Raskol’nikov in melodramma nel nuovo millennio. (Match Point, di Woody Allen, USA UK, 2005)

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3 ottobre, 2012 - 12:10

Ho visto l’ultimo film di Woody Allen con vero piacere e simpatia. L’ho apprezzato ancora di più nel leggere o ascoltare alcune delle critiche sfavorevoli al film stesso o addirittura alla storia e al suo principale personaggio maschile, tutte intrise di un moralismo direi abbastanza vieto.

Ora il punto del film mi sembra proprio quello di proporre in modo magistrale una storia dall’impianto classico, riuscendo però a suggerire riflessioni non comuni, mai ciniche o superficiali, e spiazzando, man mano che si va avanti, ogni facile conclusione. Il culmine è un finale in cui il pubblico della sala si trova a fare addirittura il tifo perché il protagonista, che pure è un feroce assassino per di più ormai anche ricco, la faccia franca in barba all’intuitività di uno zelante quanto antipatico dedective londinese.

Chris, il protagonista viene presentato fin dalle prime battute del film come lettore di classici esistenzialmente impegnativi (Dostoevskij) e sensibile cultore del melodramma e calato in una Londra che più bella non si può e in una famiglia di adozione che questa bellezza può permettersela tutta. Lui è ovviamente di umili origini e vuole sfuggire alla povertà facendo il maestro di tennis e curando la propria formazione in attesa di un’occasione non si capisce se e quanto cercata attivamente. E questa arriva, con la fortuita conoscenza di Tom e con il fidanzamento con la di lui sorella Chloe, entrambi figli di un uomo potente e ricco e di una signora il cui sarcasmo è direttamente proporzionale alla inclinazione all’abuso di gin tonic. Ma immediatamente si presenta anche il conflitto, incarnato in Nola. Lei è un’avvenente giovane americana, aspirante attrice senza risultati, avviata, per questioni ereditarie, al fallimento e alla dipendenza alcolica, ma soprattutto è una preda proibita perché fidanzata con Tom.. Naturalmente in Chris nasce una passione dissennata che ineluttabilmente si trasforma in una vera e propria relazione adulterina allorchè Tom rompe il fidanzamento con Nola e la povera ragazza è spinta fuori dall’ambiente della famiglia di lui e finalmente acconsente a incontrarlo da amante.

Fin qui tutti gli ingredienti per un bel polpettone, ma miracolosamente il film procede immune da qualsisi scontatezza, sicuramente per merito di uno script impeccabile, ma anche della bravura degli attori e dell’incalzare delle immagini che mostrano come in una sorta di progressiva rivelazione quanto di meglio la nostra società occidentale possa offrire a chi ha denaro e lo sa spendere: una Londra tutta arte e architettura moderna, divertimenti e relazioni piacevolissime, una campagna e una casa di campagna mozzafiato, cultura ed education ma anche splendidi scenari naturali che sembrano stupire e lasciare ammirato perfino il sofisticato regista che pure, come tutti sappiamo, non viene da uno sperduto paesino della provincia americana, come lo stesso personaggio di Nola, ma ha vissuto la maggior parte della sua vita a Manhattan, in una residenza esclusiva nei pressi di Central Park.

E avviene così che mentre l’impianto melodrammatico procede e dà i suoi frutti tipici, da una parte della relazione adulterina (scappatelle dal lavoro, scopate furtive quanto impetuose, giuramenti d’amore, un’amico di famiglia che vede Chris in centro mentre dovrebbe essere al lavoro e sembra sul punto di scoprirne gli altarini) , dall’altra del conflitto (in sintesi, Nola incalza:-devi deciderti a dirlo a tua moglie e a chiudere con lei, perché continui a stare in un matrimonio mentre ami me? Abbandona la tua infelice vita coniugale per vivere l’amore vero.-), il protagonista entra sempre di più in uno stato di perplessità. Contemporaneamente e imprevedibilmente nello spettatore si fanno strada dei dubbi: ma quello fra Nola e Chris è veramente amore? Ma cosa fa dire a questa donna, con sicurezza incrollabile, che lui deve sceglierla perché la ama? Ma perché lui dovrebbe amare lei se non ama la vita che fa con lei ? Ma quale sconsiderato senso di sé impedisce a lei di vedere che in realtà non gli sta offrendo niente (a parte il sesso, che si sa non durerà in eterno) se non in sostanza di tornare povero e infelice? Considerazioni per niente ciniche ma semplicemente finalmente libere da stereotipi appunto melodrammatici e moralistici che accecano, impedendo di vedere nell’eroina di turno le stigmate inequivocabili di una sorta di paranoia purtroppo abbastanza comune.

Lo spettatore, dunque, una volta tanto non si sente portato all’identificazione (anche perché è impossibile identificarsi davvero con un assassino), ma si trova direi sanamente a separare il corso delle proprie riflessioni dalle vicende dei personaggi che seguono il loro destino già segnato dall’intreccio del melodramma, fino alle sue estreme conseguenze. La situazione precipita: Nola è incinta, e questa viene proposta da lei come una chiara dimostrazione che tra loro è amore: come si potrebbe spiegare altrimenti che Chris e Chloe che contemporaneamente stanno cercando di avere un figlio con l’aiuto della tecnica non ci riescono? Siamo all’ennesimo luogo comune: il "figlio dell’amore" è più degno di rispetto di quell’altro eventuale che verrebbe fuori "solo" da una situazione artificiosa, dalla scienza che per definizione sarebbe fredda e senza passione…

E Nola diventa sempre più violenta, incalzante, ricattatoria, tempesta Chris di telefonate, minaccia di dire tutto alla moglie di lui. Lui prova a resistere e qui c’è un passaggio cruciale che non dovrebbe sfuggire: Chris comincia a mentirle nel tentativo di proteggere la sua vita, lei a quel punto non è più l’amata, la trasgressione, ma è divenuta un’odiosa persecutrice, la regola, in confronto alla quale moglie e ambiente familiare sono riscoperti come caldi, protettivi, rassicuranti, a riprova del fatto che le vicende umane sempre sfuggono a etichette troppo schematiche e piatte. Ma l’inversione di rotta non scongiura il finale tragico, siamo in una situazione drammaturgicamente senza soluzione, o meglio dove l’unica soluzione possibile è il delitto: Chris e Nola arrivano puntuali al momento del crimine, punto culminante del racconto, nella veste rispettiva di carnefice e vittima, e con loro ci arriva anche un’anziana vicina di lei che non c’entra niente ma serve all’assassino per confondere le acque. Il delitto viene mostrato nella sua essenza di atto inauditamente feroce, nonché stupido, inutile, come in Delitto e Castigo, ma qui non siamo alla fine dell’Ottocento e non c’è più spazio per il nichilismo dostoevskijano, Chris è indiscutibilmente un figlio del nostro tempo, e per questo non solo viene presentato con una contaminazione melodrammatica che inevitabilmente ne ridimensiona la statura, ma nel finale si fa strada il noir con l’ironia e l’attualità che gli sono proprie e che sole possono risolvere la situazione in termini accettabili per uno spettatore di oggi, specie se maneggiate con la maestria di un conterraneo di Hitchcock nonchè irresistibile umorista come il nostro Woody. Il finale è straordinario infatti ed è la degna conclusione di un film complessivamente splendido e profondo, che peraltro suggerisce, con metafore difficilmente decifrabili e giustamente misteriose una riflessione su questo nostro mondo occidentale percorso da terrori e inquietudini da cui forse solo una buona dose di ironia ci può salvare. In questo quadro, la proposta di un delitto senza castigoovvero il capovolgimento di tanti finali letterari di stampo moralistico (uno per tutti che ritorna alla mente insistentemente per tutto il film è quello di "Una tragedia americana" di Dreiser) ha una funzione liberatoria e ci conforta nel rivelarci un sorriso intelligente dietro questa prova d’autore che ha tutti i crismi dell’arte.

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