte al terrore che questa situazione comportava, ha scatenato insomma il polo distruttivo dell'ambivalenza verso la madre, ed ha creato la pressione travolgente diretta a eliminare la rappresentante del conflitto intollerabile, cioè appunto la madre. Questo, sul piano dinamico, è la precisa riedizione del matricidio Oresteo, dove l'Oreste di Euripide, come quello di Eschilo, uccide la madre per allontanare la propria intollerata causa di sofferenza. Ciò in una situazione di stato di coscienza confusionale o, nella migliore situazione, con un restringimento del campo di coscienza di tipo crepuscolare.

Possiamo dunque dire che in una personalità ampiamente predisposta, e di fronte ad una situazione psicologicamente intollerabile, si è scatenata una bouffée psicotica acuta, con confusione psicogena e stato crepuscolare, eccitamento psicomotorio, comportamento incongruo, distruttivo e pantoclastico, che possiamo classificare come Psicosi confusionale acuta, secondo la terminologia degli autori scandinavi (Paul Faergeman), o, in termini di DSM IV, come Disturbo Dissociativo connesso con una Reazione Acuta di Stress. Importante è comunque sottolineare che in queste forme, che il termine Psicosi confusionale acuta è il più adeguato a descrivere, lo stato della coscienza dell'Io è fortemente compromesso e nettamente ristretto, e il sentimento di proprietà degli atti di coscienza è perduto.

Se ne deduce che il sig. Diamante era, quando commise il crimine, per causa di malattia, in condizioni di abolita capacità di intendere e di volere. Data la specificità dell'atto, e la unicità e la peculiarità del suo significato e del suo oggetto, non è da ritenere che questa forma comporti pericolosità sociale.

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